Nel silenzio dell’aquila, con Mirna Fornasier
giu 10th, 2010 | By redazione | Category: Arte Cultura Spettacoli, Pausa Caffè
Cosa deve essere camminare in completa solitudine per
tanti giorni? Cosa deve essere farlo lassù, nel Grande Nord, dove tutto è
immutato dalla notte dei tempi, dove non esistono strade, alberghi, elettricità,
funivie; dove le poche persone che incontri percorrono la terra con grande
rispetto, e i loro occhi raccontano le stesse cose che raccontano i tuoi. È per
trovare una risposta a questi interrogativi che a fine giugno del 2008 Mirna
Fornasier, bellunese, appassionata di trekking e montagna, frequentatrice dei
percorsi della Scandinavia, parte zaino in spalla alla volta dell’ultima grande
area wilderness d’Europa, il Padjelanta National Park, nella Lapponia svedese.
In completa solitudine, attraverso i paesaggi mozzafiato e la natura estrema
della terra dei Sami, la sua marcia avventurosa per 150 chilometri è raccontata
in questo libro appassionato, corredato da numerose foto del viaggio, per voce
di Miki, l’alter ego dell’autrice, una madre quarantenne alla ricerca della
salvezza per suo figlio adolescente, scampato per miracolo ad un incidente
d’auto all’uscita di una discoteca. La lezione che Miki trarrà dalla sua
esperienza sarà di una potenza inaudita. Con la forza devastante di un ciclone
infrangerà in un sol colpo le sue barriere mentali e fisiche costruite nel corso
della sua esistenza. Il rispetto e l’ammirazione per la natura non
addomesticata, il silenzio della solitudine, l’ascolto del palpito antico della
grande Madre Terra, il mettersi alla prova sfidando se stessi, l’abbandonarsi
alle sole proprie energie, trasformeranno la marcia di Miki in un cammino dentro
la sua anima, nella riscoperta delle primordiali e selvagge origini della
vita.
È la corona delle Dolomiti bellunesi, che abbraccia la Valbelluna, la prima
cosa che vedo al mattino. Le loro forme selvagge cambiano ad ogni ora a seconda
della luce che le investe, così che non ci si annoia mai ad osservarle. La
vallata verso sud è contornata dalle morbide ondulazioni delle Prealpi, dai cui
balconi, nelle giornate più limpide, è possibile scorgere l’Adriatico. Basta un
passo per accedere nel cuore delle Dolomiti, dove ci sono luoghi a me
particolarmente cari, i luoghi in cui ritorno. La Val Formin, nei dintorni di
Cortina, con il suo sentiero che sale tra le imponenti torri della Croda da
Lago, a sinistra, e la spianata che scende dal Monte Formin a destra. Dal
piccolo ponte di legno che segna l’ingresso nella valle — che io ho battezzato
ponte dell’angelo — si può scorgere in alto, al centro di un’ardita forcella, un
angelo con le mani congiunte: questa statua di pietra ti appare solo dal basso.
Se sali alla forcella riesci a vedere solo un informe ammasso di rocce.
Scendendo dal passo, che divide la Croda da Lago dalla cima Formin, si
incontrano i pascoli di Mondeval, dove un cacciatore dell’età della pietra ha
riposato per circa 7.000 anni, sepolto con gli oggetti che utilizzava in vita
sotto un enorme riparo roccioso. Lui non lo sa, ma è stato proprio il suo
ritrovamento a salvare uno degli ultimi luoghi incontaminati di Cortina dallo
scempio di un collegamento sciistico che avrebbe portato avanti e indietro orde
di colorati e chiassosi omini in tuta da sci. Il suo scheletro è ora custodito
nel museo di Selva di Cadore, ma dubito che questo possa fargli piacere.
Proseguendo ad est dalla Croda da Lago, dopo il rifugio Palmieri che sorge sulle
rive del piccolo laghetto di Federa, si incontra una radura abitata da pini
cembri che crescono abbracciando le antiche rocce che movimentano il paesaggio:
un luogo magico se si ha l’accortezza di percorrere questi sentieri quando il
rifugio è chiuso, e le montagne ritrovano il loro silenzio. L’energia che
sprigiona dagli alberi secolari e dalle rocce non può lasciare indifferenti. Un
altro luogo in cui ritorno è la Val di Gares, a Canale d’Agordo, lungo uno dei
sentieri che si inerpicano ripidi verso l’affascinante mondo dell’Altopiano,
così particolare e bello, circondato dalle guglie ardite delle Pale di san
Martino. Dino Buzzatti si ispirò proprio a questo altopiano per il deserto dei
tartari. non trovi quasi nessuno su questi sentieri, anche in piena estate. la
maggior parte della gente preferisce salire all’altopiano dalla parte di San
Martino di Castrozza, dove una funivia porta su velocemente e senza sforzo. Ma
il fascino dell’Altopiano non sarebbe tale senza il sudore che si lascia lungo i
suoi sentieri e tra le sue rocce. Poi c’è il Passo Valles, con l’incredibile
contrasto di colori che ti accoglie salendo in auto, nella calda luce di un
pomeriggio inoltrato di inizio estate. Qui, le chiare rocce dolomitiche delle
Pale di San Martino si incontrano con i neri porfidi quarziferi della catena di
Cima Bocche che, assieme ai vicini Lagorai, rappresentano le ultime propaggini
di una grande distesa di rilievi generata da una serie di eruzioni di circa 270
milioni di anni fa. Se attendi la notte, al Passo Valles, le stelle sono così
luminose che sembra che l’intera volta celeste ti cada addosso. Più vicino a
casa c’è la Schiara, con la sua Gusela del Vescovà, il simbolo di Belluno. Lungo
il sentiero che porta al rifugio 7° Alpini si incontra, poco prima del Ponte
Mariano, una piccola lapide che ricorda Luigi Faoro “Battista”, un giovanissimo
partigiano ucciso dai nazisti. Tutte le volte che passo di lì raccolgo
fiorellini di bosco e li ripongo sulla lapide; non so chi fosse, né come abbia
trovato la morte, ma ciò che importa è che abbia sacrificato la propria vita
anche per me. Il minimo che io possa fare è onorarlo. La memoria diventa sempre
più labile in questo Paese, così incline a dimenticare gli orrori che i nostri
genitori hanno vissuto. Prima di raggiungere il ponte, ritrovo sempre il ricordo
di mia madre che era originaria del piccolo paese di Bolzano Bellunese. Mio zio
ha murato nella roccia, in un luogo poco visibile, una bottiglia di grappa che
lei gli aveva regalato poco tempo prima di morire; quella bottiglia rappresenta
un gesto d’amore da parte di un fratello altrimenti molto riservato. E così quel
sentiero è diventato per me un percorso della memoria e ogni volta una profonda
emozione mi assale; anche perché lungo tutta la salita la possente energia delle
acque smeraldo dell’Ardo mi accompagna fin su al rifugio, un rifugio di quelli
autentici, di quelli che i gestori conducono fra le mille difficoltà di un luogo
raggiungibile solo a piedi, con un paio d’ore di cammino. Questo è un edificio
che davvero diventa rifugio per i frequentatori della montagna che si trovano in
difficoltà. Una volta su, ci si ritrova al cospetto delle severe pareti della
Schiara, con la Gusela sempre più vicina che si può raggiungere lungo una via
ferrata e, da lì, salire in cima alla Schiara. Mi trovo spesso davanti a così
tanta bellezza da non riuscire a trovare parole per descriverla. Posso solo
rimanere in silenzio e riempirmi gli occhi di tanta meraviglia. Eppure, in
nessuno di questi posti riesco a cogliere ciò che ho trovato lassù, nel Grande
Nord. Ci sono arrivata quasi per caso, per accompagnare in Norvegia il gruppo di
scouts di cui faceva parte mio figlio. Ancora prima di partire ero già pentita
di aver deciso di andare in un posto tanto freddo. Ne avevo paura. Pensavo alle
mille scomodità. Non ero mai stata nemmeno in campeggio! Nella wilderness del
Borgefjell, a giornate di cammino dal primo villaggio, avvolta, quasi cullata
dal silenzio totale mi sentii subito a casa. Davanti alle rapide di Ovrejohke mi
ritrovai a piangere senza motivo. Avevo l’impressione che tutta l’immensità e
l’energia che mi circondavano mi fossero entrati dentro. Per la prima volta in
vita mia mi sentivo accettata. La natura che mi accoglieva non stava a guardare
come fossi vestita, se avessi i capelli in ordine e, soprattutto, se i miei
pensieri fossero conformi al sentire comune. Da quella volta ho cominciato con
la mia famiglia a frequentare con assiduità la montagna, ritrovando in essa
quella serenità e pienezza che tanto avevo cercato nel corso della mia vita.
Dunque, perché decisi di mettermi in gioco e partire da sola? Perché decisi di
incamminarmi in quei luoghi che presentano tante insidie e sono in grado di
metterti in serie difficoltà? Quando arriva il brutto tempo lassù arriva
davvero! Occorre stare in guardia, essere preparati, non lasciarsi scoraggiare e
prendere le decisioni giuste. Basta una banale ferita, una distorsione, qualche
dolore improvviso per metterti nei guai: non c’è possibilità di telefonare, a
meno di raggiungere uno dei bivacchi dotati di telefono di emergenza. Se decidi
che non ce la fai, o vuoi abbandonare, non hai alternative: ti tocca tornare
indietro, oppure marciare in avanti fino alla fine del percorso. E questo
significa che se sei a metà strada, hai almeno cinque giorni di cammino per
arrivare alla prima casa. Tutto questo in completa solitudine, perché lassù è
anche difficile incontrare qualcuno lungo la pista. Di certo, il motivo che mi
spinse a partire da sola non sta nella mancanza di potenziali compagni: ho la
fortuna di condividere la mia passione con mio marito e tutto il nostro tempo
libero lo passiamo assieme tra i monti. La mia decisione non fu motivata neppure
da una qualche ambizione. Sono decisamente schiva e riservata. È più facile
vedermi in mezzo a quelli che si nascondono piuttosto che nella folla che si
mostra. Il motivo molto semplice che mi spinse ad intraprendere questa avventura
è che avevo conosciuto il silenzio del Grande Nord, e mi chiedevo cosa avrebbe
significato ritrovarsi avvolta da quel silenzio nel più completo isolamento,
lontana da qualsiasi distrazione: solo io, il silenzio e la mia anima. Volevo
poi imparare a riconoscere le mie capacità. Nella mia vita precedente tendevo ad
appoggiarmi agli altri come a stampelle senza le quali non ce l’avrei fatta. Era
venuto il momento di crescere, di convincermi che seppure difettassi nel fisico
e nella tecnica, sebbene rimanessi sempre dietro agli altri col fiato grosso,
sarei potuta giungere da sola comunque alla mia meta; perché, e questo lo
scoprii dopo, la nostra forza più grande è nella volontà, non nei muscoli.
Ebbene, già da tempo rimuginavo tra me e me sognando di partire un bel giorno,
con il mio zaino, e raggiungere uno di quei percorsi che attraversano i
territori selvaggi della Lapponia, oltre il Circolo Polare Artico. I sogni sono
pericolosi e se non li blocchi sul nascere finiscono per crescere finché non
cominciano a vivere di vita propria. Così ti ritrovi un giorno a confessarli ad
alta voce e a quel punto non puoi farci più nulla: li devi realizzare, o almeno
provarci, altrimenti perché mai sei venuto al mondo? Mio marito cercò
timidamente di dissuadermi, ma senza risultati. Sperò che prima della partenza
cambiassi idea e accantonassi i miei propositi. Ma non accadde. Partii e vissi
una delle esperienze più forti della mia vita. Al mio ritorno, il cuore ricolmo
di luce, provai a raccontare ad altri la mia esperienza, ma mi resi conto di non
poter comunicare a parole quanto avevo vissuto. Questo mi mise in crisi. Era
come soffocare: un boccone ti è andato di traverso e te ne devi liberare per
poter respirare di nuovo. Non avevo mai pensato a scrivere un libro. Ma non
avevo neppure mai pensato di attraversare da sola i territori selvaggi del
Grande Nord. Mi misi a tavolino, un block-notes usato, la penna in mano che
all’inizio non voleva saperne di muoversi. Ne conoscevo il motivo: il pudore per
i miei sentimenti. Era troppo difficile parlare di me. Sapevo che, se anche
fossi riuscita a scrivere qualcosa, non sarebbe stato altro che un asettico
resoconto di viaggio e tutto quello che era stato, la paura, la fiducia
ritrovata, i pianti di sconforto o di gioia, l’angoscia, la serenità, la
fierezza per le mie capacità, tutto sarebbe rimasto nascosto dentro quella
penna. E fu per questo che decisi di raccontare del mio viaggio in terza
persona, lasciando che fosse Miki a camminare al posto mio. E così la penna
cominciò a scorrere tra le mie dita e a raccontare la mia esperienza. A
raccontare anche del silenzio e delle mie preghiere di madre. Perché, ovunque
noi andiamo, per qualsiasi motivo andiamo, ci portiamo sempre dietro la nostra
storia, quello che siamo. E io, soprattutto, sono una madre. Una madre che
lassù, immersa nel silenzio della natura e della sua anima, si ritrovò a pregare
per suo figlio condividendo lo stesso tremore di tutte quelle madri che hanno
paura che i propri figli non riescano a trovare la propria strada, o il coraggio
per percorrerla. Quella strada che, sola, può portarli a quella che è la nostra
meta ultima: diventare esseri umani. Nella consapevolezza che molti di loro non
ce la fanno, sommersi come sono da tutta una serie di falsi bisogni, di messaggi
che li bombardano in ogni momento della loro vita, nell’indifferenza di una
società che in altri tempi si prendeva la responsabilità di proteggerli, a volte
nell’indifferenza delle stesse famiglie, questo dolore portai con me. Ognuno di
quei figli poteva essere mio figlio. Tutti loro sono anche figli miei. Durante
il cammino rivolsi a Madre Terra — la più grande tra le madri — la mia preghiera
per tutti questi figli, e, quando scelsi quello che nella storia raccontata in
questo libro avrebbe dovuto rappresentarli tutti, scelsi un nome a caso:
Antonio. La donna di cui si parla invece sono io, Mirna. Per mia madre sono
sempre stata “Miki”.
Mirna Fornasier
Trichiana, maggio
2010.

























