Marco Biaz, Fuga dal monsone, Bologna, Gingko, 2008, pp. 294, €
9,80
In questo romanzo s’intrecciano le vicende di diversi personaggi, tutti
fuggiti dalla routine quotidiana che li opprimeva e li rendeva schiavi della
società. Siamo in Asia, tra India, Sri Lanka e Nepal, in mezzo a territori vasti
e angusti, tempo perennemente piovoso. Estenuanti spostamenti
in treno, guerre civili, lunghi vagabondaggi alla ricerca di un rifugio per la
notte, si alternano creando uno sfondo alle più o meno sventurate vicende di
occidentali che, lasciate le loro madrepatrie, speravano di compiere un viaggio
con la speranza di purificare e rinnovare le proprie vite e invece hanno dovuto
abituarsi solamente a fare i conti con se stessi.
L’opera è avvincente e incalzante fin dalle prime pagine, non vuole
rappresentare un reportage di viaggio e scoperte, ma vuole tracciare sulle
debolezze dei moderni viaggiatori occidentali. Vengono fuori le loro paure,
insicurezze, limiti e debolezze e le loro incapacità a preservare un rapporto
d’equilibrio col partner con cui avevano deciso di partire. Allora le
aspettative di ritrovare una vita migliore con un rinnovato spirito vanno
lentamente in frantumi, trascinando con se il sogno di ritenersi veramente
liberi solo perché vagano verso luoghi nuovi e lontani, sperduti ma dotati di
divine ed emozionanti bellezze e descritti nei minimi particolari.
Fuga dal monsone è un romanzo struggente, dove gli incubi
peggiori dei personaggi e le loro incapacità a liberarsi dalle abitudini
consolidate da anni, vengono messi a nudo. Quest’opera non è una lineare
ricomposizione di appunti, ma una sorta di album fotografico e il frutto dei
ricordi dell’autore, che uscivano dal ritorno dal suo girovagare in solitaria
nel sud est asiatico, che per anni lo hanno portato lontano da casa, famiglia e
lavoro.


