Il ventre della Terra
Valentina
Francolino
Gingko 2007
Venerdì 22 aprile 2181 Mira esce dalla facoltà
universitaria di Archeologia della flora e della fauna
di Londra per recarsi a casa. Come tutti gli abitanti
del pianeta indossa capi d’abbigliamento anti-Uv e si
cosparge la pelle di creme-barriera. Da trent’anni,
infatti, le condizioni di vita sulla terra sono state
completamente sconvolte, a causa del totale
deterioramento dello strato di ozono che la proteggeva.
Non esistono più forme vegetali o piantagioni
commestibili. L’uomo è il solo rappresentante della
specie animale ad essere sopravvissuto, benché decimato
dalle conseguenze derivanti dalla catastrofe, non ultima
una smisurata proliferazione di tumori alla pelle.
L’alimentazione è costituita di sole sostanze nutritive
a base di vitamine, proteine ed acidi grassi prodotti in
laboratorio sotto forma di superconcentrati. L’ossigeno
viene immesso nell’atmosfera in maniera artificiale, una
volta scisso dall’idrogeno tramite un forte dispendio di
energia, che viene ricavata dalle centrali nucleari che
proliferano ovunque. L’ingente produzione di scorie
viene smaltita trasportandola nello spazio, ed in modo
particolare sulla luna. Ad attenderla, tra le mura
domestiche, trova la madre in preda al pianto a causa
della morte di una misteriosa zia indiana, di cui Mira
fino a quel momento ignorava l’esistenza.
L’atteggiamento della donna appare tuttavia vago ed
indefinibile ed attira la curiosità della figlia. Lucien,
il ragazzo che frequentava da un anno, diserta
l’appuntamento previsto per l’ora di cena e da quel
momento fa perdere misteriosamente le tracce di sé.
Mira, dopo alcuni giorni di logorante attesa, cade in
uno stato di profonda prostrazione dal quale esce solo
dopo aver ricevuto sul proprio telefonino una sorta di
messaggio cifrato in cui Lucien sembra darle
appuntamento in un imprecisato luogo abitato da una
foresta residua. Un aneddoto riesumato tra i ricordi
infantili della madre ed un libro redatto dal famoso
archeologo Andrew Berdel, repertato dall’oblio degli
scaffali polverosi della London Library, sembrerebbero
confermare l’esistenza di un ultimo ignoto brandello di
paradiso ,sottratto alla deriva ambientale. Che si
tratti dello stesso luogo? Mira decide di intraprendere
il viaggio nella direzione di quella antica “Valle
Nascosta”, che pare trovarsi alle pendici dell’Himalaya,
alla ricerca dell’amore e della salvezza…
Troppo spesso la fantascienza sociologica si è risolta
in scadente narrazione e sterile ideologia, capace di
denunciare situazioni senza saper suggerire soluzioni.
Valentina Francolino decide pertanto di battere un
percorso diverso, concependo un romanzo fantastico e
sentimentale che va al di là della mera denuncia
ambientalista, perché esce dall’anticipazione narrativa
per toccare un nervo ormai scoperto. La vicenda di Mira,
che si aggira nello scenario surreale di una Londra
grottesca e desolata, costituisce infatti un felice
espediente narrativo che consente alla scrittrice
bergamasca di esplorare, senza troppe sovrastrutture
ecologiste, i pressanti temi ambientali ed ecologici del
nostro tempo. Una formula deliziosa per trasformare le
varie concrezioni dello sconforto in un’avvincente
scrittura d’immaginazione. Ed è tutto così maleficamente
credibile che ci sembra di riempire delle lacune della
nostra cultura generale. L’autrice non intende qui
soffermarsi sugli aspetti deteriori di una civiltà che
ha sconvolto gli equilibri naturali. Compie solo una
breve digressione iniziale per dirci quello che tutti
noi già sappiamo. Ovvero che la condotta sconsiderata
dell’uomo ha creato le condizioni perché il verde fosse
cancellato per lasciare il posto ad un mondo del tutto
artificiale. E subito riprende il filo di una avventura
esistenziale destinata ad approdare là dove talvolta la
leggenda e le speranze confluiscono magicamente nella
realtà. Le avventure di Mira, che vaga di rovina in
rovina, morale e materiale, l’una nutrimento dell’altra,
costituiscono una lettura divertente e struggente al
tempo stesso, che appassionerà anche il lettore che
abitualmente non frequenta il genere fantastico. Nessun
intento moraleggiante appesantisce l’efficacia
narrativa. Niente politica né banali richiami al
rispetto della natura,ma solo desiderio di comprendere e
di fare comprendere dove ormai siamo diretti.
Un’incursione spregiudicata ed inquietante in un futuro
che forse è già incominciato. [Gian Paolo grattarola]