La prima e unica volta che sono fuggito ‘scientificamente’, è stato un mese dopo essere tornato dal Sud Est asiatico. Avevo lasciato il mio zaino ancora sporco accanto al letto: vegliava sulle mie notti insonni e mi teneva compagnia durante il giorno, mentre mi arrovellavo sul futuro. Dopo un anno ero rientrato nella realtà di chi s’immagina un’altra vita ma rischia di morire pieno di sogni. Ho resistito un mese esatto, poi ho rifatto lo zaino e sono fuggito senza lasciare messaggi. In treno ho raggiunto Parigi. Ho gironzolato un po’ per la Ville Lumiére con l’ansia di chi è consapevole di essere fuori posto ovunque, da lì avrei raggiunto Londra in treno e preso un volo scontato per la Nuova Zelanda. Il 4 gennaio del 1995 ho comprato un biglietto ferroviario per la capitale inglese. Traghetto Calais-Dover a guardare fuori la Manica e, poi, altro passaggio in treno fino a Victoria Station. Non avrei perso tempo. Due o tre giornali per inquadrare l’offerta più allettante su Oakland, dopodichè mi sarei precipitato in agenzia di viaggio e avrei acquistato il volo di sola andata. Non sarei mai più tornato indietro. Alla Gare du Nord, il treno per Londra era pronto. Sembrava aspettare solo me, che mi giravo tra le mani le stringhe dello zaino inseguendo le ultime salde convinzioni su quanto stavo per fare. Sono salito, ho preso posto e sistemato il bagaglio. C’erano ragazzi simpatici nello stesso scompartimento. Il viaggio fino a Londra si prospettava spensierato. Pochi minuti prima di partire, però, ebbi un fremito, un corto circuito cerebrale; nella mia testa i pensieri s’incartarono come gli ingredienti di una maionese impazzita. Afferrai lo zaino e ridiscesi dal treno. Andai in biglietteria e cambiai Londra con Torino. Dovetti pagare anche una penale per tornare a casa e accettare l’impossibilità di riprendere un viaggio appena concluso. S’era rotto qualcosa dentro, che forse solo le pagine del libro sapranno spiegare, attraverso le vicende dei numerosi personaggi che lo compongono. Dieci anni dopo, quando un amico che ora vive in America mi chiese con quale frase ad effetto intendevo ‘pepare’ il sito letterario che mi stava costruendo durante l’orario di lavoro, ci pensai su e dopo qualche minuto gli risposi che non avevo bisogno di nulla di roboante: lì dentro lui stava inserendo i miei bagagli. Quelli che in casa avrei finito per bruciare. Ogni viaggio ha i suoi bagagli, spesso ingombranti, fastidiosi, e la soluzione migliore era disfarsene ricollocandoli sul web, in un luogo virtuale sospeso nel nulla, a disposizione di amici e curiosi. Questo non luogo nell’ultimo decennio ha reso quasi impossibile la distinzione tra turista di massa e viaggiatore. Tra l’idea di libertà che esprime il viaggio e la reale capacità di abbandonarsi all’imprevisto. Il viaggio descritto in Fuga dal Monsone, del 1994, è stata infatti la mia ultima chance di partire con un biglietto di sola andata e inseguire un sogno che avevo fin da bambino. Poi sono arrivati i cellulari, Internet, blog, Skype, il sistema perfetto per non allontanarti mai da casa definitivamente, che ti permette di essere rintracciato ovunque, di sfogliare le pagine dei quotidiani italiani, di acquistare viaggi online e andare direttamente in aeroporto evitando d’incontrare personaggi come George Travel Dependable People, a Colombo, che vendeva viaggi planetari in un ufficio scalcagnato utilizzando solo il telefono. Soprattutto di conversare in tempo reale con l’amica che in quel momento sta lavorando a diecimila chilometri di distanza, e che ti racconta le sue psicopatologie professionali e sentimentali, se ha il mal di pancia o un problema di auto nuova da acquistare. E’ una cosa fantastica poter comunicare in tempo reale da un luogo all’altro del globo, ma oggi non c’è più uno straccio di lettera che viaggia tra i continenti. Non c’è più nessuno che riceve una lettera dall’altra parte del mondo. Mia madre, all’epoca del mio viaggio, la sentivo una volta al mese, per un minuto. La corrispondenza spedita ad amici e parenti è dunque ormai diventata storia. Ha le impronte di mani di diversi colori, rimasugli di cibo speziato e marijuana. Quella che di tanto in tanto ricevevo presso GPO delle grandi città del Sud-Est asiatico, l’ho incendiata dopo averla letta. Tutto è stato indimenticabile. Talvolta, nell’insonnia che la finta frenesia della regolarità alimenta, dissotterrare quell’anno sabbatico dalla memoria è più utile di un sonnifero: mi addormento con la coscienza a posto. Il viaggio. Troppi termini si sposano alla perfezione con il prendere e partire. Libertà, indipendenza, conoscenza, tolleranza, curiosità, evasione, fuga appunto. Cos’è il viaggio? Mille interpretazioni. E’ anche un modo per morire un po’ più tardi. Per quanto mi riguarda non volevo passare il resto della vita ad inseguire un sogno e allora ho venduto la macchina, ho lasciato la mia bella mansarda, la mia sexy fidanzata, ho salutato amici e parenti poco convinto che li avrei rivisti. Potevo andare a destra, in Sudamerica, o a sinistra, in Asia. Ho scelto quest’ultima. Mi affascinava meno rispetto a ciò che avrei trovato aldilà dell’Atlantico, ma ho avuto il tempo e l’opportunità di cambiare opinione. Pura ignoranza. Mi sbagliavo. L’idea era quella di arrivare fino a Colombo e poi, via terra e mare, raggiungere l’India e salire e scendere lungo il Sud Est asiatico fino a Timor Est. Da lì avrei preso qualcosa per raggiungere Darwin, Australia. Ho tirato giù una rotta, un piano: nulla di più insensato. Ero nato per viaggiare ma non viaggiatore: la prima volta che ho visto il mare è stato a sei anni. L’itinerario è il seme avvelenato che coltivi strada facendo: ti porterà dove ti sei prefissato, t’impedirà di cogliere appieno le sensazioni del momento e di godere di amicizie straordinarie. In questo modo, i viaggiatori di lungo corso conosciuti in India, Nepal, Malesia, Indonesia e altrove, sono stati abbandonati per colpa di una stolta pianificazione. Metodologia professionale abbandonata troppo tardi. Sono cose che s’imparano. Me ne sono reso conto dopo sei mesi. Una volta giunto a Timor Est, avevo perso l’entusiasmo che mi aveva spinto sino lì e che avrebbe permesso di attraversare il mare che separava quell’isola tanto martoriata dalla terra dei canguri. In un lungo viaggio, i luoghi t’infiammano fino a un certo punto. Il viaggio si realizza nel momento in cui incontri determinate persone con le quali lo condividi. E’ il tuo viaggio con loro. Se un giorno sei partito perché avevi un sogno che scalciava e la necessità di capire come avresti reagito in un contesto diverso, lontano dagli stereotipi quotidiani, da quell’usato sicuro che è la solitudine tra abitudini consolidate, alla fine del viaggio, tra le poche o tante cose apprese ce n’è una che prevale sulle altre: la certezza che la solitudine non è una saggia compagna. Poi c’è chi la pensa diversamente, ma questa è un’altra storia. Fuga dal Monsone non è il resoconto di un viaggio iniziato sotto le piogge monsoniche da cui cercavo di allontanarmi in continuazione. E’ il racconto di come tante e incredibili persone si siano prese e lasciate nei contesti più diversi per incapacità di sbarazzarsi del mondo che si portavano dietro. E’ una fuga da loro stessi, da chi un giorno si accorge che il viaggio fine a se stesso non esiste e ha bisogno di condividere un sogno. Una fuga da tutto e da niente che lascia un cerchio sempre aperto. È la loro storia. Per quel che mi riguarda ho fatto i bagagli e li ho portati qui.
Marco Biaz





