Una stagione INattesa 
Raffaele Turturro 
 
 
 
In questo spazio sono pubblicati tutti gli interventi, i commenti, le recensioni dei lettori del libro nell'ambito dell'iniziativa "50 libri per 50 critiche".  La redazione ha pubblicato qualsiasi intervento, di apprezzamento e di critica, in qualsiasi forma, senza alcuna censura. Ringraziamo tutti coloro che con lealtà hanno rispettato l'impegno di ricevere un libro in omaggio in cambio dell'offerta di un loro giudizio. Vogliamo ringraziare anche coloro che, pur ricevendo il libro direttamente in casa propria, senza alcun costo, comodamente, hanno preferito tacere e non inviarci nemmeno due riga. L'esperienza di "50 libri per 50 critiche" ci è stata molto utile. Lo è stata per noi come per l'autore. E' stato un esperimento, perchè difficilmente chi produce o scrive libri può godere di un report così immediato ed efficace (non da parte dei soliti addetti ai lavori) da parte di chi compra, di chi apprezza, di chi spende, di chi, a diritto, può rimanere deluso o gratificato dalla lettura di un libro. Ma si è trattato anche di un esperimento straordinario in quanto, così come il puzzle degli interventi seguenti darà modo di comprendere, esso ci ha confermato che un libro non è dell'autore ma diviene immediatamente proprietà esclusiva dei lettori che ne fanno ciò che vogliono, e che quindi uno stesso libro, una stessa lettura, produce effetti, risultati, giudizi diversi, spesso totalmente antitetici. E allora si va, addirittura, dall'imbarazzo a recensire un libro - tanto esso è mediocre - agli elogi più sinceri; dalle  critiche grammatico-lessicali rivolte all'editore, reo di aver pubblicato in quarta di copertina un ignorante "qual'è" al posto di  un "qual è" , un "bè" e non bhè'" all'apprezzamento per aver fatto un buon lavoro. Insomma godetevi la lettura! Ognuno ne tragga le proprie conclusioni. Ringraziamo di cuore ciascuno, davvero, anche e soprattutto i più aspri. Dalle loro critiche abbiamo imparato più che dagli elogi. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Avete mai pensato di essere imbottigliati nel traffico di una grande città, oppure di essere turisti di un villaggio ed avere l’impressione di essere parte di un’enorme massa di persone che meccanicamente fa le stesse cose? Come se fossimo tutti trasportati da un inesorabile meccanismo ad ingranaggi? Questa è la sensazione che si prova nel leggere le pagine del libro di esordio di Raffaele Turturro dal titolo “Una stagione INattesa” uscito qualche tempo fa per Gingko Edizioni. Con uno stile estremamente calibrato – che sia la sua laurea in Economia e Commercio? – questo autore barese, ha confezionato sedici racconti simbolisti, in cui ogni grande tema della nostra esistenza viene toccato: dal significato della morte, al passare del tempo e la libertà, dal razzismo, agli stereotipi e ai pregiudizi. Non c’è nessuna corrispondenza precisa con la nostra routine quotidiana ma ogni situazione surreale che viene messa in scena ci vuole portare in un ambiente estremo per riflettere sul nostro reale.Il fine ultimo dell’intero volume però non è quello di scioccare, per quanto le scene che vengono descritte in queste pagine siano inquietanti. Chi chiude il libro alla fine della lettura ha la piena sensazione che ci possa essere ancora tempo per fare qualcosa di meglio. Che cosa potremmo fare di meglio allora? Forse quello che lo stesso autore vuole mettere nella quarta di copertina: vivere e non fare come quegli italiani in vacanza con lui fuori dal Belpaese che hanno rifiutato palesemente di interagire benché tutti cercassero il divertimento. Come altri hanno definito il libro, si può dire che questo non sia solo una raccolta di sedici racconti ma “[…] sedici possibilità per ribadire ai nostri giorni che l’unico bene veramente prezioso, non barattabile, è la nostra vita.” Perché non è detto che la disperazione sia di quelli che sono fermi ed impotenti rispetto alle possibilità degli altri, ma è anche di quelli che sono schiacciati da una serie di meccanismi che li vogliono convincere di essere vivi ma in realtà non sono altro che sballottati da quell'enorme marchingegno che si chiama quotidiano e che, forse, con il vivere non ha più nulla a che fare. Questo essere “INattesa” forse non è l’essere sorpresi ma essere in-attesa che qualcosa di più appagante e più vitale si manifesti alla fine della corsa. 
Marco Montori
 
Un libro decisamente particolare, ecco il primo pensiero che mi viene in mente. Diciamo che sembra una rarità, un qualcosa di anacronistico, rispetto all'epoca in cui viviamo. Alcuni dei racconti presenti nel libro, neanche sembrano dei racconti, come ad esempio "Pensa se non ci avessi provato". Proprio in quest'ultimo particolare, sta il pregio di questo libro. Quello che colpisce di Turturro, è il per nulla simulato o finto garbo con cui narra le sue storie, la pacatezza. Raffaele Turturro, ci risparmia una narrativa "urlata" a cui siamo purtroppo abituati, una narrativa che punta solo sul sensazionalismo spicciolo per nascondere una più che palese povertà di contenuto. Turturro ci "sussurra" le sue storie, ed è gradevolissimo, è un libro da leggere chiusi nella stanza con la pioggia che batte sul vetro...che siano poi monologhi, saggi, parabole o pillole di saggezza, non ha alcuna importanza, l'effetto sul lettore è diretto e preciso come una lama di coltello, ma senza il dolore di quest'ultima. L'autore se la cava bene in ogni materia, ma lo fa in un modo acutamente personalizzato, ma spontaneo, che non conosce altri punti di riferimento e ispirazione eccetto il proprio pensiero. "Le parachute" è uno dei migliori; un miscuglio di surreale, elementi onirici e profonda conoscenza dell'animo umano. "Lo sconto" è semplicemente straordinario, vorrei definirlo un umorismo nero, ma fallirei in pieno, non si può ben definire, ti afferra fin dall'inizio, col suo impeto narrativo esilarante che sconfina nella parodia e infine nell'assurdo, una ricetta che, se ben miscelata, come in questo caso, è infallibile. I miei ringraziamenti all'autore e alla casa editrice per questo libro e per l'iniziativa. Andrea Mucciolo 
 
 
Un libro che attraversa molti strati della vita, con arguzia, umorismo, a volte surrealismo, e che ha il pregio di coinvolgere il lettore perché si ritrova in tematiche comuni alla riflessione di ogni uomo. 
Facile da leggere per i suoi brevi, ma senza dubbio intensi, capitoli-racconti, “Una stagione INattesa” esprime valori e sentimenti, con sullo sfondo il tempo che scorre, anche con un certo disagio che sembra emergere da alcuni racconti, quasi come l’autore volesse comunicarlo per intenerire il lettore e per farsi perdonare quella piccola tendenza a “dare giudizi” che affiora di tanto in tanto tra le pagine. 
Matteo Pugliares 
 
Gran bel progetto, quello di Raffaele Turturro. Una serie di riflessioni sul tempo che passa e non ci aspetta, di cui noi lettori veniamo resi partecipi attraverso una serie di racconti ben costruiti, in cui nella fantasia trovano spazio alcune grandi verità. 
Mi piace la maniera con cui l’autore esprime i suoi pensieri su argomenti come la libertà, la fede, il razzismo, le diversità, le gerarchie: tutto quello attorno a cui gira il mondo e attorno a cui ruotano le nostre singole esistenze.  
L’attesa è la continua ricerca di qualcosa che ci possa rendere schiavi”. Mi piace immaginare l’autore davanti alla sua macchina da scrivere che butta giù i suoi pensieri e le sue riflessioni come se avesse davanti i suoi lettori, come se con ognuno di essi fosse pronto a confrontare queste sue verità, ansioso di conoscere esperienze e punti di vista di ognuno di loro. In fondo, via via che si prosegue nella lettura di “Una stagione INattesa”, è proprio questo che si fa: ci si interroga per capire se attraverso il nostro cammino siamo arrivati a trarre le stesse conclusioni, con il vivo desiderio di scambiare opinioni, esperienze e pensieri con gli altri lettori e con lo stesso autore.  
E si va avanti nella lettura con piacere ed estrema naturalezza, proprio come se avessimo tra le mani un libro interattivo, che induce a porci difficili domande e a cercare delle valide risposte.  
Sonia Roccazzella 
 
 
Leggendo "Una stagione Inattesa" di Raffaele Turturro, il lettore si trova a confrontarsi con l'autore su temi di attualità trovandosi molte volte ad essere d'accordo con lui, o a riflettere su argomenti veri e sul quale molte volte non si hanno delle idee. E' una raccolta di racconti surreali, scritti con la dovuta chiarezza e semplicità, che si leggono e si lasciano leggere, instaurando un feeling e accompagnando, passo a passo, il lettore che estraneo alla storia ne rimane estasiato una volta appreso il finale a sorpresa. Un libro che parla ma che dà allo stesso tempo da parlare. E che si lascia leggere in un'unica volta portandoti a risfogliare le parti in cui ti senti riflesso.  
Antonella Sanna
 
Assiso su uno scoglio del litorale di Punta Perotti, percepivo l’odore delle alghe spiaggiate, nelle orecchie il ritmo lento e costante della debole risacca di quel tratto di mare, mentre con lo sguardo pressoché assente sfogliavo le pagine di un libro leggendo distrattamente la sua introduzione. 
La veste grafica era accattivante e ben curata. Infine mi decisi, mi concentrai nella lettura e lo divorai d’un fiato! 
Adesso, con lo spirito critico che sovente anima il lettore/scrittore, credo di non sbagliare nell’esprimere, così, il mio modesto parere: 
Il libro, “Una stagione INattesa”, costituito da sedici racconti, narrati con quella scrittura mai ampollosa, mai con spreco di aggettivi, si lascia apprezzare per le sue trame ben articolate, le quali, - come in un crescendo musicale - non ti lasciano intuire la fine. E se pur molti di questi racconti non siano realmente accaduti, ti inducono ugualmente a crederci, e la fantasia del lettore, nel suo subconscio, vaga per quei luoghi e per quei tempi che furono e, chiudendo gli occhi, prova quelle stesse sensazioni che a volte deprimono e a volte esaltano. 
Il racconto che maggiormente ho apprezzato è l’ottavo, “Il lirismo”, indottrinato da tanti anni di burocrazia, con radici politiche, mi ci ha fatto realmente credere. 
Complimenti, Raffaele, vorrei poter sapere scrivere io come Te. Accorcerei le inquantificabili distanze che mi separano dal mio idolo, Tomasi di Lampedusa, che ebbi il piacere d’incontrare nella primavera del 1957, durante la stesura del Suo capolavoro letterario. IL GATTOPARDO.  
Gianni D’Amico 
 
 
Caratteristica di questi 16 racconti, dallo stile asciutto e conciso, è la capacità di girare intorno all'oggetto della loro osservazione, della loro messa a fuoco, per ricavare sempre, dopo un lungo percorso di parole e di pensieri, un insegnamento per la vita. 
Un po’ Gesù, un po’ Siddharta, un po’ Coelho, l’autore costruisce pian piano un sistema di lettura della complessità dell’esistere, cercando di svelarne i meccanismi e di dare quante più risposte possibili alle tante domande che inevitabilmente finisce col porsi.  
Come è fin troppo facile prevedere, se da un lato la sua scrittura può risultare amabile e perfino rassicurante, dall’altro finisce però con l’essere, almeno a tratti, troppo pretenziosa e sicura di sé, soprattutto per chi fa volentieri a meno di moniti e insegnamenti, e dalla letteratura si aspetta non solo verità, ma anche sorpresa e spaesamento. Ecco perché i racconti migliori, "La spiaggia", "Il pulo", "L’usciere e il capoufficio", finiscono con l’essere quelli in cui l’intento moralistico appare più sfumato, l’ambiente e i personaggi sfociano nell’irreale e la sensazione di straniamento provoca nel lettore un piacevole sobbalzo del cuore.  
In sintesi un libro che si lascia leggere rapidamente, che invoglia a farsi sfogliare di nuovo una volta lasciato sul comodino, ma che lascia in bocca un leggero sapore amarognolo ogni volta che si torna a chiuderlo.  
Carlo Cannella. 
 
 
"Una stagione inattesa" è un libro intelligente quando l'autore narra: in "Lo sconto" e "L'usciere e il capufficio" ricorda addirittura Pirandello e Calvino, mettendo in luce le miserie e le grandezze degli italiani medi. Anche la scrittura, asciutta e priva di fronzoli, contribuisce alla costruzione di un quadro realistico. Diventa però noioso e banale quando l'autore si mette a fare il saggista su temi quali fede, libertà e diversità, o quando analizza in modo condivisibile ma superficiale gli eventi politici degli ultimi anni. Turturro è un ottimo narratore, complimenti a lui. Conclude il libro sotto il motto "nessuno è diverso perché nessuno è uguale": per quanto siano belle parole, puzzano troppo di banale slogan e lasciano un sapore dolciastro in bocca. 
Riccardo Pirazzoli 
 
 
L’opera letteraria di Raffaele Turturro rappresenta uno spaccato della nostra società, tra ricordi personali e piccoli fatti accaduti, comunque capaci di spalancarci un portone su temi molto più grandi e profondi. Malgrado ciò, l’autore preferisce non entrare, ma lasciare al lettore l’onere di riflettere su quanto mostrato. Si potrebbe sintetizzare in una frase: “Io ti apro gli occhi, tu dimmi cosa vedi!” 
Luciano Lucchesi 
 
 
Racconti a-temporali, a-spaziali, piccoli temi su argomenti importanti per l’uomo, di varia natura e comunque impegnativi. 
Mi sono avvicinata alla lettura con curiosità e molte aspettative. Ho letto i vari racconti uno dopo l’altro, cercando qualcosa che mi colpisse, che mi folgorasse: la frase, il concetto, l’illuminazione.  
Cercavo quel qualcosa che sempre ci resta di una lettura, anche se la critica (casalinga) che ne facciamo non è positiva.  
A me capita così. Di una lettura conservo comunque una sensazione, un ricordo, un insegnamento (magari anche negativo). 
In molti racconti ho trovato un incipit interessante ma sono rimasta spesso delusa se il finale sembrava arrivare troppo in fretta, lasciando qualcosa di inconcluso. 
Ho così attraversato tutto il testo alla ricerca dell’illuminazione (forse anche colpa del mio stato d’animo del momento, un po’ — come dire — pessimista?). Ma non ho l’ho trovata. 
Temo quindi che il mio giudizio sia un po’ sospeso, in attesa di qualcosa che forse verrà in una prossima pubblicazione di Raffaele Turturro. 
Tiziana Franchi    
 
 
"Una stagione INattesa", sedici racconti scanditi dalle lancette dell'orologio, che ticchettano già in copertina. I racconti si susseguono, in una lettura divorante, che sazia la curiosità del lettore, con un nuovo racconto, nuovo come diverso, ma in cui si legge sempre uno stesso significato vero, che racconta di vita e di vivere. L'incipit dei racconti, trascina dentro con immediatezza, e la fine degli stessi precipita, con esito inatteso, come da titolo. Frasi di significato intriso, "Il chitarrista può anche gioire senza la presenza di un pubblico del proprio assolo di chitarra; però se non è in grado di eseguirlo non può provare questo piacere", è l'impossibilità di esprimersi. E' storia di tutti, quella narrata dallo scrittore Turturro. E' storia di pregiudizi, e di libertà. O di differenze e razzismo. E' storia di vita. E di una stagione inattesa, che prima o dopo arriva per tutti e sorprende. 
Elisa Di Mauro 
 
 
Un testo in bilico. In bilico perenne tra parabole dell’assurdo e una sorta di manuale per farci riflettere sul mondo che attanaglia tutti, quotidianamente. 
Non ritengo questo libro una vera raccolta di racconti. In verità questi ultimi sono pochi e confusi mentre, soprattutto nella seconda metà del volume, l’autore da sfogo ad elucubrazioni, teorie, concetti ed esternazioni. Talvolta oggettive talvolta personali, talvolta apprezzabili talvolta stucchevoli e degne di un manuale scolastico. La pesantezza della scrittura, personalmente non mi convince. Non si tratta di ricercatezze o meno, ma di uno stile poco fluido che non consente al lettore di far scorrere via le pagine, impantanandosi spesso su elementi paludosi e autobloccanti. L’aria da “libro di scuola” permea troppo spesso dalle pagine e danneggia alla lunga il ritmo dello scritto. Avrei preferito una vera e reale collezione di storie. La verità è che i racconti, che sfiorano atmosfere del teatro dell’assurdo di Ionescu, non convincono. Passino le stranezze e le innervature irrazionali ma qui mancano i colpi di scena. Rarefazioni della realtà senza un finale congruo che sappia avvolgere la fantasia e la curiosità di chi legge diventano poco più che acqua bollita. “L’usciere e il capoufficio” merita la sufficienza. Si dimostra un’astuta parafrasi delle debolezze umane che innesca un processo, spesso sopito sotto la coltre dell’indifferenza e della frenesia di tutti i giorni. Ma non basta da solo a colpire il bersaglio. Il finale poi mi lascia interdetto. Più volte si accenna all’idiosincrasia dell’autore verso le citazioni e le massime. Mi chiedo però che cosa vogliono rappresentare le frasi in coda al testo raggruppate sotto l’egida “Libro in pillole”?  Non sono citazioni vere e proprie? Magari dote, sagge, approfondite, ma pur sempre di citazioni si tratta. 
Franco Leonetti     
 
 
 
Confesso che l’ambiguità del titolo, o meglio, della sua grafia, mi ha non poco incuriosito: si tratterà di una stagione trascorsa in attesa di qualcosa, di qualcuno, magari inutilmente? 
Oppure  si avrà a che fare con  una stagione inaspettat , sorprendente? 
Innanzitutto ho dovuto rilevare l’eterogeneità degli scritti che compongono il volume: si tratta di racconti brevi da una parte  e di riflessioni su alcuni temi di per sè assai impegnativi come per esempio il tempo, la libertà, dall’altra. 
Ebbene, a me  pare che le aspettative suscitate dal titolo non vengano granchè soddisfatte; forse un certo comun denominatore potrebbe trovarsi  nei racconti, in una certa propensione per i finali sorprendenti, davvero, a volte, inattesi. Forse si potrebbe in alcuni casi parlare di uno “scacco esistenziale” e dell’angoscia che ne consegue. L’atmosfera dei racconti, dato lo smarrimento in cui si muove il protagonista fin dal primo scritto, si potrebbe dire ”kafkiana”, e vagamente onirica La scrittura appare, purtroppo, superficiale e viziata da una estrema genericità; non mancano neppure  improprietà di linguaggio e veri e propri errori grammaticali. 
Per il resto l’autore spazia un pò a ruota libera testimoniando sicuramente un forte disagio in tema di rapporti con il prossimo; si avverte spesso una acuta sofferenza che si traduce in  diffidenza assai pronunciata verso colleghi, ”amici”, conoscenti. 
Predomina una certa sentenziosità, a volte ispirata ad una volontà di demistificazione dal sapore vagamente nicciano. 
In particolare l’autore, quando  esprime le sue considerazioni sui cosiddetti “intellettuali,” si abbandona ad una serie di lamentele infondate e a volte perfino strampalate, arrivando a censurare l’uso, la correttezza, delle citazioni, rivelando un forte senso d’inferiorità, più o meno giustificato. Molto buona l’introduzione di Daniela Marro. Troppo.  
Alberto Accorsi   
 
Mi trovo nell’imbarazzante posizione di credere ancora nelle mezze stagioni. E credo che la qual cosa, di cui dovrei certamente vergognarmi, non abbia più senso al giorno d’oggi. Dirò di più, le mezze stagioni, per qualche motivo a me ignoto, pare abbiano una estrema affinità con il congiuntivo. La morte delle prime, infatti, sembra avere trascinato nel baratro anche il secondo. 
Ho cercato, per quanto mi è concesso, di analizzare le cause delle succitate dipartite, ed ho raggiunto un verdetto di colpevolezza nei confronti di un’illustre imputata: la primavera. La primavera è la vera grande fregatura. Se non ci fosse la primavera, non ci sarebbero coloro che soffrono perché non c’è più la primavera, non ci sarebbero coloro che pensano che il piacere è dato dall’attesa. Senza primavera potremmo godere le vigne giallo rossicce, potremmo respirare con serenità e senza vergogna il dolce sottobosco putrescente. Potremmo godere l’ultimo giorno di vacanza, come un giorno di vacanza, e non come l’ultimo giorno di vacanza. Senza la primavera avremmo tutti imparato l’inglese. E forse useremmo ancora il congiuntivo. Non mi rivedo nel libro, e credo che questo sia voluto dall’autore. Non mi da punti di riferimento, e credo che, Kafka docet, di questo l’autore ne sia volutamente responsabile. Amo leggere, amo scrivere, amo chi prima di me abbia amato queste cose. Ma amo rivedermi in quello che leggo, mentre quello che leggo mi sconvolge. Amo appoggiarmi su qualcosa di già detto, per esprimere un mio pensiero e per crearne uno nuovo. Mi compiaccio che qualcuno abbia provato le mie stesse emozioni, e le abbia sapute raccontare. E, a volte, solo dopo averle sentite raccontare ne percepisco a fondo l’intensità. Amo i momenti di mezzo. Amo essere schiavo delle mie manie, amo sbarazzarmene e amo riprendermele. Amo troppo tutto questo. Amo il bello fine a se stesso. Ma più passa il tempo, più mi rendo conto che non esiste. Ciò che mi appare bello ha sempre un fine. Il che lo rende ancora più bello. Lo rende la resa pratica dell’etica.  
Ebbene sì, questo vuole essere il mio commento ad “Una stagione Inattesa”. O per lo meno è quello che è fuoriuscito al termine della lettura.   
Mattia Sartori 
 
 
Devo dire che il libro è strano, a metà tra saggio e racconti, ma questo è certamente voluto dall'autore. Diciamo che man mano che proseguivo nella lettura ne sono rimasta un po' disorientata. Il linguaggio l'ho trovato scorrevole e fluido, corretto grammaticalmente, ma un po' "antico". Penso che anche questo sia voluto dall'autore, considerando che è un quarantenne.  
Interessanti i numerosi "pensieri" derivanti dai vari episodi di vita; sicuramente sono profondi e suscitano riflessioni. Alla fine, ho letto l'introduzione e devo dire che non avevo capito che l'ambientazione del libro fossero gli anni 80 (una mia distrazione?). Alcuni racconti mi sono piaciuti di più, altri ho faticato un po' a finirli e li ho trovati troppo surreali. Uno di questi è "La spiaggia". Dovendo dare un giudizio complessivo, direi che il libro è piacevole ma che l'autore abbia in sé molte potenzialità per scriverne uno migliore. 
Emanuela Pettinelli
 
La spiaggia”, “Il parachute”, “Il pulo”, “Lo sconto”, “L’usciere e il capoufficio” e “Time”. Sono questi i racconti di “Una stagione INattesa”. E sono racconti riusciti, che tengono il lettore attaccato alla pagina fino all’ultima riga e che poi lo fanno riflettere sul contenuto quando il libro è chiuso. Ma il libro non è composto solo da racconti: “Libertà”, “L’attesa”, “Il lirismo”, “Pensa se non ci avessi provato”, “Il leader”, “Diversità” e altri brani sono qualcosa di diverso, a metà fra la riflessione sociologica e il proclama esistenziale. E questi brani, credo, sono meno riusciti dei racconti. Non perché sia di principio sbagliato fare proclami e riflessioni in un libro di narrativa, anzi. Forse il mio libro preferito (se può essercene uno) è “La mia parola è no” di Pär Lagerkvist, che con il pretesto del racconto fa una riflessione e un proclama esistenziale dall’inizio alla fine. Bisogna però vedere cosa si dice e come lo si dice. Se i racconti veri e propri risultano intensi e originali, i brani riflessivi raramente riescono a lasciare un segno che buchi la superficie, tanto da sfiorare, a volte, la banalità. 
Nessuno è diverso perché nessuno è uguale”, “Non affannarti se non vivi una vita perfetta… la vita non è perfetta”, “i muri ci limitano, ma spesso ci proteggono” sono frasi che passano senza dirci nulla, nonostante (o forse proprio per) la loro altisonanza. Soprattutto perché non c’è una storia che ci abbia rapito e che possa sorreggerle. 
Quando invece l’autore narra, sa essere illuminante. Mi ha particolarmente colpito la faccenda del ritardo nel racconto “Time”: “Anche a scuola, essendo sempre in ritardo, mi sentivo escluso da quella complicità tra studenti che precede l’inizio delle lezioni. Inoltre, il mio ingresso in aula, solitario, mi poneva in una condizione di diversità. 
Tra me e gli altri si aprì un solco sempre più profondo a causa del mio rapporto con il fattore tempo. 
Mi sembrava di vivere in un universo parallelo e non riuscivo ad essere come gli altri e non ero considerato uno di loro. Io non c’ero mai al momento giusto.” 
Mi ha colpito perché a scuola anch’io ero sempre in ritardo, e anch’io mi sentivo molto distante dagli altri, e anch’io non c’ero mai al momento giusto. E visto che anch’io scrivo, e lo faccio proprio per affrontare quella distanza che mi separa dal mondo, immagino che le lancette di un certo tipo di scrittori, a cui senz’altro appartiene Turturro e a cui io stesso mi sento vicino, segnino l’orario giusto nel tempo e nello spazio di un altro universo. 
Giacomo Scalfari 
 
 
Dopo aver letto i racconti di “Una stagione INattesa”, rimane un po’ di amaro in bocca. E’ il sapore dell’ironia con cui Raffaele Turturro racconta le sue metafore sulla vita.  Di fatto, i racconti evocano situazioni reali, fanno emergere ricordi più o meno piacevoli, conducono ad una verità che a volte fa male e a volte fa sorridere. Tra i suoi racconti, alcuni molto fantasiosi, e le sue argomentazioni, alcune molto razionali, spunta a fare da collante un vivace senso dello humor. 
Date queste caratteristiche, da ogni storia ognuno può trarre conclusioni e significati diversi. 
Per esempio “Le parachute” mi fa pensare all’importanza dell’esperienza di chi ha vissuto prima di noi e forse più di noi e che viene, tuttavia, disdegnata superficialmente come qualcosa di fuori moda. 
Con “Il pulo”, penso che cerchiamo sempre di giustificare i nostri comportamenti anche quando sono evidentemente sbagliati, e così, la scarsa considerazione degli altri alimenta la maleducazione e l’intolleranza. 
Ne “L’usciere e il capoufficio” mi ritorna in mente il tema pirandelliano della maschera, delle convenzioni, dell’importanza dell’apparire per non essere schiacciati in una  lotta continua alla supremazia che nasconde solo insicurezza, malessere e voglia di rivincita.  
Bella la spiegazione de “Il Lirismo” anche per la disquisizione sull’uguaglianza, dove chi ha la fortuna di possedere migliori doti intellettive o una predisposizione maggiore verso determinate attività, potrebbe condividerli in uno scambio tra uguali, in un comune processo di crescita piuttosto che usarli per scopi personali a volte denigratori degli altri. 
Ne “L’attesa” ritrovo il malessere dei nostri tempi: l’uomo che cerca al di fuori di sé il modo di raggiungere la felicità intravedendola nel possesso di beni materiali che diventano presto inadeguati a soddisfarlo in un processo di continua instabilità.  
In “Pensa se non ci avessi provato!” colgo un incitamento al coraggio: viviamo, rischiamo, anche per sbagliare, per imparare ma soprattutto per migliorare. 
Il leader” mi riporta ai tempi del liceo. Sono i comportamenti delle persone che generano quel rispetto che ne farà sopravvivere il ricordo anche dopo molto tempo oppure viceversa il disprezzo per gli ipocriti. 
I due racconti che preferisco sono “Libertà” e “Diversità” e concordo pienamente: la libertà non si ottiene col denaro né col potere, la libertà, in fin dei conti, è uno stato mentale, come scrive Turturro, è “libertà dalle convenzioni, dai condizionamenti socioculturali e dalle insicurezze, la curiosità che ci spinge ad arricchirci con nuove esperienze” e forse il nostro passaporto per la tanto agognata felicità. 
Un libro utile e da condividere. 
Myriam Amendola 
 
 
"Una Stagione INattesa si compone di 16 quadretti, dipinti ora con colori appassionati e precisi ora con pennellate sfuggenti e per nulla corpose, spesso annacquate. Il libro si apre con un racconto (La spiaggia) degno di nota, significativo e ben scolpito. Tuttavia, nelle pagine seguenti, il volo dell'autore non si mantiene all'altezza di una siffatta premessa e digrada rovinosamente verso il basso, riempiendo pagine di riflessioni prive di narrazione; asciutti appunti di vita presi direttamente dal diario personale. Il concetto di racconto (o di parabola) si perde, si riduce a vacue speculazioni vergate in maniera frettolosa, senza un personaggio chiave a far da sfondo o un meccanismo che sublimi, tramite il narrare, il messaggio che si vuol comunicare." 
Andrea Mariani 
 
 
Non ho finito di leggere tutto il libro, sinceramente faccio un po' fatica perchè i primi racconti non son ostati di mio gradimento. Premetto che sono una lettrice molto esigente e che ho gusti particolari .(Uno scritto mi deve emozionare nel profondo e colpire per lo stile altrimenti mi viene a noia e non riesco ad andare avanti). 
Rita Speca  
 
 
 
Schemi, scheletrici, definiti, crudi, schemi. Questo è la mia impressione del libro. 
Questo è quel che ho provato nel leggerlo, attentamente, senza fretta, perché è solo così che questo libro si riesce a seguire. 
Alcuni racconti, volutamente non so, portano a riflettere sui mali del mondo, su ciò che disturba il vivere dell’uomo comune, ma come si definisce , si riconosce, l’uomo comune? 
Chi si trova al di sopra dell’uomo così detto comune per rinchiuderlo in tale definizione? 
Lo sconto”, “L'usciere e il capoufficio”, “L’elettrauto”, mostrano un uomo povero, sciatto, privo di passione e voglia di vivere, si lascia vivere, si lascia andare.  
Perverso ed orribile modo di considerare l’uomo. 
Per fortuna conosco uomini ben più vitali. 
"La spiaggia" è un delirante racconto, di un mondo inesistente, ma poi non so fino a che punto, che in ultimo porta solo all’esaltazione del personaggio principale, che sia lo scrittore in prima persona a parlare? 
"Le Parachute" è angosciante, con il suo finale che si presume tragico, schiaccia ogni speranza, ogni sogno di una vita migliore, lasciando nel lettore angoscia ed inquietudine. 
"Il Pulo" con i suoi terrazzi o “accani” come dir si voglia è una parodia fantascientifica di una società poi non così diversa da quella reale. 
Che il limite della democrazia sia la puzza non è poi un concetto tanto irreale. 
Che la vigliaccheria spesso è compagna dell’uomo privo di ideale, capace di vendere i propri compagni per paura, timore personale direi che sia cosa quasi abituale. 
"La libertà", con questo racconto mi sono divertita, esaltata quasi, per i concetti espressi in modo tanto deciso, secco, sicuro. 
Un concetto, per me, infinito, assolutamente non incasellabile, viene espresso con parole fredde, distaccate, che gelano i pensieri leggendoli. 
Io, quando e se voglio, scavalco recinzioni, attraverso fiumi, salgo orizzontalmente le strade, non temo il giudizio altrui, anche se lo rispetto. 
E’ quel parlare da sopra un pulpito a nome di tutti che principalmente mi ha disturbato. 
“Una ragione di fede assoluta”. Come definire l’amore un atto di fede? 
All’inizio del racconto la fede viene definita un qualcosa che non si può dimostrare. 
L’amore per essere tale deve necessariamente, obbligatoriamente, dimostrarsi, definirsi, ogni giorno, in gesti, parole, atti di passione. 
L’amore non è un concetto freddo e distaccato. 
L’amore è pensiero, sogno ma anche carne e sangue. 
Apprezzo i tentativi fatti in “In caso di eutanasia rivolgersi a” ma sono pensieri che fanno parte del vissuto di ognuno di noi, sono considerazioni che si devono portare nel cuore ed ognuno ha le sue, nessuno ha il diritto di intervenire in nessun modo nella libertà di decidere della propria vita o della propria morte, quando non lede quella altrui. 
In conclusione “Una stagione Inattesa” è un libro che come ho detto in principio si deve leggere in assoluta solitudine, attentamente, come sicuramente meritano molti pensieri espressi, ma per un’indole ben più passionale come la mia, è privo di vivacità, calore, colore che gli argomenti trattati per loro natura già dovrebbero avere. 
Francesca Tombari 
 
 
Originale, divertente, interessante, lieve, ben scritto, ben costruito, coinvolgente e di facile lettura. Complimenti! 
Gabriele Ottaviani. 
 
 
Il libro è scorrevole, molto curato e ben scritto anche se in alcune parti ho avuto l'impressione che fosse "predigerito" che non ci fosse cioè spazio per il lettore. Ho preferito racconti come "La spiaggia", "Le parachute", "Il pulo", "L'usciere e il capoufficio", "Lo sconto" ad altri come "Il lirismo", "Libertà", "In caso di eutanasia rivolgersi a...". Nei primi, infatti, è la storia che porta ad una riflessione mentre negli altri è la riflessione dell'autore la storia stessa ed in questo senso mi sembra ci sia poco spazio per le riflessioni del lettore che può semplicemente trovarsi o meno d'accordo. 
Ramona Paset 
 
 
“Una stagione Inattesa” si discosta di gran lunga dalla tipologia di opera prima che ci si aspetterebbe da un esordiente. Raffaele Turturro sembra non preoccuparsi affatto di volersi imporre come abile scrittore, di cercare poesia e forme espressive dense di chissà quale complicazione od orpelli stilistici tipici di chi domina la parola, di chi si sente esperto e navigato autore; il suo unico intento, al contrario, appare quello di dire semplicemente la sua, esprimersi come chiunque potrebbe, su temi spesso non semplici, e lo fa trasportando il lettore in piccole storie dal potere emozionale fortissimo. Sono molti gli spunti di riflessione che Turturro offre, e non sempre privi di dolore. La caducità del tempo, la diversità, il razzismo, il senso della vita, il senso di ogni giorno e del Tutto insieme. La sofferenza e la sua fine, o la felicità, a seconda dell’ottica da sui si osserva un amore. Il racconto che vorrei citare è “Una stagione di fede assoluta”, in particolare il passaggio in cui Turturro prova a raccontare la verità sull’Amore e i suoi meccanismi. E lo fa così: “La scelta di un uomo o di una donna ai quali pensiamo di legarci è una grande espressione di fede. il discorso vale per tutte quelle unioni che abbiano in comune il pensiero che quella determinata persona sia per noi la migliore di qualsiasi altra. Diciamo che “l'altra metà della mela”, “l'essere fatti l'uno per l'altra” sono frasi adatte ad incartare i cioccolatini. Non è mai possibile dimostrare che la persona scelta sia la migliore in assoluto per noi, non fosse altro perché non abbiamo conosciuto che un piccolissimo numero di opzioni. E' solo la fede nell'amore a costituire una solida base per la fedeltà verso una persona.” 
L’Amore visto come atto di fede, l’Amore quasi privato dell’impulso che parte da dentro, l’Amore desiderato e costruito in funzione di una volontà, non tanto di un’esigenza viscerale. L’Amore voluto e difeso anche quando qualcosa cambia, perché qualcosa prima o poi cambia sempre.  
Sedici racconti che dicono senza dire, dicono di altro per dire di altro ancora, ma ci riescono perfettamente sfoderando come unica e brillante arma quella dell’essenzialità. E c’è ottimismo quando è giunto il momento di chiudere il libro. Perché si ha come l’impressione di avere ancora qualche possibilità non goduta per essere felici. 
Matteo Grimaldi
 
“Oh mamma mia!” Questa è l’esclamazione silenziosa più appropriata che potrebbe erompere dall’animo di un lettore, giunto al termine della lettura del testo “Una stagione INattesa” di Raffaele Turturro. 
Cercherò di spiegare in modo sintetico il motivo di un tale possibile effetto. 
Una introduzione, sedici racconti brevi, due pagine d’aforismi, sono il risultato di un lavoro senza dubbio dignitoso, almeno per ciò che riguarda le intenzioni. Già dalla lettura delle prime tre pagine del primo racconto “La spiaggia”, un tale che partecipa ad un curioso processo, si intuisce che il signor Turturro subisce la fascinazione del grande Kafka, in particolare del romanzo “Il processo”, del quale cerca di riproporne maldestramente l’ambientazione e le atmosfere. Nel secondo racconto, il protagonista resta incuriosito da un paracadute appeso aperto all’interno di un locale. E poi gli altri: una festa su un terrazzo assolato; un tizio che mette in crisi un commerciante chiedendo uno sconto; una riflessione sul significato di libertà; la storiellina del rapporto che lega due dipendenti di diverso grado. Dall’ottavo racconto in poi il signor Turturro prosegue snocciolando digressioni sui diversi aspetti della vita. Pochi aforismi. Fine. Di veri e propri racconti in senso classico non si può parlare, poiché il lettore ha subito la sensazione che ai testi manchi del tutto la tecnica, che è tratto distintivo di un tal genere, come altre tecniche caratterizzano differenti generi letterari. In una proto atmosfera surreale si aggirano senza volto e senza trama, personaggi che spesso raggiungono l’altezza di autentiche macchiette, come, per esempio, nel racconto ”L’usciere e il capo ufficio”.  La lettura del testo non prosegue spedita e senza intralci ma subisce ripetute lacerazioni dovute all’evidente poca scorrevolezza del testo, poca dimestichezza con la scrittura, alla mancanza di uno stile proprio, le ossessive ripetizioni (ascaro, ne “Il pulo”) e per il ricorso al periodo lungo, classico della scrittura intimistica e riflessiva che, però, se mal gestito, o forse anche del tutto ignorato, porta alle catastrofi di farraginosa incomprensibilità di cui è cosparso il testo. Come dicevo, dall’ottavo testo in poi il libro è caratterizzato da un vero delirio di digressioni che rendono il tutto piuttosto sgradevole e a tratti davvero insopportabile, ad un individuo perfettamente consapevole delle realtà della vita. La nobiltà dei pensieri e delle intenzioni del signor Turturro, purtroppo, non bastano a rendere piacevole ciò che appare non certo come una raccolta di racconti, e neanche come un’Opera, ma come una serie di situazioni appena appena abbozzate che dovrebbero servire soltanto come pretesto per far sapere al lettore come la pensa il signor Turturro. In questo non ci sarebbe proprio nulla di male, tutt’altro, se non fosse per l’inganno di cui è rimasto vittima l’inconsapevole lettore: a parte gli errori d’ortografia in quarta di copertina (qual’è, lo specifico troncamento non richiede l’apostrofo, dunque si scrive qual è; esclamazione si scrive beh, che non danno l’immediata sensazione di trovarci alla presenza di un’opera seria e curata nelle sue parti) in quarta di copertina, dicevo, c’è scritto “Sedici racconti…”. Bene, il testo del signor Turturro, non è composto da sedici racconti ma da sedici comuni pensieri del signor Turturro, composti male in forma di annotazioni, che potrebbero senza dubbio interessare ma che, per onestà intellettuale e commerciale, andrebbero classificati e indicati per quello che sono, comunissimi, banalissimi 
approfondimenti. 
Tuttavia, paradossalmente, la parte più godibile del testo è l’Introduzione, che va letta com’è buona regola per ultima, della signora Daniela Marro, che si qualifica come critico letterario e saggista. La signora Marro ricorre a tutta la sua indiscutibile capacità retorica nel tentativo disperato di rendere credibile la sua opinione. In genere, espediente piuttosto comune, queste operazioni cercano di rendere possibile l’impossibile, ricorrendo a parole ricercate e astrazioni ermetiche, e tentano di attribuire artificioso valore a ciò che valore non ha. Questo ci fa intendere che la Verità è concetto piuttosto arbitrario, che la Grandezza e il Giudizio non sono che pura interpretazione personale. Quando però la signora scomoda addirittura personaggi illustri come Orazio, Seneca, Cicerone, Agostino, Petrarca, Leopardi, Calvino e Buzzati, non si rende affatto conto di offendere la sensibilità di un lettore di cultura media, meritevole di essere rispettato come individuo pensante; non sembra neanche provare un minimo di vergogna, o pudore, e neanche sembra consapevole di compiere così due grandi danni, sia all’immagine rispettabile del signor Turturro, che alla Narrativa… quella vera. 
Massimo Perinelli 
    
 
Ho appena finito di leggere "Una stagione INattesa" di Raffaele Turturro e devo ammettere che più volte ho avuto la tentazione di chiudere il libro e non proseguirne la lettura. Uno dei motivi per cui sono andato avanti è stato quello di rispettare l'impegno morale di darne un giudizio, avendolo ricevuto in omaggio. 
Il libro non mi è piaciuto.L'ho trovato noioso e poco interessante. Il linguaggio è "pesante", poco scorrevole, la scrittura è farraginosa, ostica. Sembra di ascoltare i racconti di una persona anziana di un'altra generazione, non quegli anziani però pieni di passione e di vita che ascolteresti rapito per ore ma quelli che hanno ben poco da dire e lo dicono anche in modo confuso e non vedi l'ora che qualcuno o qualcosa ti dia l'opportunità di allontanarti! Più che racconti sono parabole, mini-saggi, elucubrazioni, riflessioni, pseudo-insegnamenti, filosofia "spicciola" in cui l'Autore si erge a maestro di vita. La mia sensazione è che l'Autore si sia un po' sopravvalutato in questa sua opera di trasmettere messaggi e dispensare saggezza. I sedici "racconti" sono tutt'altro che "illuminanti" come promesso in quarta di copertina. Non mi è piaciuto nemmeno l'uso eccessivo del paradosso e del surreale utilizzato nelle narrazione. 
Giuseppe Gatto 
 
 
 
Il libro lascia intendere trattarsi di una raccolta di racconti, e qui inganna il lettore, ma ciò non è colpa dell'autore, per cui chi legge si pone in maniera diversa di fronte alle pagine. Né vale l'ottima introduzione, perchè starebbe meglio come postfazione, in quanto leggendola prima del libro, anziché spiegarlo confonde di più le idee, e più volte, leggendo i "racconti", son tornato all'introduzione per capire di più. Dopo aver finito il libro l'introduzione appare esplicativa. Per cui, se ci aspettiamo dalle pagine lette e da leggere narrativa, restiamo delusi, seppure chi legge è avvezzo a stili essenziali, mentre se pensiamo ad apologie, platonismi, istruzioni per l'uso nietzschiane, 
eroici slanci adolescenziali, scritti giovanili, allora un quarantacinquenne, come è colui che sta scrivendo, si ricorda che tracciava aforismi a tredici anni, ed allora è pronto ad "assolvere" tutto, e tutti, anche se stesso e ringrazio Turturro, perché mi ha dato un'occasione per conoscermi ancora un pochino di più.  
Giovanni Barresi 
 
 
Cosa ardua e imbarazzante recensire "Una Stagione INattesa", di Raffaele Turturro. Sorprende innanzitutto il canto pro-testo vergato nella quarta di coperta, quella sorta di elegia dei contenuti che dovrebbero illuminare ed estasiare il lettore e che, invece, già lo avvertono sui racconti vagliati da chi si permette (e spero di refuso si tratti) un errore grossolano qual è quel “qual’è” con l’apostrofo. Ma si passi oltre e si provi la lettura del testo, forse qualcosa cambierà, forse davvero ci sarà quell’illuminazione tanto decantata. No, non se ne trova traccia. I racconti sono scritti in un perfetto italiano commerciale, quella stessa lingua e quello stesso linguaggio che non permette illuminazioni in quanto già limitato nel suo disegno, nei suoi suoni e nella sua grammatica. L’italiano spurio di idiomi, insegnatoci da mezzi di diffusione di massa, che per base hanno non lo spirito dell’uomo (che tende all'infinito), ma l’intreccio tra economia e profitto (trama finita). E spiegare, per esempio, la libertà - che è cosa profonda e vasta quanto l’animo umano - con un linguaggio già limitato in sé, non lascia scampo: il ridicolo si materializza (i racconti in toto). Si materializza in un buon proposito d’intelletto, un'intuizione sul sociale e sull'uomo, senza che si abbiano gli strumenti della ragione per spiegarla, per toglierla da quelle pieghe che la rendono astrusa e stenderla finalmente davanti al cuore del lettore perché questi possa dire, infine: “è così!”, con una gioia sottile e alta nel fondo di sé per la rivelazione di ciò che lo castigava e lo sfiniva nei limiti di sé stesso in quanto il lettore, come lo scrittore, è fornito di medesima intuizione. Ma non ogni essere umano ha l'abilità di spiegare, di svolgere, di stendere ciò che lo asfissia. Esistono così taluni animi che sono fatti grandi dagli uomini; animi che hanno in sè la benefica e salvifica grazia di illuminare, di aprire l'uomo dinnanzi agli altri uomini e di cogliere il "male e peggio" perchè  tutti possano riconoscerlo dunque evitarlo. Sono, tali animi, i letterati per eccellenza; e non possono che essere letterati in quanto la ragione è astrazione e l'astrazione più alta è la scrittura, vale a dire che ciò più che si avvicina e può speculare l'astrazione del pensiero sono appunto le lettere. Lettere che sono linguaggio: più tende all'immensità più lo spirito umano verrà spiegato, cosa che -ahimé- non si rileva in "Una Stagione INattesa", di Raffaele Turturro. 
Davide Marenco  
 
 
 
“Una stagione INattesa”, il libro di Raffaele Turturro che vado con piacere a recensire, è un testo minimale, nelle cui pieghe la scrittura pare scarnificata fino all’essenziale. Questa sua operazione a smussare e a limare gli orpelli e il non necessario, se da un lato appare lodevole e, anzi,  a tratti eccellente (si veda, per tutti, una delle gemme della raccolta, ovvero il racconto “Lo sconto”) altre volte pare essere un limite. Si avverte, infatti, una certa mancanza di narrazione, pur supportata da plots interessanti, spesso geniali (per tutti “La spiaggia”), senz’altro debitori di una narrativa surreale e Kafkiana che viene riproposta in chiave moderna. Uno scrivere attuale, dunque, quello di Turturro, veloce, semplice, efficace, a tratti fulmineo, capace di adattarsi alle angosce dell’uomo moderno, alle sue infinite solitudini e al tema della inadeguatezza al tempo e al luogo, concetti basilari delle nevrosi attuali e cardine dell’intero libro. Raccolta particolare quella di Turturro, che lega sedici racconti in cui è il tempo il vero filo conduttore, un tempo da vivere con la dovuta calma, senza rincorrere nulla (con il rischio di diventare schiavi, come ci dice nel racconto “libertà”, che mi fa tanto pensare a Giorgio Gaber, che diceva “Non ci farà male tutta questa libertà?”), alcuni dei quali, in realtà, non sono racconti ma riflessioni su tematiche essenziali (ad esempio, ancora, "Libertà", "Il lirismo", "Diversità") in cui l’autore, svestendo i panni di scrittore intellettuale e indossando quelli dell’uomo comune che riflette, ci guida attraverso pensieri limpidi ed efficaci sulle tracce del pensiero dominante (eccellente la frase tratta dal racconto “Il lirismo” sul tema della conoscenza, che recita “La cultura deve aiutarci a riconoscere la genialità nell’analfabeta che incontriamo per caso, ci deve spingere a cercare la verità dovunque e non solo sui libri”). 
In sostanza si tratta di un buon libro, scritto in maniera fresca ed efficace, semplice e diretta, pur non potendo nascondere alcuni peccati di gioventù (nonostante l’autore abbia quarant’anni è alla sua prima esperienza narrativa) dettati a volte da una certa approssimazione descrittiva e una carenza, qua e la, di momenti davvero indimenticabili. Detto questo, plauso al libro di Turturro e complimenti alla casa editrice “Gingko” che ha avuto il coraggio di stampare racconti italiani, materia che pare essere diventata un tabù per la generalità degli editori nazionali.                                                Luca Martini 
 
 
L'autore tramite storie di vita quotidiana spesso improntate sull'assurdo, vuole sottolineare le contraddizioni del nostro tempo, smascherare falsi miti e renderci tutti più umani.  
Scrittura essenziale che porta ad una facile lettura. 
L'unica pecca dell'autore è forse quella di aver troppo ricercato lo stile kafkiano.  
In definitiva è un ottimo libro che consiglio a tutti, sopratutto per chi la sera, prima di andare a dormire, vuole riflettere sulle piccole di cose che ha appena vissuto da un punto di vista diverso.  
Goffredo Guarino 
 
 
Sfogliando le pagine di questo libro affiorano, non sempre in modo chiarissimo, tanti buoni principi per una civile convivenza col resto del mondo. Anche se alcuni di questi principi possono sembrare ovvi o banali secondo me (e credo anche secondo l’autore) è sicuramente un bene rinfrescarli nelle nostre menti in modo da non cadere nella trappola dell’“ormai fanno tutti così” o della “generalizzazione”. Nel raccontarli l’autore alcune volte sembra scoprirli con te ed è una piacevole sensazione, in altri casi però a me è risultato un po’ saccente, come se quella pretendesse di essere la verità assoluta.  
Forse quest’ultima sensazione è dovuta ad un cambio di carattere del personaggio focale in modo da non risultare un’unica storia di un un’unica persona. 
Molto carina anche se non troppo innovativa l’idea di proiettare le situazioni in utopiche realta’ immaginate dall’autore.  
Nel complesso l’ho trovato un buon libro, scorrevole anche se forse un po’ breve. Carina anche l’idea del libro in pillole per citare i punti salienti del libro. Complimenti all’autore.  
Marco Marinelli 
 
Copyright © 2006 Gingko edizioni. Tutti i diritti riservati