Sono ancora sulla sedia a rotelle perché lo pseudomonas ha prodotto dei danni permanenti al cuore che attualmente funziona al 20 per cento. Troppo poco per permettermi lo sforzo di riprendere a camminare. Il dottor Fiorilli è convinto che riuscirò a recuperare quanto basta a farcela e, se lo dice lui, io ci credo e ci crede anche il mio cardiologo il dottor Fabio De Pascale il quale, non arrendendosi al primo fallimento, è riuscito a trovare la giusta combinazione di farmaci che stanno producendo un miglioramento. Certo un poco di riabilitazione aiuterebbe, ma quella si paga e io sono patologicamente al verde. Dubito di poter mai scrivere la parola fine a questa odissea che ho passato. Le notti sono tormentate dagli incubi e non riesco a liberarmi da una spiacevole sensazione di catastrofe imminente. Sono iperapprensiva anche se capisco che è tutto nella mia mente e che i brutti sogni e le palpitazioni non sono dovuti a fatti reali o ineluttabili. Malgrado tutto, malgrado dalla mia storia si possa facilmente, troppo facilmente, cedere alla tentazione di dire: “Era destino”, oppure: “Nulla si può contro l’ineluttabile”, io che i fatti li ho vissuti dico che la sorte non ha nulla a che fare con ciò che ci succede. Sono le nostre scelte e le scelte di chi interagisce con noi a produrre gli effetti. Vi racconto un episodio banale: a Brescia, il primo inverno che vi abitammo, nevicò. Il gatto Fufi, che il ghiaccio non lo aveva mai visto, uscì sul balcone e scivolando cadde dal quarto piano. Era ridotto molto male, il palato aperto in due, la milza rotta e il polmone bucato da una costola. Lo portammo alla clinica veterinaria dove fecero il possibile ma alla fine ci dissero che era meglio sopprimerlo. Noi eravamo convinte che con cure, pazienza e amore avremmo potuto salvarlo e così lo portammo a casa con una flebo in una zampa. Sono passati nove anni da allora e Fufi è ancora con noi. Che cosa c'entra, direte. La scelta di curarlo cambiò il suo destino. La stessa cosa vale in tutte le situazioni; scegliere di vivere e di combattere può cambiare un destino apparentemente segnato. Scegliere di fare una analisi in più può cambiare il calvario di un ammalato. Proprio per questo, impudente e testarda, io continuo a fare sogni e progetti e c’è da scommettere che prima o poi riuscirò a realizzarne qualcuno. Spero di avviare un’attività e di avere successo come scrittrice; l’idea è quella di utilizzare i proventi spettanti all’autore per creare una fondazione che possa contribuire a finanziare la ricerca sulle malattie rare e sulle cellule staminali. Anche se nelle statistiche le malattie rare sono delle percentuali trascurabili dal punto di vista economico e farmaceutico, chi ne soffre non è un numero ma una persona che viene abbandonata a se stessa, alla sofferenza e infine alla morte. Un ostaggio nelle mani della malattia per il quale nessuno interviene con buona pace della carità cristiana e dei trattati internazionali sui diritti dell’uomo. Spero di compensare il fatto di non aver potuto costruire una mia famiglia e realizzare la mia carriera. Potrò mettere una protesi appena si saranno assorbiti i danni che la pseudosanità ha prodotto. Sono certa che il mio cuore ce la farà anche senza un trapianto. Vorrei che questo libro, che ho scritto come promemoria per il mio avvocato e, certo, non pensando di pubblicarlo, metta in piazza e renda pubblica la mia vita che non è stata e non è facile, né piacevole. Spero che questo racconto possa servire a tutte le persone che come me hanno subito un danno per colpa d’altri e che se ne sono rimaste rintanate a leccarsi le ferite quasi si sentano colpevoli per essersi ammalate. A tutti loro voglio dire: NO! Non accettate passivamente, il vostro dolore gridatelo. Non fatevi sopraffare dalle intimidazioni della mafia dei medici legati alle connivenze di certi avvocati che difendono la casta dei colleghi. Capite che è mafia anche questa? Denunciate! Sono ben cosciente che si tratta di un secondo calvario e raramente si riesce ad ottenere giustizia, eppure ogni volta che una vittima l’otterrà sarà un po’ di giustizia per tutti.

Chiara Bottone