Gli occhi espressivi, intelligenti del ragazzo mi scrutavano dalla copertina di un libro, all’interno della vetrina. Quello sguardo dal potere quasi magnetico sembrava volesse parlarmi, forse svelarmi un segreto. Affascinato, rimasi ad osservarlo a lungo prima di varcare la soglia della libreria e acquistare quel volume. Non mi ero ingannato: quel volto dai tratti grezzi, vagamente primitivi, apparteneva ad un giovane vissuto trentamila anni orsono. Era stato ricostruito grazie all’opera sapiente, ispirata, minuziosa dei tecnici di un laboratorio specializzato nel ricomporre la fisionomia originaria di persone vissute in epoche anche remote. Compresi allora ciò che quel ragazzo mi chiedeva: voleva che lo riportassi tra i viventi, che gli dessi una seconda vita, nella nostra epoca. Un amico biologo mi spiegò che, dal punto di vista scientifico, l’impresa sarebbe oggi quasi impossibile. Mi afferrai a quel “quasi”: una probabilità su cento mi sarebbe bastata per tentare quell’avventura attraverso il potere magico della letteratura. Ammesso quindi che, senza dover fare appello ad un eccesso di “sospensione dell’incredulità,” con una virtuale manipolazione genetica si riuscisse a riportare in vita quel giovane — o più precisamente un suo fratello gemello (ma dove e in quali circostanze?) — occorreva riflettere seriamente sui diversi interrogativi che una simile operazione sollevava: che genere di esistenza avrebbe potuto condurre nella nostra società? Quali sarebbero stati il suo livello intellettivo, la sua capacità di adattamento, di socializzazione, il suo bagaglio filogenetico? Chi si sarebbe occupato di lui durante la sua infanzia? Che tipo di reazione avrebbe suscitato nei suoi coetanei e nella società in generale, con la sua morfologia atipica, i tratti grossolani del suo viso, la fronte sfuggente, il prognatismo accentuato? A queste domande immediate altre se ne aggiungevano: quale sarebbe stato l’atteggiamento dei mass media nei confronti di un simile fenomeno vivente? Se lo sarebbero conteso senza esclusione di colpi? Avrebbero cercato di sfruttarlo, di esibirlo in pubblico come fosse una curiosità antropologica anziché un essere umano dotato di intelligenza e sensibilità? E come avrebbe reagito la comunità scientifica, i paleoantropologi, i biologi, gli specialisti nelle diverse discipline della scienza medica? Avrebbero insistito per studiare a fondo quell’esemplare unico di uomo preistorico vivente, sottoponendolo ad esami clinici invasivi ? Con quali esiti? E cosa ne avrebbero detto i custodi autoproclamatisi dell’eticamente corretto, del pensiero unico, il clero, i politici, i sociologi, i filosofi, gli editorialisti? Avrebbero lodato o criticato aspramente gli autori di quell’operazione azzardata, magari considerandoli come degli apprendisti stregoni smaniosi solo di notorietà? E lui, il prodigioso ragazzo venuto dal freddo dell’ultima glaciazione, cosa avrebbe provato nel suo intimo, come avrebbe reagito alla consapevolezza della sua irrimediabile solitudine quale unico membro della sua comunità ancora in vita, costretto ad errare in un mondo alieno? Come soccorrerlo se non grazie ad una coetanea che ascoltasse il suo grido, lo comprendesse e condividesse la sua sofferenza? I loro due mondi biologicamente diversi avrebbero potuto ricomporsi idealmente in una sfera tutta loro, sospesa al di sopra delle meschinità quotidiane? Inoltre, che giudizio avrebbe espresso quel ragazzo sulla nostra società, le nostre profonde contraddizioni, le ingiustizie sociali, il sottofondo di violenza che cova come la brace sotto la cenere, e la serie infinita di guerre e di stermini che hanno costellato la nostra storia? Sarebbe riuscito ad adattarsi o si sarebbe ribellato? In che modo? Tanti quesiti, tante sfide da accogliere e con le quali confrontarsi, ma che delineavano giorno dopo giorno i contorni di un progetto ardito ma concepibile: la realizzazione del virtualmente plausibile. Valeva la pena di tentare, nella speranza che il risultato non avrebbe deluso troppo né il lettore odierno, né quel fanciullo dallo sguardo implorante, che ho arbitrariamente battezzato col nome di Nandy.


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