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Dopo il raggiungimento del Polo Sud da parte di Amundsen nel 1911, e a un mese dalla tragica spedizione di Scott che aveva gettato l’Inghilterra nello sconforto, l'unica conquista degna di nota poteva essere la traversata del continente antartico. L’anglo-irlandese Ernest Shackleton vide in quell’impresa, da molti ritenuta irrealizzabile, l'unica spedizione ancora significativa per la nazione britannica: dal Mare di Weddell al Mare di Ross toccando il Polo, centoventi giorni di marcia, 3300 chilometri con slitte trainate dai cani eschimesi. Il 20 maggio 1916, tre figure logore e cenciose, con le barbe e i capelli lunghi, il viso smagrito e ciondolanti, comparvero tra la stupore dei presenti sulla banchina della stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Uno di questi uomini era Ernest Shackleton. Due anni e mezzo prima, il 5 dicembre del 1914, Shackleton era partito a bordo della nave Endurance dalla costa orientale di quella stessa isola, a capo della Spedizione Transantartica Imperiale, con ventisette uomini d'equipaggio, destinazione Antartide. L’obiettivo era attraversare da ovest a est il Polo Sud. Da quel giorno, di lui e dei suoi compagni si erano perse le tracce e nessuno aveva ricevuto notizie. L'Endurance, dopo cinque settimane alla continua ricerca di canali d'acqua navigabili, dopo aver raggiunto le scogliere di ghiaccio della Terra di Coats, si era ritrovata incastrata nel pack, a soli 100 chilometri dalla baia di Vahsel, il punto previsto per l’approdo. Il suo equipaggio fu costretto a rimanere in balia dei movimenti naturali del ghiaccio, per dieci lunghi mesi, nel bel mezzo del terribile inverno polare. La nave fu portata alla deriva prima di andare distrutta e Shackleton, sceso sulla banchisa con gli uomini, decise di raggiungere l'Isola di Paulet, 600 chilometri a nord-ovest, dove sapeva dell'esistenza di un piccolo rifugio lasciato da una spedizione svedese una decina d'anni prima. Gli enormi blocchi di ghiaccio però convinsero gli uomini a retrocedere dopo nemmeno venti chilometri. Il gruppo approntò un campo di fortuna sopra una grossa lastra di ghiaccio, nella speranza che il progressivo liberarsi del mare, li conducesse, prima o poi, verso il punto d’origine della spedizione. Tuttavia, all'inizio della primavera, il ghiaccio cominciò a sciogliersi e Shackleton fu costretto a mettere in mare le scialuppe per prendere la direzione dell'Isola degli Elefanti, lontana un centinaio di chilometri. Gli uomini riuscirono, a metà del mese di aprile, a raggiungere l’isola, e a sbarcare per la prima volta dopo 498 giorni dall’inizio della spedizione sulla terraferma. Poiché le speranze di essere ritrovati e soccorsi erano pressoché nulle, Shackleton si propose l'impossibile: dirigersi verso la Georgia Australe per cercare aiuto, a bordo della scialuppa migliore con cinque uomini. Era un’impresa davvero disperata: navigare per 1200 chilometri, attraversando le onde oceaniche con una imbarcazione lunga sei metri e mezzo e larga due, sferzati dal vento e dalla pioggia gelida... Ma navigarono per diciassette giorni, sotto la continua minaccia notturna di affondare a causa di un'impatto con i blocchi di ghiaccio vaganti. L’equipaggio sostenne turni di guardia massacranti, e alla fine riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell'isola (baia di Re Haakon). Si misero in marcia e, dopo 36 ore e 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud, (fu il primo attraversamento dell'isola), giunsero finalmente alla stazione baleniera di Stromness, situata sulla costa settentrionale. Da lì Shackleton organizzò il soccorso degli uomini rimasti sull'isola di Elephant, che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916, grazie ad un rimorchiatore cileno. |

