Bassa, naso lungo, occhi scuri, fisichino ossuto ma non troppo. Più o meno sono io. Ah! Dimenticavo: testa riccioluta, nota per niente secondaria. I riccioli sono spirali. Spirali di ricerca, di viaggi, di perdita. Se sono tanti, i ricci coprono il viso, gli occhi, proteggono nascondendo. Quando ero piccola erano corti. Oggi posso tirarli su e mostrare il volto, se voglio. Oppure posso calarli come un velo, e osservare da dietro. Lisci durano poco, giusto fino alla prossima pioggia. Preferiscono essere come sono. Se li costringi si ribellano, oppure si intristiscono. Ma se li lasci essere brillano, tra incastri di nodi e morbidezza. Scrivere per me è seguire i miei riccioli, percorrerne le spirali fino alla radice, fino a penetrare la cute, per poi riemergere fino alla punta e respirare. Scrivere è ricercare, prendermi cura. Ho iniziato a scrivere questo libro circa dieci anni fa. Allora non sapevo che stavo scrivendo un libro, avevo semplicemente deciso di mettere nero su bianco tutte le peripezie burocratiche che mi trovavo ad affrontare in quanto “straniera” in Italia. “Straniera” tra virgolette, perché in realtà sono cresciuta a Firenze, dove sono arrivata all’età di tre mesi. Essendo però figlia di genitori iraniani, ho avuto l’“opportunità” di vivere sulla mia pelle tutta una serie di beghe, assurdità, ricchezze che fanno parte della storia di molti “immigrati” ma anche di molte “seconde generazioni dell’immigrazione” in questo Paese. Quando la più banale e profonda domanda del mondo ha bussato con prepotenza alla mia porta, scrivere questo percorso “burocratico” ha cominciato inevitabilmente ad arricchirsi anche di altro. “Chi sono io?” “Chi sono io?” “Chi sono io?” Toc Toc TOC! Apro la porta. Per iniziare un viaggio fatto di tanti viaggi. Alla ricerca di me. E come ogni vero viaggio di scoperta, l’epilogo (proustiano) non può che essere il ritorno a ciò che già c’è, per vederlo con occhi nuovi. Si tratta di un percorso che è di tutti e solo mio a un tempo, dentro e fuori, in superficie e in profondità, tra mari di domande e gocce di risposte. Un viaggio che si tuffa nei diversi luoghi della mia vita, per trovare negli spazi, nei colori, negli odori, quell’intreccio che mi appartiene. La ricerca della mia identità più profonda si scontra/incontra però con i mille cavilli burocratici che attanagliano chi si trova a essere “straniero” sulla carta in questo Paese. I ricordi si intrecciano con gli sguardi sul futuro, acquisendo uno spessore che viene puntualmente messo in ridicolo dalla necessità di definire sulla carta un’identità che invece vorrebbe rimanere indefinita, aperta, non classificata. Permessi di soggiorno, file in Questura e regolamenti legislativi poco sensati schiaffeggiano divertiti la mia ricerca di storia e vita, di radici e ali. Ironia e complessità, leggerezza e pesantezza, sono forse due facce della stessa medaglia, gli opposti che mi abitano e che in questo libro prendono forma. Viaggiare e restare, stringere e lasciar andare, esserci e non esserci. È quello “stare nel mezzo” che forse appartiene a tutte le seconde generazioni dell’immigrazione, e allora la mia voce può farsi “nostra”, può diventare una delle voci di questa nuova Italia che è già plurale, in trasformazione, in movimento, nonostante qualche cieco si ostini a non vedere e qualche sordo si ostini a non sentire. Ma quando una voce c’è, non possiamo che ascoltarla, perché le ciliegie non spariscono se non le mangiamo. Marciscono e basta. Ho iniziato a scrivere questa storia per una sorta di esigenza di memoria, assaporando quella forza autoterapeutica che la scrittura è capace di portare con sé. La memoria si è poi arricchita di uno sguardo sull’oggi, seguendo i passi di una donna che cammina tra i vari luoghi che in un modo o nell’altro fanno parte della sua vita. Sono luoghi anch’essi complessi, a loro volta vissuti da identità poco classificabili, lontani dal “bianco e nero” che si vorrebbe attribuire loro. L’Iran delle mie radici, la Londra dove sono nata, la California dove vive mio padre, l’Italia del mio presente e della mia casa. Luoghi fisici e interiori, che oggi chiacchierano tra loro dentro di me, a volte ascoltandosi, altre volte infuriandosi l’uno con l’altro, altre ancora semplicemente lasciandosi essere. Forse anche questo stesso libro non può essere definito. È un romanzo, è una “descrittiva” denuncia sociale, è un’autobiografia, non so… in fondo credo sia solo una tragi-comica piccola storia che sono felice di aver vissuto e di poter raccontare.

Nima Sharmahd

Firenze, Marzo 2011


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