Albert Kesselring e l’Operazione Ginny

L’esecuzione di Anton Dostler

Dal Blog di Dino Messina ‘La Nostra Storia’:

http://lanostrastoria.corriere.it/2014/02/14/le-responsabilita-di-kesselring-nelle-strage-delle-fosse-ardeatine/

Ecco qualcosa di nuovo che non conoscevo sul cinismo e le responsabilità di Albert Kesselring sia riguardo alla strage delle Fosse Ardeatine sia nella condanna a morte del suio collega, il generale Anton Dostler. Angelo Paratico ha letto un libro di Richard Reiber, “Anatomy of perjury” che spiega perché Ksselring riuscì con una bugia a farla franca sulle Fosse Ardeatine e si defilò anche da altre responsabilità.
Di seguito la bella recensione di Paratico.

 

Fra circa un mese cadrà il settantesimo anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine, del 24 Marzo 1944. In Italia questo tragico episodio è un campo di scontro fra opposte ideologie, un campo dove i fatti e, dunque, la verità spariscono. Credo sia giunto il momento di superare questo muro e comincerò con il farlo io, uno scrittore di destra.
Nell’esprimere succintamente le mie opinioni mi baserò su opere contemporanee tedesche e americane, dove ci si può aspettare un grado di obiettività superiore a quelle italiane.
I fatti nella loro crudezza sono noti. Il 23 marzo 1944, alle ore 15 e 45, una bomba piazzata da un partigiano appartenente ai Gap, Rosario Bentivegna, affiancato da altri compagni, esplose, investendo una colonna di militari tedeschi che rientravano da un’esercitazione. Questi appartenevano alla XI compagnia di polizia “Bozen” acquartierata alla caserma Macao, nel Castro Pretorio. La loro età media era di 35 anni, molti fra di loro avevano in precedenza militato nell’esercito italiano. Il giorno dopo 32 poliziotti erano morti, cinque o sei erano in gravissime condizioni, e anche due civili italiani morirono a causa delle ferite. Il giorno dopo, 24 marzo 1944, alle 20 e 30, la strage di 335 civili era stata compiuta dalle SD guidate da Herbert Kappler. Alcune unità dell’esercito tedesco, fra cui i commilitoni dei caduti, avevano rifiutato di sparare sui civili italiani.
La sequenza temporale riportata qui sopra dimostra chiaramente che non fu possibile, né pensabile, stampare e appendere manifesti con i quali si intimava ai responsabili dell’attentato di costituirsi, la segretezza e la rapidità della strage impedì ai partigiani e ai romani di venirne a conoscenza se non nei giorni successivi. Del resto nessuno può dubitare del fatto che se Bentivegna e i suoi compagni si fossero costituiti, questi sarebbero stati messi assieme ai 335 assassinati.
Quali che fossero gli intenti dei gappisti non credo esistano dubbi sul fatto che il loro fu un atto di guerra e non un atto terroristico. Immaginiamo che uno spitfire inglese si fosse abbassato sulla Città Eterna e scorgendo una colonna di soldati tedeschi in marcia, avesse aperto il fuoco, provocando lo stesso numero di morti. In tal caso staremmo ancora qui a discutere di un atto terroristico? Io credo di no. E che i partigiani avessero ricevuto un riconoscimento come co-belligeranti dagli Alleati e dal governo monarchico italiano è altrettanto fuori discussione. Dunque quell’esplosione va riconosciuta come un legittimo atto bellico.
Ci si chiede ancora se la feroce reazione nazista, di dieci italiani per ogni tedesco ucciso, fosse in qualche modo giustificata dalle convenzioni internazionali. Eppure la Convenzione dell’Aja del 1907 non prevedeva l’applicazione di una tale norma in tali circostanze e seguendo la procedura adottata, questa fu l’opinione accettata e condivisa anche da vari generali della Wehrmacht, come Frido von Senger und Etterlin e il capo delle SS in Italia, il generale Karl Wolff.
I militari messi alla sbarra, primo fra tutti Albert Kesselring, giustificarono la loro decisione scaricando tutta la responsabilità su di un primo Führerbefehl (un ordine diretto di Hitler al quale non si poteva disubbidire) nel quale si ordinava appunto la morte di 10 civili per ogni militare tedesco e di un secondo Führerbefehl con il quale si stabiliva che l’esecuzione del massacro doveva ricadere sulle SD, il servizio di sicurezza nazista. Di questi ordini di Hitler non si è mai trovata traccia, né pare che siano mai stati effettivamente impartiti. Il colonnello Beelitz, di stanza al Monte Soratte, presso al quartier generale germanico, testimoniò di aver parlato al telefono con un ufficiale di collegamento del generale Jodl, a Berlino, il quale gli disse: “Il Führer è furioso. Per ogni poliziotto tedesco ucciso devono essere fucilati trenta o cinquanta italiani!”
Successivamente ci fu una nuova telefonata, sempre secondo Beelitz, nella quale si disse che Hitler chiedeva la morte di dieci ostaggi italiani per ogni soldato tedesco e di nuovo che l’esecuzione era affidata alla SD aggiungendo che voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. Hitler, dunque, non aveva dato istruzioni dirette, lasciando la mano libera ai suoi generali, ma voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. È possibile pensare che le sue istruzioni si potevano negoziare, che il numero dei “fucilandi” poteva essere ridotto, non solo ma che si poteva ritardarne l’esecuzione. Conosciamo esempi di ufficiali tedeschi che contraddissero, o che oppure ostacolavano degli ordini di repressione sui civili, senza andare incontro alla fucilazione o alla corte marziale. Invece Kappler, assistito da Priebke, partì a tutta velocità uccidendo addirittura un numero maggiore di civili rispetto a quanto necessario. Cosa accadde, dunque?
La mia personale opinione, supportata da quando pubblicato da Richard Reiber nel suo “Anatomy of Perjury”, Newark 2008, è che la Wehrmacht con Albert Kesselring scaricò il problema sulla SD, nella persona di Kappler, convincendolo che esisteva un preciso Führerbefehl affinché chiudessero il caso. Forse Kappler e Priebke vollero esagerare in brutalità per confermare la loro lealtà alla causa nazista. Tutto ciò accadde proprio perché mancò l’uomo chiave, mancò il regista, ovvero Albert Kesselring, occupato altrove. Nelle sue auto-celebrative memorie “Soldat bis zum letzen Tag” e durante le fasi del processo per la strage delle Fosse Ardeatine, Kesserling sostenne sempre di non aver potuto intercedere per mitigare l’ordine di Hitler perché rientrato tardi da un’ispezione in prima linea a Cassino, un fatto sempre supportato da tutti gli ufficiali del suo stato maggiore.
In realtà non fu così e la loro menzogna, perché di questo si trattò, servì a non far finire Kesselring davanti a un plotone d’esecuzione. Quel plotone d’esecuzione davanti al quale finì il generale Anton Dostler a causa dell’uccisione di 15 soldati americani, per la gran parte di origine italiana, che facevano parte di un commando di guastatori in uniforme. Furono catturati il 24 marzo 1944 vicino a La Spezia e fucilati il 26 marzo nei pressi di Lerici.
Quella operazione era stata denominata Ginny e la loro missione era di far saltare una galleria ferroviaria. Esisteva anche qui un Führerbefehl segreto che stabiliva che tutti i commando nemici andavano fucilati, anche se vestivano l’uniforme e i gradi, non dovevano essere internati in campi di prigionia. Ma tale ordine era noto a pochi generali, uno fra questi era certamente Albert Kesserling, che godeva della piena fiducia di Adolf Hitler.
Due settimane dopo l’esecuzione dei 15 americani arrivò un ordine nel quale si stabiliva che tutta la documentazione relativa a quel caso andava distrutta, fu così che a guerra finita, non riuscendo a rintracciare documenti e certi testimoni chiave per la difesa, il generale Dostler pagò con la propria vita un ordine ricevuto, per interposta persona, impartito da Kesselring. Il processo a Dostler si tenne a Roma dall’8 al 12 ottobre 1945 e il suo interprete fu un giovane Albert O. Hirschman (1915 – 2012) destinato poi a diventare uno dei maggiori economisti americani contemporanei. Lui e Anton Dostler vennero invitati ad alzarsi per la lettura della sentenza e Hirschman, sbiancando in viso, tradusse la condanna di morte a un impettito Dostler, che indossava ancora l’uniforme da generale tedesco.
La presenza di Kesselring in Liguria e non al fronte di Cassino è stata dimostrata dal ritrovamento del libro di volo del suo pilota personale, Manfred Bäumler, nel quale si dimostra senza ombra di dubbio che Kesselring nel suo quartier generale di Monte Soratte giunse solo il 26 marzo 1944. Questo fu tardivamente confermato dal Dietrich Beelitz, l’ultimo sopravvissuto di quella banda di depistatori, nel 1997. Kesselring stava certamente in Liguria il 24 marzo 1944. Questa sua assenza spiega anche certi suoi buchi di memoria per quanto riguarda le Fosse Ardeatine; per esempio in una deposizione da lui resa il 25 settembre 1946 egli mostra di ignorare che delle esecuzioni s’era occupata la SD!
Risulta dunque evidente che Albert Kesselring s’assunse la responsabilità di quanto accaduto alle Fosse Ardeatine perché aveva calcolato di potersela cavare, mentre se fosse risultato responsabile per l’ordine di fucilazione del commando Ginny sarebbe stato sicuramente messo davanti al plotone d’esecuzione che, ad Aversa, il 1° dicembre 1945 uccise il generale Anton Dostler.
Kesselring durante la sua prigionia a Londra – nella famosa “Gabbia” diretta dal colonnello Alexander Scotland – e poi in Italia, durante il processo, conquistò tutti con il suo comportamento da generale-gentiluomo, con la sua cortesia e la sua supposta lealtà che avevano affascinato anche Hitler. In realtà egli restò un cinico nazista anche dopo la guerra. Fu un freddo espietato calcolatore capace di far fucilare quegli ufficiali tedeschi che il 26 aprile 1945 avevano cercato di prendere il controllo di Monaco e consegnare la città agli americani. Cercò di far lo stesso con i suoi camerati italiani, Westphal e Karl Wolff, che in Svizzera negoziarono la resa dell’esercito tedesco (trattative di cui lui stesso era stato messo al corrente). L’ordine di fucilarli fu ritirato solo il 30 aprile, dopo la morte di Adolf Hitler.

Angelo Paratico

11 commenti su “Albert Kesselring e l’Operazione Ginny

  1. Una ricostruzione davvero buona

    17.02 | 16:00 Miles Gloriosus

    Prima di tutto mi complimento per l’accuratezza della ricostruzione e la correttezza di alcuni particolari.
    –Il reparto colpito dalla bomba era effettivamente un Polizeiregiment, anche se nel mese successivo avrebbe assunto la denominazione di SS-Polizeiregiment «Bozen»: era composto cioè da normali coscritti provenienti da classi dal 1900 al 1912 (giusta quindi l’osservazione sull’età media) che, appena terminato l’addestramento, erano stati inviati a Roma per il primo impiego operativo. Si tratta di un particolare non secondario, in quanto molti altri autori sono assai generici: coscritti infatti non significa affatto ‘volontari’, né tanto meno reclutati esclusivamente tra gli ‘optanti’ (ovvero coloro i quali avevano in precedenza scelto il Reich).
    – Il secondo particolare riguarda il fatto che Kappler si trovò realmente a dover fronteggiare la situazione esclusivamente con il personale SD (Sicherheitdienst) alle sue dipendenze e quindi si spiegherebbe l’eccesso di zelo nell’esecuzione dell’ordine.
    – Resta infine la vicenda Dostler, alla quale Senger-Etterlin dedica tre pagine delle sue memorie. A parte le accuse durante il dibattimento, la ricostruzione dei fatti precisi e l’individuazione di chi avesse dato l’ordine effettivamente rimangono ambigue. Possibile che non si rintracciasse il capo di stato maggiore dell’armata, che oltre tutto – verosimilmente – avrebbe dovuto trovarsi in prigionia?

  2. Ho letto il tuo intervento, sicuramente interessante.

    Non entro nel merito della ricerca storica relativa al dopo attentato ma

    permetti alcune critiche :

    1) nazisti li definirono gli alleati, loro si chiamavano ”
    nazionalsocialisti”;

    2) Salvo d’Acquisto seppur innocente si consegnò e gli ostaggi vennero
    liberati;

    3) le azioni di personale senza divisa non sono mai state considerate
    normale atto di guerra;

    4) i danni collaterali, cioè i civili Italiani uccisi, sono anche loro
    vittime dei “nazisti” ?

    A mio avviso hai dimenticato di mettere in evidenza la motivazione

    dell’attentato in via Rasella :

    è noto che il Duce aveva vietato le rappresaglie, seppur previste
    dalle convenzioni internazionali,

    per questo i partigiani quando volevano scatenare la reazione
    colpivano i Tedeschi;

    in quel momento a Roma le carceri erano piene di appartenenti al CNL
    ma NON COMUNISTI.

    Così in molte altre occasioni durante la guerra civile, i rossi in un
    colpo solo colpivano militari Tedeschi

    e grazie alle rappresaglie si vedevano eliminati i loro alleati di
    quel momento ma futuri avversari a guerra finita.

    Al riguardo è significativo ricordare il linciaggio del Direttore del
    Carcere di Regina Coeli durante il processo svoltosi qualche mese dopo.

    Sintetizzo ma credo che ci starebbe bene un bel convegno di storici
    sull’argomento.

  3. Grazie a Miles Gloriosus.

    In effetti il processo contro Dostler si svolse malamente. Non riuscirono a rintracciare Rudolf Touisaint, bewollmächtigter General der Deutschen Wehrmacht in Italien, che vide la provenienza dell’ordine di fucilazione, così come il generale Gustav von Zaugen che passò l’ordine proveniente dal OKW e non dal Heeresgruppe. La lügengebäunde ossia la costruzione di un palco di bugie da parte quartier generale di Kesserling, in particolare dal colonnello Dietrich Beelitz, dal generale Siegfried Westphal, è rimasta in piedi sino a oggi.

    Leggendo le deposizioni del generale Westphal su via Rasella al processo di Venezia nel marzo 1947 e del passaggio dell’ordine proveniente da Berlino circa la fucilazione di dieci italiani per ogni tedesco, si ha la netta impressione che egli fu il regista dell’occultamento della verità di quanto davvero accadde. Siegfried Westphal fu spesso richiamato dal presidente del tribunale e dal pubblico ministero, il colonnello Halser. Gli rammentarono che era sotto giuramento e che non era sicuro di troppe cose. Il processo di Venezia si concluse sorprendentemente con la condanna a morte di Kesselring (pensava di venire condannato, ma non a morte) che fu poi commutata in carcere, dopo che numerose personalità di tutto il mondo intercessero in suo favore. Le incertezze di Westphal, oggi lo sappiamo, derivarono essenzialmente dal voler scaricare tutta la responsabilità della strage delle Fosse Ardeatine su Hitler e sulle SA, e dall’altro dallo scagionare sé stesso e Kesselring per la fucilazione dei 15 americani dell’Operazione Ginny.

    Giova qui ricordare che alcuni ufficiali tedeschi s’opposero strenuamente all’ordine di fucilazione dei componenti del commando americano, che ritenevano illegale, dato che vestivano uniformi e mostrine di riconoscimento. Il tenente Georg Sessler che li interrogò arrivò a progettare la fuga di uno di loro, con il quale aveva stretto amicizia. E addirittura il colonnello della riserva Alexander Fürst zu Dohna-Schlobitten rifiutò di passare l’ordine per la loro fucilazione proveniente dal colonnello Horst Kraehe (anche lui non rintracciato al momento del processo intentato a Dostler) del comando della LXXV divisione. Fu per questo processato e radiato dall’esercito tedesco.
    La testimonianza del generale Fridolin von Senger und Etterlin, che ricorda Punzo, un gentiluomo educato negli Stati Uniti e un fervente cattolico, a favore di Anton Dostler, non bastò per salvarlo.
    Il diario del pilota di Kesselring mostra che egli stava alle 17 e 40 del 22 Marzo 1944 a Novi Ligure dove incontrò Dostler e passò la notte al Hotel Savoia di Genova. Il giorno dopo, in auto, ispezionò le difese costiere e alle 19:30 del 23 marzo entrò all’Hotel Excelsior di Rapallo. La mattina del 24 marzo incontrò il colonnello Almers. Alle 7:45 era a Chiavari e alle 8:10 a Sestri Levante per poi procede per Marina di Carrara e Livorno. Uscì dai confini della Ligura alle 16 e 40 del 24 Marzo diretto a Livorno. La notte fra il 24 e il 25 marzo la passò verosimilmente a Firenze. Il giorno dopo ripartì diretto a Forlì dove giunse di mattina, ispezione a una scuola per armamenti della Wehrmacht e poi volò a Foligno, dove atterra la sera del 25 marzo.
    È difficile pensare che Kesselring non sia stato informato di quei 15 ragazzi arrestati la mattina del 24 marzo a pochi chilometri da dove stava lui. Questi furono fucilati all’alba del 26 marzo a Punta Bianca vicino a Bocca di Magra; i loro corpi furono caricati su un camion e riportati a Villa Angelo e scaricati in una fossa che era stata scavata. Tale fossa fu riaperta e i loro corpi rimossi il 23 maggio del 1945.

  4. Grazie, Max

    Questa era una sassata per dimostrare una tesi principale: cioe’ che Kesselring non era a Roma il 23 e 24 di Marzo del 1944. Un fatto mai apparso nelle ricostruzioni fatte in Italia e durante i processi, anche se lui sostenne il contrario. E dunque Kesserling, Westphal e altri del suo stato maggiore avevano mentito.

    “Provocazioni” secondarie: Hitler non aveva ordinato la strage, aveva altri e maggiori problemi da affrontare. Aveva passato la palla ai militari.
    La modalita’ della strage mostra un pasticcio nato a livello romano, una rottura della catena di comando. Se la fucilazione fosse stata legittima, perche’ tutta quella fretta e perche’ farla di nascosto? Se doveva essere un esempio andava mostrata e pubblicizzata.
    Nel caso di Salvo d’Acquisto ci fu una richiesta di trovare i responsabili da parte dell’ufficiale tedesco, altrimenti si sarebbero fucilati dei civili. Nel caso di via Rasella non ci fu mai una simile richiesta.

    Vero, nazionalsocialisti. Ma la parola e’ troppo lunga, americani e inglesi usano addirittura “nazi” il piu’ delle volte.

    Personale senza divisa secondo le regole andava fucilato. Come i commando (per questo il Commando Ginny che aveva le divise non andava fucilato) ma i partigiani, moralmente, piaccia o no, avevano ricevuto una sorta di licenza di uccidere da parte dei futuri vincitori.

    I due civili non son stati vittime dei nazisti ma vittime civili ci sono sempre in guerra da ogni parte.

    Avevo anticipato all’inizio dell’articolo che non volevo discutere sulle motivazioni dell’attentato, a me interessava solo parlare del fatto che Kesserling non era Roma e della Operazione Ginny.

    Avevo cercato traccia delle reazioni di Mussolini alla strage delle Fosse Ardeatine, ma non ho trovato nulla, forse perche’ se ne e’ saputo solo molti giorni dopo.

    Ti ringrazio, un saluto.
    Angelo

  5. Ecco i nomi dei ragazzi americani del Commando Ginny:
    Ten. Vincent Russo
    Serg. Alfred L. DeFlumeri
    Liberty J. Tremonte
    Joseph M. Farrell
    Salvatore DiSclafani
    Angelo Sirico
    John J. Leone
    Thomas N. Savino
    Joseph A. Libaldi
    Ten. Paul J. Traficante
    Serg. Livio Vieceli
    Serg. Dominick C. Mauro
    Joseph Noia
    Rosario F. Squatrito
    Santoro Calcara
    Furono sepolti con gli onori militari nel cimitero di Follonica, ma otto furono poi riesumati e ritornati negli Stati Uniti, solo sette restano sepolti nel cimitero americano di Firenze.
    Anton Dostler resta sepolto nel cimitero di Pomezia, assieme ad altri 27.000 soldati tedeschi caduti in Italia.

  6. Ogni anno si dice che bisogna mantenere vivo il ricordo di ciò che successe alla Fosse Ardeatine e in generale durante il genocidio fascista e nazista per non ripetere mai piú atti del genere. Ogni anno però mi pongo la stessa domanda, serve veramente a qualcosa? Se guardiamo alla storia passata, presente e immaginiamo quella futura, stragi e genocidi sono successi secoli prima ad opera di altri, succedono tutt’oggi in tutti i conflitti moderni e non credo che si fermeranno nel prossimo futuro. Conflitti e mostruosità passate e presenti che per motivi politici e “convenienza” è meglio tacere. Quindi a volte vedo in queste ricorrenze una strumentalizzazione che non condivido, sia nel bene che nel male.

    Chissà se veramente gli uomini siano in grado di imparare dai propri errori o semplicemente dimenticano facilmente.

  7. Grazie Angelo,
    non ho la preparazione storica e giuridica per fare distinzioni tra il giusto
    e lo sbagliato in una situazione come quella evocata.
    Ricordo che anche il Ten. Calley cercò (e in parte trovò) giustificazioni dopo
    l’operazione “Search and destroy” a My Lai.
    La storia è piena di eserciti armati in casa d’altri che hanno commesso fatti
    analoghi e sempre vi sono stati accusatori e difensori.
    Ho letto con molto interesse.
    Grazie, ciao.
    Renato

  8. Un altro particolare contro Kesselring
    La decisione di fucilare subito i commando catturati fu anche ostacolata dallo stesso controspionaggio tedesco: era evidente che non raccogliere informazioni dai prigionieri (e sorvoliamo sul modo…), ma accelerarne l’esecuzione, sarebbe stato un atto illogico e inutile per gli stessi tedeschi. Un atto talmente illogico che si giustificherebbe solo con l’alto livello da cui partì l’ordine per l’esecuzione immediata.
    La questione di fondo resta sempre però la giustizia per i crimini di guerra in generale: Norimberga si svolse secondo certe regole e con uno scopo preciso, ma assai diversi l’uno dall’altro furono le centinaia di altri processi che si svolsero sotto le giurisdizioni ‘nazionali’ dei singoli alleati (russi compresi). A parte il protocollo per la corte internazionale, gli inglesi infatti si riservarono di processare per conto proprio i responsabili di gravi atti contro le truppe britanniche che si trovavano in loro custodia (sulla base di un Royal Warrant emesso già nel 1944) e altrettanto fecero gli americani. Poiché dimentichiamo sempre che una corte fu stabilita anche a Tokyo da Mac Arthur e in Estremo Oriente anche gli inglesi tennero processi per conto loro, comprendiamo bene quanto complessa e inesplorata resti tutta la giurisprudenza.
    Il processo Kesselring si svolse dunque su un doppio binario: secondo i principi generali stabiliti dalla corte internazionale, ma anche secondo quelli della corte inglese. Nonostante la condanna capitale, il congegno terroristico messo in atto da Kesselring in Italia integrando Wehrmacht, SS, forze di polizia e ausiliari, non fu compreso appieno. Dopo la sentenza inoltre non mancarono interventi autorevoli (Churchill, l’arcivescovo di Chichester, Bell, il generale Alexander e perfino Thomas S. Eliot) che rivelavano nell’opinione pubblica inglese la scissione delle responsabilità della Wehrmacht da quelle del nazismo.

  9. Ora che si parla dei fucilieri italiani detenuti illegalmente in India, giova ricordare che durante il processo di Tokyo brillo’ la figura del giudice indiano Radha Binod Pal (1886 – 1967). Egli fu l’unico che rifiuto’ di condannare gli statisti e i generali giapponesi alla sbarra in base alla teoria del complotto contro alla pace creato post facto dai vincitori. Ammise che i giapponesi avevano commesso atrocita’ bestiali ma sostenne che andavano processati secondo la giurisdizione corrente e dunque prosciolti. Fu proibita la pubblicazione delle sue conclusioni sino alla fine degli anni ’50.

  10. Molto intetressante, ottimo articolo.
    Come in tutte le guerre tutte le diverse fazioni si fanno prendere la mano e
    accadono cose ignobili.
    Anche gli Italiani si sono macchiati di vergogna in Africa e a farne le spese
    sono purtroppo sempre gli inermi.
    E’ comunque importante che le responsabilità vengano chiarite e non si
    facciano critiche generiche che non servono a nulla.
    Resta il fatto che la guerra cambia gli animi degli uomini, offusca le menti e
    fa emergere i peggiori sentimenti.
    I massacri sono purtroppo parte della guerra e nessuna civiltà, perquanto
    avanzata, ne è esente.
    La Ex Jugoslavia , la Cecenia e il Medio Oriente offrono giornalmente cronache
    di efferati massacri e le responsabilità solo raramente sono chiare.
    L’uomo è una bestia, forse la peggiore.

  11. Caro Angelo, complimenti per il tuo lucido articolo e per la dettagliata esposizione di molti partcolari sconosciuti o trascurati. Credo che la storia sia sovente un libro che non corrisponde alle atrocita’ accadute ed alla reale condotta dei protagonisti degli avvenimenti raccontati. E condivido la tua affermazione che la storiografia anglosassone e’ generalmente piu’ fedele e approfondita che quella italiana in particolare. Piero

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