Cangrande, Dante e il ruolo delle Stelle di Maurizio Brunelli

Cangrande I della Scala può ritenersi uno dei maggiori personaggi emergenti delle oligarchie medievali del Trecento italiano. Pur passando come una meteora attraverso le travagliate vicende di quel tempo, lasciò nei suoi contemporanei una grandissima impressione. Malgrado ciò la sua presenza nella nostra storiografia è marginale e si riduce a qualche saggio scritto da storici per altri storici; nella letteratura romantica assume spesso i contorni del favolistico, giocando su aneddoti talvolta privi di fondamento storico. Pensiamo inoltre che proprio un approccio troppo conformato alla “sacralità” del documento, negando in qualche caso qualsiasi valore alle fonti letterarie, abbia confinato l’interesse per questa figura in un ambito esclusivamente localistico. È un dato di fatto che Cangrande, nonostante alcuni studi anche recenti, risulti ancora pressoché sconosciuto fuori delle mura di Verona. Chi ha sentito parlare di lui lo deve quasi esclusivamente alla lettura delle terzine del XVII canto del Paradiso che Dante volle dedicargli. Non crediamo pertanto di esagerare dicendo che se non fosse per il sommo Poeta lo Scaligero sarebbe uno dei tanti personaggi che si perdono nella penombra del nostro Medioevo.
Con questo lavoro vogliamo perciò rendere giustizia alla fama di un condottiero le cui gesta venivano celebrate ancora in vita “de ipso multa cantabantur et merito …”, tanto dagli amici che dai suoi nemici; ad un principe machiavellico ante litteram che avrebbe dovuto riunire sotto uno stesso scettro l’Italia di quel tempo, afflitta dalle lotte di parte che logoravano le città, mettendole spesso una contro l’altra. Perché questa crediamo essere stata la vera ragione della sua fama. E la ragione per cui Dante Alighieri scelse Verona, “lo primo tuo rifugio, il primo ostello”.

 

 

Ma chi era Cangrande della Scala?

Cangrande I della Scala nacque nel 1291, con buona probabilità il 9 maggio, da Alberto e Verde da Salizzole. Era il terzogenito tra i figli maschi. Prima di lui veniva Bartolomeo (il gran Lombardo di dantesca memoria) e Alboino. Possiamo dire che è grazie alla sua opera che i Della Scala hanno potuto consolidare il loro potere governando, per un certo periodo, un vasto territorio e proiettare la loro fama fino ai nostri giorni. Cangrande era entrato nel mito già in vita e continuò a rimanervi per molto tempo. I suoi contemporanei narrano che di lui “si decantavano molte cose e meritatamente” (Sagacio della Gazata), che fosse “il più leale che vi sia da qui alla Francia e la cui fama di prodezze, magnanimità e cortesia si sparge per il mondo” (Anonimo XIV sec.); ed inoltre che fosse “il maggior tiranno e ‘l più possente e ricco che fosse in Lombardia da Azzolino di Romano infino allora, e chi dice di più” (Giovanni Villani), e “il comune rifugio e consolazione degli infelici” (Francesco Petrarca) o, ancora, “uno de’ più notabili e de’ più magnifichi signori che dallo imperadore Federigo II in qua si sapesse in Italia” (Giovanni Boccaccio). Ma, soprattutto, fu lui che ebbe l’onore di ospitare Dante Alighieri e di ricevere in segno di gratitudine la dedica del Paradiso, la cantica più importante della Commedia. In essa il Poeta gli riserva parole encomiastiche, forse come a nessun altro personaggio laico. E se oggi Cangrande viene ancora ricordato lo dobbiamo proprio all’esule fiorentino. Purtroppo i documenti degli archivi scaligeri andarono persi insieme a quelli del Comune in almeno due occasioni: nel 1354 con la congiura di Fregnano e nel 1387 con la caduta della Signoria e l’arrivo dei nuovi, provvisori padroni, i Visconti di Milano. La ricostruzione della vita di Cangrande, specialmente per quanto riguarda l’aspetto legato al suo carattere e ai suoi rapporti personali (elemento fondamentale per questo lavoro), dipende perciò da poche cronache a lui contemporanee (Albertino Mussato, Ferreto Ferreti, Guglielmo Cortusi) e da altre più tarde; queste seconde non sempre del tutto affidabili. Abbiamo qualche notizia dalle fonti letterarie che però non hanno goduto di molta attenzione da parte degli storici perché giudicate inattendibili per il loro valore intrinseco di omaggio cortigiano. E’ il caso per esempio di Ferreto Ferreti, un notaio e poeta vicentino vissuto a corte negli ultimi anni di vita dello Scaligero e autore, tra l’altro, di un poema in suo onore. Più attenzione è stata dedicata all’Alighieri ma la mancanza anche in questo caso di precisi riscontri documentali ha fatto sì che le celebri terzine del XVII canto del Paradiso o quanto contenuto nell’epistola XIII siano stati letti perlopiù come una lode encomiastica per l’ospitalità ricevuta, e gli accenni del Poeta alle magnificenze del suo protettore e alle sue incredibili azioni sembrano rimanere come sospese in un’aura di mistero sul loro reale significato. Solo qualche storico del Medioevo si è spinto ad ipotizzare l’esistenza di un “ambizioso” progetto politico.
Se però per quanto riguarda il poema di Ferreti facciamo la tara a taluni improbabili confronti del suo “eroe” con quelli della mitologia classica – diretta conseguenza del fervore preumanistico che animava questi poeti – e proviamo a dargli un po’ di credito, possiamo ricavare per esempio due importanti elementi intorno al concepimento e alla nascita dello Scaligero: una profezia e un oroscopo, che, se visti nell’ottica di quel tempo, ebbero sicuramente un ruolo determinante nel suo progetto politico, fornendogli quella spinta psicologica indispensabile alla sua realizzazione. Non dobbiamo infatti dimenticare che al tempo di Dante l’astrologia era considerata una scienza, insegnata nelle Università, e non vi era persona colta che non credesse all’influenza degli “astri” sul mondo fisico. Era prassi comune nelle famiglie dei potenti ricorrere agli astrologi quando si trattava di concepire un figlio. Dal racconto di Ferreti possiamo così dedurre che la nascita di Cangrande fosse particolarmente attesa e che la data del suo concepimento, proprio in ragione di un oroscopo, fosse stata programmata.
Dante conobbe il giovane Cangrande in occasione del suo primo soggiorno a Verona tra il 1303 e il 1304. Quanto avrebbe potuto conoscere di quel progetto, di quell’oroscopo e delle aspettative di quella famiglia? E in relazione all’influenza degli astri sulla sua nascita, in un’ottica di possibile “benedizione” da parte degli stessi, potrebbero essere interessanti i celebri versi “colui che impresso fue, nascendo, sì da questa stella forte (Marte)” [Paradiso, XVII, 76-77]. Si tratta solo di una scontata influenza marziana dovuta all’indiscussa fama di condottiero dello Scaligero o il Poeta volle riportare una sua precisa conoscenza astrologica? Magari affiorata in uno dei tanti confronti che avrà avuto in una città dove, come scrisse quel Manuel Giudeo, era facile discutere d’ogni cosa “…Quivi Astrologia con Filosofia e di Teologia udrai disputare…”. Peraltro dimostra qualche verso più innanzi di conoscerne l’età e, quindi, l’anno di nascita “pur nov’anni son queste rote intorno di lui torte” (Paradiso, XVII, 80-81). Se è difficile poterlo affermare è lecito supporlo.
Al di là del fatto incontestabile della conquista della Marca Trevigiana avvenuta il 18 luglio 1329, in mancanza di precisi riscontri documentali non possiamo con assoluta certezza sapere quali siano state le vere intenzioni politiche dello Scaligero. La sua prematura morte, quattro giorni dopo aver coronato il suo sogno, non aiuta certo a svelarle. Ma pare lecito chiedersi: la sua azione si limitava a ricalcare le orme del tiranno Ezzelino III da Romano o voleva raggiungere obiettivi più ambiziosi, come la costituzione di un regno, abbracciando un territorio assai più vasto della Marca? Certo a saper cogliere i numerosi indizi che emergono dalla cronaca della sua breve ma straordinaria vita non risulta difficile credere che Cangrande abbia provato a realizzare un grande progetto politico.
Non sarebbe allora casuale la scelta di Dante (ma anche quella di altri illustri personaggi) di chiedere la sua ospitalità proprio nel momento in cui egli era solo al comando di Verona (e Vicenza), vicario imperiale e fortemente intenzionato a vincere, una ad una, tutte le città della Marca, avendo come principale obiettivo la più potente, Padova.
Sono dati di fatto che egli sia stato “il prediletto” dell’imperatore Enrico VII, che abbia avuto la nomina di capitano della Lega Ghibellina e che un suo avversario politico, il trevigiano Nicolò de’ Rossi, abbia previsto per lui ancor prima della caduta di Padova e Treviso la corona (“el sarà re d’Italia enançi un anno”) se la Fortuna fosse stata dalla sua parte; e non v’è dubbio che dietro la sua partecipazione a Milano per l’incoronazione di Ludovico il Bavaro a re dei Romani, dove si presentò con un esercito al seguito, vi fosse stata la concreta intenzione di assumere il potere di quella città approfittando dei contrasti all’interno della famiglia Visconti, con le immaginabili conseguenze che ne sarebbero derivate. E a raccontarcelo sono dei cronisti locali. Per non parlare di ciò che accadde poco dopo la sua morte, quando la sua eredità politica passò ai nipoti Mastino e Alberto. La notizia del Villani, secondo la quale, nel 1335, alla vigilia della tragica guerra di Mastino II contro la lega veneto-fiorentina, lo stato scaligero introitava dai territori soggetti ben 700 mila fiorini è una prova indiretta della capacità e, quindi, possibilità che Mastino volesse realizzare ciò che era già nella mente dello zio Cangrande. Quella rendita era in quel momento seconda solo a quella della corona di Francia: la prima potenza del mondo occidentale.
Possono essere illuminanti al riguardo anche due citazioni, quella di Scipione Ammirato che nelle sue Istorie fiorentine afferma: “né fu dubbio che egli (Mastino) facesse in quel medesimo tempo far una ricchissima corona d’oro e di pietre preziose per coronarsi prima re di Toscana (aveva da poco acquistato Lucca) et di Lombardia”; e la seconda, di maestro Antonio Marzagaia che visse negli ultimi tempi della signoria scaligera. Nel suo De Modernis Gestis, a proposito di Antonio della Scala, scrive: “le corone che i suoi avi avevano fatte fare per incoronarsi re di Lombardia, e che poi erano state poste a decorare immagini di Santi, egli le pose sulle vesti della sfarzosa moglie (Samaritana da Polenta)”.
La determinazione non mancava di certo a Cangrande, che disprezzava fatica e denaro (“in non curar d’argento né d’affanni”). Dante, finché visse, vide ed apprezzò alcune di quelle grandi cose (“magnalia vestra vidi et tetigi”). Di altre forse era stato messo a parte o ne intuì l’accadere se arrivò a dire che fossero persino “incredibili a quei che fier presente”. Potrebbe allora esserci stata tra i due personaggi un’identità di vedute su di un progetto da realizzarsi per il bene di un’Italia che era “di dolore ostello”? La discesa del nuovo imperatore Enrico VII poteva essere l’occasione propizia per un nuovo ordine di cose. Sicuramente, per incontrare il favore di Dante, quello di Cangrande doveva essere un progetto politico sensibilmente diverso da quello condotto da Ezzelino da Romano. E la sua azione di governo non dimostrava nei fatti di volersi caratterizzare per un esclusivo e dispotico controllo sui territori conquistati, come faceva la maggior parte dei suoi contemporanei; egli con una saggia politica della continuità riconosceva alle popolazioni sottomesse una certa autonomia delegando loro parte del potere. Allo stesso modo in cui operava l’imperatore con i suoi vicari. E furono ancora una volta persino due tra i suoi più irriducibili avversari a riconoscergli doti di saggezza e magnanimità (i padovani Albertino Mussato e Guglielmo Cortusi).
Forse allora non fu per caso che due illustri personaggi del tempo, Uguccione della Faggiola e Spinetta Malaspina, anche loro esuli, raggiunsero Dante a Verona. Forse anche loro, che come il Poeta e molti altri avevano riposto nel principe veronese la speranza di rientrare in patria, volevano sincerarsi che le ragioni della sua fama erano fondate: “Un tempo io ritenevo esageratamente superflua, in verità, la vostra rinomanza, troppo al di sopra delle imprese degli uomini d’oggi, quasi al di fuori della realtà dei fatti. In verità, per non restare sospeso in un’eccessiva incertezza, (…) mi son recato a Verona per controllare con i miei occhi ciò che avevo udito e lì ho visto le vostre grandi opere: le ho viste e, contemporaneamente, ne ho goduto i benefici; e allo stesso modo in cui, prima, sospettavo esagerato parte di quel che si diceva, dopo mi sono reso conto che le imprese in sé erano esorbitanti” [Dante, Epistola XIII a Cangrande]. E il marchese Malaspina gli avrebbe potuto un giorno portare “in dote” la sua terra, la Lunigiana, e con essa quello sbocco sul mar Tirreno che gli avrebbe probabilmente permesso di affrancarsi dalla politica monopolistica del sale attuata da Venezia. E l’eco del carattere etico di questo progetto politico si potrebbe ravvisare ancora nei versi di Dante: “le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che i suoi nimici non ne potran tener le lingue mute”, fino a dire che “per lui fia trasmutata molta gente cambiando condizion ricchi e mendici”.
Ed allora Dante quando affermava che “l’imperatore ovunque impera ma non ovunque regna” (Monarchia) forse pensava che potesse essere proprio Cangrande quel genere di principe illuminato che invocava per l’Italia. E chissà che quella sua ricerca di un “volgare illustre”, un comune linguaggio italiano, non fosse iniziata proprio durante la prima esperienza a Verona (1303-1304), quando egli conobbe il giovane e promettente Cangrande e gli anni in cui la critica dantesca assegna l’inizio del suo trattato De Vulgari Eloquentia. Il ritorno dell’esule fiorentino a Verona nel 1312 (come propone la critica più accreditata) potrebbe dunque aver significato l’implicito sostegno alla politica dello Scaligero che ora, per il suo ruolo di neoeletto vicario imperiale, avrebbe legittimamente potuto aspirare alla guida di un possibile stato italico. Uno stato per cui Dante, insieme alla sua realizzazione politica, auspicava una lingua comune.
Ed allora, per entrare direttamente nel merito del presente saggio, è plausibile che quell’insolito coraggio, che in qualche caso sconfinava nella temerarietà, e quella risolutezza derivassero a Cangrande anche dalla consapevolezza di essere una sorta di “uomo della Provvidenza”, un predestinato dalle stelle. E in un tempo in cui l’astrologia era scienza ciò poteva rappresentare una spinta non trascurabile alla sua azione politica. Dimostrò inoltre sul campo di possedere quel carisma che ogni vero leader deve avere. E persino la revisione degli Statuti comunali del 1327, insieme a quella delle Arti del 1319, sembrano concorrere alla tesi di un grande progetto. La riorganizzazione economica, amministrativa e giuridica del territorio, con una particolare attenzione all’edilizia, porterebbero a confermare la necessità (e l’urgenza) di essere pronti al raggiungimento di un obiettivo giudicato imminente.
Con queste premesse andrebbe, a parer nostro, rivalutato il senso del lungo soggiorno veronese di Dante, vedendolo non unicamente dettato da scopi politici ma leggendolo anche alla luce di precisi riscontri astrologici. E perché no, considerandolo un sodalizio caratterizzato da un convinto, profondo legame di stima ed affetto reciproco. Possono al riguardo essere illuminanti alcune parole contenute nella dedica del Paradiso: (…) Il mio affetto ardente e sincero non mi permette di passare sotto silenzio anche il fatto che in questo scambio di doni può sembrare che si attribuisca più importanza all’omaggio e alla fama che al signore; invece apparirà evidente, se si farà sufficientemente attenzione, che ho espresso, con la sua dedica, il presagio che la gloria del vostro nome si diffonderà: e ciò di proposito”. E sottolineando il valore dell’amicizia: “E se si volge lo sguardo all’amicizia, quella vera e “per sé” …, aggiunge Dante: “… non c’è alcuna presunzione nel propormi come devotissimo e anche amico. E siccome stimo la vostra amicizia come un tesoro preziosissimo, desidero coltivarla con diligenza previdente e cura sollecita. Non dimentichiamo che il Poeta aveva 26 anni più di Cangrande e, quindi, poteva essergli padre; ed inoltre che la sua discendenza si è estinta a Verona.
Con questo lavoro abbiamo voluto dunque approfondire la ricerca di quello che riteniamo essere stato il principale aspetto motivazionale dell’azione di Cangrande: la predestinazione ad un’impresa scritta in un oroscopo. Troverebbe così giustificazione, a parer nostro, sia la straordinaria determinazione del principe veronese (“in non curar d’argento né d’affanni”) nel perseguire il suo obiettivo d’espansione territoriale sia la particolare attesa da parte dei suoi genitori (ma non mancava anche presso i suoi contemporanei) del figlio-artefice di questo progetto. Vogliamo però fin d’ora sottolineare che per comprendere la valenza del nostro assunto dobbiamo compiere lo sforzo di provare ad entrare nella mente di chi viveva più di settecento anni fa. In primo luogo credere nell’Astrologia, perché nessuna persona colta al tempo di Dante ne metteva in discussione l’autorità. In altre parole, ragionando in termini positivistici, non ci si dovrebbe chiedere quale valore abbia oggi l’Astrologia, soprattutto in considerazione del fatto che il sistema scientifico di riferimento è completamente mutato, ma quale valore davano ad essa gli uomini del Medioevo. Se saremo stati sufficientemente convincenti, potremo dire di aver compiuto un altro passo per dare a questo personaggio una più degna collocazione sulla scena politica italiana del primo Trecento.

Maurizio Brunelli

 

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