Il napoletano che volle farsi Re

«Ah, se potesse tornare Abu Tabela a governarci!» dicono con un sospiro i montanari che vivono attorno a Peshawar, in Pakistan. «Attento, che ti mando da Abu Tabela!» questa invece e la minaccia che usano le loro donne per far star buoni i bambini capricciosi. Ma chi sara mai Abu Tabela?

Il suo nome era Paolo Bartolomeo Avitabile, nativo di Agerola, un comune posto a sette chilometri da Amalfi. Nacque il 25 ottobre 1791 in una famiglia povera e a 16 anni si arruolo nell’esercito napoletano come artigliere, guadagnandosi dopo qualche anno i gradi di tenente. Dopo la sconfitta dei francesi a Tolentino passo ai Borboni, e venne ferito durante l’assedio di Gaeta, condotto dall’austriaco Dever, che poi lo raccomando per una promozione. Ferdinando III invece lo mise a mezza paga, e Avitabile decise di emigrare in America, ma la nave su cui s’era imbarcato fece naufragio vicino a Marsiglia. Pochi mesi dopo lo troviamo a Costantinopoli. Vi incontra due reduci di Waterloo che lo convincono a seguirli in Oriente, dove gli ufficiali napoleonici sono molto apprezzati. Avitabile, a giudicare dai quadri che ci restano di lui, faceva la sua bella figura in uniforme: era alto un metro e ottanta e i favoriti che portava sul volto gli davano un’aria marziale. Nel 1820 venne impiegato dallo shah di Persia, Fath Ali Shah e resto al suo servizio per sei anni, venendo promosso colonnello e decorato. Con Jean Baptiste Ventura, nativo di Modena, ma dragone nell’esercito francese, decise di spingersi ancora piu a Oriente. Arrivarono a Lahore nel 1827 dove furono immediatamente arruolati dal Maharaja Ranjit Singh, un monarca Sikh ambizioso e intelligente che gli affido la citta di Wazirabad, che Avitabile resse per sette anni con mano ferma e severa, facendola prosperare. Per questo motivo Singh gli affido poi Peshawar al confine con l’Afghanistan, una citta difficilissima da governare, presa da Singh nel 1818 e poi ripersa varie volte. Riusci nell’impresa quasi impossibile di governarla dal 1834 al 1843.

Avitabile viveva come un pasha a Peshawar, la Gandara di Alessandro Magno, dove disponeva d’un harem di donne e accumulava soldi e oro salassando senza pieta la popolazione. Risiedeva nel palazzo di Gor Khuttree, posto sulla collina che domina la citta, una fortezza di duemila metri quadrati, divisa in celle e saloni. Viveva li dentro, vegliato giorno e notte dalle sue guardie Sikh.

Paolo Bartolomeo Avitabile era originario di Amalfi
Paolo Bartolomeo Avitabile era originario di Amalfi

Il suo modo di governare fu quello d’un malavitoso, e sono proprio questi suoi metodi che lo resero famoso e famigerato. Il suo motto era “per ogni crimine, una testa” e non passava giorno senza che vi fossero delle esecuzioni capitali. I corpi delle vittime venivano poi lasciati marcire in bella vista, per spaventare i predoni che infestavano quelle terre. Usava anche impalare e spellare vivi certi condannati a morte, quando la gravita del crimine, a suo insindacabile giudizio, rendeva necessario uscire dalla norma. Un funzionario inglese, tale Mckinnon, dice che Avitabile soleva interrompere i suoi banchetti per controllare nelle stanze vicine come stava procedendo la tortura di qualcuna delle sue vittime. Il medico ungherese Honinberger, che lo curo per una frattura, scrisse un libro di memorie intitolato “Trentacinque anni in Oriente” in cui lascio detto che quell’uomo era uno psicopatico anche se sembrava normalissimo, e che godeva nell’assistere alle esecuzioni capitali. Attribui quel suo stato alterato a un eccesso di bevande alcooliche e al clima.

Joseph Wolff, un bizzarro missionario tedesco, scrisse che nonostante avesse ammassato una gran fortuna, sognava sempre di tornare a Napoli e mormorava: «Per amor di Dio, fatemi uscire da ’sto posto». Aveva fatto modificare il minareto della moschea di Mahabat Khan per trasformarlo in un trampolino di lancio per i condannati a morte. Uno di questi riusci ad attaccarsi al cornicione e urlava che Allah l’aveva miracolato, e i due boia non riuscivano a riacciuffarlo. Avitabile, per risolvere quella impasse scrisse la sua grazia su di una pergamena dicendo di consegnarla al disgraziato e una volta ripreso lo dovevano ributtare giu: “Allah perdona, Avitabile no” e infatti era famoso per non aver mai concesso la grazia a nessuno. Dopo aver eliminato tutti gli assassini sui quali riusciva a mettere le mani, comincio a occuparsi degli spioni e dei bugiardi, e racconto a un amico di Agerola che «un giorno venne da me ricrescere la lingua a coloro a cui io la tagliavo. Feci tagliare anche la sua. Da allora regno la pace a Peshawar». Tutta quella crudelta esercitava una forza ipnotica sulla popolazione, che da quelle parti la scambiavano per giustizia. Anche i taglia gole delle montagne lo rispettavano, credendo di avere a che fare con un malommo come loro.

La prova della loro ammirazione la si vide quando i suoi Sikh gli si ribellarono, ricattandolo per estorcergli grosse somme di denaro. Avitabile, con spirito machiavellico, chiamo i suoi nemici di sempre, i ladroni afghani delle montagne, convincendoli a massacrare i Sikh, e in cambio li avrebbe lasciati liberi di violentare le loro donne e rubare l’oro che si portavano dentro ai turbanti. Mentre quelli compivano la loro opera, Avitabile ando a far ferie a Jalalabad. Da Peshawar Avitabile controllava l’accesso al passo del Kyber, un punto strategico che segnava il confine fra il Pakistan e l’Afghanistan e che durante la prima guerra anglo afghana, dal 1839 al 1842, fu la chiave di volta del Grande Giuoco che veniva combattuto fra gli inglesi e i russi in Asia. Quando nel 1842 gli inglesi mandarono una spedizione punitiva per vendicare il massacro dei loro soldati e delle rispettive famiglie, Avitabile presto loro cifre enormi, munizioni, viveri, e si fece depositare quelle somme su un suo conto bancario di Londra.

Essendosi fatto ricco sfondato, nel 1843 Avitabile lascio la sua carica e fece ritorno a Napoli, dove s’aspettava un importante incarico alla corte di re Bomba, Ferdinando II. Gli porto dei doni favolosi dall’Oriente, ma venne completamente ignorato. Avitabile si fece costruire anche un bel palazzo vicino al paesello natio, facendo demolire le rovine della chiesa benedettina di San Severino, a Scanzano. Sposo la figlia di suo fratello, di quarant’anni piu giovane di lui, dopo aver ricevuto la dispensa dalla Chiesa, ma quella ragazza era gia fidanzata con un altro e fu cosi che, il 28 marzo 1850 alla vigilia di Pasqua, gli diedero da mangiare dell’agnello avvelenato. Dopo qualche ora di agonia nel suo palazzo appena intonacato, spiro, mormorando: «Mi hanno avvelenato, ma vi faccio vedere io chi e Avitabile…». Dove non erano arrivati gli assassini afghani arrivarono i parenti. Aveva solo cinquantanove anni. La lapide marmorea che posero sulla sua tomba e ancora visibile nella chiesa di San Martino, frazione Campora. Il nome del generale Paolo Avitabile e riemerso dall’oblio grazie al fortunato romanzo di George Mcdonald Fraser “Flashman” uscito nel 1969 in cui il protagonista, un simpatico cialtrone, viene fatto muovere entro a situazioni storiche ben documentate e incontra Avitabile a Peshawar, sbronzandosi bestialmente con lui, prima di ripartire per Kabul. Nel 2001 sul Corriere della Sera ne accenno Terzani in un suo reportage, e nel 2002 usci una biografia di Stefano Malatesta, in cui pero il Nostro appare come comparsa, piu che come protagonista.

Cinquant’anni dopo la sua morte, Julian Cotton, uno scrittore inglese, arrivo ad Agerola per indagare su di lui, e scriverci un libro, che venne poi tradotto in italiano nel 1917: gli fecero vedere il suo diario, purtroppo andato perduto, e parlo con gente che l’aveva conosciuto.

Il suo palazzo era gia in rovina, ma sulla porta era visibile ancora la scritta che il generale aveva fatto incidere. Era un frase di San Bernardo: «O beata solitudo, o sola beatitudo».

ANGELO PARATICO

Peste in Cina

La morte nera, la peste polmonare è riapparsa in Cina. Ha rifatto capolino nella remota provicia dello Qinghai, dove già si lamentano tre morti. Circa dieci giorni fa le autorità cinesi, resisi della gravità della situazione, avevano messo in quarantena l’intero villaggio di Ziketan, che conta diecimila anime. Ma poi, con un tempismo che ha sorpreso e sconcertato anche gli esperti della organizzazione mondiale della sanità,  sabato notte l’hanno sollevata.  Una dozzina di persone erano state infettate, mostrando i sintomi della malattia, ma erano state curate. Il cordone sanitario, avente un diametro di venticinque chilometri, che era stato posto attorno a Ziketan e che aveva un diametro di 25 chilometri, pare che non abbia funzionato come speravano, nonostante le assicurazione contrarie delle autorità sanitarie cinesi che sostengono che nessuno sia riuscito a uscire. Risulta però che le cose non stiano proprio così. Si erano registrate fughe di contadini terrorizzati, con il pericolo di diffondere il contagio nei villaggi vicini. Ai giornalisti non vien concesso di vistare queste zone, ma un cronista di un settimane cinese era riuscito a intervistare un lavorante stagionale, che gli aveva rivelato che, non solo erano fuggite delle persone dall’interno del cordone sanitario, ma anche che i paesi vicini s’erano spopolati.  L’origine dell’infezione pare sia da ricercarsi in un cane che ha divorato un opossum trovato già morto di peste e poi il suo padrone, un allevatore di 32, lo aveva seppellito senza alcuna protezione. Era stato lui la prima vittima umana del morbo, come il suo cane nel giro di 24 ore, infettando a sua volta dei vicini di casa. Un uomo di 34 anni e uno di 73 anni, che erano poi, a loro volta deceduti.

Questa variante della peste bubbonica, nota come pestis siderans o polmonare, pare essere molto più virulenta di quella descritta nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il batterio che la provoca è lo stesso, noto come yersinia pestis, ma il punto di attacco è nell’apparato respiratorio, invece che nei linfonodi, provocando un edema polmonare. La mortalità per questa variante è del 90 per cento degli infettati, contro il cinquanta della variante bubbonica (nota anche come peste nera, per via degli ematomi che si formano sulla pelle) se entrambe queste forme infettive non vengono rapidamente trattate. Per essere colpiti da peste polmonare basta un colpo di tosse, non è necessaria la puntura di una zecca, come nel caso della variante bubbonica.

Questa malattia che dimezzò la popolazione europea durante il medioevo, e che la colpì ancora in ondate successive nei secoli futuri, sino alla fine del ‘600, proveniva dall’Oriente e si diffondeva trasmessa da roditori. Si dice che nella sua totalità abbia ucciso duecento milioni di persone nella sola Europa, a partire dalla sua prima apparizione in epoca tardo romana. Essendo causata da un un batterio e non da un virus, questa malattia è oggi agevolmente trattabile con antibiotici, ma in località remote, come il Qinghai, che si trova sotto al Tibet, può provocare un gran numero di morti, dato che uccide nel giro di uno o due giorni tutti coloro che ne vengono infettati, se non vengono curati con prontezza.

Il timore iniziale di molti, non appena apparve questa malattia, circa due settimane or sono, era che  prima che la macchina sanitaria del governo si potesse mobilitare e cominciasse a giungere sul posto tutti i rimedi necessari, sarebbero passati troppi giorni.

Il fatto che la quarantena sia stata sollevata con tanta celerità dimostra invece che le autorità sono preoccupate dalle possibili ripercussioni economiche di questa infezione, su un territorio che è già uno dei più poveri dell’intera Cina. In ciò pare che le cose al mondo non siano mutate molto dai tempi del Manzoni: gli stessi timori e la stessa cecità da parte delle autorità. Tutti abbiamo letto nelle scuole superiori il capolavoro del Manzoni e possiamo ricordare le sue magistrali descrizioni di come avessero reagito le autorità spagnole sotto alla pressione popolare. Una piccola divagazione storica: pochi sanno che la felice intuizione manzoniana circa l’origine del contagio, egli l’abbia presa da un amico medico, al quale riservò l’onore di una citazione in nota: Enrico Acerbi “Del morbo petecchiale e degli altri contagi”. L’Acerbi, nativo di Castano Primo in provincia di Milano, morì troppo giovane per portare a piena maturazione la sua felice intuizione, frutto di una attenta ricerca, ma dobbiamo ricordare che fu uno dei primi medici al mondo a intuire che all’origine delle malattie infettive esistessero degli orginismi elemntari, non visibili a occhio nudo. Un concetto che venne poi dimostrato sperimentalmente dal tedesco Robert Koch.

Il nome dato al battere yersina pestis deriva dal nome del suo scopritore, Alexandre Yersin, un francese che lavorò a Hong Kong e dove nel 1894 riuscì a separare l’agente patogeno. La sua opera venne agevolata da un sacerdote del PIME, pontificio istituto missioni estere, un brianzolo chiamato Bernardo Viganò che, avendo intuito l’importanza delle sue ricerche, non gli fece mancare i cadaveri di peste, che a quell’epoca colpiva anche il porto di Hong Kong.

Angelo Paratico

I piccoli principi cinesi

Un anno fa mi trovavo ad Accra, la capitale del Ghana, invitato dal Wto, assieme ad altri relatori, per discutere su come poter sviluppare l’industria tessile africana. Ci avevano sistemati in piccoli alberghi posti sull’oceano e di mattina condividevo il taxi con il vice presidente dell’industria tessile cinese e con il ministro per il commercio estero del Laos. Scherzavamo e ridevamo, mentre percorrevamo la strada polverosa che ci separava dal centro di quella città. Una mattina chiesi al cinese se fosse vero che il presidente Hu Jintao era stato un compagno di classe del figlio di Hu Yaobang, il segretario generale del partito comunista cinese, poi deposto da Deng Xiaoping. Lo vidi sbiancare in volto e mormorare che quella era: “Una domanda politicamente sensibile.”  Il mattino successivo prese un taxi da solo. Il suo imbarazzo dimostra come l’argomento dei principini come vengono chiamati in Cina i figli dei pezzi grossi del partito, sia sempre un argomento spinoso. La scorsa settimana, Bo Guagua, ha parlato alla Università di Pechino di fronte a centinaia di studenti. Nello scorso maggio ha ricevuto un premio speciale in Gran Bretagna, dove studia, per essere stato uno dei più brillanti giovani cinesi che vivono in quel Paese. Aveva ottenuto il massimo dei voti ad Harrow, una delle più prestigiose università inglesi e ora studia per un master a Oxford. È un giovane disinibito, di 22 anni e di bell’aspetto, che non ha esistato ad affermare che, una volta rientrato in Cina, non intende occuparsi di politica, né di affari. Ha rivelato di non possedere la tessera del partito comunista e che non intende richiederla, nonostante questa sia una chiave che apre molte porte. Le sue parole sono state riprese da vari blog e lette con grande interesse da migliaia di giovani cinesi, non abituati a tanta franchezza e candore. Bo Guangua, infatti, non è uno studente qualunque. È il figlio di Bo Xilai, il capo del partito comunista di Chongqing e suo nonno, Bo Yibo, era uno degli immortali del partito, che aveva fatto la Lunga Marcia a fianco di Mao. Per questo motivo il suo discorso ha destato tanto interesse: nessun principino prima di lui, aveva mai parlato così apertamente di sé stesso, dei suoi privilegi, delle sue speranze per il futuro. Le sue parole, però, sono già state bloccate in rete, assieme alle notizie relative alla inchiesta in corso Namibia che sta sfiorando un altro principino: Hu Haifeng, 38 anni e figlio del presidente Hu Jintao. Lo avevamo già scritto una settimana fa che nello stato africano hanno arrestato quattro persone collegate alla società cinese da lui presieduta sino a un anno fa, la Nuctech e della quale è ancora responsabile, essendo stato promosso a dirigere la holding che controlla una trentina di società, fra le quali anche questa. La comunità europea sta anch’essa indagando sulle attività di questa multinazionale, ma in questo caso è solo una questione commerciale, relativa ad accuse di dumping di loro prodotti, non di corruzione.  In Cina, ormai, quando si fa una ricerca di questo tipo su google o baidu, inserendo il nome di Hu Haifeng, appare una bandierina che avverte: “Seguendo le leggi vigenti certe informazioni non potranno essere mostrate.” Il 1 ottobre, a Pechino, verranno festeggiati i sessant’anni delle presa del potere da parte del partito comunista e ad Hu Jintao verranno resi onori militari che, in precedenza, erano stati riservati solo a Mao e a Deng. Questa inchiesta in Namibia potrebbe essere un’ombra che turberà il suo trionfo, se non verrà presto tamponata. Potrà essere fonte di enorme imbarazzo per lui, che ha fatto della lotta alla corruzione la propria parola d’ordine e spesso la definisce: “Una  questione di vita o di morte per il Paese.”  I cinesi, da millenni, la pensano come Confucio, ovvero, se uno non riesce a mettere in ordine la propria famiglia, non riuscirà mai a mettere in ordine uno Stato e, pertanto, non possiede un mandato celeste per governare.

Quella dei piccoli principi è una storia comune in Cina: i nipoti di Mao Tzetung, i figli di Li Peng, Jiang Zemin e tutti gli altri pezzi grossi, hanno studiato all’estero, un privilegio negato ai comuni cittadini cinesi e, tornati in Patria, hanno trovato delle comode poltrone che attendevano i loro deretani. Si dice che il novanta per cento dei tremila super ricchi cinesi siano dei “principini” e pare che ciascuna famiglia politica si sia scelta il proprio territorio dove operare: per esempio la famiglia di Li Peng controlla il settore energetico in Cina e sua figlia, Li Xiaolin, è presidente della China Power International; suo figlio, Li Xiapeng, è a capo della Huaneng Power. La famiglia del precedente presidente, Jiang Zeming, opera nel settore delle telecomunicazioni e quella del vecchio premier, Zhu Ronji, nel settore bancario. Il figlio del primo ministro Wen Jiabao, grande estimatore del pensiero cinico di Marco Aurelio e che predicava ai terremotati del Sichuan che la sofferenza invigorisce la Nazione, ha sistemato suo figlio, Winston Wen Yunsong, a presiedere la Unihub Global Network. La diffusione di queste notizie in Cina potrebbe avere effetti incendiari: perché con il progredire della crisi economica, il numero di laureati e diplomati che non trovano lavoro è in crescita esponenziale. Si segnala, infatti, anche una crescita nel numero di suicidi di ragazzi e di ragazze che non riescono a superare la vergogna e la delusione della disoccupazione. Dopo aver conseguito un diploma nelle città, sono costretti a tornare nei propri villaggi a mani vuote e ad affrontare i propri parenti, che si sono indebitati fino al collo per pagare i loro studi.

Angelo Paratico

L’ira del dragone fiammante

“Fai un passo oltre il confine di Lo Wu e sei in Cina e lì ti può accadere di tutto. Ti possono arrestare, accusare di corruzione, rubarti i soldi, sequestrarti, toglierti il passaporto senza darti alcuna spiegazione. Fai un passo indietro e sei a Hong Kong: qui nulla di illegale ti può accadere. Sei sicuro e protetto dalla legge” chi parla è il responsabile per l’Asia della Diadora, una ditta italiana di articoli sportivi che, purtroppo, è stata recentemente messa in amministrazione controllata.  L’argomento della nostra discussione riguarda l’arresto di quattro responsabili della Rio Tinto, il gigante minerario anglo-australiano. Una storia di cui s’è parlato poco in Italia, ma che fa correre brividi gelati lungo la spina dorsale di molti uomini d’affari che operano qui. Soprattutto di quei manager cinesi che si trovano a dirigere gli uffici di grosse società europee e americane, una tendenza che si va sempre più affermando: affidare queste società a delle persone che, pur avendo un passaporto straniero, sono di etnia cinese, parlano la lingua locale e ne conoscono la mentalità. Per la Cina, però, vale ancora la legge del sangue: non guardano a chi ha emesso il passaporto, ma piuttosto al sangue che scorre nelle vene di chi si trovano davanti, per decidere il loro modus operandi. È noto a tutti che senza le guangxi ossia le buone relazioni interpersonali, fatte di piccoli regali e favori, non si va da nessuna parte in Cina. Bisogna invitare i responsabili di uffici statali e industriali, pagati una miseria, nei karaoke, nei ristoranti, offrir loro regali, per oliare le ruote. Questa è una pratica comune, ma è illegale e quando si finisce sotto alla lente d’ingrandimento della polizia, si rischia grosso. Il caso della Rio Tinto è sintomatico di questa spada di Damocle che pende sulla testa di tutti coloro che operano in Cina: vede al centro l’arresto di un cittadino australiano di origine cinese, Stern Hu e di tre impiegati locali. Sono accusati di aver usato queste guangxi per aggirare le leggi. Avrebbero potuto arrestare uno degli impiegati bianchi della Rio Tinto, dato che la vecchia clausola colonialista di extraterritorialità non esiste più, ma così facendo avrebbero causato un incidente diplomatico ancora maggiore rispetto a quello che hanno creato. I quattro sono stati arrestati con l’accusa di aver corrotto dei funzionari per convincerli a farsi passare dei  “segreti di Stato” un’accusa che, se confermata, prevede la pena di morte e che porta a un processo per direttissima, a porte chiuse. Avevamo pubblicato un pezzo su questo giornale relativo alla fallita acquisizione d’una fetta del gigante minerario australiano Rio Tinto da parte della cinese Cinalco, un fatto che aveva ferito il loro orgoglio. I cinesi erano stati messi alla porta,  nonostante avessero buttato sul tavolo venti miliardi di dollari, un po’ perché l’opinione pubblica australiana aveva mostrato ostilità nei confronti di quella società statale cinese e dall’altro per via di una crescita del valore della società stessa. I quotidiani cinesi si riempirono di articolesse in cui veniva evidenziata la perfidia della Rio Tinto, contrapposta all’onestà e alla decenza della Cinalco. Accusavano gli uomini politici australiani per la mancata unione e un dispaccio della Xinhua, la loro agenzia informativa, titolava: “L’onestà è il sangue che scorre nelle vene degli uomini d’affari. La Cinalco supererà presto il colpo, ma per la Rio Tinto ci vorranno anni prima che recuperi la perduta verginità e la perdita della propria immagine.”  Nei blog cinesi erano apparsi molti commenti xenofobi in cui gli impiegati cinesi della Rio Tinto venivano chiamati, fra l’altro, “traditori della Patria”. Avevamo scritto che la Cina, come uno spasimante respinto, stava preparando la propria vendetta: ecco, ora la sta consumando. Una prima azione ostile da parte cinese fu la nuova legge anti-monopoli, rispolverata non appena si diffuse la notizia che i due giganti minerari australiani, la Rio Tinto e la Bhp Billiton avevano raggiunto un accordo di massima per creare una joint venture al cinquanta per cento per il controllo di tutte le loro operazioni minerarie nell’Australia occidentale, escludendo così i cinesi. Ma il fatto che intendevano usare una propria legge nazionale per andare a sindacare sulle attività industriali che un altro Paese riteneva perfettamente legali, suonava alquanto bizzarro. Devono essersi resi conto che non sarebbero andati da nessuna parte con la loro legge e pertanto hanno rispolverato i loro vecchi e ben testati metodi di intimidazione stalinista. L’arresto dei dipendenti della Rio Tinto ha provocato vibrate proteste da parte del primo ministro australiano Kevin Rudd, un sinofilo che parla mandarino. Rudd aveva posto la Cina al centro delle proprie attenzioni in politica estera e ora si trova in imbarazzo per via di questa vicenda. Ma chi di spada colpisce, di spada perisce…nel frattempo nella rete anti corruzione dello stato africano della Namibia è incappato il figlio del presidente cinese Hu Jintao, Hu Haifeng, 38 anni. Sino all’anno scorso era presidente della Nuctech, un grosso produttore di scanner, ma venne poi promosso a presiedere la Tsingua Holdings, un gigante multinazionale che controlla trenta società fra le quali anche la Nuctech. Quattro persone sono state arrestate nello stato africano, fra le quali il rappresentante cinese della Nuctech. Il figlio del presidente cinese per ora non è accusato di nulla, ma il responsabile della commissione anti corruzione della Namibia, Paulus Noah, ha dichiarato che vorrebbe sentirlo come persona informata dei fatti. Questa vicenda potrebbe provocare un enorme imbarazzo a Hu Jintao, anche se la notizia di questa indagine verrà censurata in Cina.

Angelo Paratico

Una Statua Per L’eroina Cinese

Pochi giorni fa, in un parco di Qinpu, una delle città satelliti sorte attorno a Shanghai, è stata svelata una statua di Zheng Pingru. Questa ragazza sarebbe la vera eroina del film di Ang Lee: Lust, Caution che fu presentato a Venezia nel 2007, dove vinse il Leone d’Oro. La scultura bronzea, a grandezza naturale, la ritrae nell’atto di cadere sul fianco, mani legate davanti, colpita dalle pallottole sparate da un plotone d’esecuzione. Aveva 26 anni ed era il 1940.  Se fosse viva oggi avrebbe 95 anni.  Pagò il prezzo supremo per aver attentato alla vita di Ding Mocun, il ministro dei trasporti nel governo collaborazionista di Wang Jingwei, ma la sua pistola s’inceppò. In quegli anni Shanghai era un crocevia di spie e di oscuri interessi. Anche l’Italia vi aveva una colonia e solo un anno dopo la tragica fine di questa ragazza, in condizioni analoghe venne fucilato anche un nostro connazionale, poco conosciuto in Italia, ma che ebbe una vita tanto avventurosa da meritare anche lui un film: si chiamava Amleto Vespa. Era un concittadino di Bruno Vespa, ma senza essere con lui imparentato, a dispetto del cognome. Il film di Ang Lee si basa  su di un racconto lungo appena 28 pagine, scritto da Eileen Chang. Nata in una famiglia ricca e influente di Shanghai, si trasferì poi a Hong Kong e negli Stati Uniti. Vi descrive la storia d’amore con il proprio marito, Hu Lancheng, che, come il personaggio del film, era un collaboratore dei giapponesi. Eileen lo amava moltissimo, ma egli fu un bigamo impenitente per tutta la sua vita, la tradì ripetutamente e infine l’abbandonò.  Eileen andò negli Stati Uniti e nel 1950, cercando di razionalizzare il proprio passato e di ricostruirlo da un punto vista emozionale, scrisse quella sua gemma letteraria. Dato che conteneva vari riferimenti intimi, si decise a pubblicarlo solo nel 1980. Morì a Los Angeles nel 1994, a 74 anni e il suo corpo venne scoperto solo alcuni giorni dopo il suo decesso, perché viveva isolata da un mondo che non riconosceva più.  Appena il film di Ang Lee uscì nei cinematografi, una signora ottantenne che viveva a Los Angeles disse di essere la sorella minore dell’eroina assassinata, rivelò che la loro madre era giapponese e protestò per le scene di sesso estremo che appaiono nella pellicola e che, del resto, non esistono neppure nel racconto di Eileen Chang. A questa protesta s’associò la Cina popolare che dapprima proibì il film, ma poi accettò di farlo distribuire, dopo che Ang Lee operò dei tagli sostanziali. L’autore di Brokeback Mountain è, evidentemente, un artista con la spina dorsale di gomma. Significativa anche la lista di questi tagli: tutte le scene di sesso, l’immagine di un rifugiato che giace morto per strada e la parte più importante del dialogo finale: nella versione cinese non è più l’eroina che mette in guardia Ding Mocun, permettendogli di fuggire. Questo stravolge completamente la storia, basata sul fatto che l’amore vince sulle convinzioni politiche e sull’odio partigiano. Alla cerimonia ufficiale per l’inaugurazione del monumento erano presenti alcuni parenti dell’eroina, accademici, autorità e Xu Hongxin, l’autore di un libro intitolato: “La scoperta di segreti d’archivio  relativi al principale carattere femminile nel film Lust & Caution – Una donna spia.” Possiamo indovinare cosa c’è scritto, senza bisogno di leggerlo: era una grande patriota, castissima e stimava e ammirava moltissimo i comunisti, con i quali intratteneva cordiali rapporti, anche se faceva parte del Kuomingtang, ovvero del partito di Chan Kaishek che avrebbe voluto liquidarli prima ancora dei giapponesi. Un altro fatto di cui certamente non parla è che il personaggio cattivo del film, Ding Mocun, non era poi così cattivo come appare, ma addirittura era anche lui una spia al servizio del Kuomingtang e che, pertanto, se lo avesse davvero ucciso, avrebbe commesso un grave errore. Solo un anno dopo la morte di Zheng Pingru, infatti, il ministro dell’educazione del Kuomingtang, Chen Lifu, si mise in contatto con lui per arruolarlo a pieno titolo nella propria rete spionistica, questo lo si evince dal diario di Chen, che non verrà mai pubblicato in Cina sotto all’attuale regime, ma che è uscito a Taiwan. I due uomini si stimavano e si aiutavano, tant’è che nel 1945, con la sconfitta del Giappone, Ding Mocun venne nominato dal Kuomingtang governatore militare della provincia dello Zhejiang. Successivamente la storia della fucilazione della giovane ragazza emerse sui giornali e Ding venne imprigionato. Chen Lifu promise di aiutarlo a chiarire tutti i malintesi riguardanti il suo passato, parlando direttamente al generalissimo Chang Kaishek. Ma le cose non andarono nel verso giusto per lui perché, mentre stava in carcere in attesa del processo, si sentì male e venne portato in ospedale. Una volta ristabilitosi, prima di ritornare dietro alle sbarre, volle farsi un giro sul lago di Xuanwu e un giornalista che stava lì per caso lo riconobbe e gli scattò una foto. Il giorno dopo Chang Kaishek aprì il giornale e lo vide bello e felice su di una barca, montò su tutte le furie e urlò: “Come può andare sul lago questo, se è malato? Fucilatelo immediatamente!”

Così fecero, senza un processo, era il 5 luglio 1947.

 

Angelo Paratico

Flash Gordon Contro Alien?

“Per quanto riguarda la rivoluzione militare, la competizione fra gli eserciti sta migrando nello spazio…questa è una inevitabilità storica, uno sviluppo che non può essere ignorato. Solo la forza può proteggere la pace” chi parla così non è il Signore delle Tenebre, nel film Guerre Stellari, ma il generale Xu Qilian, che sta a capo dell’aviazione cinese. Queste sue parole fanno cadere la maschera alla dirigenza comunista cinese, che aveva sempre negato di nutrire questo genere di ambizioni. Anche nel gennaio 2007, quando avevano usato un raggio laser per distruggere un loro vecchio satellite, parlarono di un semplice esperimento scientifico. Le sue parole, contenute in un’intervista stampata dal quotidiano delle forze armate cinesi, costituisce un articolato discorso strategico. Ha voluto aggiungere, per meglio chiarire il concetto, che d’ora innanzi la Cina assumerà una strategia attiva, non passiva, preparandosi a colpire obiettivi posti al di fuori dei propri confini nazionali. Ha aggiunto: “Gli interessi cinesi si stanno ampliando e il Paese è entrato nell’era spaziale. Il partito comunista cinese e il popolo sono stati investiti da un compito storico. Dopo un’ approfondita analisi abbiamo deciso di cambiare. Le forze aeree estenderanno la propria influenza dal cielo allo spazio, dalla difesa del territorio cinese, all’attacco. Miglioreremo la nostra capacità di colpire a lunga distanza, di combattere guerre elettroniche, via internet, con l’assistenza dei satelliti in orbita nello spazio…La Cina diventerà una potenza mondiale verso la metà del XXI secolo e la sua arma aerea deve essere in grado di neutralizzare varie forme di attentati alla propria sicurezza.” Gli esperti sottolineano l’importanza strategica delle sue parole: la Cina non risponderà più solo se attaccata – anche se in Corea, Tibet, Vietnam aggredì senza provocazione – ma si sta preparando a guerre preventive. L’aviazione vuol fare la sua parte, come la marina, che ha ricevuto ingenti fondi e che sta preparandosi a varare delle portaerei. Alla vigilia del viaggio a Pechino di Barack Obama, si segnala una crescente insoddisfazione per la leggerezza con la quale la sua amministrazione affronta il pericolo cinese. Il 21 ottobre scorso, a Seoul, parlando a dei giornalisti, il comandante in capo delle forze americane nel Pacifico, il contrammiraglio Robert F. Willard, si è lasciato scappare delle parole che son passate inosservate ai più, ma che hanno stupito i veri esperti presenti. Ha detto: “Obietterei che, più o meno, durante il decennio passato, ogni anno la Cina ha superato le nostre stime di intelligence circa le loro capacità belliche. In quel campo sono cresciuti a un tasso senza precedenti.”
In pratica, con molto tatto, ha accusato i servizi americani e, di riflesso, anche i politici, di aver sotto-stimato la crescita di questa tirannia nucleare. Questo genere di affermazioni sono rare a Washington, soprattutto quando c’è di mezzo un importante partner economico, ma lasceranno certamente il segno, dato che questo ufficiale è stimato per la sua competenza e per la sua aderenza ai fatti. Resta da chiederci cosa effettivamente intendeva dire. Le informazioni che gli sono arrivate sulla sua scrivania e su quella dei suoi predecessori erano sbagliate? Di quanto? Del 10 o del 30 per cento? Lui da chi lo ha saputo e cosa intendeva dire di preciso? Forse gli Americani stanno ripetendo gli errori commessi con l’Urss negli anni settanta e ottanta. Una volta dissolto l’impero del male, gli esperti scoprirono di aver sottostimato in maniera grossolana i loro armamenti: nell’ordine del duecento e del trecento per cento.
Ritornando alle affermazioni spaziali del generale Xu Qiliang, che citavamo in apertura, è chiaro a tutti dove, prima di tutto, intendono puntare l’occhio dei loro satelliti spaziali e inquadrare i bersagli da colpire con i loro missili. Taiwan. Per il momento le acque dello stretto sono calme e regna una relativa armonia fra i due Paesi, grazie all’abilità diplomatica del presidente Ma Ying-jeou, il quale deve aver capito che, in caso di pericolo, difficilmente l’attuale amministrazione americana li soccorrerà. Infatti, i segnali che si sono visti di recente al Congresso puntano in questa direzione. Una lotta sotterranea è in corso fra chi vorrebbe continuare a vendere armi a Taiwan e chi, rispondendo alle minacce cinesi, vorrebbe sospenderle. Un contratto da 6,5 miliardi di dollari per la vendita di caccia F16 è ad alto rischio. Nel luglio scorso, durante il suo ultimo viaggio a Pechino, il segretario di Stato Hillary Clinton era stata avvisata di cancellarlo, se vuol mantenere delle buone relazioni con la Cina. Nel frattempo i Cinesi continuano a puntare i propri missili a corto raggio contro a Taiwan. Per questo motivo il continuare a vendergli armi, mantenendo un equilibrio, paradossalmente diventa un fattore di pace e non di guerra. Si calcola che la Cina abbia da 1.050 a 1.150 missili puntati contro di loro e ne aggiunge 100 ogni anno che passa. Non solo, ma li sta rinnovando, aumentando la loro precisione, che è vitale per il loro impiego. L’accuratezza di missili dispiegati cinque anni fa era di circa 300 metri, mentre i nuovi modelli avrebbero una precisione di 5 metri. Questa precisione consentirà alle forze armate cinesi di colpire tutti i loro aeroporti e gli hangar, neutralizzandoli nel giro di un’ora e trasformando questa isola di democrazia in un’anatra dalle ali tarpate. Questa è una situazione esplosiva, che potrebbe sfuggire di mano in momenti di tensione. La Cina potrebbe agevolmente vincere militarmente, ma cadrebbe poi travolta da un’ondata di indignazione popolare provocata dal suo barbaro gesto.

Angelo Paratico

Obama, La Cina E Il Dalai Lama

La notizia e circolata domenica scorsa, come il fuoco nelle praterie. Tre funzionari del governo presieduto da Barack Obama, guidati da Valerie Jarrett, sono giunti a Dharamsala, in India, dove ha sede il governo in esilio del Dalai Lama. Lunedi avevano incontrato il primo ministro tibetano Samdhong Rimpoche e il portavoce del Dalai Lama, Lodi Gyari. Il leader spirituale tibetano era appena rientrato da un viaggio in Slovacchia, ma ieri ha potuto ricevere gli inviati americani. Nel terzetto c’era anche Maria Otero, sottosegretario del dipartimento di Stato, incaricata di fare da coordinatrice per gli affari tibetani. La Otero ha portato i saluti del presidente Obama al Dalai Lama, rassicurandolo sul fatto che tutta l’amministrazione statunitense intende continuare a proteggere la loro cultura, la loro religione e il loro stile di vita. Il Dalai Lama ha ringraziato calorosamente tutti i componenti di questa delegazione d’altissimo livello, la piu alta dal tempo della visita di Nancy Pelosi caduta nel marzo 2008 e ha apprezzando il loro interesse per una risoluzione pacifica del problema tibetano, attraverso il dialogo con la Cina. Il premio Nobel tibetano ha in programma di visitare gli Stati Uniti il mese venturo e spera di potervi incontrare il nuovo presidente americano. La Cina ha gia fatto sapere che e contraria a tale incontro e che questo non s’ha da fare, altrimenti i rapporti bilaterali fra i due Paesi verranno irrimediabilmente compromessi. Il solito disco rotto, insomma. Fra l’altro, anche il presidente cinese Hu Jintao e atteso negli Stati Uniti, a Pittsburgh dal 24 al 25 settembre, per una riunione dei Paesi del G20. Per evitare una sua cancellazione, in segno di protesta, siamo certi che l’annuncio del possibile incontro fra Obama e il Dalai Lama verra diffuso solo dopo Pittsburgh. Speriamo solo che il neo eletto presidente americano non si fara intimidire dalle minacce cinesi. Tutto sommato un po’ di tensione con la Cina gli potra solo essere di giovamento: potra servire a deflettere tutte le critiche che gli stanno piovendo addosso a causa dei suoi lodevoli sforzi nel voler risolvere una delle grandi piaghe del sistema America: la mancanza di un servizio medico paragonabile alla nostra mutua. Un segnale che il presidente Obama e ormai disposto a guardare i Cinesi negli occhi e dato dal fatto che, venerdi scorso, egli ha approvato l’imposizione di un 35 per cento di tasse sulla importazione di pneumatici prodotti in Cina. La Casa Bianca ha parlato di un meccanismo automatico, imposto dalla necessita di essere equi nei confronti di tutti. Ma la riposta cinese non si e fatta attendere. Come sempre sogliono fare in questi casi, hanno tirato un pugno sotto alla cintura, dichiarando di aver dato inizio a una inchiesta anti dumping sulla importazione di carne di pollo e di pezzi di ricambio per auto di provenienza statunitense. Non si capisce perché non avevano dato inizio a tale inchiesta nei mesi precedenti, se davvero pensavano che ne esistono gli estremi. Il ministero per il commercio cinese ha fatto sapere che ritiene questa imposizione fiscale sugli pneumatici come un atto di puro protezionismo e che lanceranno altre indagini sul Made in USA, se l’attuale amministrazione americana non si decidera a cambiare rotta. Si lamentano, ma devono fare attenzione a come si muovono, perché lo stretto controllo che mantengono sulla propria moneta e di per sé stesso contrario alle leggi del Wto e costituisce un immenso atto di dumping. Obama, con altri senatori, aveva a suo tempo scritto una lettera al presidente Bush per protestare contro alla Cina, che manipola la propria divisa al fine di promuovere le proprie esportazioni. Ora si trova seduto al posto di Bush e non puo piu limitarsi a scrivere lettere. L’economia cinese, a dispetto della sua apparente buona salute, si trova su di un asse inclinato coperto di olio. Resta troppo basata su capitali provenienti dall’estero, che vengono impiegati per finanziare la crescita in settori a basso contenuto tecnologico e a basso profitto. La crescita spettacolare del Pil che hanno segnato in questi anni l’hanno ottenuta tassando i propri cittadini. Questo genere di tasse si chiamano bassi salari. Una sorta di tassazione trattenuta dalla Stato e che neppure appare in busta paga. Lavori che in Europa verrebbero pagati mille euro mensili, in Cina vengono pagati cento euro mensili. Il 90 per cento di tasse, dunque. Gli economisti cinesi conoscono bene i rischi che stanno correndo e, per questo motivo, a partire dall’inizio della crisi economica mondiale, iniziata il 14 settembre 2008, hanno insistito a voler aumentare i consumi interni. Una speranza che si sta rivelando fallace, perché le cifre diffuse dall’ufficio delle statistiche di Pechino mostrano che questo non sta avvenendo: anzi, si e registrato un nuovo calo del 17% sulle importazioni e del 23.4 per cento sulle esportazioni. La Cina non puo permettersi di alzare troppo la voce con Stati Uniti, né di alzare troppo la tensione, per evitare di segare il ramo su cui siedono, ma la progressione delle minacce cinesi e cosa nota e prevedibile: la loro stampa comincera a pubblicare storie in cui viene esposta la doppiezza e la disonesta americana, rapportata all’onesta cinese. Il passo successivo potra essere l’arresto di qualche cittadino americano, con l’accusa di spionaggio e la cancellazione di vari incontri ad alto livello e contratti con societa americane. Un po’ come hanno fatto con gli australiani della Rio Tinto: furia controllata, per punire chi si comporta male nei loro confronti. Potranno anche arrivare a minacciare di vendere una parte dei miliardi di dollari di buoni del tesoro americano che possiedono. Questa minaccia, infatti, ha gia fatto capolino sulla stampa cinese durante il fine settimana, ma questo dimostra solo l’ignoranza a livello fiscale di certi giornalisti. Non capiscono che, per ogni cosa che si vuol vendere, bisogna che esista qualcuno disposto a comprare. Inoltre, i loro acquisti di buoni del tesoro americano son solo il segno che gli Americani stanno acquistando merci cinesi, mentre loro, i Cinesi, non stanno comprando abbastanza merci e servizi di provenienza americana.

Angelo Paratico

La Cina Compie 60 Anni

La repubblica popolare cinese venne fondata il 1 ottobre 1949. Dunque, la cosiddetta liberazione cinese sta per compiere sessant’anni. Stanno preparando grandi festeggiamenti, parate militari, marce e canzoni. A Pechino hanno proibito ai negozi di vendere coltelli e chiuso il Tibet ai turisti. Lunedi un autobus vuoto s’era incendiato nella capitale cinese, per cause naturali, ma questo e bastato per provocare un caos fra le forze dell’ordine. La somma di tutte le loro paure e riassunta in un libro, scritto da Lung Ying-tai, una docente di giornalismo presso l’universita di Hong Kong. E’ uscito a Taiwan due settimana fa e sta avendo un successo strepitoso: ha gia venduto centomila copie ed e possibile che arrivi a venderne piu di un milione nel giro di qualche mese. S’intitola: Grande fiume, Grande mare. Storie mai raccontate del 1949. L’idea di scriverlo venne all’autrice nel 1989 mentre stava a Berlino, dove poté assistere alla caduta del Muro. Venne colpita dall’idea che i suoi concittadini passati attraverso il trauma del 1949 erano gia vecchi e non sarebbero vissuti ancora a lungo. Per questo motivo avverti l’urgenza di raccogliere le loro parole. Tornata a Taiwan comincio a registrare testimonianze orali, a raccogliere vecchi giornali, libri dimenticati e poi catalogare tutto con cura. Solo l’anno scorso si mise all’opera: si rinchiuse in casa per 400 giorni e poi smise di leggere i quotidiani e di ascoltare i telegiornali, per poter entrare in una macchina del tempo mentale e rivivere quei drammi, udire le grida di tutte quelle vittime innocenti, i loro pianti e i loro lamenti. In questa opera ha raccolto tante storie di persone minute e di persone famose, che furono inghiottite in quel maelström. Fra i famosi vi troviamo l’attuale presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou e lo studioso di fisica Paul Chu. C’e anche la storia della sua famiglia, che e commovente. Sua madre, fuggendo con il marito a Taiwan, lascio il suo primogenito alla suocera in una stazione ferroviaria, perché il loro treno era pieno all’inverosimile di rifugiati. L’autrice del libro, nata a Taiwan nel 1952, rivide questo suo fratello solo nel 1985, a Canton. Questa sua opera e stata presentata presso il suo ateneo qualche giorno fa. Ascoltiamo cio che dice, dalla sua viva voce: “Nella tradizione cinese 60 anni e una data importante. Pechino dovrebbe marcare quel giorno, ma non festeggiarlo. Si dice che dietro a ogni valoroso generale stiano diecimila cadaveri e una delle parti non dovrebbe infierire sull’altra, caratterizzandola come perdente. Circa un milione e mezzo di persone fuggirono a Taiwan e molti si lasciarono dietro figli, genitori, mariti. Mio padre era un ufficiale nell’esercito di Chang Kaishek e non vide piu sua madre, che era corsa alla stazione ferroviaria per dare un ultimo bacio al figlio. Fece in tempo a dargli un paio di pezze da piedi, che aveva fatto con le sue mani, all’uncinetto. Mi e capitato spesso di vedere mio padre piangere, quando si toglieva le scarpe. I miei genitori persero tutto: casa, terreni, parenti, amici e mio padre s’adatto a fare il poliziotto in un villaggio.”
Anche sua madre non rivide piu i genitori e, inoltre, il suo paese nativo, ricco in monumenti e con una storia di mille anni, venne sommerso da una diga nel 1958 e i suoi trecentomila abitanti vennero spostati in un’altra zona, senza concedere loro nessuna compensazione.
Lung dice che anche a Taiwan esiste una notevole ignoranza su quegli avvenimenti, perché i perdenti non amano rivangare il proprio passato e ammettere i propri errori, soprattutto se e un passato orrendo, nella sua magnitudine. Aggiunge: “Per esempio nessuno ha mai sentito nominare l’assedio di Changchun, la capitale della provincia del Jilin. Dal marzo fino all’ottobre del 1948 Lin Biao il comandante della PLA taglio tutti i rifornimenti di cibo alla popolazione chiusa in quella citta. Dentro c’erano centomila soldati del Kmt e un milione di civili. Si registrarono numerosi casi di cannibalismo e alla fine i morti furono da un minimo di centomila a un massimo di seicentocinquantamila. Sono stata in quella citta recentemente, ma nessuno ne sa nulla. Tutti conoscono il massacro di Nanchino perpetrato dai Giapponesi, ma nessuno parla di questo massacro e di tanti altri. Molte furono le ingiustizie commesse durante questi sessant’anni, ma nessuno si e mai scusato. Tanti debiti non son stati ripagati. Tanti atti di generosita non son stati riconosciuti e tante ferite non si sono rimarginate.”
L’autrice conclude dicendo che lo scrivere questo libro e stato un po’ come aprire la scatola nera d’un aereo caduto, ma si affretta ad aggiunge: “In Cina c’e bisogno di scrivere centomila libri simili. Vi sono troppe scatole nere in giro. Se la pace ci sta davvero a cuore, allora dobbiamo capire il dolore che le nostre celebrazioni provocano alla parte avversa. Se il popolo sulle due rive dello stretto di Taiwan non si conoscono, allora non c’e nessuna base di fratellanza. Non puo bastare la pace solo fra i leader politici.”
Bella una frase che mette nella introduzione: “Guerra?  C’e un vincitore? Io sono fiera di far parte della prossima generazione dei perdenti.” Da questa vicenda, anche noi Italiani, figli del 25 Aprile, avremmo molto da imparare.

La repubblica popolare cinese venne fondata il 1 ottobre 1949. Dunque, la cosiddetta liberazione cinese sta per compiere sessant’anni. Stanno preparando grandi festeggiamenti, parate militari, marce e canzoni. A Pechino hanno proibito ai negozi di vendere coltelli e chiuso il Tibet ai turisti. Lunedi un autobus vuoto s’era incendiato nella capitale cinese, per cause naturali, ma questo e bastato per provocare un caos fra le forze dell’ordine. La somma di tutte le loro paure e riassunta in un libro, scritto da Lung Ying-tai, una docente di giornalismo presso l’universita di Hong Kong. E’ uscito a Taiwan due settimana fa e sta avendo un successo strepitoso: ha gia venduto centomila copie ed e possibile che arrivi a venderne piu di un milione nel giro di qualche mese. S’intitola: Grande fiume, Grande mare. Storie mai raccontate del 1949. L’idea di scriverlo venne all’autrice nel 1989 mentre stava a Berlino, dove poté assistere alla caduta del Muro. Venne colpita dall’idea che i suoi concittadini passati attraverso il trauma del 1949 erano gia vecchi e non sarebbero vissuti ancora a lungo. Per questo motivo avverti l’urgenza di raccogliere le loro parole. Tornata a Taiwan comincio a registrare testimonianze orali, a raccogliere vecchi giornali, libri dimenticati e poi catalogare tutto con cura. Solo l’anno scorso si mise all’opera: si rinchiuse in casa per 400 giorni e poi smise di leggere i quotidiani e di ascoltare i telegiornali, per poter entrare in una macchina del tempo mentale e rivivere quei drammi, udire le grida di tutte quelle vittime innocenti, i loro pianti e i loro lamenti. In questa opera ha raccolto tante storie di persone minute e di persone famose, che furono inghiottite in quel maelström. Fra i famosi vi troviamo l’attuale presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou e lo studioso di fisica Paul Chu. C’e anche la storia della sua famiglia, che e commovente. Sua madre, fuggendo con il marito a Taiwan, lascio il suo primogenito alla suocera in una stazione ferroviaria, perché il loro treno era pieno all’inverosimile di rifugiati. L’autrice del libro, nata a Taiwan nel 1952, rivide questo suo fratello solo nel 1985, a Canton. Questa sua opera e stata presentata presso il suo ateneo qualche giorno fa. Ascoltiamo cio che dice, dalla sua viva voce: “Nella tradizione cinese 60 anni e una data importante. Pechino dovrebbe marcare quel giorno, ma non festeggiarlo. Si dice che dietro a ogni valoroso generale stiano diecimila cadaveri e una delle parti non dovrebbe infierire sull’altra, caratterizzandola come perdente. Circa un milione e mezzo di persone fuggirono a Taiwan e molti si lasciarono dietro figli, genitori, mariti. Mio padre era un ufficiale nell’esercito di Chang Kaishek e non vide piu sua madre, che era corsa alla stazione ferroviaria per dare un ultimo bacio al figlio. Fece in tempo a dargli un paio di pezze da piedi, che aveva fatto con le sue mani, all’uncinetto. Mi e capitato spesso di vedere mio padre piangere, quando si toglieva le scarpe. I miei genitori persero tutto: casa, terreni, parenti, amici e mio padre s’adatto a fare il poliziotto in un villaggio.”
Anche sua madre non rivide piu i genitori e, inoltre, il suo paese nativo, ricco in monumenti e con una storia di mille anni, venne sommerso da una diga nel 1958 e i suoi trecentomila abitanti vennero spostati in un’altra zona, senza concedere loro nessuna compensazione.
Lung dice che anche a Taiwan esiste una notevole ignoranza su quegli avvenimenti, perché i perdenti non amano rivangare il proprio passato e ammettere i propri errori, soprattutto se e un passato orrendo, nella sua magnitudine. Aggiunge: “Per esempio nessuno ha mai sentito nominare l’assedio di Changchun, la capitale della provincia del Jilin. Dal marzo fino all’ottobre del 1948 Lin Biao il comandante della PLA taglio tutti i rifornimenti di cibo alla popolazione chiusa in quella citta. Dentro c’erano centomila soldati del Kmt e un milione di civili. Si registrarono numerosi casi di cannibalismo e alla fine i morti furono da un minimo di centomila a un massimo di seicentocinquantamila. Sono stata in quella citta recentemente, ma nessuno ne sa nulla. Tutti conoscono il massacro di Nanchino perpetrato dai Giapponesi, ma nessuno parla di questo massacro e di tanti altri. Molte furono le ingiustizie commesse durante questi sessant’anni, ma nessuno si e mai scusato. Tanti debiti non son stati ripagati. Tanti atti di generosita non son stati riconosciuti e tante ferite non si sono rimarginate.”
L’autrice conclude dicendo che lo scrivere questo libro e stato un po’ come aprire la scatola nera d’un aereo caduto, ma si affretta ad aggiunge: “In Cina c’e bisogno di scrivere centomila libri simili. Vi sono troppe scatole nere in giro. Se la pace ci sta davvero a cuore, allora dobbiamo capire il dolore che le nostre celebrazioni provocano alla parte avversa. Se il popolo sulle due rive dello stretto di Taiwan non si conoscono, allora non c’e nessuna base di fratellanza. Non puo bastare la pace solo fra i leader politici.”
Bella una frase che mette nella introduzione: “Guerra? C’e un vincitore? Io sono fiera di far parte della prossima generazione dei perdenti.” Da questa vicenda, anche noi Italiani, figli del 25 Aprile, avremmo molto da imparare.

Angelo Paratico

Mogul

Giada insanguinata

Molti grossisti di pietre preziose, soprattutto occidentali, si stanno tenendo alla larga dal “Emporio delle gemme” apertosi il 29 Ottobre in Birmania e che chiuderà i battenti il 26 di Novembre. Questo non tanto perché provino indignazione per le violenze subite dai monaci buddisti, di cui tutti abbiamo visto e letto, quando piuttosto per il timore di aver problemi a smerciare la propria mercanzia. Da questa fiera biennale, dove vengono battute all’asta soprattutto giada e rubini, la giunta militare birmana trae una buona parte di quei denari che impiega poi per acquistare armi ed evitare la bancarotta della macchina statale. La penuria di finanziamenti che stanno traendo da questo bazar delle pietre preziose è il segno tangibile che le sanzioni approvate dagli Stati Uniti e dalla Comunità Europea stanno avendo un certo effetto. Tre giorni fa i rappresentanti di questa giunta assassina si sono presentati a Singapore, dove si sta tenendo una conferenza dei paesi Asean, per cercare di rompere l’accerchiamento in cui si sentonio stretti e oggi incontreranno Pietro Fassino, inviato da Bruxelles. Queste gemme, in ordine di importanza, si trovano al terzo posto come voce d’entrata nel loro bilancio, dopo il petrolio e il legname. È possibile, però, che i mercanti torneranno alla chetichella, con la speranza di  poter spuntare dei prezzi migliori, non appena le acque si saranno chetate. Intanto il contrabbando sta aumentando a dismisura, anche se già oggi il governo birmano riesce a controllare solo il cinquanta per cento delle loro esportazioni. Le radici di questo fenomeno sono da ricercarsi nella povertà e nella corruzione esistenti in questo Paese: i cavatori, che lavorano come degli schiavi, non riescono a guardagnare neppure un dollaro al giorno. In Occidente la giada è quasi sconosciuta, ma i rubini sono le pietre preziose più amate dalle donne americane e il novanta per cento di quelli che si trovano in vendita nelle gioiellerie provengono proprio dalla Birmania. Dunque non son solo i diamanti che alimentano guerre civili e omicidi, ma anche i rubini. Le pietre preziose, come il denaro, non mandano un cattivo odore. A mano a mano che le immagini della repressione di Yangoon si andranno attenuando nella nostra labile memoria collettiva, vedremo un numero crescente di persone che scenderanno a compromessi con la propria coscienza davanti allo sfavillio di un anello. Per quanto riguarda la giada offerta all’asta in questa fiera, essa viene presentata sotto forma di massi del peso di vari quintali. Sono cosparsi di terra e fango, tranne che per due o tre finestrelle lucidate sulla loro superficie, così da permettere agli esperti di osservare la loro cristallizazione interna e decidere quanto offrire. I compratori si portano dietro dei sensitivi che cercano di capire cosa nascondono e di indovinarne il valore. Basta un colpo di fortuna, con una vena di verde altamente cristallizzata all’interno e il profitto potrà essere di milioni di dollari. Una volta aggiudicati, questi pietroni vengono portate in centri di taglio di  Bangkok e di Hong Kong, dove vengono affettati e i maestri incisori decidono come utilizzarli.  I cinesi, sin dall’era neolitica, attribuiscono poteri mistici alla giada, anche se all’inizio si riferivano solo alla nefrite. La pensano capace di donare salute e potere e dopo averla raccolta sulle rive di certi fiumi posti sulla via della seta, veniva trasportata sino a dei villaggi dove veniva lavorata con rudimentali torni e trapani, costruiti con bambù e fili di canapa impeciata, e cosparsa di polvere abrasiva. Se le portavano addosso per tutta la vita e poi le facevano interrare nelle loro tombe, foggiate nelle forme più strane: uccelli; anelli che rappresentano il cielo e che verranno montati sul retro delle medaglie olimpiche assegnate a Pechino 2008; cicale; dei cilindri che rappresentano la terra. Dopo che per 6mila anni ne hanno fatto uso, a partire dal settecento si diffuse un tipo di giada più dura e più brillante della vecchia nefrite, che i geologi classificano come giadeite e che in estremo Oriente si rinviene solo in Birmania. Possiede un colore che varia dal bianco, sino al viola e al blù, ma può raggiungere un verde intenso simile a quello degli smeraldi: questa è la variante più ricercata. Una volta lavorata, la usavano perlopiù per oggetti da poggiare sul tavolo: la loro funzione era di liberare la mente dell’osservatore dalle preoccupazioni quitidiane. Questo tipo di giada la si cominciò a usare per gioielleria a partire dagli anni venti, grazie a quel crogiolo multirazziale e multiculturale che fu Shanghai, una città divisa fra varie nazioni. Quell’epoca era nota come Art Deco e le ricche signore occidentali che risiedevano in quella città, fra le quali anche Edda Ciano,  avendo notato quelle belle pietre, se le fecero montare su anelli e collane da gioiellieri famosi, come Cartier, Tiffany e Fabergè. Da quel momento la moda esplose anche fra i cinesi, che hanno preso a farne largo uso: oggi è difficile trovare una ragazza cinese, ricca o povera che sia,  che non ne porti almeno un pezzo al collo.

 

Angelo Paratico