Ciò che Maometto non disse

I miei polsini preferiti, con due monete del tributo, originali. Forse una di queste due stava nella tasca del fariseo?

Domenica 22 ottobre, XXIX del tempo ordinario, in tutte le chiese cattoliche del mondo, durante la liturgia della parola è stato letto il celebre brano intitolato “il tributo a Cesare” preso dal Vangelo secondo Matteo, Cap.22 1521.

 

Eccolo:

Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.

 

Questa è la versione in Latino, secondo la Vulgata:

 

Tunc abeuntes pharisaei consilium inierunt, ut caperent eum in sermone. Et mittunt ei discipulos suos cum herodianis dicentes: “ Magister, scimus quia verax es et viam Dei in veritate doces, et non est tibi cura de aliquo; non enim respicis personam hominum. Dic ergo nobis quid tibi videatur: Licet censum dare Caesari an non?”.
Cognita autem Iesus nequitia eorum, ait: “Quid me tentatis, hypocritae? Ostendite mihi nomisma census”.
At illi obtulerunt ei denarium. Et ait illis: “Cuius est imago haec et suprascriptio?”
Dicunt ei: “Caesaris.” Tunc ait illis: “Reddite ergo, quae sunt Caesaris, Caesari et, quae sunt Dei, Deo.”

 

I nemici di Gesù gli tesero un tranello, ma con un’intelligenza divina, egli si sottrae.
Chiesero se era giusto pagare le tasse agli invasori romani. Se Gesù avesse risposto di no, lo si sarebbe denunciato all’autorità come un sovversivo; se avesse risposto di sì, lo si poteva denunciare ai patrioti anti-romani, come un traditore.

Gesù si fa mostrare la moneta, un denaro d’argento con l’effigie dell’imperatore Tiberio sopra e chiede di chi è quella testa e che dicono quelle parole? Gli rispondono, Cesare. Gesù dà la sua risposta, che li spiazza completamente.
Egli dice di non mischiare gli affari celesti con quelli terreni, in pratica inventa su due piedi la separazione fra Stato e Chiesa, una cosa che purtroppo manca ai musulmani che tendono a confondere le due cose, con i risultati che abbiamo tutti sotto agli occhi.

Nel mondo anglosassone questa moneta d’argento è nota come Tribute Penny e fu battuta in milioni di pezzi per un lungo periodo e in diverse varianti. Pesano circa 3.5 grammi.

Eccone una in ottimo stato di conservazione, battuta a Lione dal 14 al 37 d.C., sul diritto c’è la testa di Tiberio e le parole TI CAESAR DIVI AVG AVGVSTVS.
Sul rovescio c’è la madre di Tiberio, Livia, vedova di Ottaviano Augusto, assisa su un trono con le parole PONTIF MAXIM. Rappresenta la Pace e impugna uno scettro e un ramo d’ulivo.

La madre di Tiberio (42 a.C.–37d.C.) si chiamava Livia Drusilla (58 a.C.-29 d.C.) e fu una donna formidabile, che mise sul trono in figlio, verosimilmente dopo aver fatto eliminare tutti i suoi potenziali concorrenti. Il padre biologico di Tiberio non fu Augusto, ma Tiberio Claudio Nerone, che aveva combattuto con Pompeo.
Per Augusto e Livia, entrambi già sposati, fu un colpo di fulmine. E una follia inspiegabile se non con un amore dissennato, per Augusto che pure aveva fama d’essere un abile calcolatore, con lei si mise una serpe nel letto, la quale poi causò la rovina di tutti i suoi diretti discendenti, tranne che per Caligola e Agrippina minore, madre di Nerone.

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