I piccoli principi cinesi

Un anno fa mi trovavo ad Accra, la capitale del Ghana, invitato dal Wto, assieme ad altri relatori, per discutere su come poter sviluppare l’industria tessile africana. Ci avevano sistemati in piccoli alberghi posti sull’oceano e di mattina condividevo il taxi con il vice presidente dell’industria tessile cinese e con il ministro per il commercio estero del Laos. Scherzavamo e ridevamo, mentre percorrevamo la strada polverosa che ci separava dal centro di quella città. Una mattina chiesi al cinese se fosse vero che il presidente Hu Jintao era stato un compagno di classe del figlio di Hu Yaobang, il segretario generale del partito comunista cinese, poi deposto da Deng Xiaoping. Lo vidi sbiancare in volto e mormorare che quella era: “Una domanda politicamente sensibile.”  Il mattino successivo prese un taxi da solo. Il suo imbarazzo dimostra come l’argomento dei principini come vengono chiamati in Cina i figli dei pezzi grossi del partito, sia sempre un argomento spinoso. La scorsa settimana, Bo Guagua, ha parlato alla Università di Pechino di fronte a centinaia di studenti. Nello scorso maggio ha ricevuto un premio speciale in Gran Bretagna, dove studia, per essere stato uno dei più brillanti giovani cinesi che vivono in quel Paese. Aveva ottenuto il massimo dei voti ad Harrow, una delle più prestigiose università inglesi e ora studia per un master a Oxford. È un giovane disinibito, di 22 anni e di bell’aspetto, che non ha esistato ad affermare che, una volta rientrato in Cina, non intende occuparsi di politica, né di affari. Ha rivelato di non possedere la tessera del partito comunista e che non intende richiederla, nonostante questa sia una chiave che apre molte porte. Le sue parole sono state riprese da vari blog e lette con grande interesse da migliaia di giovani cinesi, non abituati a tanta franchezza e candore. Bo Guangua, infatti, non è uno studente qualunque. È il figlio di Bo Xilai, il capo del partito comunista di Chongqing e suo nonno, Bo Yibo, era uno degli immortali del partito, che aveva fatto la Lunga Marcia a fianco di Mao. Per questo motivo il suo discorso ha destato tanto interesse: nessun principino prima di lui, aveva mai parlato così apertamente di sé stesso, dei suoi privilegi, delle sue speranze per il futuro. Le sue parole, però, sono già state bloccate in rete, assieme alle notizie relative alla inchiesta in corso Namibia che sta sfiorando un altro principino: Hu Haifeng, 38 anni e figlio del presidente Hu Jintao. Lo avevamo già scritto una settimana fa che nello stato africano hanno arrestato quattro persone collegate alla società cinese da lui presieduta sino a un anno fa, la Nuctech e della quale è ancora responsabile, essendo stato promosso a dirigere la holding che controlla una trentina di società, fra le quali anche questa. La comunità europea sta anch’essa indagando sulle attività di questa multinazionale, ma in questo caso è solo una questione commerciale, relativa ad accuse di dumping di loro prodotti, non di corruzione.  In Cina, ormai, quando si fa una ricerca di questo tipo su google o baidu, inserendo il nome di Hu Haifeng, appare una bandierina che avverte: “Seguendo le leggi vigenti certe informazioni non potranno essere mostrate.” Il 1 ottobre, a Pechino, verranno festeggiati i sessant’anni delle presa del potere da parte del partito comunista e ad Hu Jintao verranno resi onori militari che, in precedenza, erano stati riservati solo a Mao e a Deng. Questa inchiesta in Namibia potrebbe essere un’ombra che turberà il suo trionfo, se non verrà presto tamponata. Potrà essere fonte di enorme imbarazzo per lui, che ha fatto della lotta alla corruzione la propria parola d’ordine e spesso la definisce: “Una  questione di vita o di morte per il Paese.”  I cinesi, da millenni, la pensano come Confucio, ovvero, se uno non riesce a mettere in ordine la propria famiglia, non riuscirà mai a mettere in ordine uno Stato e, pertanto, non possiede un mandato celeste per governare.

Quella dei piccoli principi è una storia comune in Cina: i nipoti di Mao Tzetung, i figli di Li Peng, Jiang Zemin e tutti gli altri pezzi grossi, hanno studiato all’estero, un privilegio negato ai comuni cittadini cinesi e, tornati in Patria, hanno trovato delle comode poltrone che attendevano i loro deretani. Si dice che il novanta per cento dei tremila super ricchi cinesi siano dei “principini” e pare che ciascuna famiglia politica si sia scelta il proprio territorio dove operare: per esempio la famiglia di Li Peng controlla il settore energetico in Cina e sua figlia, Li Xiaolin, è presidente della China Power International; suo figlio, Li Xiapeng, è a capo della Huaneng Power. La famiglia del precedente presidente, Jiang Zeming, opera nel settore delle telecomunicazioni e quella del vecchio premier, Zhu Ronji, nel settore bancario. Il figlio del primo ministro Wen Jiabao, grande estimatore del pensiero cinico di Marco Aurelio e che predicava ai terremotati del Sichuan che la sofferenza invigorisce la Nazione, ha sistemato suo figlio, Winston Wen Yunsong, a presiedere la Unihub Global Network. La diffusione di queste notizie in Cina potrebbe avere effetti incendiari: perché con il progredire della crisi economica, il numero di laureati e diplomati che non trovano lavoro è in crescita esponenziale. Si segnala, infatti, anche una crescita nel numero di suicidi di ragazzi e di ragazze che non riescono a superare la vergogna e la delusione della disoccupazione. Dopo aver conseguito un diploma nelle città, sono costretti a tornare nei propri villaggi a mani vuote e ad affrontare i propri parenti, che si sono indebitati fino al collo per pagare i loro studi.

Angelo Paratico

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