Il Viaggio Attorno al Mondo di Antonio Pigafetta, Nobile Vicentino

ANTONIO PIGAFETTA

Presentiamo qui il testo integrale del suo diario di viaggio

Dell’infanzia e della gioventù di Antonio Pigafetta si sa piuttosto poco. È incerto persino il suo anno di nascita: alcuni biografi sostengono che sia il 1480, altri il 1490. È noto comunque che Pigafetta era l’unico discendente di un’antica famiglia nobiliare di Vicenza e che fece parte dei Cavalieri dell’Ordine di Rodi. Si sa anche che fin da giovinetto egli ebbe un solo desiderio: quello di navigare. Si era infatti nell’epoca delle grandi scoperte geografiche e i viaggi verso paesi sconosciuti attiravano i più ardimentosi.
Per giornate intere Pigafetta restava chiuso nella sua stanza a studiare carte geografiche, libri di navigazione, strumenti nautici e a progettare grandi spedizioni per mare di cui egli avrebbe voluto essere il capo. Naturalmente poi fece di tutto per appagare questo suo desiderio. Cari genitori — disse un giorno il giovane Antonio — io sento che il mio destino è sul mare. Le fatiche, il pericolo, le privazioni, le insidie dell’oceano non mi spaventano. Di fronte a una decisione così risoluta, i vecchi genitori non ebbero la forza di opporsi. Fu così che Antonio Pigafetta, dopo alcuni preparativi, lasciò Vicenza.

FINALMENTE L’OCCASIONE PROPIZIA
Nel 1519, Pigafetta giunse in Spagna con Francesco Chiericati, un illustre prelato suo concittadino, che era Nunzio Apostolico presso il re Carlo V di Spagna. A Barcellona, venne a sapere che il navigatore portoghese Fernando Magellano aveva presentato al re Carlo V il progetto di un lungo viaggio per mare. Magellano avrebbe voluto raggiungere le isole Molucche navigando verso ponente e passando dall’Atlantico al Pacifico per mezzo di uno stretto di mare che era convinto dovesse esistere. Per Pigafetta era giunta finalmente la buona occasione. Senza esitare, egli lasciò Barcellona e si recò a Siviglia per conferire direttamente con Magellano. Portava con sé una lettera di raccomandazione del Chiericati.
CRIADO DI MAGELLANO
Era una mattina di settembre quando Antonio Pigafetta si presentò a Magellano.
Cavaliere — chiese Magellano — voi volete dividere con me i pericoli di un viaggio alle Molucche? Con entusiasmo, capitano — rispose Pigafetta — e sono sicuro di condividere anche il successo dell’impresa a voi affidata. L’accordo era così stipulato. Pigafetta si aggregò alla spedizione di Magellano col grado di criado, cioè segretario addetto alla persona del comandante. Bisogna proprio dire che durante tutta la navigazione Pigafetta dimostrò di possedere una tempra veramente eccezionale. In quei tre duri anni di viaggio, a bordo di navi vecchie e prive di ogni conforto, in climi insopportabili, tra atroci sofferenze provocate dalla fame e dalla sete, Pigafetta fu l’unico uomo dell’equipaggio che non ebbe nemmeno una minima indisposizione. La peste, lo scòrbùto, le ferite purulente uccisero a decine i suoi compagni. Ma Pigafetta, anche quando fu costretto a calmare la fame con cuoio rammollito, non lamentò neanche un minimo disturbo intestinale. Terminata la spedizione, Pigafetta fece una relazione del lungo viaggio ai Sovrani di Spagna e del Portogallo e a Luisa di Savoia, reggente al trono di Francia. A Vicenza, dove tornò nel 1523, si fermò ben poco. Lasciò la città natale per andare a soggiornare prima a Mantova, alla Corte dei Gonzaga, e poi a Roma, alla Corte papale. Ma nell’estate del 1524, egli, non si sa per quale ragione, venne licenziato dalla Corte papale. Fin qui arrivano le notizie che noi abbiamo di lui.

IL SUO DIARIO
Pigafetta scrisse un diario di bordo durante i suoi tre anni di navigazione. Esso contiene notizie sulla rotta del viaggio, resoconti delle ambascerie fatte da lui stesso ai vari re dei luoghi in cui le navi approdavano, relazioni sui singolari
costumi delle popolazioni indigene, osservazioni sulla flora e la fauna Da questa data in poi, della sua vita non si sa più nulla. Il diario comprende inoltre un dizionarietto dei vocaboli di uso comune adoperati dagli indigeni delle Molucche, della Patagonia e delle Filippine. Nessuno prima di Pigafetta aveva descritto con tanta ricchezza di particolari i paesi visitati. Si può quindi capire come questo diario costituisca il più importante documento del viaggio di Magellano.

(Questo profilo biografico di Pigafetta lo abbiamo preso da www.cittacapitali.it)

 

 

 

 

 

VIAGGIO ATORNO IL MONDO FATTO E DESCRITTO PER MESSER ANTONIO PIGAFETTA VICENTINO, CAVALIER DI RHODI, E DA LUI INDRIZZATO AL REVERENDISSIMO GRAN MAESTRO DI RHODI MESSER FILIPPO DI VILLIERS LISLEADAM, TRADOTTO DI LINGUA FRANCESA NELLA ITALIANA.

Capitolo 1

Come si partì l’armata del porto di Siviglia. E come si raccoglie l’acqua in una dell’isole Canarie. De’ pesci detti tiburoni.

Il primo capitolo contiene la epistola, e come cinque navi si partirono dal porto di Siviglia, e il principal capitano era Hernando Magaglianes, e delli segni che li marinari facevano la notte con fuochi a quelli davanti, e per li quali s’intendevano l’un con l’altro quel che avevano a fare, e degli ordini che avevano le navi, e delle vele le quali facevano in quelle.

Alli dieci di agosto 1519 questa armata di cinque navi, sopra le quali erano circa 237 uomini forniti di tutte le cose necessarie, si partì del porto di Siviglia, donde corre il fiume Guadalchibir, detto dagli antichi Betis, d’appresso un luogo nominato Giovan Dulfaraz, ove sono molti casali di Mori, e arrivarono ad un castello del duca di Medina Sidonia, ove è il porto dal quale si entra nel mar Oceano, e al capo di San Vicenzo, il qual è lontano dall’equinoziale gradi 37 e lontano dal detto porto leghe X, e di lì a Siviglia sono da dicessette in XX leghe. In questo stettono alcuni giorni, per fornir l’armata di alcune cose che gli mancavano, e ogni giorno udirono messa, e nel partir si confessarono tutti, né volsero che alcuna femina andasse con loro al detto viaggio.

Alli XX di settembre si partirono dal detto porto e dirizzarono il lor cammino verso gherbino, e alli XXVI del detto mese giunsero ad una dell’isole Canarie, detta Tenerife, la qual è XXV gradi sopra l’equinoziale, per pigliare acqua e legne. Tra queste isole Canarie ne è una dove non si trova acqua, se non che di continuo ad ora di mezzodì par che una nebbia venga dal cielo, la qual circonda un grandissimo arbore che è in quella, dalli rami e foglie del quale distilla gran copia d’acqua, la qual, messasi insieme alli piedi di quello, satisfà abondantemente a tutti gli abitanti in detta isola e a tutti gli animali.

Alli III di ottobre, ad ora di mezzanotte fecero vela drizzando il lor cammino verso ostro, e passarono fra il Capo Verde dell’Africa e delle isole che gli sono all’incontro, lontane dall’equinoziale gradi XIIII e mezzo. E così navigarono molti giorni a vista della costa di Giunea dell’Etiopia, ove è la montagna detta Serra Liona, la qual è otto gradi sopra l’equinoziale, e non ebbero vento alcuno contrario, ma gran calma e bonaccia per giorni 70, che giunsero sotto la linea dell’equinoziale. Si vedevano approssimare alle bande delle navi certi pesci grandi chiamati tiburoni, i quali avevan denti molto terribili: questi mangiano gli uomini, se gli trovano in mare. Di questi tali ne furono presi alcuni con ami; li grandi non sono buoni da mangiare come li piccoli. In questo pareggio avendo avuto una gran fortuna, apparvero alcune fiamme ardentissime, che dicono esser santa Elena e san Nicolò, le quali parevan che fossero sopra l’arbore d’una delle navi, con tanta chiarezza che tolse la vista a ciascuno per un quarto d’ora; e tanto erano smarriti che dubitavano di morire, ma, fatto tranquillo il mare, ogniuno ritornò al suo esser di prima.

Capitolo 2

Di alcuni uccelli che non hanno luogo dove smaltiscano il cibo, e la femina manda fuor l’uova per la schiena; d’un uccello chiamato cacauccello. Della terra di Bressil. Del capo di Santo Agostino. Della terra del Verzino e sua grandezza, e de’ costumi di quei popoli, e donde trassero l’origine.

Viddero molte sorti di uccelli, tra li quali n’erano alcuni che non hanno il luogo dove smaltiscono, e la femina, quando vuol far l’uova, gli manda fuora per la schiena, dove si generano; non hanno alcun piede, ma vivono sempre nell’acqua. Un’altra sorte vi è d’uccelli i quai vivono del fimo degli altri uccelli, e li chiamarono cacauccello, perciò che si vedeva spesso correr drieto agli altri per astringerli che smaltissero, e incontinente prendeva il lor fimo e l’inghiottiva, lasciandogli andar via. Vedemmo ancora molti pesci che volavano, e di tante schiere insieme e in tanto numero che pareva che fusse un’isola.

Passata la linea dell’equinoziale si perdé la Tramontana, e navigammo per gherbin fino ad una terra che si chiama terra di Bressil, 22 gradi e mezzo verso il polo antartico, la qual terra è continuata col capo di S8 Agostino, il qual è otto gradi lontano dall’equinoziale. In questa terra fummo rinfrescati con molti frutti, e tra gli altri battates, che nel mangiar s’assomigliano al sapor delle castagne: sono lunghi come navoni. N’avemmo ancora alcuni che chiaman pines, dolci, molto gentil frutti. Mangiammo della carne d’un animale detto anta, il qual è come una vacca. Trovammovi canne di zucchero e altre cose infinite, le quali si lasciano per brevità. Noi entrammo in questo porto il giorno di santa Lucia, dove il sol ci stava per zenit, cioè di sopra il capo, e avemmo maggior caldo in detto giorno che quando eravamo sotto la linea dell’equinoziale.

Questa terra del Verzino è grandissima, e maggiore di tutta la Spagna, Portogallo, Francia e Italia tutte insieme, ed è abbondantissima di ogni cosa. Le genti di questo paese non adorano alcuna cosa, ma vivono secondo l’uso di natura, e passano vivendo da 125 in 140 anni. Gli uomini e le donne vanno nudi, e abitano in alcune case fabricate lunghe, le qual chiamano boi. Il lor letto è una rete grandissima fatta di cotone, legata in mezzo la casa da un capo all’altro a grossi legni, la qual sta alta da terra, e alcune fiate per cagion di freddo fanno fuoco sotto detta rete sopra la terra. In ciascuno di questi tali letti soglion dormire circa dieci uomini con le lor donne e figliuoli, dove si sente che fanno grandissimo romore. Hanno le lor barche fatte di un sol legno, nominate canoe, cavate con alcune punte di pietre, le quali sono tanto dure che l’adoperano come facciamo noi il ferro, del qual essi mancano. Possono stare in una di dette barche da 30 in 40 uomini; li lor remi con li qual vogano sono simili ad una pala di forno. E sono le genti di questo paese alquanto nere, ma ben disposte e agili come noi. Hanno per costume di mangiar carne umana, e quella delli loro nimici, il qual costume dicono che cominciò per cagione d’una femina che aveva un sol figliuolo, la qual, essendole stato morto, e un giorno essendo stati presi alcuni di quelli che l’avevano ammazzato, e menati avanti la detta vecchia, quella come un cane arrabbiato li corse adosso e mangiogli una parte d’una spalla. Costui poi essendosi fuggito alli suoi, e mostratogli il segno della spalla, tutti cominciarono a mangiar le carni de’ nimici, i quali non mangiano tutti in un instante, ma fattoli in pezzi li mettono al fumo, e un giorno ne mangiano un pezzo lesso e l’altro un arrosto, per memoria delli lor nimici. Si dipingono maravigliosamente il corpo, sì gli uomini come le donne, e similmente si levano col fuoco tutti li peli da dosso, di maniera che gli uomini non hanno barba, né le donne alcun pelo. Fanno le lor vesti di penne di pappagalli, con una gran coda nella parte di drieto, e in tal maniera che ci facevan ridere vedendole. Tutti gli uomini, donne e fanciulli hanno tre buchi nel labbro di sotto, dove portano alcune pietre tonde, lunghe un dito o più, che pendono in fuori. Naturalmente non sono né neri né bianchi, ma di colore di ulivo. Hanno sempre le parti vergognose discoperte, senza alcun pelo, sì gli uomini come le donne. Il lor signor chiaman cacique, il qual ha infiniti pappagalli, e ce ne dette da otto in dieci per cambio di uno specchio. Hanno ancora gatti maimoni piccoli, molto belli, i quali mangiano. Il lor pane è bianco, rotondo, fatto di una midolla d’un arbore, ma non è troppo buono. Trovansi appresso costoro alcuni uccelli, che hanno il becco grande come un cuchiaro, senza lingua. Per una mannaretta danno in cambio una o due delle lor figliuole per ischiave, ma per cosa alcuna non dariano la lor mogliere, né quelle fariano vergogna a’ lor mariti per prezio alcuno, come da loro s’intese; né vogliono che mai gli uomini giaciano seco di giorno, ma la notte solamente. Queste li portano drieto il lor mangiare in alcuni cesti alle montagne e altri luoghi, perché non gli abbandonano mai. Portano similmente un arco di verzino, overo di legno di palma negro, con un fascio di freccie fatte di canne. Portano li figliuoli in una rete fatta di cotone appiccata al collo, e fanno questo per cagion che non siano gelosi.

Stettero in questo paese due mesi, nel qual tempo mai non piovvé. E andando fra terra tagliarono molti legni di verzino, con li quali fabricarono una casa, e nel ritorno loro al porto per aventura piovvé, e gli abitanti dicevano che li nostri erano venuti dal cielo, perché essi avevano menata la pioggia. Questi popoli sono molto docili, e facilmente si convertiriano alla fede cristiana.

Capitolo 3

Del capo detto di Santa Maria, dove si trovano pietre preziose. Di lupi marini e sua descrizione. Degli uomini di quel paese, i quali hanno statura di giganti, e con che arte il capitano ne prese duoi. Del medicarsi quando hanno mal di stomaco, e quando li duole la testa, e quando muoiono.

Nella prima costa di terra che arrivammo, ad alcune femine schiave, che avevamo levate nelle navi d’altri paesi ed erano gravide, vennero le doglie del parto, per il che elle sole uscirono di nave e smontarono in terra, e partorito che ebbero, con gli figliuoli in braccio se ne ritornarono subito in nave.

Dopo tredici giorni che fummo ritornati al porto, ci partimmo da questa terra, e navigammo sino a gradi trentaquattro e un terzo verso il polo antartico, dove trovammo un gran fiume d’acqua dolce, e certi uomini detti canibali, che mangian carne umana: e dalla nave ne vedemmo uno grande come un gigante, che avea una voce come di un toro, e si vedeva come gli abitatori fuggivano li lor beni fra terra per paura di quelli. Li nostri, vedendo questo, con un battello saltarono da dieci in terra per parlar con alcuni di loro, overo per prenderne per forza, ma li detti correvano e saltavano di sorte che li nostri mai non li potettero aggiugnere. In su la bocca di questo fiume sono sette isole, e nella maggiore si trovano pietre preziose, e chiamasi il capo di Santa Maria. Li nostri pensavan di poter passare nel mar del Sur, cioè di mezzodì, ma non vi è passaggio alcuno se non il fiume, il qual è 17 leghe largo nella bocca. Altre fiate li detti canibali mangiarono un capitano spagnuolo, detto Giovanni Solisio, con sessanta compagni, i quali andavano a discoprir la terra come noi.

Scorrendo dietro la costa della terra verso il polo antartico, arrivammo ove erano due isole piene di oche e lupi marini, i quali vivono in mare: ed erano in tanto numero che in una ora si saria potuto empire le cinque navi di oche, le quali son tutte nere e non volano. Vivon di pesce, e sono così grasse che ci fu di bisogno scorticarle, e non hanno penna alcuna, e hanno il becco come il corvo. Li lupi marini sono di diversi colori, e grandi come un vitello; la testa pareva indorata, le orecchie piccole, ritonde, denti grandi. Hanno solamente duoi piedi appiccati al corpo, che somigliano due mani con unghie piccole; sono feroci e vivono di pesci. Avemmo gran fortuna, ma subito che apparvero sopra le gabbie delle navi li tre fuochi, che si chiamano santa Elena, san Nicolò e santa Chiara, subito la furia del vento cessò.

Partiti di lì, arrivammo a 49 gradi e mezzo sotto l’antartico, che essendo la vernata, ci fu necessario dimorar in quel luogo duoi mesi, che mai non vedemmo persona, se non per aventura un giorno un uomo di statura di gigante venne al porto ballando e cantando, e poi pareva che si buttasse polvere sopra la testa. Il capitano mandò uno de’ nostri con la barca sopra il lito, il qual facesse il simile in segno di pace. Il che veduto dal gigante si assicurò, e venne con l’uomo del capitano alla presenza di quello, sopra una piccola isola, e quando fu in sua presenza si maravigliò forte, e faceva segno con un dito alzato, volendo dir che li nostri venissero dal cielo. Costui era così grande che li nostri non gli arrivavano alla cintura, ed era molto ben disposto, e aveva il volto grande, dipinto all’intorno di color giallo, e similmente all’intorno degli occhi, e sopra le gote avea dipinti duoi cuori, li capelli tinti di bianco, ed era vestito di una pelle di animale cucita sottilmente insieme. Questo animale, per quel che vedemmo, ha la testa e le orecchie grandi come ha una mula, il collo e il corpo come ha un camello, e la coda di cavallo. Li piedi del gigante erano rivolti nella detta pelle a modo di scarpe. Aveva in mano un arco grosso e corto, la corda del qual era fatta di nervi del detto animale, e un fascio di freccie molto lunghe di canna, impennate come le nostre, e nella punta in cambio di ferro avevano una pietra aguzza, della sorte di quelle che fanno fuoco. Il capitano gli fece dar da bevere e da mangiare e altre cose, e gli presentò uno specchio grande d’acciaio, nel quale subito che vidde la sua figura, fu grandemente spaventato e saltò indietro, e nel saltar gittò tre o quattro delli nostri per terra. Dapoi gli furon donati sonagli, uno specchio, un pettine e paternostri di vetro. Lo mandarono in terra insieme con quattro uomini delli nostri, tutti armati. Quando uno de’ suoi compagni lo vidde venire insieme con li nostri, corse ove erano gli altri, i quali si spogliarono tutti nudi e, come arrivarono li nostri, cominciarono a ballare e cantare, levando un dito verso il cielo, e mostravangli polvere bianca d’una radice che mangiano, perciò che non hanno altra cosa. Li nostri fecero lor cenno che volesser venire alle navi, ed essi, prendendo solamente li lor archi, e fatte montar le loro femmine sopra certi animali che son fatti come asini, le misero in disparte. Questi uomini non sono così grandi come quel primo, ma sono ben molto grossi: hanno la testa quasi mezzo braccio lunga, e sono tutti dipinti, e non vestiti come gli altri, eccetto che una pelle che portano davanti le parti vergognose. E menano seco come in un laccio quattro piccoli animali, e quando vogliono prender degli altri, gli legano a qualche spino over legno, e gli animali grandi vengono a giucar con li piccoli, ed essi, stando in disparte, con le lor freccie gli ammazzano. Menarono tre maschi e tre femmine di detti animali, per cagione di prenderne degli altri.

Dapoi fu veduto un altro gigante, maggiore e meglio disposto che gli altri, con uno arco e freccie in mano, il qual s’accostò alli nostri e, toccandosi la testa, si voltò e levò le mani al cielo; e li nostri fecero il simile. Il capitano gli mandò il battello, col quale il menarono in una piccola isola che è nel porto. Costui era molto trattabile e grazioso, saltava e ballava, e ballando si ficcava con li piedi nella terra un palmo. Stette lungo tempo con li nostri, i quali gli posero nome Giovanni, e pronunziava chiaramente Iesus, Pater noster, Ave Maria, Giovanni, come noi, ma con una voce molto grossa. Il capitan generale gli donò una camicia di tela e una di panno di bianchetta, una berretta, uno specchio, un pettine e altre cose, e lo rimandò alli suoi, il qual se n’andò molto allegro e contento. Il giorno dietro se ne venne al capitano e gli portò uno di questi grandi animali; dapoi non fu più veduto: si pensa che li suoi lo ammazzassero perché aveva conversato con li nostri.

Dopo 15 giorni vennero quattro di questi giganti senza alcuna arma, ma le aveano ascose fra alcune spine. Il capitano ne ritenne duoi, li quali erano i più giovani e meglio disposti, con inganno in questo modo, che, donandogli coltelli, forbici, specchi, sonagli e paternostri di cristallo, avendo loro le mani pieni di tal cose, il capitano fece portar duoi ferri di quelli che si mettono alli piedi, e fece metterli loro alli piedi, faccendo cenno di volerglieli donare: e perciò che erano di ferro piacevano lor molto, e non sapevano come portarli, perciò che le mani e intorno erano impacciati delle cose che gli erano state donate. Gli altri duoi giganti volevano aiutarli a portare, ma il capitano non volse. E quando rinchiusero li ferri che traversano le gambe, cominciarono a dubitare, ma il capitano li assicurò, e perciò stettero fermi: e quando si viddero ingannati, gonfiarono come tori, e gridavano forte “Setebos”, che gli aiutasse, e furono messi subito in due navi separati. Agli altri duoi non si potette mai legar le mani, ma con gran fatica un di loro fu posto in terra da nove uomini de’ nostri. Al quale avendo legate le mani, subito costui se le dislegò e se ne fuggì, e così fecero gli altri che erano venuti in compagnia di questi tali; e li minori correvano più velocemente che non facevano li grandi, e nel fuggire tirarono tutte le lor freccie, e passarono la coscia ad un de’ nostri, il qual morì. Non si poteron mai giugner con li schioppi né balestre, perché correano ora da una banda ora dall’altra. Queste genti sono molto gelose delle lor femmine. Li nostri, dopo il partir di questi tali, sepelirono quel ch’era stato morto da loro.

Queste genti, come si sentono mal nello stomaco, si mettono giù per la gola duoi palmi e più una freccia, e vomitano colera verde mescolata con sangue: e questo perché mangiano alcuni cardoni. Quando duol loro la testa, si fanno un taglio a traverso la fronte, e così ad un braccio over ad una gamba, e da tutte le parti del corpo si cavano assai sangue. Un giorno il gigante che avevamo preso, il qual era nella nave, diceva che ‘l sangue che avea adosso non voleva star più in quel luogo, e per questo gli faceva venir male. Costoro hanno li capelli tagliati a modo di frati, ma un poco più lunghi, li quali ligano con una corda fatta di cottone, e nel nodo ficcano le loro freccie quando vanno alla caccia. Per cagione del freddo grande che fa alcune fiate in quelle parti, costumano di fasciarsi con alcuni legami, di modo che il membro genitale si nasconde tutto dentro al corpo. Quando alcun di costoro muore, dicono che gli appariscono dieci over dodici demonii che saltano e ballano attorno il corpo del morto, e par che siano dipinti tutto il corpo; e tra gli altri dicono vederne un maggiore degli altri, il qual fa gran festa e ride: e questo gran demonio chiamano Setebos, gli altri minori Chleule. Questo gigante che avevamo con noi preso in nave, ne dichiarava con cenni aver veduto li demonii, con duoi corni sopra il capo e li capelli lunghi fino alli piedi, e che buttavano fuoco per la gola, di dietro e davanti.

Il capitan generale chiamò questi popoli Patagoni. La maggior parte di costoro vestono della pelle dell’animal sopradetto, e non hanno casa ferma, ma fanno con le pelli dette a modo d’una capanna, con la quale vanno ora in un luogo ora in un altro; e vivono di carne cruda, e di una radice dolce, la qual chiamano capar. Questo nostro gigante che avevamo mangiava al posto una corba di biscotto, e beveva mezzo secchio di acqua al tratto.

Capitolo 4

Come li capitani di quattro navi volsero ammazzar il capitan generale Hernando Magaglianes, e come furono castigati. Di una terra qual chiamarono la montagna di Cristo; di un capo detto delle Undicimila Vergini; del fiume delle Sardelle; del capo Desiderato; del stretto Patagonico. De’ pesci colondrini, che volano.

Stemmo circa mesi cinque in questo porto di San Giuliano, e immediate che ci fummo entrati, li capitani dell’altre quattro navi, cioè Giovanni di Cartagenia, il tesorier Luigi di Mendozza, Antonio Cocco e Gasparo Casado, volsero a tradimento ammazzar il capitan generale Hernando Magaglianes. Ma, discoperto il tradimento, il capitano fece squartare il tesoriere, e il simil fu fatto a Gasparo Casado; ma Giovanni di Cartagenia lo fecero smontar in terra, e insieme con un prete lo lasciarono in quella terra di Patagoni.

In questo porto si viddero certe capre lunghe di corpo, nominate missiliones, e alcune ostreche piccole, non buone da mangiare. Videro anche quelli uccelli grandi detti struzzi, volpi e conigli minori che li nostri. Piantarono una gran croce di legno nella sommità di una montagna, in segno d’aver tolto il possesso di quella terra per il reame di Spagna, e chiamarono questo luogo la montagna di Cristo.

Partendo di lì, a 52 gradi manco un terzo verso il polo antartico trovarono un fiume di acqua dolce, nel quale quasi le navi si ebbero a perdere: ma Iddio per sua misericordia le aiutò. Stettero in questo porto quasi duoi mesi per fornirsi di acqua, legne e pesci, i quali trovarono molto grandi e lunghi un braccio, tutti coperti di scaglie, ed erano di ottimo sapore. E avanti che si partissero di qui, volse il capitano che tutti si confessassero e communicassero come buoni cristiani.

Approssimandosi alli 52 gradi, che fu il giorno delle XI mila virgini, trovarono uno stretto di CX leghe di lunghezza, che fanno 330 miglia, e perciò che riputarono questo come ad un gran miracolo, chiamarono il capo delle Undicimila Vergini, largo in alcune parti più e manco di mezza lega. Il quale stretto, circondato da montagne altissime cariche di nevi, scorre in un altro mar, che fu chiamato il mar Pacifico, ed è molto profondo in alcune parti, che è da XXV in trenta braccia. E non si saria mai trovato detto stretto, se non fusse stato il capitan generale Hernando Magaglianes, perché tutti li capitani delle altre navi erano di contraria oppinione, e dicevan che questo stretto era chiuso intorno. Ma Hernando sapeva che vi era questo stretto molto oculto per il qual si poteva navigare, il che aveva veduto descritto sopra una carta nella tesoraria del re di Portogallo, la qual carta fu fatta per uno eccellente uomo detto Martin di Boemia: e così fu trovato con gran difficultà.

Quando furono entrati in questo stretto, trovarono due bocche, una verso scirocco, l’altra verso garbin. Il capitan generale comandò che la nave detta Santo Antonio e quella della Concezione andassino a veder se la bocca verso scirocco avesse uscita alcuna nel mar Pacifico, ma quelli della nave di Santo Antonio non volsero aspettar quelli della Concezione, perciò che volevan ritornare in Spagna: e così fecero, perché la notte seguente presero un figliuolo del fratello del capitan generale, nominato Alvaro Meschita, e lo misero in ferri, con li quali lo menarono in Spagna. In questa nave era un delli giganti presi, il qual, come pervenne al caldo, subito morì. E così la notte detta nave di Santo Antonio se ne fuggì per via del detto stretto. Le altre, che erano andate a discoprir l’altra bocca verso garbino, navigando sempre per detto stretto arrivarono ad un fiume bellissimo, il qual nominarono delle Sardelle, percioché ve ne trovarono dentro gran quantità, e tardarono circa quattro giorni aspettando le altre due navi; e in questo mezzo mandarono un battello molto ad ordine del tutto a discoprir il capo verso l’altro mare, il qual venne dopo alcuni giorni, e dissero come avevano veduto il capo dell’altro mare. Il che udito per il capitan generale, fu sì grande l’allegrezza che ebbe che le lagrime gli venivan dagli occhi, e gli parve di nominarlo capo Desiderato, avendone tanto tempo avuto grandissimo desiderio. E ritornarono adrieto a ricercar le altre navi, e non trovarono se non quella della Concezione, e dimandarono ove era l’altra; fu risposto che non sapevan se ella fusse persa, perché mai non l’avevano veduta dapoi che entrarono nella bocca, e avendola cerca per tutto lo stretto non l’avevan mai potuta trovare. Per la qual cosa misero nella sommità di una picciola montagna una bandiera con lettere, a fin che venendo trovassero la lettera e cognoscessero il viaggio che loro facevano, e il simil fecero in duoi altri luoghi. Fu posta ancora una croce in una picciola isola, dove appresso corre un bel fiume, il qual vien da una montagna altissima carica di neve, e scorre nel mar non molto lontan dal fiume detto delle Sardella; e trovandosi in detto stretto, che fu del mese di ottobre, la notte era se non di quattro ore.

Aveva in animo il capitano che non trovando passaggio per questo stretto all’altro mare, di andar tanto avanti sotto il polo antartico che fosse a gradi settantacinque, dove, essendo il tempo della sua state, le notte sarian chiarissime. Questo stretto chiamarono Patagonico, e navigando per quello ogni tre miglia trovavano un porto sicuro, e acqua eccellente da bevere, legne e pesci, e l’erba detta appio, la qual si vedeva molto spessa e alta appresso le fontane. Si pensa che in tutto il mondo non sia il più bello stretto di questo. Fu veduta una piacevole caccia di pesci, delli quali ne eran tre sorti, lunghi un braccio, cioè orate, abacore e bonite, le quali seguitavano alcuni pesci che volavano, nominati colondrini, lunghi un palmo e più: e sono eccellenti a mangiare. E quando le tre predette sorti di pesci trovano alcun delli detti pesci volanti, subito quelli uscivan dell’acqua a volo, e andavan più d’un tratto di balestra senza toccar acqua; gli altri veramente gli seguitavano correndo sotto l’acqua dietro l’ombra di quelli, e non così tosto cadevan nell’acqua, che da quelli non fussero subitamente presi e mangiati.

L’altro gigante che tenevan preso nella nave, mostrandogli il pane, che fanno d’una radice, diceva che si chiamava capar, l’acqua oli, panno rosso cherecai, color rosso cheiche, color negro aniel, e diceva tutte le parole in gola; e quando queste parole furono scritte, insieme con molte altre, li nostri lo domandavano ed esso le intendeva e le portava. Una volta un fece una croce avanti di lui, e la baciò mostrandogliela; e costui subito cridò “Setebos”, e li fece segno che se più facesse la croce, che Setebos gl’intraria nel corpo e lo faria crepare. Ma nel fin, quando s’ammalò, cominciò a dimandar la croce, e l’abbracciò e baciò molto, e si volse far cristiano avanti che morisse, e fu chiamato Paolo.

Capitolo 5

Del mar Pacifico; dell’isole Infortunate, del polo antartico e delle stelle che vi sono intorno, e come in quel luogo varia l’agucchia del bussolo; dell’isole dette Cipangu e Sumbdit; del capo detto dagli antichi Cattigara.

Sboccarono di questo stretto nel mar Pacifico alli 28 di novembre 1520, e navigarono tre mesi e venti giorni senza trovar mai terra, e mangiarono quanto biscotto avevano, e quando non ne ebber più mangiavano la polvere di quello, la qual era piena di vermini, che puzzava grandemente dell’orina di sorzi; bevvero l’acqua che era diventata gialla e guasta già molti giorni. Mangiarono appresso certe pelli con le quali erano ravvolte alcune corde grosse delle navi, e dette pelli erano durissime per cagion del sole, pioggia e venti, ma essi le mettevano in molle per quattro o cinque giorni nel mare, e poi le cocevano in una pignatta e mangiavanle. Ad alcuni crebbero le gengive tanto sopra li denti che, non potendo masticare, se ne morivan miserabilmente: e per tal cagione morirono dicennove uomini e il gigante, insieme con uno Indiano della terra del Bressil, e venticinque o trenta furono tanto ammalati che non si potevano aiutar delle mani né delle braccia; pochi però furono quelli che non avessero qualche malattia. E in questi tre mesi e venti giorni fecero quattromila leghe in un golfo per questo mar Pacifico, il qual ben si può chiamar Pacifico, perché in tutto questo tempo senza veder mai terra alcuna, non ebbero né fortuna di vento né di altra tempesta, e non iscopersero se non due piccole isole disabitate, ove non viddero altro che uccelli e arbori: e per questo le chiamarono isole Infortunate, le quali sono lontane l’una dall’altra circa ducento leghe, appresso li liti delle quali è grandissimo fondo di mare, e vi si veggono assai pesci tiburoni. La prima di dette isole è lontana dall’equinoziale verso il polo antartico gradi quindici, l’altra nove. Il navigar nostro era che ogni giorno si faceva da cinquanta, sessanta in settanta leghe, e se Iddio per sua misericordia non ne avesse dato buon tempo, era necessario che in questo così gran mare tutti morissemo di fame, e puossi creder per certo che mai più simil viaggio sia per farsi.

Dopo lo stretto over capo delle Undecimila Vergini del mar Oceano, e l’opposito che è il capo Desiderato, andando verso l’altro mare, non si trova altro, e hanno questi duoi capi il polo antartico elevato circa cinquantaduoi gradi.

Il polo antartico non ha stella alcuna della sorte del polo artico, ma si veggon molte stelle congregate insieme, che sono come due nebule, un poco separate l’una dall’altra, e un poco oscure nel mezzo. Tra queste ne sono due, non molto grandi né molto lucenti, che poco si muovono: e quelle due sono il polo antartico. L’agucchia del nostro bossolo, variandosi un poco, si voltava sempre verso il polo artico; nondimeno non ha tanta forza come quando ch’ella è in queste parti del polo artico, ed era necessario di aiutar la detta agucchia con la calamita, volendo navigar con quella, perciò ch’ella non si moveva così come fa quando ch’ella è in queste nostre parti. Quando furono al mezzo del golfo, viddero una croce di cinque stelle chiarissime diritto per ponente, e sono egualmente lontane l’una dall’altra.

Questi giorni navigarono fra ponente tanto che si approssimarono alla linea dell’equinoziale, e per longitudine, dal luogo donde prima si eran partiti, cento e venti gradi. In questo cammino passarono appresso due isole molto alte, l’una delle quali è venti gradi lontana dal polo antartico, nominata Cipanghu, l’altra quindeci, nominata Sumbdit. Passata la linea dell’equinoziale, navigarono tra ponente e maestro, alla quarta di ponente verso maestro, più di cento leghe, mutando le vele alla quarta verso garbin, sino a tredici gradi di sopra l’equinoziale verso il polo artico, con opinione di approssimarsi più che fusse possibile al capo detto dagli antichi di Cattigara. Il qual, come descrivon gli scrittori del mondo, non si truova, ma è verso tramontana più di dodici gradi, poco più o manco, come dapoi intesero.

Capitolo 6

Come scopersero tre isole, e della natura e costumi di quei popoli. Di una terra detta Zamal.

Fatte circa settanta leghe del detto viaggio, in dodici gradi sopra l’equinoziale e gradi 146 di longitudine, come è detto, alli sei di marzo discoprirono una isola piccola verso maestro, e due altre verso garbino: ma una era più alta e maggior dell’altre due, e il capitan generale volse surgere alla maggiore, per pigliar qualche riposo. Ma non poté farlo, percioché le genti di queste isole, come viddero le navi nostre, con lor battelli si approssimarono a quelle, ed entrando dentro rubavano ora una cosa ora un’altra, di modo che li nostri non si potevan guardare, e volevano che si calasser le vele per condur le navi a terra. Ma il capitano, adiratosi e smontato in terra con quaranta uomini armati, abbruciò da quaranta in cinquanta case con molti delli lor battelli, e ammazzò sette uomini, e recuperò una delle barche delle nostre navi che avevan rubata, e subito si partì seguendo il suo cammino.

Quando li nostri ferivano alcuno delli sopradetti con le freccie, che li passavano dall’una banda all’altra, si cavavano fuori le saette e con maraviglia le guardavano, e poco dipoi morivano: la qual cosa ancor che vedessero, non si sapevano partire, ma seguitando le nostre navi con più di cento di loro barchette, sempre accostandosi ad esse e mostrando certi pesci, fingendo di volerceli dare, gli ritiravano a loro e se ne fuggivano. Ma li nostri con le vele piene passavano per mezzo li loro battelli, nelli quali viddero alcune femmine piangere e stracciarsi li capelli: pensiamo che facessero questo per la morte de’ lor mariti.

Questi popoli vivono, sì come si poté intendere, secondo che la volontà li guida, non avendo alcuno superiore o principale che gli governi. Vanno nudi; alcuni di loro hanno barba, e li capelli neri lunghi, li quali legano alla cintura; portano alcuni cappelli fatti di palma, lunghi come son quelli di stradiotti. Sono di statura grandi come noi e ben disposti, di colore di ulivo, ancor che naschino bianchi; hanno li denti rossi e neri, il che reputano bella cosa. Le femmine vanno ancor loro nude, eccetto che portano davanti le parti vergognose una scorza che suol nascere dentro dell’arbore della palma, ed è come una carta sottile; le quali femmine sono belle e delicate, e più bianche che non sono gli uomini, e hanno li capelli spessi e negrissimi, lunghi insino a terra. Non escono di casa ad alcun lavoro, ma dimorano quasi tutto il tempo in casa, tessendo stuore e reti, che fanno sottilmente di palma, e altre cose necessarie per la casa. Il lor vivere è di coche, che son frutti, come si dirà, e di batates, delle quali di sopra si è parlato. Oltra di questo hanno assai uccelli, fichi lunghi un palmo, canne di zucchero, pesci di quella sorte che abbiamo detto che volano, con molte altre cose. Ungonsi il corpo e li capelli con olio di coco. Le lor case sono fatte di legnami, coperte di tavole, insieme con foglie di fico poste di sopra, le quali sono lunghe un braccio. Dette case hanno la sala con le fenestre e camere, e li letti loro sono forniti di belle stuore di palma; il lor dormir è sopra foglie di palma, la qual è molto minuta e molle. Non hanno arme, se non come un fusto over baston lungo, il qual ha nel capo di sopra un osso per punta. Questi popoli sono molto poveri, ma ingegnosi, e son ladri, e però fu chiamata dalli nostri l’isola de’ Ladri. Vanno con le lor femmine per mare, dove con ami fatti di osso prendono di detti pesci che volano. Le lor barche, alcune sono tutte nere, altre bianche e altre rosse. Hanno da una parte della lor vela un legno grosso appuntato nella sommità, insieme con un palo che attraversa, che sostien l’acqua per andar più sicuramente a vela, la qual è fatta di foglie di palme cucite insieme. Per timone hanno una certa pala come da forno, con un legno nella sommità, e possono far quando vogliono della poppa prua e della prua poppa, e navigano tanto velocemente che paiono delfini che corrino sopra le onde.

Alli X di marzo 1521 smontarono nel far del giorno sopra una terra alta, lontan XXX leghe dall’isola detta di sopra de’ Ladri, la qual si chiama Zamal. Il giorno seguente il capitan volse andar a smontar sopra un’altra isola, la qual è disabitata, per star più commodamente e anco far acqua, dove fece distender duoi padiglioni per mettervi gli ammalati, e fece amazzar un porco. E alli XVIII di marzo, dapoi che ebber desinato, viddero venir verso di loro una barca dove erano nove uomini, per il che il capitano ordinò che alcuno non si movesse né parlasse senza sua licenza. Quando li detti furono giunti a terra, subito il principal di loro se ne venne verso il capitan generale, mostrandosi allegro per la sua venuta, e cinque di detti, che parevano li più onorevoli, restarono con loro, e gli altri andarono a chiamar altri uomini per pescare. E così vennero molti di loro a veder il capitano, il qual cognobbe che erano uomini molto umani e pieni di ragione, e fece dar loro da bevere e da mangiare, donandogli berrette rosse, specchi, pettini, sonagli e altre cose simili; li quali, come viddero la cortesia del capitano, gli appresentarono pesci grandi, e un vaso pien di vino di palma, e fichi più lunghi d’un palmo, e altri frutti minori ma saporiti, e duoi frutti di coche, che più allora non ne avevano, faccendo segno con le mani che fra quattro giorni portariano risi, coche e molte altre cose.

Capitolo 7

Come facciano il vino delle palme, e della grande utilità delle coche, che sono frutti di detto arbore. Dell’isole Zuluam e Humunu, qual dipoi chiamarono arcipelago di San Lazzaro, e della conversazione di quelle genti.

Coche sono frutti di palme, e sì come noi abbiamo pane, vino, olio e aceto, così in questo paese cavano tutte queste cose di questo arbore. E fanno vino in questa maniera: tagliano un ramo grosso della palma, e appiccano a quello una canna grossa come una gamba, e in quella distilla del detto arbore un liquore dolce come mosto bianco, il quale è ancora un poco brusco; e mettono la canna la sera per la mattina, e la mattina per la sera. Questa palma fa un frutto che si chiama coco, il qual è grande come la testa d’uno uomo e più, e la prima scorza è verde e grossa più di due dita, tra la quale si trovano certi fili, delli quali ne fanno corde, e con esse legano le barche. Sotto di questa è una molto più grossa, la quale abbruciano, e ne fanno polvere che è buona per alcune lor medicine. Sotto di questa è come una midolla bianca spessa, grossa un dito, la qual mangiano fresca con la carne e pesce come facciamo noi il pane, e ha sapor di mandorla, e ancora la seccano e ne fanno pane. Nel mezzo di questa midolla è una acqua dolce, chiara e molto cordiale: questa acqua si congela e si fa come una balla, e la chiamano coco, e se ne vogliono far olio la lasciano putrefare nell’acqua e la fanno bollire, e diventa olio simile al butiro. Quando voglion far aceto, lasciano putrefare l’acqua solamente, e poi la mettono al sole, e diventa aceto come di vin bianco. E quando mescolano la midolla con l’acqua che è in mezzo, e poi la colano con un panno, fatto latte come di capra. Queste palme sono simili a quelle che fanno i dattili, ma non sono così nodose. Con due di queste palme tutta una famiglia di dieci persone si può mantenere, usando otto giorni di una e otto giorni dell’altra per vino, perché faccendo altrimenti elle si seccariano. Questi tali arbori sogliono durar cento anni.

Queste genti presero gran familiarità con li nostri, e dicevano come si chiamavono molte cose, e il nome di alcune isole le quali si vedevano da quel luogo. La loro isola si chiama Zuluan, la qual non è molto grande. Li nostri presero gran piacere della conversazione di questi tali popoli, perché son molto domestici, e per far maggior onor al nostro capitano, l’invitarono ad andar nelle lor barche, in alcune delle quali erano loro mercanzie, cioè garofani, cannelle, pepe, gengevo, noci moscate, macis, oro fatto in diverse cose, le quali conducono di qua e di là con le lor navi. Il nostro capitano gli fece venir similmente nelle nostre navi, dove, mostratogli ogni cosa, fece scaricar una bombarda, della qual ebbero tanta paura che volevano buttarsi fuora di nave. Ma li nostri li acquetarono faccendo segno di volerli donar delle cose nostre, e così fecero, e poi quando volsero presero licenza graziosamente, dicendo che ritornariano come avevano loro promesso. Questa isola dove il capitano si trovava, come abbiamo detto di sopra, che è disabitata, si chiamava Humunu, la qual ha due fonti di acqua chiarissima, e oro, e all’incontro coralli bianchi in quantità, e molti arbori che avean certi frutti minori che mandorle: li nostri la chiamarono l’isola di Boni Segni; eranvi palme e altri arbori senza frutti. Intorno a questa si truovano molte isole, e per questa causa parve lor di chiamar questo luogo l’arcipelago di San Lazaro: ed è dieci gradi sopra l’equinoziale verso il nostro polo, e CLXI gradi lontani dal luogo donde partimmo.

Capitolo 8

Come nell’isole qui vicine dicono esser uomini ch’hanno l’orecchie sì grandi che con quelle si coprono le braccia. Dell’isole Cenalo, Huinangan, Hibusson e Abarien. Della umanità del re di quel paese. Dell’isole Buchuan e Calegan, ove nasce l’oro in gran quantità.

Alli XXII di marzo nel luogo sopradetto vennero due barche piene di queste genti, come avean promesso, con coche, naranci dolci, e con un vaso di vino di palma, e un gallo per mostrar che avevano galline: e li nostri presero in dono queste tali cose. Il lor signore era molto vecchio, e andava nudo, col corpo tutto dipinto, e aveva duoi anelli d’oro appiccati alle orecchie, e molte gioie ligate in oro alle braccia, e intorno alla testa aveva come un fazzuol di lino. Stettero con li nostri da otto giorni insieme, con li quali il nostro capitano smontava spesso in terra, e visitava li nostri malati, che erano sotto li padiglioni, e ogni giorno faceva dar a ciascuno di loro dell’acqua delle coche, con quella midolla che par mandorle, la qual dava loro gran conforto. In queste isole vicine intesero dire che si trovavano uomini con le orecchie tanto grandi che si coprivano le braccia con quelle. Questi popoli sono cafri, cioè gentili; vanno nudi, eccetto che portano una tela sottile, che fanno della scorza d’un arbore, avanti le parti vergognose. Li principali hanno una tela di seta lavorata ad ago sopra la testa. Sono di color di ulivo, grassi molto, e si dipingono tutto il corpo, ungendoselo appresso con olio, per cagione del sole e del vento. Portano li capelli lunghi fino alla cintura. Hanno pugnali, coltelli e lancie con fornimenti d’oro; fanno ancor reti da pescare, e barche come sono le nostre.

Il capitano alli XXV di marzo si partì, e drizzò il suo cammino tra ponente e garbino, fra quatro isole nominate Cenalo, Huinanghan, Hibusson e Abarien. Alli XXVIII di marzo viddero un fuoco in una isola, e una barca piccola con otto uomini dentro, la qual si approssimò alla nave del capitano. E avendo il detto menato seco una schiava avuta nelli tempi passati dall’isola di Sumatra, la qual gli antichi chiamarono Taprobana, costei andò a parlar con gli uomini della detta barca, li quali subito la intesero e immediate s’accostarono alla nave, ma non vi volsero entrar dentro. Il capitano, vedendo che non si fidavan di lui, fece metter sopra un legno lungo una berretta rossa e altre cose, e gliele mostrò, le quali costoro presono, e subito si partirono per andar a darne nuova al suo re. E di lì a due ore viddero venir due barche grandi piene d’uomini: il re era nella maggiore, sedendo sopra una sedia coperta d’una stuora. Quando vennero appresso la nave del capitano, la sopradetta schiava parlò e il re la intese (in questo paese è costume che li re sappiano assai linguaggi), il qual subito ordinò che alcuni de’ suoi entrassero nella nave, ed esso restò nella barca, la qual fece scostar alquanto dalla nostra. A questi suoi, come vennero ove era il capitano, fu fatto grande onore, e furono presentati. Per la qual cosa il re volse donar al capitano un baston d’oro grosso e un vaso pieno di gengevo; il capitano non lo volse accettare, ma lo ringraziò grandemente. Fatta questa tal familiarità, le nostre navi si drizzarono verso dove era l’abitazion del re.

Il giorno seguente il capitan mandò in un battello la schiava, la qual era interprete, verso terra, a dire al re, se egli avea alcuna cosa da mangiare, che gli piacesse di mandarne alla nave, che saria del tutto integramente satisfatto, perché come amici e non nimici erano venuti a questa isola. Il re medesimo, con otto uomini in sua compagnia, venne col detto battello alla nave, e abbracciò il capitan generale, e dettegli tre vasi grandi di porcellana, coperti di foglie di palme, pieni di risi crudi, e duoi pesci, cioè orate grandi, e altre cose. Il capitano a rincontro donò al re una vesta di panno rosso, una di giallo, fatte alla turchesca, e una berretta rossa, e alli suoi uomini alcuni coltelli e specchi; e dapoi fece portar una collazione, faccendogli dir per la schiava che voleva esser come suo fratello. Il qual gli rispose che il simil ancor egli desiderava. Dapoi il capitano gli fece mostrar panni di diversi colori, tele, coltelli e molte altre mercanzie, e tutta l’artiglieria, facendone scaricar alcuni pezzi, li quali gli spaventarono grandemente. Poi fece armar un uomo da capo a piedi, e fece che tre uomini con le spade nude lo ferisseno, e non gli faccendo alcun male, il re rimase stupefatto, e disse alla schiava che uno di questi uomini era potente contra cento delli suoi; la qual confermò che era il vero, e che in ciascuna nave ve ne erano ducento, che si potevano armar di quella sorte, faccendogli veder corazze, spade, targhe. E poi lo condusse sopra il castello della nave, dove gli fece portar la carta da navigare e il bussolo con la calamita, e il capitano gli disse, per via dell’interprete, come avevano trovato lo stretto per via di questa calamita, e quanti giorni erano stati senza veder terra: e il re se ne maravigliava fuor di misura. Poi, togliendo licenza il re, piacque al capitano di mandar duoi uomini con lui, l’un delli quali fu Antonio Pigafetta.

Quando furono giunti in terra, il re levò le mani verso il cielo e poi le voltò verso li duoi prefati, i quali fecero il simile, e il medesimo fecero tutti gli altri. Il re prese il prefato Antonio per la mano, e un suo uomo principale prese il suo compagno, e li condussero sotto un luogo coperto di paglia, ove era una barca tirata in terra, presa da alcuni suoi nimici, lunga ottanta palmi; e sedettero sopra la poppa di quella, parlando insieme per cenni.

Tutti quelli del re stavano in piedi intorno a lui, con spade, pugnali, lance e targhe. Quivi fu portato un piatto pieno di carne di porco, e un gran vaso di vino, e ne bevevan ciascuna volta una tazza, e il restante del vino stava sempre coperto appresso del re, ancor che fosse in picciola quantità. Non ne beveva alcuno salvo che il re, e avanti che il detto prendesse la tazza per bevere, levava le mani giunte verso il cielo, e le voltava poi verso questi duoi nostri quando voleva bevere, e distendeva la man sinistra verso il detto Antonio, come se lo volesse battere, dapoi bevea; il detto Antonio faceva il simile, e tal segno fanno ciascun l’un verso l’altro, e con gran cerimonie e domestighezza mangiarono carne il venere santo.

Donarono molte cose che aveano portato da parte del capitano al re, e Antonio scriveva molte cose come loro le chiamano, e quando il re e li suoi il viddero scrivere, e che sapeva dapoi nominare le lor cose, se maravigliavano grandemente. E quando fu venuta l’ora di cena, furono portati alcuni piatti grandissimi di porcellana pieni di risi, e altri piatti di carne di porco con il suo brodo, e cenarono con li medesimi cenni e cerimonie. Poi si aviarono dove era il palazzo del re, il qual era fatto come è un tetto dove si tien il fieno, coperto di foglie di fico e di palme, ed era edificato sopra legni alti levati da terra, ove è necessario montar con scalini. Quivi lo fecero seder con le gambe incrociate, sì come sedeno li sartori, e di lì a mezza ora fu portato un pesce arrosto, e gengevo fresco colto allora, e del vino; e il figliuol maggior del re, il qual si chiama il principe, venne ove erano costoro, e il re gli disse che sedesse appresso di loro, e così fece. Furono dapoi portati duoi piatti, l’uno di pesce col brodo e l’altro di risi, accioché mangiassero col principe: dove tanto fu mangiato e bevuto che erano imbriachi. Costoro usano per far lume di notte una gomma d’un arbore, la qual gomma si chiama anima, ravolta in foglie di palma. Il re fece cenno che voleva andar a dormire, e lasciò con li nostri il principe, col qual dormirono sopra una stuora di canne, con alcuni cussini di foglie. Il principe subito fatto giorno si partì, ma, come furono levati li nostri, li venne a trovare un fratel del detto, e gli accompagnò fino ad una isola ove era il capitano, il quale lo ritenne a desinar seco, e a lui e a tutti li suoi fece assai presenti.

In quella isola ove il re venne a veder la nave delli nostri, si trovavano gran pezzi d’oro, come sariano noci over uova, crivellando la terra. Tutti li vasi del re sono d’oro, e tutta la sua casa è molto ordinata. Fra tutte queste genti non viddero il più bell’uomo del re: ha li capelli lunghi fino sopra le spalle, molto neri, con un velo di seta sopra la testa; alle orecchie vi tiene appiccati duoi grandi anelli d’oro e grossi. Porta un panno di cottone lavorato di seta, il qual cuopre cominciando dalla cintura fino alle ginocchia; da un lato ha un pugnale col manico d’oro lungo, e il fodro è di legno lavorato. In ciascun dito ha tre come anelli d’oro; ungesi con olio di storace e benzuin, ed è di color olivastro, ma dipinto tutto il corpo. Queste isole si chiamano Buthuan e Caleghan. Quando questi duoi fratelli figliuoli del re, che ancor loro si fanno chiamar re, si vogliono veder insieme, vengono in questa isola in casa sua: il maggior si chiama raia Colambu, il secondo raia Siagu.

Capitolo 9

Come li duoi re di quei paesi fratelli andarono col capitano ad udir messa, e nella sommità d’una montagna piantorono una croce. Dei porti Zeilon, Zubut e Caleghan. Della qualità e vestir di quegli uomini. Del frutto detto areca; della foglia dell’arbore bettre. Dell’isola detta Massana, e degli animali e frutti di quella.

All’ultimo di marzo, appresso Pasqua, il capitan generale fece metter a ordine un prete per far dir messa, e per un suo certo interprete fece dir al re che egli non smontava già in terra per voler andare a desinar seco, ma solamente per voler far dir messa. La qual cosa come udì il re, subito gli mandò duoi porci morti. E quando fu l’ora del dir la messa, smontarono in terra circa cinquanta uomini senza arme, meglio vestiti che poterono, e gli altri erano armati; e avanti che li battelli giugnessero in terra, fecero scaricar sei colpi di bombarda in segno di pace, poi saltarono in terra. E questi duoi fratelli re abbracciarono il capitan generale, e andarono in ordinanza fino dove era preparato da dir la messa, non troppo lontano dalla riva, e avanti che si cominciasse a dir la messa, il capitano volse sprucciar il corpo alli detti duoi re con acqua muschiata. Quando si fu a mezza messa, che si va ad offerir, li re volsero ancor loro andare a baciar la croce come facevano li nostri, ma non offerirono cosa alcuna, e quando si cominciò a levar il corpo di Cristo, li prefati stettero in ginocchioni adorandolo con le mani giunte. Nel qual tempo, fatto segno per li nostri con un schioppo, fu scaricata l’artigliaria delle navi. Alcuni de’ nostri si communicarono.

Finita la messa, il capitano fece far combattere delli nostri armati con le spade nude, nel veder del quale li re ebbero grandissimo piacere. Dapoi il capitano fece portar una croce, con li chiodi e la corona di spine, e subito ordinò che tutti li facessero gran riverenza, faccendo lor intender, per via dell’interprete, che questa bandiera gli era stata data dall’imperador suo signore, e per ciò ovunque andavano mettevan questo segnale. Il qual ancora volevano metter in quel luogo per sua utilità e profitto, acciò che se venisse alcuna nave de cristiani, vedendo questa croce sappino che li nostri son stati lì, e per questo si astenghino di far alcun dispiacere né a loro né alle robbe loro; e se fussero fatti prigioni, come li fusse mostrata questa croce, subito li lasciariano andar liberamente; e che bisognava mettere questa croce nella sommità della più alta montagna che vi fusse, acciò che la potessino veder ogni giorno e da ogni canto, e che l’adorassino, perciò che, faccendo questo, né tuoni né fulgori né tempesta potria lor nocer in cosa alcuna. Udito questo parlar dalli re, ringraziarono grandemente il capitano, e dissero che eseguiriano molto volentieri tutte queste cose. Il capitano fece lor dimandar se erano mori o gentili, e in che credevano. Risposero che non adoravano altramente se non che, levando le mani giunte e la faccia verso il cielo, nominavano il lor Iddio Abba: della qual risposta il capitano ebbe gran piacere, il che veduto dal primo re, subito quello levò le mani verso il cielo. Gli domandarono poi perché avevano così poco da mangiare; risposero che quivi non era la lor ferma abitazione, né vi veniva se non quando voleva vedersi con suo fratello, ma che la sua stanza era in un’altra isola, dove aveva tutta la sua famiglia. Gli disse appresso come aveva assai nimici, verso li quali, quando volessero, potriano ben andar con le navi per soggiogarli, il che faccendo gli restaria obligatissimo; e che detti suoi nimici erano in due isole, ma che allora non era tempo di dovervi andare. Il capitano li fece dire che se Iddio li facesse grazia di tornar un’altra volta in queste parti, che menaria seco tante genti che sottometteria tutti li suoi nimici; e che allora voleva andar a disnare, e che dapoi ritornaria a far metter la croce sopra la sommità della montagna. Risposero che erano contenti, per il che li nostri scaricarono tutti li loro schioppi, e il capitano, abbracciato che ebbe tutti duoi li re e altri principali, prese licenza.

Dopo che ebbe desinato, il capitano ritornò con li suoi, e insieme con li duoi re andarono nel mezzo della sommità della più alta montagna che si trovasse nell’isola, e quivi misero la croce; e il capitano fece dir loro che al presente erano suoi cari amici, perché la croce era in quel luogo, e che per questo se ne potevan grandemente rallegrare. Dapoi gli dimandò che porto era in quelle bande, dove potessero trovar vettovaglie. Risposero che ve n’erano tre, cioè Zeilon, Zubut e Calaghan, ma che Zubut era migliore e dov’era miglior traffico, offerendosi di dargli pilotti che gl’insegnariano la via. Il capitano gli ringraziò e deliberò d’andarvi, il che fu con gran disaventura. Posta la croce e ciascun ingenocchiatosi, e detto un Paternostro e Ave Maria, l’adorarono, e il simile fecero li re; dipoi discesero nella pianura, dove viddero assai campi lavorati, prendendo la via ov’era la sua barca. Li re fecero portare alcune coche per rinfrescarsi, e il capitano gli domandò pilotti, perciò che si voleva partir la mattina seguente, e che per lor sicurtà lascieria uno de’ nostri. Essi fecero risponder che a tutte l’ore ad ogni suo voler sariano preparati. Ma partiti di lì e andati ciascuno a dormire, il primo re si mutò d’oppenione, e la mattina, volendo partir il capitano, detto re gli mandò a dire che per amor suo volesse aspettare ancor duoi giorni, fino a tanto che avessero raccolto li risi e alcune altre picciole cose, e che lo pregava che gli mandasse qualcun de’ suoi uomini per aiutargli, acciò che più presto si potessero espedire, e che esso medesimo saria il pilotto. Il capitano mandò alcuni uomini al re, ma giunti a quello si misero a mangiare e bevere, tanto che dormirono tutto quel giorno, e dapoi essendo dimandati alcuni, si escusarono dicendo che erano ammalati, per il che nel detto giorno li nostri non fecero cosa alcuna, ma il giorno seguente si affaticarono molto nel coglier detti risi.

Uno di queste tali genti se ne venne alle navi, e portò una scodella piena di risi, con otto over dieci fichi legati insieme, per cambiar con un coltello, il qual non poteva valer tre denari. Il capitano, vedendo che costui non voleva altro che il coltello, lo fece venir a sé e gli fece mostrar alcune altre cose, invitandolo se voleva cambiare, e cavò della sua borsa un real, che è una moneta d’argento che val dodici soldi, i quali voleva dar per quelle sue robbe: ed esso non volse. Poi gli mostrò un ducato, e manco questo volse accettare, e all’ultimo gli mostrò un ducato doppione: costui non volse mai altra cosa che il coltello, il qual liberamente gli fece donare. Dipoi, uno de’ nostri andando a prender acqua in terra, un di costoro gli volse donar una corona fatta a punte d’oro, massiccia come una collana, per sei filze di paternostri cristallini: ma il capitano non volse che si facessero più simil baratti, affin che in questo principio pensassero che si faceva maggior istimazione delle nostre mercanzie che dell’oro di quelli.

Questi popoli sono molto agili e gagliardi; vanno nudi, si dipingono tutto il corpo, portano, come è detto, coperte le parti vergognose d’una tela, della quale disopra facemmo menzione. Le femmine sono vestite dalla cintura in giuso, e portano li capelli, li quali sono neri, lunghi fino in terra; hanno ancora le orecchie bucate, e postovi dentro oro fatto in diversi lavori. Queste genti masticano quasi sempre un frutto che chiamano areca, il qual è alla similitudine d’un pero, e lo tagliano in quattro pezzi, e poi ne inviluppano ciascuna parte nella foglia d’un arbore che è chiamato bettre, le quali foglie sono simili a quelle del lauro, e messoselo in bocca, dipoi che hanno ben masticato lo buttano fuori, il qual gli lascia la bocca molto rossa. Tutte queste genti usano questo frutto per rinfrescarsi il cuore, e se si astenessero moririano. In questa isola chiamata Messana si trovano cani, gatti, porci, galline, capre, risi, gengevo, coche, fichi, naranci, miglio, panico, orzo, cera e oro in quantità. È sopra l’equinoziale verso il nostro polo gradi 9 e duoi terzi, e 162 gradi dal luogo donde partimmo.

Capitolo 10

Di Zeilon, Bohol, Canghu, Barbai e Catigan isole. De’ pipistrelli che sono in Catighan, grandi come aquile e buoni al gusto come galline. Di Polo, Ticobon e Pozon isole. Dell’ambasciata che ‘l capitano mandò a fare al re di Zubut, e la risposta fattali per detto re.

In questa isola Messana dimorarono otto giorni, poi voltarono il viaggio verso il vento di maestro, e passarono fra cinque isole, cioè Zeilon, Bohol, Canghu, Barbai, Catighan. In questa isola di Catighan si trovano pipistrelli grandi come aquile, delli quali ne presero uno, e come intesero che eran buoni da mangiare lo mangiarono, ed era al gusto come una gallina. Trovanvisi ancora colombi, tortore, pappagalli, e certi uccelli grandi come galline, li quali hanno certi corni, e le vuova loro sono grandi come quelle dell’oca; e detti uccelli le mettono un braccio sotto l’arena per farle nascere, e la terra per virtù del sole gli fa nascere, e come sono nate escono fuori dell’arena. Queste uova sono molto buone da mangiare.

Dall’isola sopradetta di Messana a Catighan sono 20 leghe, andando alla volta verso ponente. Il re di Messana non poté seguir le tre navi, però fu necessario di aspettarlo appresso tre isole, cioè Polo, Ticobon e Pozon; il qual, avendo veduto il presto navigare de’ nostri, se ne maravigliò grandemente, e il capitano grande lo fece entrar nella nostra nave con alcuni de’ suoi principali, della qual cosa ebbe gran piacere. E così andarono verso Zubut, che è lontan dall’isola di Cathigan circa cinquanta leghe.

Adì 7 d’aprile ad ora di mezzogiorno entrarono nel porto di Zubut e, passando appresso molte ville e abitazioni fatte sopra arbori, si approssimarono alla città, dove il capitano comandò che le navi se gli approssimassero, calando le vele e mettendosi ad ordine come se volessero combattere, faccendo scaricare tutta l’artiglieria, della qual cosa tutto il popolo ebbe grandissima paura. Dipoi il capitano mandò un suo ambasciadore con l’interprete al re di Zubut. Quando giunsero alla città, trovarono insieme col re assai uomini, tutti spaventati dal rumore dell’artiglieria. L’interprete fece loro intendere ch’era così costume delli nostri, i quali, come entravano in simil luoghi, in segno d’amicizia e per onorare il re della città discaricavan le bombarde. Il re con tutti li suoi per queste parole si assicurarono; poi li nostri dissero come il lor signore era capitano delle navi del maggior re del mondo, e che andavano a scoprir l’isole Molucche, e avendo inteso dal re di Messana il buon nome e fama sua, gli era paruto di venirlo a visitare, e appresso per aver vettovaglie in cambio di sue mercanzie. Il re rispose che fussero i ben venuti, e che era in quel luogo un costume, che tutte le navi che entravano in quel porto pagavano tributo, e che non erano troppo giorni che una nave carica d’oro e di schiavi l’avea pagato: e in segno di questo gli fece venir avanti alcuni mercatanti, di quelli che erano restati lì a far loro faccende d’oro e di schiavi. Alle quali parole l’interprete disse come il suo signore, percioché era capitano di sì gran re, non pagava tributo ad alcun signor del mondo, e che se voleva pace che l’averia, e se guerra averia guerra. Allora un di quelli mercatanti, il qual era moro, disse al re: “Catacaia chita”, cioè: “Guarda, signor, che questi sono quelli che hanno acquistato Calicut, Malacha e tutta l’India maggiore; chi fa lor bene ha bene, e chi mal male, e peggio ancora che non hanno fatto a Calicut e Malacha”. L’interprete, udite queste parole, disse che ‘l re suo signore era più potente di gente e di navi che il re di Portogallo, ed era re di Spagna e imperador di tutta la cristianità, e se non vorrà esser suo amico, che gli manderà un’altra volta tante genti contra che lo distruggerà. Il Moro raccontò tutte queste parole al re, il quale allora disse che si consigliava con li suoi, e il giorno seguente gli risponderia. Poi fece portar una collazione di molte vivande, tutte poste in vasi di porcellana, con molti vasi di vino; e fornita la collazione li nostri se ne ritornarono, e referirono il tutto al re di Messana, ch’era un delli primi appresso questo re, e signor di molte isole, il qual volse smontar in terra e, andato al re di Zubut, gli narrò la gran cortesia ch’era in questo capitan generale.

Capitolo 11

Come il capitano andò a trovare il re di Zubut, come contrassero amicizia insieme, e de’ presenti si fecero l’un l’altro; e con quanta attenzione quelli che dipoi furono mandati dal re al capitano stavano ad udir parlar esso capitano delle cose della fede.

Un lunedì mattina il messo del capitano con l’interprete se n’andarono a Zubut a trovar il re, il qual viddero venir in piazza accompagnato da molti suoi principali: e veduti li nostri se gli fece seder appresso, e poi gli dimandò s’era più d’un capitano in questa compagnia, e se volevano che esso pagasse tributo all’imperadore. Li nostri referirono che non volevano altro, salvo che far mercanzia con essi, cioè barattar delle lor robbe con le loro, né altra cosa. A questo rispose il re ch’era contento, e che se ‘l nostro capitano gli voleva esser amico, che gli manderia un poco di sangue del suo braccio dritto, e il simil faria ancor esso in segno d’amicizia: gli dissero che così faria. Dipoi il re disse che tutti li capitani che vengono in quel luogo si deono far presenti l’un con l’altro, e che il nostro capitano over esso doveva cominciare. Il nostro interprete gli rispose che dapoi che gli pareva voler conservar questa usanza, che esso dovesse cominciare: il qual così fece.

Il martedì seguente il re di Messana, col Moro detto di sopra, se ne venne alle navi e salutò il capitano da parte del re, dicendogli che ‘l detto faceva metter insieme più vettovaglie che gli era possibile per fargli un presente; e dopo desinare mandò un suo nepote, con tre uomini de’ principali, per far questa amicizia. Il capitano fece armar uno de’ suoi con tutte l’armi, e gli fece dir che tutti quelli che combattevano erano di quella sorte: il Moro fu molto spaventato a veder questo. Il capitano gli fece dir che non si spaventasse, perché le nostre armi sono piacevoli verso gli amici e aspre contra gli nimici, e destruggono tutti gli adversarii e nimici della nostra fede: e questo fece acciò che ‘l Moro, il qual mostrava esser più astuto degli altri, lo dicesse al re.

Dopo desinar il nepote del re, il qual è il principe, venne col re di Messana, il Moro e un loro proposto maggiore, con altri otto uomini principali, per far l’amicizia col capitano, e sedette in una sedia coperta di velluto rosso; gli altri principali sopra alcune altre sedie, e altri sopra alcune stuore. E il capitano gli fece dimandar s’era di loro costume di parlare in publico o in secreto, e se questo principe col re di Messana aveano auttorità di far la pace e amicizia. Dipoi il capitano disse molte cose circa questa pace, e pregava Iddio che la confermasse in cielo; costoro dissero che mai più aveano udito simil parole, e che avean gran piacere in udirle. Il capitano, vedendo che volontieri l’ascoltavano, cominciò a dir loro molte cose pertinenti alla fede nostra; poi dimandò loro chi succedeva nella signoria dopo la morte del re. Risposero che ‘l re non aveva figliuoli maschi, ma tutte femmine, e che questo suo nepote avea tolta per moglie la figliuola sua maggiore, e per questo si chiamava principe; e quando il padre e la madre sono vecchi non gli onorano più, ma li giovani sono quelli che comandano. Il capitano gli disse che Iddio avea fatto il cielo e la terra e il mare e qualunque altra cosa, e che avea comandato che si dovesse onorar il padre e la madre, e chi altramente facesse saria condannato al fuoco eterno. Gli disse poi come tutti noi eravamo discesi da Adam ed Eva, nostri primi parenti, e come l’anima nostra era immortale, e molte altre cose pertinenti alla fede. Le quali avendo li prefati udite con grandissima attenzione, furono molto allegri, e lo pregarono che dovesse lasciar duoi uomini, over almanco uno, il quale insegnasse la fede, e che gli fariano grandissimo onore. Rispose il capitano che per allora non poteva lasciar loro alcun uomo, ma che, se volevan farsi cristiani, un de’ lor preti gli battezzaria, e che un’altra volta menariano preti e altri, che insegnariano loro la nostra fede. Dissero che prima volevano andar a parlar al re, e poi diventariano cristiani: ed era tanto il piacere che aveano, che se gli vedevan cader le lagrime dagli occhi. Il capitano gli ammonì che non si dovessero far cristiani per paura né per compiacergli, ma di loro propria volontà, e che non fusse fatto alcun dispiacere agli altri che volessero viver secondo la lor legge, ma che, se essi saranno cristiani, si sforzeranno di esser veduti migliori e più pieni di carità. Tutti allora ad una voce gridarono che non si facevano cristiani per paura alcuna né per compiacergli, ma per la loro propria volontà. Gli fu poi detto che, diventati che fussero cristiani, volea loro lasciare una delle nostre armadure, perché così gli era stato ordinato dall’imperadore, e che non potriano impacciarsi per l’avenire più con femmine che fussero de’ gentili, senza far grandissimo peccato; e oltra di questo gli assicurava che non gli appaririano più demonii, come facevano al presente. Risposero che piacevano tanto loro queste parole che udivano, che non sapevano che rispondergli, e per questo si rimettevano nelle sue mani, e che ‘l capitano disponesse di loro come de suoi fratelli e servitori. Allora il capitano gli abbracciò, e presa una delle mani del principe e una del re di Messana, e messala in mezzo delle sue, disse loro che, per la fede che doveva a Dio e all’imperador suo signore, prometteva e dava loro la pace perpetua col detto suo signore re di Spagna. Gli risposero che ancor essi similmente gliela promettevano e davano. Fatta che fu detta pace, subito il capitano fece portar una bella collazione, e gli fece bever tutti.

Dopo il principe e il re di Messana presentarono al capitano, da parte del lor re, certe misure di risi, porci, capre, galline, e dissero che li perdonasse perché questi presenti erano piccoli a donar ad un tal uomo come esso era. Il capitano donò al principe un drappo bianco di tela sottilissima, una berretta rossa, e alcune filze di cristallini, e un vaso di vetro dorato: il vetro è in grandissima istimazione in questi luoghi. Al re di Messana non donò alcun presente, perché già per avanti gli avea dato una vesta, di quella sorte che si portano di Cambaia in Portogallo, con altre cose. A tutti gli altri donò a chi una cosa a chi un’altra, e poi mandò per Antonio Pigafetta e un altro suo a donar al re di Zubut una vesta di seta gialla e pavonazza fatta alla turchesca, una berretta rossa e alcune filze di cristallini: e posero tutte queste cose in un piatto d’argento, e appresso con le lor mani portarono ancora duoi vasi di vetro dorati. Quando furono giunti nella città, trovarono il re nel suo palazzo con molti uomini, il qual sedeva in terra sopra una stuora tessuta di palma molto sottilmente, e avea solamente un drappo di tela di cottone intorno le parti vergognose, e in capo un velo lavorato ad ago, una catena al collo di grandissimo prezio, e duoi anelli d’oro alle orecchie con molte pietre preziose sopra. Detto re era di statura piccolo, ma forte grasso, e avea il resto del corpo dipinto in diverse maniere col fuoco. Mangiava allora in terra, come è detto, sopra una stuora di palma, e avanti gli erano posti in duoi vaselli di porcellana vuova cotte, e appresso avea quattro vasi di porcellana pieni di vino fatto di palme, i quali erano coperti con molte erbe odorifere, con quattro canne, cioè in ciascuno vaso una, con le quali il prefatto re bevea. Fattagli la riverenza debita, l’interprete gli disse ch’el suo signore il capitano lo ringraziava grandemente del suo presente, e che gli mandava questo non all’incontro del suo, ma per il grande amor che gli portava: e subito fattolo levar su, lo vestirono, misongli in capo la berretta, e baciato un de’ detti vasi di vetro glielo presentarono; egli faccendo il simile lo accettò, e così le altre cose. Poi il re volse che Antonio Pigafetta sedesse al dirimpetto, e mangiasse di detti vuovi e bevesse con le canne. Il principe e gli altri ch’erano stati a concluder la pace col capitano, esortarono il re a volersi far cristiano, il qual voleva tener li nostri a cena seco, ma essi gli dissero che non potevano, e presero licenzia: e il principe li menò a casa sua, dove avea quattro figliuole molto belle e bianche come sono le nostre, le quali fece che ballarono in presenzia delli nostri, essendo tutte nude, e sonavano con certi cembali fatti di metallo; poi volse che li nostri, fatta collazione, ritornassero alle navi.

Capitolo 12

D’alcuni uccelli che sono inghiottiti vivi dalla balena, i quali le mangiano il cuor, onde ella ne muore, ed essi sono trovati vivi nel corpo della balena. Come il re di Zubut e li re di Messana e le regine furono batizzati con circa 800 anime, e dipoi tutta l’isola di Zubut.

Il mercoledì da mattina uno delli nostri in nave mancò di questa vita, e per questa cagione Antonio Pigafetta con l’interprete andarono a dimandare al re dove potessero sepelirlo. E trovato il re con molti de’ suoi uomini, e dettagli la cagione, avendogli prima fatta riverenzia, il re gli rispose che essi e tutti li suoi erano vassalli del loro signore, quanto maggiormente debbe esser la terra. Poi gli fu detto da’ nostri che per far questo volevan consecrar un luogo e mettervi una croce; dissero che erano molto contenti, e che appresso la volevano adorare come facevamo noi. Veduta questa loro prontezza, consecrarono un luogo appresso la lor piazza, dove posero la croce: e verso il tardi portarono il morto, dove lo sepelirono. Dapoi portarono in terra dalle navi molte cose per barattare, e misonle in una casa, la qual è fatta per questo effetto e affittasi per il re, e restarono in quella quattro delli nostri per far questi baratti.

Queste genti vivono con giustizia, hanno pesi, misure, e amano sopra ogni altra cosa la pace e la quiete. Hanno bilancie di legno, che hanno un cordone nel mezzo col qual si tengono, e da una banda è il piombo, e sono assai simili alle nostre. Hanno appresso alcune misure grandi senza fondo, le quali mettono secondo che è quello che vogliono misurare. Le case loro sono di legno, e serrate di tavole e di canne, sopra grossi pali alzati da terra: sopra le quali volendo andare, è necessario di montar con alcuni scalini, dove si trovano camere come sono le nostre; di sotto le loro case tengono porci, capre e galline. Intesero li nostri da quelle genti che si truovano in questi paesi alcuni uccelli grandi e simili alle nostre cornacchie, molto belli a vederli. Questi tali uccelli vanno sopra l’acqua del mare, e dalle balene, le quali in quel luogo sono grandissime, aprendo la bocca sono inghiottiti vivi: i quali subito vanno alla volta del cuore della balena e lo rodono, e per questa cagione le balene muoiono, e dapoi buttate in terra dalle onde del mare, queste tal genti, aprendo le interiori, trovano questi uccelli vivi, che vivon del cuor di quelle. Questi tali uccelli hanno nel becco come sariano alcuni denti, e le penne sono alquanto lunghe, e la pelle della carne è nera, ma la carne è molto buona a mangiare: e chiamongli laghan.

Il venerdì li nostri monstrarono una camera piena di diverse mercanzie, delle quali restarono quelle genti molto maravigliate, e cominciarono a barattare: e per metalli, ferri e altre cose grosse queste genti davano alli nostri oro, e per cose minute davano risi, porci, capre e altre vettovaglie. Dettero dieci pesi d’oro per quattordici libbre di ferro: un peso val un ducato e mezzo. Il capitano ordinò che non si pigliasse troppo oro. E perché il re avea promesso di volersi far cristiano la domenica prossima, il capitano fece apparecchiare nella piazza come un tabernacolo, ornato di tapezzarie e di rami di palma, per voler in quello battezzarlo, e gli mandò a dire che non avesse paura se scaricassero l’artegliaria, perché quella era la nostra usanza di fare in una così gran festa.

La domenica da mattina, alli quattro di aprile, smontarono in terra cinquanta uomini, con li quali erano duoi tutti armati con la bandiera reale, e furono scaricate tutte le artigliarie, per il romor delle quali tutto il popolo fuggiva di qua e di là. Il capitano col re si abbracciarono insieme, al qual disse che la bandiera regal non si portava altramente che con li cinquanta uomini con li schioppi, e duoi armati d’arme bianche, e che così avea ordinato per il grande amor che gli portava. Dapoi ambidui se ne andarono con grande allegrezza ov’era preparato il tabernacolo, dove furono poste due sedie, una coperta di velluto rosso e l’altra di pavonazzo; gli altri principali sedettero sopra cussini, e il resto sopra stuore. Il capitano per via d’interprete disse al re che ringraziava Iddio che l’avea inspirato a farsi cristiano, e che per l’avenire egli era per vincer più facilmente li suoi inimici di quello che per il passato avea fatto. Il re gli rispose che molto volentieri si faceva cristiano, ancor che alcuni delli suoi uomini principali gli avessero fatto intender che non lo volevano obbedire, dicendo che erano ancor essi così buoni uomini come era egli. Per le quai parole subito il capitano fece convocar tutti li principali del re, e disse loro che se non obedissero al re come a suo vero re, che li faria morire e confiscaria tutti li lor beni: tutti risposero che obediriano. Poi, voltatosi il capitano verso il re, disse che, se ritornasse in Spagna, condurria seco un’altra volta tante genti e con tal potere che lo faria il maggior re di queste parti, perciò che egli era stato il primo a volersi far cristiano. Per le quai parole il re alzando le mani verso il cielo lo ringraziò, pregandolo che fosse contento che alcun de’ nostri restasse in quel luogo, accioché egli insieme con gli altri fussero meglio instrutti nella fede cristiana. Il capitano gli disse che per contentarlo ne lasciaria duoi, ma che voleva menar seco duoi figliuoli delli principali uomini, acciò che imparassero la lingua nostra: e quando ritornariano, saperian dir agli altri le cose di Spagna. E oltra di questo che, volendosi far cristiano, gli era necessario abbruciar tutti gl’idoli e in luogo di quelli mettervi la croce, e quella ogni giorno adorare con le mani giunte, e ogni mattina farsi il segno della croce in fronte, mostrando lor come dovean fare, e che di continuo, o almeno la mattina e la sera, era necessario che venissero ov’era la croce e inginocchioni l’adorassero. Il re con tutti li suoi risposero che fariano il tutto volontieri. Dapoi il capitano condusse il re sopra il tabernacolo, dove fu battezzato, e volse che fusse chiamato Carlo, come l’imperador suo signore; il principe Ferdinando, come il fratello di sua Maestà; il re di Messana Giovanni; il Moro Cristoforo. A tutti gli altri posero li lor nomi, e avanti che fusse cominciata la messa, furono battezzati 500 uomini. Dapoi detta la messa, il capitano invitò il re a desinare seco con tutti li suoi principali, ma essi non volsero, ma gli accompagnarono fino alle navi, le quali scaricarono tutta l’artigliaria; e abbracciatisi insieme presero commiato.

Dopo desinare il prete e alcuni altri andarono in terra per battezzar la regina con quaranta sue donzelle, dalle quali fu condotta al tabernacolo, e le venne tanta contrizione nel cuore, che di allegrezza piangendo dimandava il battesimo: la qual fu nominata Giovanna, come ha nome la madre dell’imperadore; e sua figliuola, moglie del principe, Caterina; la regina di Messana Isabella; e l’altre ciascuna il suo nome: e battezzarono circa 800 anime, fra uomini e donne e fanciulli. La regina era molto giovane e bella, coperta d’un drappo bianco: avea la bocca rossa, con un cappello in testa, in cima del quale era una corona fatta come è quella del papa; il cappello e la corona erano di foglie di palma. Non va mai fuori in alcun luogo, se non ha in capo questa corona. La qual dimandò che li nostri le dessero una croce, la qual voleva metter nel luogo ov’erano li suoi idoli in memoria di Iesù Cristo, in nome del quale era stata battezzata, e avuta la croce si tornò a casa. Verso il tardi il re e la regina vennero verso la riva, e il capitano fece scaricar tutta l’artigliaria, e dapoi tirarono molti fuochi artificiati con rocchette, della qual cosa ebber grandissimo piacere. E il detto re e il capitano si chiamorono insieme fratelli, il quale, avanti si facesse cristiano, avea nome raia Humabuon; e non passò otto giorni che tutta l’isola fu battezzata. E perché una certa villa di un’altra isola non volea obedire al re, li nostri l’andarono a bruciare, e misero una croce grande in detto luogo, perché queste genti erano gentili, cioè idolatre; ma se fussero stati mori, cioè macomettani, vi averian posto per segno una colonna di pietra, acciò che ella durasse più lungamente, perché li Mori sono più duri e difficili a convertirsi che non sono li gentili.

Capitolo 13

Con che pompa la regina n’andasse alla messa. Il capitano fa giurar il re e i principi della città e il fratello del re obbedienzia all’imperatore. Il fratello del principe, essendo gravemente ammalato, doppo recevuto il batesmo miraculosamente guarisce. Di Zubut, Zula, Cilapulapu e Bulaia isole.

Un giorno che ‘l capitano smontò in terra ad udir messa, disse molte cose al re pertinenti alla fede nostra; e in tal giorno la regina venne ad udir la messa, accompagnata con una gran pompa. Andavano avanti a quella tre damigelle con tre uomini, con li loro cappelli in mano; poi veniva ella, vestita di nero e bianco, con un velo grande di seta profilato d’intorno d’oro in capo, che le copriva il cappello per fino alle spalle, e molte altre donne la seguitavano, le quali erano nude e discalze, eccetto che intorno al capo e alle parti vergognose portavano un velo sottile; li capelli erano sparsi. La regina, fatto che ebbe reverenzia all’altare, si mise a sedere sopra un cussino lavorato tutto di seta. Avanti che la messa si cominciasse, il capitano la volse bagnar con acqua muschiata, con molte altre delle sue damigelle, le quali ebber gran piacere dell’odor di quella. Poi detto capitano disse alla regina ch’ella dovesse portar reverenzia alla croce in luogo de’ suoi idoli, perché quella era stata fatta per memoria della passion del nostro Signor Iesù Cristo, figliuol di Dio: la qual lo ringraziò molto, e disse che così faria.

Un giorno il capitan generale, avanti si dicesse la messa, fece venir il re e li principali della città, e il fratel del re padre del principe, e gli fece giurare obedienzia all’imperador suo signore. E quando l’ebbero giurata, il capitano ficcò la sua spada avanti l’altare, dicendo al re che, quando si fa un tal giuramento, si doverria più presto morire che volerlo rompere. Dipoi il capitano donò al re una catedra di velluto rosso, e gli dimostrò come sempre se la dovea far portar avanti quando andava in alcuno luogo, e che questo voleva che facesse per amor suo; il re rispose che così era per fare. Poi detto re donò al capitan generale duoi gioielli legati con oro per appiccarsi agli orecchi, e duoi per metter alle braccia, e duoi attorno le gambe: ed erano carichi di pietre preziose. Questi sono li più belli ornamenti che sappino usar li re di questi paesi, li quali vanno sempre discalzi, con una tela che li cuopre dalla cintura fino alle ginocchia.

Alcuni giorni dopo il capitano domandò al re e agli altri perché non avevano abbruciati li lor idoli, come aveano promesso quando si fecero cristiani, e perché sacrificavano loro tante carni. Risposero che non facevan questo perché volessero cosa alcuna per loro, ma per cagione d’un ammalato, accioché gl’idoli lo facessero diventar sano: il qual ammalato era già 4 giorni che aveva perso la favella, ed era fratello del principe, uomo molto valente e intelligente quanto alcun altro che fosse nell’isola. Il capitano disse loro che abbruciassero detti idoli e credessero in Iesù Cristo, che, se questo ammalato si volesse battezzar, subito guariria: il che se non fusse vero, era contento che gli fusse tagliata la testa. Il re disse che così faria, perché veramente egli credeva in Iesù Cristo; e subito con la croce si misero a far una processione intorno la piazza meglio che seppero, e se ne vennero alla casa ov’era questo ammalato, il qual era disteso, né poteva parlare né muoversi, e lo battezzarono insieme con la moglie e dieci damigelle. Poi il capitano gli fece domandar come si sentiva; subito costui cominciò a parlare, e disse che per la grazia del nostro Signore Iddio si sentiva meglio: e questo è stato un miracolo manifesto nelli tempi nostri. Quando il capitano l’udì parlare, ringraziò molto Iddio, e allora gli fece portar da mangiare una vivanda fatta di mandorle, la qual era stata fatta per lui; poi gli mandò un materasso, un paio di lenzuoli, una coltra di panno giallo, un cussino, e ogni giorno, fin che si fece gagliardo, gli mandò della detta vivanda, acqua rosata, olio rosato e alcune confezioni fatte di zucchero. E non passò cinque giorni che cominciò a camminare, e subito in presenzia del re e di tutto il popolo fece abbruciare uno idolo, il qual una femmina vecchia avea nascosto nella sua camera, e fece disfar molti altari che avea fatti alli detti idoli sopra la riva del mare, sopra li quali si mangiavan le carni consecrate, e disse che se Iddio gli desse lunga vita, che abbruceria quanti idoli potesse trovare, ancor che fussero nella casa del re. Questi idoli sono di legno voto, e non hanno la parte di dietro, ma solamente le braccia nude, e li piedi che si rivoltano in su con la gamba nuda, il viso grande, con quattro denti in bocca come sono quelli di un porco cignale, e sono tutti dipinti.

Questa isola è chiamata Zubut, nella qual sono molte ville, le quali danno vettovaglie al re per tributo; e appresso di quest’isola n’è un’altra detta Mathan: il porto e la città si chiamano similmente Mathan. Gli uomini principali di detta isola sono chiamati Zula e Cilapulapu; la villa che li nostri abbruciarono era in questa isola, chiamata Bulaia.

Capitolo 14

Il modo che hanno queste genti con molte cerimonie a benedir il porco, e della natura di essi popoli, e delle cerimonie che usano quando muore qualcuno.

Queste genti usano gran cerimonie quando voglion benedire il porco. Primamente suonano certi lor cembali grandi, dipoi portano tre gran piatti, in duoi delli quali sono certe vivande e torte fatte di risi e di mel cotto, e le inviluppano in alcune foglie, e pesce arrostito; nell’altro è un panno di lino, di quella sorte che vengono di Cambaia, e due bende di palma: e il drappo di Cambaia si distende sopra la terra. Poi vengono due femine molto vecchie, e ciascuna ha una tromba di canna in mano, e poi che sono montate sopra il drappo, fanno riverenzia al sole e si vestono del detto drappo, e una di queste vecchie si mette una benda al fronte con due corna, e tien l’altra benda in mano, e con quella ballando e sonando chiamano il sole; l’altra poi prende una di dette bende e comincia a danzare e sonare con la tromba, e saltando invoca il sole che voglia prender la benda da lei: e tutte due, sonando la tromba per lungo spazio, danzano e ballano intorno a un porco, il qual è in quel luogo legato. Quella che abbiamo detto che ha le corna parla sempre tacitamente al sole, e l’altra le risponde. Dipoi a quella che ha le corna è appresentata una tazza di vino, e ballando dice certe parole, e l’altra le risponde; e faccendo sembianza quattro o cinque volte di voler bevere, spandono il vino sopra il corpo del porco, poi immediate tornano a ballare. A questa che ha le corna è ancora appresentata una lancia, e quattro o cinque volte fa segno di volerla lanciare nel corpo del porco, ma subito ritorna a danzare, e poi immediate lo ferisce passandolo d’una parte all’altra; e poi che ha morto il porco, si mette una facella accesa in bocca e l’ammorza, la qual facella sta sempre accesa in tutte queste cerimonie. L’altra bagna il capo delle trombe nel sangue del porco, e con un dito insanguinato va in prima a segnar il fronte a suo marito, e poi agli altri: ma non vennero a segnar alcun de’ nostri. Poi le dette due vecchie si spogliano, e vanno a mangiar le cose sopradette, che sono state portate nelli piatti, e non invitano seco se non femmine, e pelano il porco col fuoco. E la carne del porco non si consagra se non per le vecchie, né mai la mangiariano se non fusse stato morto in questo modo.

Questi popoli vanno nudi, portano solamente un poco di tela sopra le parti vergognose. Grandi e piccoli hanno la pelle del membro bucata da una parte all’altra appresso il capo, e in quel buco hanno messo come un anelletto d’oro grosso come una penna d’oca. Prendono tante mogli quante vogliono, ma ne hanno sempre una principale. Se alcun delli nostri dismonta in terra, o di notte o di giorno, l’invitano a mangiare e a bevere. Le lor vivande sono sempre quasi mezze cotte e molto salate, e bevono spesso con le cannelle delli vasi, e dura il suo mangiare cinque o sei ore.

Quando alcun uomo principale muore, usano di far questa cerimonia. Primamente tutte le donne principali della terra vanno alla casa del morto, il qual è posto in una cassa in mezzo di quella. Queste donne attaccano corde all’intorno, a modo che si fa attorno d’un letto over padiglione, sopra le quali appiccano molti rami d’arbori; nel mezzo di ciascun ramo è posto un drappo fatto di cottone, e torna fatto a guisa di padiglione. Sotto questo seggono le donne principali, tutte coperte di drappi bianchi fatti di cottone, e ciascuna ha una fanciulla che con un ventolo fatto di palma gli fa vento; l’altre seggono con molta tristizia intorno la camera.

Poi ve n’è un’altra che a poco a poco va tagliando con un coltello li capelli del morto, e un’altra, la qual è la moglie principal del morto, giace sopra di lui, appressando la sua bocca a quella del morto, e similmente le mani con le mani e li piedi con li suoi piedi: e quando quella gli taglia li capelli, questa piagne, e quando ella cessa di tagliargli, questa canta. Intorno la camera sono molti vasi di porcellana con fuoco, e sopra quello metton mirra, storace e belzuì, che fanno grandissimo odore in tutta la camera: e tengono il morto cinque o sei giorni in casa con questa cerimonia. Poi l’ungono di canfora, e lo serrano nella cassa con chiodi di legno, e pongono in un luogo coperto e serrato di legno.

Ogni fiata che muore alcun delli sopradetti e che fanno queste cerimonie, dissero alli nostri che alla mezzanotte suol venire un uccello molto grande e nero come un corvo, il qual si getta sopra la cassa ove giace il morto e comincia a gridare, e subito li cani urlano, e non cessa di far questo, cioè di gridare, e li cani di urlare, per quattro o cinque ore. Essendo stati dimandati la cagione di tal cosa, mai la seppeno dire.

Capitolo 15

Come li nostri combatterono con quelli dell’isola di Mathan, e furon superati, e morto il capitano Magaglianes.

Un venerdì, alli XXVI dì d’aprile, Zula, principal dell’isola di Mathan, mandò uno suo figliuolo a presentar due capre al capitano, e a fargli intendere che, per cagion dell’altro principal detto Cilapulapu, non poteva obedir al re di Spagna, e che la notte seguente li volesse mandare una barca piena delli nostri uomini, con l’aiuto delli quali combatteria con il detto. Il capitan generale deliberò d’andar lui in persona con tre barche, e il resto degli uomini lo pregarono che non vi volesse andar lui in persona, ma mandar l’aiuto dimandato: ma egli, come buon capitano, non volse abbandonar li suoi compagni, e alla mezzanotte si partirono sessanta uomini armati con corazzine e celate in compagnia del re fatto cristiano, e principe, e molti altri delli suoi principali, da venti o trenta barche, e a tre ore avanti giorno arivarono a Mathan, ma non ismontarono. Il capitano non volse combattere allora, ma mandò il Moro a parlare a quello Cilapulapu, e dirgli che, volendo obbedir al re di Spagna e riconoscere il re cristiano per suo signore e dargli tributo, esso gli saria amico; se veramente non volesse farlo, che l’aspettasse, che gli saria ben di bisogno aver le lancie lunghe. Costui gli rispose che esso non avea lancie, se non alcune canne abbruciate e legni acuti abbruciati, ma che non venissero a quell’ora ad assaltargli, ma aspettassero che ‘l giorno si facesse chiaro, perché potria mettere insieme maggior numero delli suoi: e questo diceva con fizione, accioché li nostri a punto andassero ad assaltarlo in quell’ora, perché egli avea fatto far molte fosse profonde nella sua casa, e venendo li nostri con la oscurità della notte, sariano caduti in quelle. Li nostri volsero aspettar il giorno, il qual fatto chiaro, subito saltarono in acqua infino alla coscia più di quarantanove, e così andarono per acqua per duoi tratti di balestra avanti che potessero dismontar sull’asciutto, perché le barche non poterono arrivare più avanti, per molte pietre ch’erano sotto l’acqua. Gli altri restarono per guardia delle barche.

Quando arrivarono in terra, queste genti avean fatto tre squadroni di più di mille e cinquanta uomini per uno, i quali subito che intesero che li nostri venivano, due di queste squadre si misero una da una banda e l’altra dall’altra delli nostri, e la terza venne per fronte. Il nostro capitano, vedendo questo, partì li suoi in due parti, e in questo modo cominciarono a combattere. Li schioppetieri e balestrieri tirarono per spazio quasi di mezza ora molto da lontano in vano, perché non passavan se non le loro targhe e scudi fatti di legno, attaccati alle braccia. Il capitano gridava che non tirassero più, ma costoro non volsero cessar di tirare. E in questo mezzo gl’inimici fra loro con voce orrende facevan grandissimo rumore, dicendo che se tenessero forti, e quando viddero che li nostri aveano scaricati li schioppi, tanto più forte gridavano, e non stavan fermi, ma saltavan di qua e di là, coperti con le loro targhe. E tirorno verso li nostri tante freccie e lancie di canne e legni acuti abbruciati, pietre e terra secca verso il capitano, che appena si poteva difendere e guardarsi da loro: e per questa causa, volendo spaventarli maggiormente, mandò alcuni delli nostri a metter fuoco nelle lor case. Le quali come viddero abbruciare, tanto più s’incrudelirono, e subito ammazzarono duoi delli nostri, e da vinti in trenta fecero saltare nel fuoco, e vennero con tanta furia e con tanto impeto e numero di genti adosso alli nostri, che li fecero voltare: e in questa zuffa fu passata la gamba destra al capitan generale con una saetta venenata, per la qual cosa lui comandò che li nostri si ritirassero pianamente, e gl’inimici li seguitavano. Restarono col capitano da sei in otto delli nostri, della qual cosa accortisi gl’inimici, vedendolo quasi abbandonato, non facevan altro che tirargli alle gambe, le quali gli vedevano esser disarmate: e gli furon tirate tante lanciate, dardi e pietre, che non poteva resistere e l’arteglieria che era nelle barche non poteva aiutar li nostri, perché era troppo lontana. Finalmente li nostri vennero fino alla riva, sempre ritirandosi e combattendo, e poi entrarono nell’acqua fino alle ginocchia; e gli inimici, sempre seguitandoli, ripigliavano le lancie de’ nostri e le tornavano a lanciare di nuovo. Poi si voltarono tutti verso dove era il capitano, al qual due volte per forza di lanciate batterono di testa la celata: ma lui, come valente cavalier, si restringeva sempre co’ suoi che gli erano restati in compagnia. E sopra di questo combatterono più d’un’ora, che mai per vergogna si volse ritirare; ma alla fine un Indiano gli tirò d’una lancia di canna nel volto, la qual lo passò da un canto all’altro, che lo fece cader morto. La qual cosa veduta per li suoi, meglio che poterono se n’andarono alla volta dove erano le barche, ma sempre seguitati dagl’inimici, che non facevano altro che tirar dardi e lancie, di sorte che ammazzarono un Indiano ch’era lor guida, e ne feriron molti. Il re cristiano stette sempre fermo e non si mosse mai, perché il capitan generale, avanti che smontasse in terra, gli commise che non si partisse mai dalla barca, ma che stesse a vedere come li nostri combatteriano. Il qual, come intese che il capitan generale era stato morto, lo cominciò a piangere molto duramente, perché lo amava forte; e il simil fecero tutti li nostri, perché certamente costui era così eccellente e valoroso capitan come alcun altro che si sia trovato alla sua età. Furono morti da sette in otto de’ nostri e molti feriti, e tre Indiani fatti cristiani, venendo in aiuto de’ nostri, furono morti d’artiglieria che tirava dalle barche. Delli nimici ne morirono quindici, e infiniti feriti.

Dopo desinare il re cristiano, con consentimento de’ nostri, mandò a dimandar a quelli di Mathan se volevano vendere il corpo del capitano insieme con gli altri morti, che li saria donato quanto volessero. Risposero di no, perché non sapevano ricchezza alcuna, che si potesse trovar al mondo, per la qual loro li restituissero, e che li volevano tener per lor memoria, e di tutti quelli che verranno dopo loro.

Capitolo 16

Come Enrico, schiavo del capitano Magaglianes, ordina col re di Zubut un tradimento, per il qual furono ammazzati a tavola 24 uomini dell’armata: per il che le navi di subito si partirono, lasciato adrieto Giovan Serrano, governator dell’armata. Degli animali e frutti di detta isola.

Così tosto come si seppe la morte del capitano, li quattro de’ nostri che erano nella città del re cristiano per far baratti delle mercanzie, come abbiamo detto di sopra, fecero portar tutte le lor robbe alle navi, dove congregati li nostri, di commun consenso furono eletti duo governatori, cioè Odoardo Barbosa portoghese, parente del capitan generale, e Giovan Serrano. L’interprete nostro, detto Enrico, era stato un poco ferito, e per questo non smontava così ordinatamente in terra per far le cose necessarie come era solito. Per la qual cosa Odoardo Barbosa lo fece chiamare e gli disse che, ancor che ‘l capitano suo padron fosse morto, per questo egli, che era schiavo, non era restato libero, ma che, come fosse arrivato in Spagna, lo voleva consegnar per schiavo a donna Beatrice, moglie del capitan generale; e con parole aspre lo minacciò che, se non andava in terra, lo faria frustare. Questo schiavo si levò del letto, e mostrò di non far conto delle parole detteli dal detto Odoardo, e se ne andò in terra; e trovatosi secretamente col re di Zubut cristiano, gli disse che gli Spagnuoli si volevano partire fra pochi giorni da quel luogo, e che se voleva far secondo che esso lo consigliaria, che guadagnaria le navi con tutta la mercanzia che era in quelle: e così ordinarono un tradimento.

Il primo giorno di maggio, il re cristiano mandò a dir alli governatori che li gioielli che egli avea promesso di mandare all’imperadore erano in ordine, e che gli pregava volessero venir quella mattina a desinar seco. La qual cosa udita dalli governatori, non pensando ad altro, vi andarono insieme con XXIIII uomini e con uno astrologo nominato Martin di Siviglia. Antonio Pigafetta non vi poté andare, perché aveva la fronte enfiata per una botta ricevuta d’una freccia venenata. Giovan Carnai con un proposto, come furono smontati in terra, volsero ritornar in nave, perché viddero il prete che andava insieme con quell’Indiano che guarì per miracolo, il qual era molto sospeso, e dubitarono di qualche cosa. Ed ecco, stando in questo sospetto, subito udirono grandissimi gridi e pianti, per il che levarono le ancore, e cominciarono a scaricar le artigliarie con gran furia verso la casa dove sentivano detti gridi, e si alontanarono da terra. Dapoi viddero venire Giovan Serrano in camicia ferito, il qual gridava verso li nostri che non dovessero tirar più, perché lo ammazzariano. Li nostri gli dimandarono se tutti erano stati morti con l’interprete; costui rispose che erano stati morti, ma che all’interprete non avevano fatto male alcuno, e cominciò a pregarli che lo volessino riscattare con alcuna mercanzia. Ma Giovan Carnai, il qual era suo compare, insieme con gli altri non volsero restar per questo suo patron, ma subito levarono via li battelli; e Giovan Serrano piangendo e lamentandosi diceva che, subito che li nostri averanno fatto vela, gl’Indiani lo ammazzeriano, che pregava Iddio che, nel giorno del giudicio, domandasse l’anima sua a Giovan Carnai suo compare: ma queste parole non valsero, perché immediate fecero vela, e non si è mai saputo novella se sia vivo o morto.

In questa isola di Zubut si trovano cani, gatti, sorzi, miglio, panico, orzo, gengevo, fichi, naranzi, limoni, canne dolci di zucchero, ages, mele, coche, carni di diversi animali, vino che si fa di palma, e oro. Ed è una grande isola con un buon porto, il quale ha due entrate, una verso greco levante, l’altra verso ponente garbin; ed è lontana dall’equinoziale verso il nostro polo dieci gradi e undici minuti, e di lunghezza donde partimmo circa gradi 164. E alcuni giorni avanti che ‘l capitano fusse morto, si ebbe nuova dov’erano le isole Molucche. Queste genti suonano la viola con corde di rame.

Capitolo 17

Di alcune isole, cioè Bohol, Paviloghon, Chippit e Lozon; e del re e regina, popoli, animali e frutti di Chippit. Il modo di cocer i risi.

Lontano da questa isola di Zubut, al capo di un’altra isola nominata Bohol, in mezzo di questo arcipelago, li nostri, fatto consiglio insieme, vedendosi esser rimasti molto pochi, abbruciarono la nave detta Concezione, e degli armeggi di quella fornirono l’altre due navi; e poi si misero a navigar verso garbino, e nell’ora del mezzodì costeggiarono un’isola detta Paviloghon, nella qual viddero uomini neri come sono li Saracini. Dapoi arrivarono ad un’altra isola grande, dove smontati, e andati a trovare il re, il quale, per mostrar di voler pace con li nostri, si trasse sangue dalla man sinistra, e con quello si bagnò il corpo, il volto e la cima della lingua, il che è segno appresso costoro di grande amicizia: il simil atto fecero li nostri.

Poi Antonio Pigafetta solo se n’andò col re per veder l’isola in alcune lor barche, e come entrarono in un fiume, molti pescatori presentarono al re assai pesci, il qual, levatosi d’intorno un drappo, con gli altri suoi principali cantando cominciarono a vogare, e passavan davanti molte abitazioni ch’erano sopra la riva del fiume. E alle due ore di notte arrivarono alla casa sua, la qual è lontana dalla bocca del fiume circa due leghe, e quando furono per entrar in casa, gli vennero all’incontro molte torcie, fatte di canne e di palme, le quali stettero accese fin a l’ora del cenare. Ma avanti il re, con duoi de’ suoi principali e due sue femmine molto belle, bevettero un gran vaso il qual era pieno di vino di palma, senza mangiare alcuna cosa; e volendo che Antonio Pigafetta facesse il simile, lui si escusò dicendo aver cenato, e non volse bevere se non una volta, nella qual fece tutte quelle cerimonie che avea imparato dal re di Messana. Dapoi venuta la cena, furono portati assai vasi di porcellana pieni di risi e pesci, e cenando mai costoro bevettero vino, ma con una scodella di porcellana bevevan brodo di pesce molto salato, e il riso mangiavano in luogo di pane. Il modo come lo cossero è questo: hanno una gran padella fatta di terra, nella qual mettono una foglia grande che copre tutto il fondo, e poi mettono dentro l’acqua col riso, e lo lasciano tanto bollire che diventa duro come pane; poi lo cavano fuori e ne fanno alcuni pezzi, e questo è il modo come tutti questi popoli cuocono il riso. Dopo cena il re fece portar una stuora fatta di canne, e un’altra di palme, e un cussin fatto di foglie, accioché Antonio Pigafetta dormisse sopra di quelli, e il re e le due sue femmine andarono a dormir in un altro luogo separato.

Fatto giorno, fin che preparavano il desinare, Antonio Pigafetta dette una volta per l’isola, dove in molte case vidde assai cose fatte d’oro, ma poche vettovaglie. Poi desinarono, e mangiarono solamente risi e pesce. Il qual desinare finito, Antonio disse al re con cenni che vederia volentieri la regina, il qual rispose ch’era contento. E così andarono insieme alla sommità d’un’alta montagna, ov’era la stanzia della regina, nell’entrar della quale Antonio le fece riverenzia; ed ella fece il simile verso di lui, e lo fece sedere appresso di sé, la quale lavorava una stuora di palma sottilissimamente, sopra la qual dormono. All’intorno della casa erano poste sopra scanzie molti vasi di porcellana e quattro cimbali di metallo, un grande e gli altri piccoli, con li quali suonano. Vide ancora molte schiave, uomini e femmine che la servivano. Stato un pezzo, prese commiato e se ne ritornò alla casa del re, dove subito gli fu portata una collazione di canne dolzi di zuccaro. Quello ch’è in maggior abondanza in quell’isola, per quanto poté intendere, è l’oro, del quale il re con cenni mostrava ad Antonio Pigafetta che ve n’era gran quantità in alcune valli: ma non avendo ferro per cavarlo, quello restava sotto la terra. Questa parte dell’isola è una cosa medesima con Buthuan, Calaghan, ed è posta sopra Bohol, e confina con Messana.

Come venne l’ora di mezzodì, Antonio volse ritornar alla nave, per il che montarono in barca, venendo a seconda del fiume, vestito di verdissime ripe, e viddero alla man dritta sopra una mota tre uomini appiccati ad un arbore. Antonio domandò al re chi erano, il qual gli rispose che erano malfattori e ladri. Tutti questi popoli vanno nudi, come abbiamo detto degli altri, e questo re si chiama raia Calavar. Il porto è molto buono. Qui si trovan risi, gengevo, porci, capre, galline e altre cose. È di sopra dell’equinoziale verso il nostro polo gradi otto, e di lunghezza dal nostro partire è 170 gradi, ed è lontano da Zubut circa 50 leghe, e si chiama Chippit. Due giornate di là verso maestro si truova un’isola grande detta Lozon.

Capitolo 18

Dell’isole Caghaian e Pulaoan, e de’ costumi de’ suo popoli. Dell’isola detta Burnei, e d’un presente fatto per quel re.

Partendosi di lì, e drizzandosi fra ponente e garbin, è un’isola non molto grande e quasi inabitata. Le genti di quest’isola sono mori, e sono stati banditi da un’isola detta Burnei. Vanno nudi come gli altri; hanno cerbottane. con carcassi attaccati allato, pieni di freccie venenate con una certa erba, le quali tirano con dette cerbottane Hanno pugnali con il manico d’oro e con pietre preziose, lancie, targhe, corazze fatte di cuoio di buffolo. In quest’isola si truovano poche vettovaglie; ha gli arbori grandissimi. È di sopra l’equinoziale sette gradi e mezzo, e da Chippit quaranta leghe, e si chiama Caghaian.

Lontan da questa isola circa 25 leghe tra ponente e maestro, trovarono una isola grande nella quale era riso, gengevo, porci, capre, galline, fichi lunghi mezzo braccio e grossi come un braccio, molto buoni, altri lunghi un palmo e minori, ma migliori che li sopradetti, coches, batates, canne dolci di zucchero, alcune radici da mangiare che somigliano le rape, li risi cotti sotto il fuoco in alcune canne over legno, i quali diventan più duri che quelli che si cuocono nella padella di terra sopradetta. Questa terra potevan chiamar terra di promissione, perché, se non l’avessero trovata, averiano patito grandissima fame. Andati a trovar il re, quello fece pace e amicizia con li nostri, ferendosi un poco con un suo coltello nel petto, e col sangue si toccò la lingua e il fronte per segno di più vera pace, e così fecero li nostri. Questa isola è verso il nostro polo gradi 9 e un terzo sopra la linea dell’equinoziale, e 179 gradi e un terzo di lunghezza dal nostro partire, e si chiama Pulaoan.

Li popoli di Pulaoan vanno nudi come fanno gli altri, e quasi tutti lavorano la terra. Questi tirano con cerbottane e alcune freccie di legno, lunghe più d’un palmo, con alcuni rampini e spine per punta, venenate con certa loro erba. Hanno ancora canne apuntate e con uncini venenate, e nel capo, in luogo di penne, pongono un certo legno molle. Fanno grande stima di anelli, catenelle d’ottone, sonagli, paternostri, fili di rame, per legar li lor ami da pescare. Hanno alcuni galli molto grandi e domestici, li quali non mangiano per cagion di certa lor superstizione; alcune volte li fanno combattere un con l’altro, e ciascun mette il suo, e quello del qual è il gallo vittorioso guadagna il prezio. Fanno vino di riso distillato, maggiore al gusto e miglior di quel che si fa di palma.

Lontan da questa isola dieci leghe verso garbino, viddero una isola, e costeggiandola pareva alcuna volta che montasse. Entrati dentro al porto, sopravenne un tempo molto tempestoso e oscuro, ma vedute le fiamme di quelli 3 santi sopra le gabbie, subito cessò. Dal principio di questa isola fino al porto sono 5 leghe. Il giorno seguente, che fu alli 9 di luglio, il re di questa isola, detta Burnei, mandò loro un legno chiamato da questi della isola prao, il qual è fatto come una fusta molto bella, lavorata nella prua e poppe con oro, e avea sopra la prua una bandiera bianca e azurra, e in cima di quella un pennacchio di penne di pavone; alcuni che erano sopra sonavano flauti e tamburi. Con questo prao vennero duoi altri legni chiamati almadie, che son fatte come due barche da pescare, e otto uomini principali entrarono nelle navi delli nostri, i quali fecero sedere sopra un tapeto nella poppe, dove presentarono alli nostri un vaso fatto di legno, tutto dipinto, pien di bettre e areca, che è un frutto che tengono in bocca a masticar, con fiori di gielsomini e d’aranci: e il vaso era coperto d’un drappo di seta gialla. Gli donarono anche due gabbie piene di galline, un paio di capre, 3 vasi pieni di vin fatto di riso a lambicco, e altri fasci di canne dolzi di zucchero, e altretanto donarono all’altra nave; e avendo abbracciati li nostri, presero licenza. Il vin di riso è chiaro come acqua, ma tanto grande nel gusto che molti, bevendone, si imbriacarono: e lo chiamano in la loro lingua arach.

Capitolo 19

D’un altro presente fatto alli nostri per il detto re, e quello che i nostri presentorono al re, alla regina e suoi principali, e con qual cerimonie. Della magnifica e pomposa residenzia del re, e del suo vivere. Descrizione della città di Burnei.

Sei giorni dopo il re mandò un’altra volta tre prai con gran pompa, sonando flauti, tamburi e cembali d’ottone; e circundando la nave nostra facevan riverenza, con alcune berrette di tela che cuoprono solamente la metà della testa. Li nostri gli salutarono scaricando bombarde senza pietre. Dapoi appresentarono alli nostri diverse vivande fatte di risi solamente, alcune poste in foglie fatte in pezzi alquanto lunghe, altre grandi come è fatto un pan di zucchero, altre come sono tortelli; e appresso dettero uova e mele, e dissero come il re era contento che prendessero acqua e legne, e che contrattassero con li suoi a loro buon piacere. Udendo questo, otto de’ nostri montarono sopra un prao e portarono un presente al re, che fu una vesta di velluto verde alla turchesca, una catedra coperta di velluto pavonazzo, cinque braccia di panno rosso, una berretta rossa, un vaso di vetro col suo coperchio, cinque quinterni di carta, un calamaro dorato; alla regina tre braccia di panno giallo, un paio di scarpe inargentate, un vasetto pieno di aghi; al governatore tre braccia di panno rosso, una berretta e una tazza d’argento; al principal che era venuto col prao donarono una vesta di panno rosso e verde alla turchesca, e un quinterno di carta; agli altri sette un pezzo di tela, e una berretta, e un quinterno di carta: e così partirono per andar a trovar il re.

Come furono approssimati alla città, stettero circa due ore nel prao. In questo mezzo vennero duoi elefanti coperti di seta e 12 uomini, ciascun con un vaso di porcellana in mano, il qual era coperto di seta, per portar li presenti. Dapoi montarono li nostri sopra gli elefanti, e li 12 gli andavano avanti, con li presenti posti nelli vasi: e così andarono fin alla casa del governatore, nella qual fu dato lor una cena di molte vivande. La notte dormirono sopra mattarassi fatti di cotone.

Il giorno seguente stettero in casa fino ad ora di mezzodì, poi, venuti gli elefanti, montarono sopra quelli e andarono al palazzo del re, andandoli sempre avanti li 12 uomini con li presenti, come avean fatto il giorno precedente fino alla casa del governatore. Tutta la strada ove passavano era ripiena di uomini armati con spade, lancie e targhe, perché così avea comandato il re. Giunti al palazzo, entrarono nella corte di quello sopra gli elefanti, dove smontati andarono per alcuni gradi, accompagnati dal governatore e altri principali, in una sala grande, piena d’uomini che parevan di conto, ove sedettero sopra un tapeto, con li presenti posti nelli vasi appresso di loro. In capo di questa sala ne è un’altra, ma più alta e un poco minore, ornata di panni di seta, ove si apersero due finestre le quali erano serrate con alcune cortine di panno di seta, dalle quali viene il lume nella detta sala, nella qual si vedevan trecento uomini, che stavan in piedi con uno stocco in mano appoggiato sopra la coscia: e questi stanno in quel luogo per guardia del re. In capo della detta sala minore è una gran fenestra, dalla quale si levò una cortina fatta di broccato d’oro, e per quella si vidde il re, che sedeva a tavola con un suo figliuolo e masticava bettre, e dietro di lui non erano altro che donne. Allora il principal disse alli nostri che non potevano parlar al re, ma che, se volevan alcuna cosa, la dicessero a lui, perché esso la diria poi ad un de’ più principali, e quello poi ad un fratello del governatore, il qual è in quella sala minore, e poi il detto la diria per una cerbottana, la qual metteria per la sfenditura del muro, ad un che è dentro dove è il re. Poi il detto principale insegnò alli nostri che dovessero far tre riverenze al re, con le mani alzate e congiunte insieme sopra la testa, alzando similmente li piedi, ora uno ora l’altro, e poi baciarsi le mani. Fatte che ebbero quelle riverenze regali, li nostri dissero che erano uomini del re di Spagna, che volevan pace con lui, e che non domandavano altra cosa se non di poter contrattar con loro. Il re fece lor rispondere che poi che ‘l re di Spagna voleva esser suo amico, che egli era contentissimo di esser similmente suo, e che si fornissero di acqua e legne e che facesser le loro mercanzie. Poi li nostri gli dettero li presenti, faccendo a ciascuna cosa un poco di riverenza con la testa, e il re fece dar a ciascuno delli nostri un pezzo di broccatello fatto d’oro e di seta, e misongli questi panni sopra la spalla sinistra e poi gli levaron via.

Fu portata poi una collazion di garofani e cannella con zucchero, la qual finita di mangiare, le cortine subito furono tirate e le finestre serrate. Tutti gli uomini che erano in quelle sale aveano un drappo di seta, chi d’un colore e chi d’un altro, intorno alle parti vergognose, e alcuni aveano pugnali col manico d’oro ornato di perle e pietre preziose, con molti anelli nelle mani. Li nostri, discesi dal palazzo e montati di nuovo sopra gli elefanti, ritornarono alla casa del governatore: e otto uomini gli andavano avanti, con li presenti ch’el re aveva loro fatto. E giunti a casa, dettero a ciascun de’ nostri il lor presente, mettendoglielo sopra la spalla sinistra, e li nostri donarono alli prefati per lor fatica un paio di coltelli per uno. Dapoi vennero nove uomini alla casa del governatore, carichi con un piatto ciascun di loro da parte del re, e in ciascun piatto erano 10 o 12 scodelle di porcellana piene di carne di vitello, capponi, galline, pavoni e altri uccelli, e di pesce; e venuta l’ora della cena, sedendo sopra una bellissima stuora di palma, mangiarono da 30 in 32 sorti di vivande fatte di diverse carni, e pesce acconcio con aceto, e altre cose. Bevettero ad ogni una di dette vivande, con un vasetto fatto di porcellana che non era maggiore della grandezza d’un ovo, vin distillato a lambicco. Vi furono portate ancora vivande concie con tanto zucchero, che le mangiavano con cucchiari d’oro fatti come sono li nostri. Nel luogo ove dormirono due notti, erano due torcie grandi di cera sempre accese, sopra duo candellieri d’argento un poco rilevati, e due lampade grandi piene di olio similmente accese, e uomini che le governavano. Li nostri vennero sopra gli elefanti fino alla riva del mare, ove erano duo prai, li quali li condussero fino alle navi.

Questa città è tutta fondata in acqua salsa, salvo la casa del re e di alcuni principali, e sonvi da 20 in 25 mila case: le case sono tutte di legno, edificate sopra pali grossi rilevati da terra. Quando il mar cresce, le femmine vanno con alcune barche piccole vendendo per la città le cose necessarie al vivere, fino alla casa del re, la qual è fatta di muri di alcuni quadroni grossi, con li suoi barbacani a modo di una fortezza. Questo re è moro e si chiama raia Siripada: è molto grasso, e di età di anni quaranta, e non tiene alcuno al suo governo in casa se non donne e figliuole de’ suoi principali, e non si parte mai del palazzo se non quando va a caccia over alla guerra, né alcun mai gli può parlare se non con una cerbottana, per maggior riputazione. Tiene a’ suoi servizii dieci scrivani, i quali scrivono tutte le sue cose sopra alcune scorze d’arbori, le quali sono molto sottili: e li detti si chiamano chiritoles.

Capitolo 20

Della città di Lao. Descrizione delle barche dette giunchi, e della porcellana. Della moneta di quei Mori, detta picis, e certi pesi. Come quel re ha due perle grosse come ovi di galline.

Lunedì da mattina, alli 29 di luglio, viddero venir li nostri contra di loro più di cento prai, divisi in tre squadre, con altretante barche piccole, che chiamano tunguli. Quando viddero questo, pensarono di qualche gran tradimento e alzarono le vele più presto che fu possibile: e tanta fu la fretta che lasciarono un’ancora. E molto più dubitarono di esser messi in mezzo d’alcune barche che chiaman giunchi, le quali il giorno avanti erano venute lì, per la qual cosa subito si drizzarono contra li detti giunchi, e ne presero quattro, dove furon morte assai persone, e quattro se ne fuggirono in terra. In un di questi giunchi che presero era il figliuolo del re di Lozon, il qual era capitan generale di questo re di Burnei, ed eran venuti con questi giunchi da una certa città grande detta Lao, la qual è al capo di questa isola di Burnei, verso la Giava maggiore, e l’avevano ruinata e messa a sacco. Giovan Carnai, nostro pilotto, lasciò andar il detto capitano col suo giunco, contra il voler de’ nostri, per certa quantità d’oro, come dopo si seppe. Se non avesse lasciato il detto capitano, il re averia dato alli nostri ogni cosa che avessero dimandato, per esser capitano molto stimato in tutte quelle parti, e massimamente dalli Gentili, che sono nimicissimi a questo re moro. Delli quali Gentili vi si truova una città grande, e molto maggiore di quella de’ Mori, parimente fondata in acqua salsa. E per queste nimicizie questi duo popoli combattono alcune volte insieme, e li re sono obligati di ritrovarsi in ogni zuffa. Il re de’ Gentili è così potente com’è il re moro, ma non tanto superbo, ed è di natura più umano, e facilmente si convertiria alla fede di Cristo.

Quando il re moro intese come erano stati trattati li suoi giunchi, ci mandò a dire per un de’ nostri che era in terra che li prao non venivano per farne dispiacere, ma andavano contra li Gentili: e per farne chiari di questo, ne fece mostrar le teste d’alcuni morti, e dissero che erano de’ Gentili. Li nostri mandarono a dire al re che gli piacesse di lasciar venir via duoi uomini loro, che erano restati nella città per cagione di mercanzie, e tra gli altri il figliuol di Giovan Carnai; ma egli non volse, e per questa cagione Giovan Carnai lasciò andar il capitan preso, che abbiamo detto di sopra, per riaver suo figliuolo.

Queste barche dette giunchi sono fatte in questo modo: duo palmi sopra acqua sono fatte d’asse d’un legno simile al larice, poi d’intorno serrate similmente di legno; di sopra vi mettono assai canne all’intorno, e uno di questi giunchi porta tante cose quante una grossa barca; da una parte e dall’altra hanno canne grossissime per contrapeso. L’arboro della barca è di una canna grossa, e la vela fatta di scorzi d’alberi messi insieme, di forma tonda.

La porcellana è una sorte di terra bianchissima, la quale sta cinquanta anni sotto terra avanti ch’ella si possa metter in opera, altramente non saria sì fine. Il padre la sotterra per il figliuolo. Se si mette veneno in alcun vaso di porcellana che sia fino, subito si rompe. La moneta che fanno li Mori in queste parti è di metallo bucato nel mezzo per infilzarlo, e ha solamente da una parte quattro segni, che son quattro lettere del gran re della China, il qual è in terra ferma. E la moneta si chiama picis, e per un catil, che vuol dir due libbre, d’argento vivo, danno sei scodelle di porcellana, e per un catil di metallo danno un vaso di porcellana, e per tre coltelli un vaso di porcellana, e per un quinterno di carta cento picis, e per cento e sessanta catil di metallo danno un bahar di cera (un bahar è dugento e tre catil), e per ottanta catil di metallo un bahar di sale, e per quaranta catil di metallo un bahar di anime, che è una specie di gomma per acconciar li navili, perché in queste parti non si truova pece. In queste parti si apprezza metallo, argento vivo, vetro, cinaprio, drappi di lana e di tela, e qualunche altra mercanzia, ma sopra tutto il ferro.

Questi Mori vanno nudi come vanno gli altri, e da quelli intesero li nostri come in alcune sue medicine, le quali poi beono, adoperano l’argento vivo: e gli ammalati lo prendono per purgarsi, e li sani per mantenersi in sanità. Questo re di Burnei ha due perle grosse come duo ovi di gallina, e così ritonde che, poste sopra una tavola piana, non possono star ferme.

Capitolo 21

Di alcuni costumi di questi Mori. Della canfora, e molti frutti e animali che nascono in detta isola, e come nasce detta canfora. Dell’isola detta Bibalon, e un’altra detta Cimbubon. Di un arbore le cui foglie, quando cascano, camminano come se fussero vive.

Questi Mori adorano Macometto e osservano la sua legge. Non mangiano carne di porco. Quando voglion farsi netti e lavarsi le parti di dietro, adoperano la man sinistra, benché alcuna volta adoperino ancora la destra: ma dipoi con quella non si toccheriano né li denti né la bocca per cosa alcuna; e volendo orinare si mettono in forma di sedere. Non ammazzeriano una gallina né una capra, se prima non parlano al sole: tagliano alla gallina la punta dell’ala e gliela mettono sotto i piedi, poi la dividono per mezzo. Non mangiano mai alcuna carne d’animale se non è morto allora. Sono circuncisi come giudei.

In questa isola nasce canfora, ch’è una specie di gomma, che distilla da un arbore il qual si chiama capar. Vi nasce ancora cannella, gengevo, mirabolani, naranci, limoni, zucchero, melloni, cocomeri, zucche, ravani, cipolle, porci, capre, galline, cervi, elefanti, cavalli e altre cose. Questa isola di Burnei è tanto grande che, a volerla circondar con un prao, si staria tre mesi. È sopra la linea dell’equinoziale verso il nostro polo gradi cinque e un quarto, e di lunghezza dal nostro partire gradi 176 e duoi terzi.

Partendosi da questa isola, ritornarono indietro per voler acconciare una nave che faceva acqua; e l’altra nave, per cagione del pilotto, stette in pericolo di rompersi sopra alcune secche d’una isola detta Bibalon: ma con lo aiuto d’Iddio fu riscattata. Seguendo poi il loro cammino, viddero un prao, il qual presero: ed era carico di coche, che portavano a Burnei. Gli uomini se ne fuggirono notando in una isola vicina.

Ad un capo della isola di Burnei, oltra della sopradetta, si truova una isola detta Ciumbubon, il qual è sopra l’equinoziale gradi otto e minuti sette, dove si trovò un porto atto per acconciar la nave: e per questa cagione entrarono dentro, e non avendo le cose necessarie per acconciarla, fu necessario dimorar in quel luogo quaranta giorni. Ed ebbero grandissime fatiche ciascun di loro, ma la maggiore fu riputata l’andar nelli boschi a far legne, non avendo alcuno in piede scarpe, che per la lunghezza del tempo l’avevan tutte consumate. In questi boschi trovarono porci cinghiali, delli quali ne ammazzarono uno e lo portarono alla nave.

In questo tempo che stettero qui, passarono con un battello in un’altra isola, dove erano animali come cocodrilli grandi, e avevan la testa lunga due palmi e li denti grandi, e vivono così in terra come in mare. Presero anche ostriche di diverse sorti, ma tra le altre ne trovarono due: la carne che era in una pesò 25 libbre, e l’altra 44. Fu preso un pesce che aveva la testa come un porco e due corna; tutto il resto del corpo era di un osso solo, con un dorso di sopra fatto come una sella, la qual era picciola. Ancora in quel luogo trovarono un arbore che aveva le foglie le quali, come cadevano in terra, camminavano come se fussero state vive: queste foglie sono molti simili a quelle del moro; hanno da una parte e dall’altra come duoi piedi, corti e appuntati, e schizzandoli non vi si vede sangue. Come si tocca una di dette foglie, subito si muove e fugge. Antonio Pigafetta ne tenne una in una scodella per otto giorni, e quando la toccava andava atorno atorno la scodella: e pensava ch’ella non vivesse d’altro che di aere.

Capitolo 22

Di alcune isole, cioè Caghaian, Zolo, Taghima, Monoripa. Di duoi villaggi, Cavit e Subanin. Dell’arbore della cannella, e della città detta Lentava.

Quando furono partiti da questo porto, verso il capo dell’isola di Pulaoan incontrarono un giunco, il qual veniva dall’isola di Burnei, ed eravi dentro il governatore di Pulaoan: gli fecero segno che calasse la vela, e non lo volendo fare, lo presero per forza. Il governatore promise loro che, se volevano liberarlo, donarebbe in termine di sette giorni quattrocento misure di risi, venti porci e venti capre e 150 galline: la qual cosa fece, e li presentò coche, fichi, canne di zucchero, vasi pieni di vin di palma e altre cose. E quando li nostri viddero questa liberalità, gli restituirono alcuni pugnali e archi di legno; appresso gli donarono un fazzuol da mettersi in capo, una vesta di panno giallo e cinque braccia di tela. Ad un suo figliuolo donarono una cappa di panno azurro, e al fratello del governatore una vesta di panno verde e altre cose: e si partirono amici.

E tornarono al diritto dell’isola di Caghaian, che è il porto di Chippit, e lì presero il cammino alla quarta di levante verso sirocco, per trovar l’isole Molucche. E passarono non troppo lontano d’alcune montagne, appresso le quali trovarono il mar pieno d’erbe grandissime, le quali nascevano nel fondo e venivan fino alla superficie dell’acqua. Dapoi scoprirono due isole verso levante, dette Zolo e Taghima, appresso le quali intesero che si trovavano perle. Queste due isole sono al presente del re di Burnei, li quali acquistò in questo modo, come gli fu racconto. Detto re prese per moglie la figliuola del re Zolo, la quale un giorno gli disse come suo padre aveva due perle grossissime. Il che udito dal re di Burnei, deliberò di volerle avere, e una notte messe insieme cento di quelli loro navili che chiamano prao, venne a Zolo e prese il re, con duoi suoi figliuoli, e gli condusse prigioni in Burnei: dove, volendosi liberare con li figliuoli, fu forza che gli donasse le perle, e appresso ancora la signoria dell’isole sopradette.

Poi passarono verso levante, alla quarta di greco, fra alcuni villaggi detti Cavit e Subanin, e una isola abitata detta Monoripa, lontana dalle montagne leghe dieci. Le genti di quelle hanno le lor case in barche, e non abitano altramente. In queste ville di Cavit e Subanin nasce la miglior cannella che si possa trovare, e sono nell’isola di Bathuan e Calaghan. Volsero dimorar in quel luogo duoi giorni per caricar le navi, ma, avendo buon vento per passar una punta e certe isole, lasciarono di caricare e fecero vela. Ebbero ventisette libbre di cannella per cambio di duoi coltelli. L’arbore della cannella è alto, e ha da tre in quattro rami, lunghi un cubito e grossi come un dito, e ha la foglia come quella del lauro: e la scorza di detto arbore è la cannella, e si coglie due volte l’anno. E chiamasi la cannella in lingua loro caumana, perché cau vuol dir legno, e mana dolce.

Pigliando il lor cammino verso greco, andarono ad una gran città detta Mangdando, la qual è posta sopra l’isola di Buthuan e Calaghan, per aver qualche nuova delle Molucche. E presero per forza un prao, e ammazzarono sette uomini, e undici restarono prigioni delli principali di Mangdando, tra li quali era un fratello del re, dal quale intesero verso dove erano le Molucche: e per questo lasciarono la via verso greco e si voltarono verso quella di sirocco. E appresso un capo di questa isola di Buthuan e Calaghan, gli fu referito per cosa vera che alla ripa d’un fiume abitavano uomini pelosi, e alti di statura, e valenti nel combattere con archi e spade di legno larghe un palmo: e come ammazzavano gli uomini, gli mangiavano subito il cuor crudo, con succo di naranci e limoni. Questi uomini pelosi si chiamano Benaian. Quando presero la via verso sirocco, erano sei gradi e sette minuti sopra l’equinoziale verso l’artico, e trenta leghe lontan da Cavit.

Capitolo 23

Di molte altre isole, cioè Ciboco, Birambota, Sarangani, Candigar, Ceana, Canido, Cabiao, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza e Sanghir, qual isola di Sanghir ha quattro re, e dell’isola detta Lentava.

Andando verso sirocco, trovarono quattro isole: Ciboco, Birambota, Sarangani, Candingar. Alli 28 di ottobre, costeggiando l’isola di Birambota, gli assaltò una fortuna oscurissima, con vento e mare grandissimo: e fatte orazioni, gli apparvero le fiamme sopra le gabbie delle navi, e subito cessò la oscurità, per il che fecero voto di far libera una schiava per onor di santa Elena, san Nicolò e santa Chiara. Passata la fortuna, proseguirono il lor cammino ed entrarono in un porto posto nel mezzo dell’isola Sarangani, ove intesero trovarsi oro e perle. Gli abitatori sono gentili, e vanno nudi come fanno gli altri. Questo porto è sopra l’equinoziale cinque gradi e nove minuti, e lontano da Cavit cinquanta leghe.

In questo porto stettero un giorno, e presero per forza duo pilotti, che insegnassero loro il cammino verso le Molucche, li quali poi furono contenti di menarli alle dette isole. E partiti di lì a l’ora di mezzodì, passarono fra otto isole, parte delle quali erano abitate e parte deserte, le quali chiamano Ceana, Canido, Cabiaio, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza. E proseguirno tanto il cammino, che arrivarono ad una isola detta Sanghir, la qual è posta nella fin di queste isole, molto bella a vedere. E perciò che avevano vento contrario, non poteron passare oltra una punta della detta isola, e però andarono volteggiando di qua e di là d’intorno a quella. E un di quelli pilotti che avevano preso nel porto di Sarangani, e col fratello del re di Mangdando con un suo figliuolo, si fuggirono la notte notando a questa isola; ed essendo il figliuol piccolo, e non si potendo tener fermo sopra le spalle del padre, affogò. Li nostri, perché non poteron passare la detta punta, passarono di sotto dell’isola, dove trovarono molt’altre isole. Questa isola di Sanghir per esser grande ha quattro re, e li popoli son gentili; ed è posta tre gradi e mezzo sopra l’equinoziale verso il polo artico, e venticinque leghe lontana da Sarangani.

Faccendo questo cammino, passarono appresso cinque isole, delle quali una si chiama Lentava, lontana dieci leghe da Sanghir, e ha un monte molto alto, ma non largo; ha un re. Tutte queste sono abitate da Gentili. E alli sei di novembre discoprirono quattro isole alte verso levante, lontane dalle sopradette isole quattordici leghe. Il pilotto che era restato disse che queste quattro isole erano le Molucche: la qual cosa intesa dalli nostri, ringraziarono Iddio, e per l’allegrezza che avevano scaricarono tutta l’arteglieria. E non è da maravigliarsi se erano tanto allegri, perché erano passati ventisette mesi manco duoi giorni che l’andavano cercando. In tutte queste isole, fino alle Molucche, il minor fondo che trovassero era di cento e due braccia, che è tutto il contrario di quello che dicevano li Portoghesi, che non vi si poteva navigare per la gran bassezza e secche, e per la oscurità che le nebbie faceano nel cielo: le quai cose erano tutte finte da loro acciò che gli altri non vi andassero.

Capitolo 24

Come giunsero a Tidore, una dell’isole Molucche, e della grata accoglienza che fece il re di Tidore alla armata. Del presente che fecero i nostri al re, al suo figliuolo e suoi principali.

Alli otto di novembre 1521, tre ore avanti che ‘l sol levasse, entrarono nel porto di una isola chiamata Tidore, e al levar del sole, appressandosi a terra venti braccia, discaricarono tutte le bombarde. Fatto il giorno, il re venne in un prao alla nave e dette una volta all’intorno; subito li nostri in battelli l’andarono a rincontrare per onorarlo. Il re fece montar li nostri nel suo prao e sedere appresso di sé, ed egli sedea sotto una cortina di seta, che gli stava di sopra e d’intorno. Davanti di lui stava in piedi un de’ suoi figliuoli con una bacchetta regale in mano, e duoi altri uomini di conto tenevano duoi vasi dorati per dargli l’acqua alle mani, e duoi altri erano con due cassette dorate piene di bettre. Il re, voltato alli nostri, disse che fussero li ben venuti, e che già molto tempo aveva veduto in sogno come alcune navi di lontan paese venivano alle Molucche, e che per meglio certificarsi di questo aveva riguardata la luna, nella quale aveva veduto come le dette navi venivano, e che noi eravamo quelli. Dette queste parole, li nostri invitarono il re a venir a vedere le nostre navi, il qual molto volentieri vi venne, dove da tutti gli furono baciate le mani. Poi fu condotto sopra la poppa, dove sopra una sedia coperta di velluto rosso fu fatto sedere, e messongli in dosso una vesta di velluto giallo; e per fargli maggior onore, li nostri sedettero da basso appresso di lui.

Poi il re cominciò a dire che egli e tutto il suo popolo volevano esser veri amici e fedelissimi al re di Spagna, e che egli accettava li nostri come se fussero suoi figliuoli, e che dovessero smontar in terra come fariano in loro case proprie, e che per lo avenire quella isola non si chiameria più Tidore ma Castiglia, per il grande amore che portava al re loro, il qual reputava suo signore. Li nostri, udite queste parole, ebbero grandissima allegrezza, e gli donarono un presente, che fu la detta vesta e la sedia di sopra, e una pezza di tela sottilissima, quattro braccia di panno di scarlatto, un saion di broccatello, un pezzo di damasco giallo, alcuni drappi venuti d’India, lavorati di seta e d’oro, una pezza di tela bianchissima di quelle che vengon di Cambaia, sei filze di paternostri cristallini, dodici cortelli, tre specchi grandi, sei paia di forbici, sei pettini, alcuni bicchieri dorati e altre cose; al figliuol del re un panno d’India lavorato d’oro e di seta, uno specchio grande, una berretta, duoi coltelli; a nove altri uomini principali un panno di seta, una berretta e duoi coltelli per ciascuno; e a molti altri una berretta e un coltello. E li nostri andavano tanto donando, che ‘l re comandò lor che dovessero cessar di donar più. E voltandosi alli nostri disse, per ricompensa di tanta umanità e gentilezza, non sapeva che maggior cosa potesse mandar a donar al re di Spagna, se non gli mandava la sua propria persona. Poi pregò li nostri che con le navi venissero più vicini alla città, e ordinò che se alcun di notte se approssimasse alle lor navi, che lo dovessero ammazzare con gli schioppi.

Questo re è moro e ha più di cinquantacinque anni, è di una bella statura e di presenza regale, e dicono ch’egli è grandissimo astrologo. Quando venne a trovar li nostri, aveva per suo vestimento una camicia di tela sottilissima, e all’intorno di quella e delle maniche erano lavori molto ricchi, tutti fatti di oro e agucchia, e dalla cintura fino in terra era coperto con un drappo bianco; era scalzo, aveva sopra il capo un velo di seta, a modo d’una mitria, tutto lavorato di fiori. Ha nome raia sultan Mauzor.

Capitolo 25

L’isole ove nascono i garofani: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian e Bacchian; e la causa che mosse Hernando Magaglianes a cercar l’isole delle Molucche; e del presente fatto per li nostri al figliuolo del re di Tarenate.

Alli 10 di novembre questo re domandò alli nostri quanto tempo era che si erano partiti di Spagna, e che volea aver cognizion delli nostri costumi; pregò che gli mostrassero la moneta che usavano, e le misure e pesi, e se avevano alcun ritratto del re di Spagna, e gli dessero ancora la bandiera regale, perché per lo advenire quella isola e un’altra detta Tarenate, delle quali voleva far signore un suo nepote detto Colavoghapia, amendue sariano sotto il reame di Castiglia, e che sempre gli sarà fedele e per onor di sua Maestà combatteria fino alla morte, e quando non potesse resistere, se ne anderia in Spagna con tutti li suoi in una di quelle sue barche. Queste parole udite dalli nostri furono di grandissimo piacere, per la qual cosa fecero di nuovo una bandiera regale con l’arme di Castiglia. Poi il re pregò li nostri che gli lasciassero qualcuno de’ loro, acciò che avesse più spesso in memoria il re di Spagna, promettendogli che sariano ben trattati, né gli mancaria cosa alcuna, né gli saria bisogno di far mercanzia. Questo re di Tidore volse che li nostri andassero ad una isola prossima, detta Bacchian, per fornir di caricar le navi più presto di garofani, perciò che quelli che avea detto re non erano tanti che fussero bastanti per due navi; ma quelli della detta isola non volsero contrattare in quel giorno, perché era il giorno della loro festa, la quale sempre viene in venerdì.

L’isole ove nascono li garofani sono cinque: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian, Bacchian. Tarenate è la principale, e quando un re vecchio vivea, era quasi signor di tutte. Tidore, dove allora erano li nostri, ha il suo re. Mutir e Macchian non hanno re, ma si governano a popolo. Quando il re di Tidore e quelli di Tarenate hanno guerra insieme, queste due sopradette gli servono di gente di guerra. L’ultima, che è Bacchian, ha re. Tutta questa provincia over regione, ove nascono garofani, si chiama le Molucche.

In questo luogo intesero come un Francesco Serrano portoghese, essendo passato a queste isole per la via di levante, per la qual navigano li Portoghesi, per esser valente e di buon intelletto, s’era fatto capitano del re di Tarenate, e con le forze di quello avea constretto il re di Tidore a dar una sua figliuola per moglie al detto re di Tarenate, e appresso tutti li figliuoli de’ principali di Tidore per ostaggi. Dipoi fatta la pace tra questi duoi re per mezzo del detto matrimonio, par che un giorno Francesco Serrano andasse in Tidore per comperar garofani, e il re lo fece avvelenare con foglie di bettre, le quali usano a masticare; e volendolo far sepelire a modo della lor legge, li servitori, ch’erano cristiani, non lo permisero, ma volsero essi far questo ufficio. E non era se non sette mesi che questa cosa era accaduta, quando li nostri giunsero in queste parti. Di questo Francesco, il qual avea preso moglie nell’isola della Giava maggiore, erano restati un figliuolo e una figliuola, e 200 bahar di garofani. E perché era grande amico e parente del capitano general Hernando Magaglianes, fu causa che ‘l detto capitano si movesse a pigliar questa impresa di venire a cercar queste isole, perché, essendo detto Francesco capitano di questo re delle Molucche, avea spesse fiate scritto al detto che si trovava in quelle parti, invitandolo a dovervi andare. Ed essendo il prefato Hernando Magaglianes molto mal satisfatto dal re di Portogallo don Emanuel, percioché pretendeva, per le fatiche fatte nelle navigazioni nelle parti d’India in levante, dover aver maggior premii da sua Maestà di quelli che gli erano dati, vedendo non esser remunerato, come uomo che avea animo generoso, si partì di Portogallo e venne in Castiglia all’imperadore, dove, conosciuto d’ottimo ed elevato intelletto, e che sapeva render buon conto d’ogni luogo dove era stato, ottenne da sua Maestà ciò che egli seppe domandare, che fu che gli armasse navilii per venir per la via di ponente a trovar queste isole Molucche. Non passarono molti giorni dipoi la morte di Francesco Serrano che ‘l re di Tarenate, chiamato raia Abuleis, il qual avea maritato una sua figliuola al re di Bacchian, avendo avuto guerra con quello, e saccheggiatolo del tutto, fu avvelenato da sua figliuola, moglie del detto re di Bacchian: costei era andata a trovar il padre sotto pretesto di voler far pace. Di questo re restarono nove figliuole principali.

Alli 11 di novembre un delli figliuoli del re di Tarenate, nominato Checcile Derois, accompagnato da due di quelle loro barche dette prao, venne a trovar le nostre navi, sonando cembali, ed era vestito di velluto rosso: ma non volse allora entrar nella nave. Costui avea in suo poter la moglie e figliuoli di Francesco Serrano. Quando li nostri il viddero e intesero chi era, mandarono a dir al re di Tidore se essi lo doveano ricevere o no, percioché erano nel suo porto; il re rispose che facessero come meglio pareva loro. In questo mezzo il figliuol del re di Tarenate, avendo qualche sospetto, si discostò alquanto dalla nave, per la qual cosa li nostri l’andarono a trovare con li battelli, e gli presentarono un drappo lavorato d’oro e di seta, fatto in India, con alcuni coltelli, specchi, forbici: esso prese queste cose con un poco di disdegno. Costui avea in sua compagnia un giudeo fatto cristiano, nominato Emanuel, il qual era servidor d’un Pietro Alfonso di Olorosa portoghese, il qual Pietro, dopo la morte di Francesco Serrano, era venuto d’una isola detta Bandan a Tarenate. Il servidor, perché sapeva parlar portoghese, entrò nella nave e disse che, ancor che ‘l re di Tarenate fusse nimico del re di Tidore, nondimeno era sempre pronto a far ogni servizio che potesse al re di Spagna. Li nostri, fattogli carezze assai, scrissero una lettera al suo padrone Pietro Alfonso, e gli dissero che dovesse venir a vedergli senza alcuna dubitazione.

Capitolo 26

De’ costumi del re di Tidore. D’un’isola detta Gilolo, e del re e popoli suoi. Come li nostri barattavano le mercanzie a garofani. Dell’isola detta Mutir.

Questo re di Tidore tien tante femmine quante gli piace, ma sempre n’ha una per principale, alla qual tutte l’altre obbediscono; e ha una casa grande fuor della città, con li suoi giardini, dove abitano 200 delle sue femmine e damigelle con la principale, e altretante femmine vi stanno per servirle. Quando il re mangia, mangia o solo o con la principale in un luogo eminente, come saria un tribunale, donde può veder tutte le dette femmine, che gli stanno all’intorno in piedi, e comanda a quella che più gli piace che vada quella notte a dormir seco. Compita la cena, se esso comanda loro che mangino insieme, esse lo fanno, se non, ciascuna va a cenar nella sua camera. Nissun senza licenzia del re le può vedere, e se alcuno è trovato di giorno o di notte appresso la casa del re, è subito morto. Ciascuna famiglia è tenuta dare al re una o due delle sue figliuole. Questo re ha 26 figliuoli, otto maschi e l’altre femmine.

All’incontro di questa isola di Tidore è un’altra grande isola nominata Gilolo, abitata da Mori e Gentili. Fra li Mori sono duoi re, come ne fu referito da questo re, delli quali uno avea 600 figliuoli tra maschi e femmine, e l’altro 650. Li Gentili non tengono tante femmine, né vivono con tante superstizioni, come fanno li Mori, ma adorano la prima cosa che scontrano la mattina come escono di casa per tutto quel giorno. Il re delli Gentili si chiama raia Papua: è molto ricco d’oro, e abita nella detta isola di Gilolo, nella qual nascono canne grosse come la gamba, piene d’acqua molto buona da bevere, e vi se ne truovano molte.

Alli 12 di novembre il re di Tidore fece metter ad ordine una casa nella città, dove li nostri potessero portar le loro mercanzie: i quali la impierono tutta, e subito cominciarono a contrattare in questo modo. Per dieci braccia di panno rosso assai buono aveano in cambio un bahar di garofani, e sono quattro cantari e sei libbre (un cantaro è cento libbre); per quindici braccia di panno non tanto buono un bahar; per quindici manarette di ferro un bahar, per trentacinque bicchieri di vetro un bahar; per 17 cathil d’argento vivo un bahar. Tutto ‘l giorno venivano alla nave molte barche piene di capre, galline, fichi, coche e altre cose da mangiare, e tanta quantità ch’era cosa maravigliosa. Fornirono le navi li nostri d’una buona acqua, la qual nasce calda, ma stando fuori della fontana un’ora diventa freddissima: e nasce il fonte dalla montagna ove sono gli arbori de’ garofani.

Alli 13 del detto mese il re mandò un suo figliuolo, detto Mosahat, all’isola di Mutir per aver garofani, accioché più presto potessero caricar la nave. Questi fecero dir al re come gli avean dati a certi mercatanti indiani, e inteso questo, il re volse che li nostri gli dessero duoi uomini, i quali voleva mandar a trovare questi Indiani insieme con sei delli suoi, per far loro intendere come erano uomini del re di Spagna venuti lì. E così li nostri fecero, e gl’Indiani, inteso questo, si maravigliarono grandemente che li nostri avessero fatto sì gran viaggio per quella parte donde erano venuti. Dopo questo, alcuni del re di Tidore, essendo venuti in nave e veduti alcuni porci vivi, che li nostri tenevano per munizione, gli pregarono che gli dovessino ammazzare, che gli dariano in cambio di quelli quante capre e galline volessero; e per aventura, venendo li detti sotto la coperta della nave, ne viddero uno che non era stato morto, e subito si coprirono il viso per non vederlo né sentir il suo odore.

Verso il tardi del detto giorno venne un prao di Pietro Alfonso portoghese, e avanti che egli entrasse nella nave de’ nostri, il re di Tidore lo mandò a chiamare, e con allegro volto gli narrò tutte le nuove de’ fatti nostri, e volse con lui venir alla nave, dove fu dalli nostri abbracciato e carezzato. Detto Pietro disse alli nostri molte cose de’ Portoghesi, e tra l’altre come venivano sino a queste isole a caricar garofani. Dipoi dimorato alquanto si partì, promettendo di voler tornar in Spagna sopra la nave de’ nostri.

Capitolo 27

Dell’isola detta Bacchian, del presente fatto al re di Gilolo, e della grandezza di detta isola. De’ garofani e come nascono. Delle noci moscate e sua descrizione. Della qualità degli uomini e donne di quel paese, e delle lor case.

Alli 15 di novembre il re gli disse come voleva andar a Bacchian a prender garofani lasciati in quel luogo per Portoghesi, e dimandò alli nostri duoi presenti per donar a duoi governatori dell’isola di Mutir per nome del re di Spagna. Ed essendo il detto re sopra la nave e passando dove erano li schioppi, balestre e archi di verzino, che sono il doppio maggiori degli altri, volse tirar duoi colpi di balestra, e gli piacque più che di tirar con gli schioppi. Il sabbato seguente il re di Gilolo moro venne alla nave con molti prao, e dalli nostri gli fu donato un saion di damasco verde, due braccia di panno rosso, specchi, forbici, coltelli, pettini e duoi bicchieri di vetro dorati: il quale, accettati li presenti, con allegro volto disse alli nostri che poi ch’erano amici del re di Tidore, ch’erano similmente suoi, e che gli amava come suoi proprii figliuoli, e che, se mai alcun de’ nostri andasse nelle sue terre, gli faria grandissimo onore. Questo re è molto vecchio e istimato da tutti molto potente, e si chiama raia Lussu. Questa isola di Gilolo è tanto grande che, a volerla circondare con un prao, si staria ben quattro mesi. La domenica mattina questo medesimo venne alla nave, e volse veder tutte l’armi de’ nostri, e come combattevano, e come scaricavano le bombarde, e di quelle prese grandissimo piacere. Il che veduto, si partì, e ci fu detto che ‘l prefato re nella sua gioventù era stato valente combattitore.

Il medesimo giorno Antonio Pigafetta andò in terra per veder come nascevan li garofani, gli arbori de’ quali sono alti e grossi come è un uomo al traverso, e poi si vanno assottigliando; li lor rami si spandono alquanto larghi nel mezzo, ma nella fine sono appuntati. Le foglie sono come quelle del lauro, la scorza è del color dell’oliva. Li garofani nascono nella sommità de’ rami, dieci e venti insieme. Quando li garofani nascono sono di color bianchi, maturi rossi, e secchi negri. Colgonsi due volte l’anno, cioè di dicembre e di giugno, perciò che in questi duoi tempi l’aere è più temperato; ma è più temperato nel dicembre, al tempo di Natale. Quando l’aere è più caldo e manco piove, si coglie 300 e 400 bahares in ciascuna di queste isole; e nascono solamente sopra montagne, e se alcun di questi tali arbori è trasportato in altro luogo, non vive punto. La foglia, lo scorzo e il legno, quando è verde, è così forte come è il garofano; se non sono colti quando sono maturi, diventano tanto grandi e tanto duri che altra cosa di loro non è buona se non la scorza. Non nascono garofani in altro luogo al mondo, per quel che si sappia, se non in 5 montagne delle 5 isole di sopra nominate. Se ne truovan ben alcuni nell’isola di Gilolo, e in un’isola piccola oltra Tidore, e ancora in Mutir, ma non sono buoni come questi delle sopra nominate. Li nostri vedevan quasi ogni giorno come si levava una nebbia, la qual circondava queste montagne di garofani, che è cagion di farli diventar più perfetti. Ciascuno degli uomini di queste isole ha li suoi arbori di garofani, e ciascun cognosce li suoi, e non gli fanno diligenzia alcuna di cultura.

In dette isole si truovano ancora alcuni arbori delle noci moscate, li quali sono come l’arbor della noce nostra, e della medesima foglia. Quando la noce moscata si coglie, è grande come un cotogno, con una pelle disopra del medesimo colore. La sua prima scorza è grossa come è la scorza verde della nostra noce, sotto la quale è una tela sottile, la qual cuopre il macis, molto rosso, inviluppato intorno allo scorzo della noce: e dentro di quella è la noce moscata.

Le case di queste genti sono fatte come l’altre, ma non tanto elevate da terra, e sono serrate d’intorno di canne. Le femmine sono brutte, e vanno nude come fanno l’altre, e portano d’intorno alle parti vergognose un drappo fatto di scorzi d’arbore, il qual fanno in questo modo: prendono la scorza e la lasciano star in acqua tanto che ella diventa molle, poi la battono con un legno e la fanno venir tanto lunga e larga come vogliono, e diventa sottile come un velo di seta, con alcuni filetti dentro, che par che sia stato tessuto. Il loro pane fanno di legno di un arbore, in questo modo: pigliano una quantità di questo legno molle e cavanne fuori certe come spine lunge, poi lo pestano e a questo modo ne fanno pane, il qual per la maggior parte usano quando navigano, e si chiama sagu. Gli uomini sono grandemente gelosi delle lor femmine, e non volevan che li nostri andassero con le brache scoperte, fatte nel modo che si usano nelle nostre parti d’Italia.

Capitolo 28

Come il re di Tarenate venne alle navi per far contrattar i garofani, e ne fece venir gran quantità; e come il re di Tidore esortò li nostri a ritornar a questo viaggio per vendicar la morte di suo padre, qual fu morto nell’isola detta Buru, e dopo fattoli molte offerte giurò di sempre esser amico del re di Spagna.

Un giorno vennero dall’isola di Tarenate molte barche cariche di garofani, ma non volsero contrattar con li nostri per modo alcuno, percioché dubitavano, e volevano aspettare il loro re. Un lunedì venne il loro re con un prao, sonando cembali, e volse passar per il mezzo delle nostre navi, le quali per onorarlo scaricarono molti colpi d’arteglieria. E fece contrattar li detti garofani, e disse alli nostri che fra quattro giorni ne faria venir una gran quantità: e alli XXVI di novembre ne mandò cento e novantaun cathil di detti garofani, i quali chiamano con diversi nomi, cioè gomode, bugalavan, chiauche.

Un giorno il re di Tidore disse alli nostri che il costume delli re di quella isola non era di partirsi così facilmente di casa sua e andar di qua e di là, come avea fatto esso, che per amor del re di Spagna era andato in molti luoghi per satisfar alli nostri, accioché potessero caricare le lor navi e ritornar in Spagna; e che gli pregava che volessero, più presto fusse possibile, ritornar di nuovo a questo viaggio e venirsene a vendicar la morte di suo padre, il qual fu morto in un’isola detta Buru. Poi disse che egli era usanza, quando le navi si partivano del suo porto, che si faceva loro un convito, della qual cosa esso non voleva mancare. Gli nostri, udite queste parole, ringraziarono grandemente il re, dicendogli che di questo suo buon volere e officio fatto per loro ne raccontarieno il tutto alla maestà dell’imperadore, il qual ne terria grata memoria, e che, con l’aiuto di Dio, tornariano più presto che potessero e fariano le sue vendette. E circa il convito che voleva far loro, lo ringraziavano similmente, dicendo che non potevano star più in quel luogo, e che non volevano che li facesse convito alcuno: e questo gli dissero avendo memoria dello sventurato convito che fu fatto loro nell’isola di Zubut, dove persero il capitano loro con molti compagni. Il re, dopo molte persuasioni ditte a quegli al contrario, e tra l’altre che ‘l tempo non era buono per partirsi allora, e che per le molte bassezze di terra non era l’ordine dell’acque per navigare, e finalmente vedendo gli animi delli nostri alquanto alterati, e che dubitavano, si fece portar il libro del suo Alcorano, e primamente basciandolo e mettendolo tre o quattro volte sopra la sua testa, dicendo alcune parole, giurò per l’Alcorano, il qual aveva nelle mani, di voler esser sempre amico del re di Spagna: e diceva queste parole piangendo. Per la qual cosa li nostri, indotti da queste sue persuasioni, restarono ancora in quel luogo 15 giorni, dove intesero come molti degli uomini principali del detto re l’aveano confortato che ammazzasse tutti li nostri perché faria cosa gratissima alli Portoghesi, e che ‘l re gli avea risposto che non lo faria mai per cosa alcuna.

Capitolo 29

Come tre figliuoli del re di Tarenate con tre loro mogli vennero alle navi, e il seguente giorno vi vennero molti col re e sua moglie, e parimente il re di Bacchian con suo fratello, qual pigliava per moglie una figliuola del re di Tidore. Del presente fattoli per esso re di Bacchian; del desinare a lui mandato per il re di Tidore, e il tutto con che pompa.

Alli 27 di novembre venne un governator di Macchian, al qual li nostri fecero alcuni presenti, il qual disse che mandaria loro gran quantità di garofani: e questo governator si chiamava Humar, ed era uomo d’anni venticinque.

Alli 5 e 6 di decembre comperarono li nostri assai garofani: per quattro braccia di panno detto fregetto un bahar di garofani, per dodici catenelle di ottone, che valevano dodici soldi, cento libbre di garofani; e non avendo altro da contracambiare, cominciarono li nostri a dar le cappe di panno e le camicie. Alli 7 del detto mese vennero tre figliuoli del re di Tarenate con Pietro Alfonso portoghese e con tre loro mogliere, alli quali li nostri fecero alcuni doni; e quando si partirono, per far loro onore scaricarono alcune bombarde. Tutte queste genti, sì uomini come femmine, vanno sempre scalzi.

Alli 9 di decembre vennero molti alle nostre navi insieme col re e sua moglie, e similmente Pietro Alfonso e sua moglie; e ancor che detto Pietro invitasse li nostri a voler andare nel suo prao, mai vi volsero andare, né similmente permisero che alcuno entrasse nelle lor navi: e questo facevano perché aveano pur inteso che questo Pietro era grande amico del capitano che tiene il re di Portogallo nella città di Malacha, e dubitavan che non fosse venuto con qualche inganno per pigliargli e fargli prigioni.

Alli 15 di decembre venne il re di Bacchian, e menò seco un suo fratello, il qual pigliava per moglie una figliuola del re di Tidore. Quelli che erano in sua compagnia potevano esser circa 120, e portavan molte bandiere, fatte di penne di pappagalli bianche, gialle e rosse; sonavano molti corni. Eranvi ancora duoi prao con molte donzelle, per far presenti alla nuova sposa, e quando passarono appresso delle nostre navi, furono salutati con le arteglierie. Il re di Tidore venne a incontrarlo, e perché è usanza fra questi re che mai uno smonta in terra dell’altro, però il re di Bacchian, come lo vidde venire e ch’egli entrò nel suo prao, si levò del suo tapeto sopra il qual sedeva e si mise da una banda di quello. Il re di Tidore non volse anche esso seder sopra il tapeto, ma si mise dall’altra banda, e così nissun sedeva sopra il tapeto. Il re di Bacchian donò al re cinque patole, per il matrimonio che si faceva di suo fratello nella figliuola di quello: patole sono drappi d’oro e di seta, che si fanno nel paese di China e sono molto apprezzati fra questi popoli, e tutti li Mori, quando si vogliono onorare, si vestono di questi drappi.

Il seguente giorno il re di Tidore mandò il desinare al re di Bacchian per cinquanta bellissime giovani vestite di drappo di seta, cioè dalla cintura fino alle ginocchia, e andavano a due a due con un uomo in mezzo di quelle: ciascuna portava un gran piatto pieno d’alcuni piatti piccoli di diverse vivande, e gli uomini portavano il vino in gran vasi, ma dieci di quelli che aveano maggior età portavano alcune mazze. E così vennero al prao e presentarono tutte queste cose al re di Bacchian, il qual sedeva sopra un tapeto e avea disopra una cortina rossa e gialla. Poi il re di Tidore mandò a noi alcune capre, coche, vino e altre cose da mangiare; e noi mettemmo amendue le navi a ordine, e le bandiere al vento, sopra le quali era la croce di San Iacopo di Galizia, con un motto che diceva: “Questa è la figura della nostra buona ventura”.

Capitolo 30

D’un presente fatto al re di Tidore. Di certi uccelli chiamati manucodiata. Di uno unguento col qual toccato la mano a uno lo fa morire in tre o quattro giorni. Costume di quelli Indiani nel fabricar le case. E del gengevo.

Il giorno seguente li nostri donarono al re di Tidore alcuni presenti, cioè alcuni pezzi di artiglieria piccoli, come sono archibusi, e quattro barili di polvere, e alcuni bicchieri di vetro, e presero otto botte d’acqua per ciascuna nave. Il re di Bacchian, in segno di far cosa grata alli nostri, volse in compagnia loro smontar in terra, con molti delli suoi Indiani: e sempre avanti del detto re andavan 4 uomini con gli stocchi nudi, che tenevan in mano levati. E venuti ov’era il re di Tidore e tutto il resto del popolo, disse che ogniun poteva intendere che esso voleva esser sempre amico e servitore del re di Spagna, e guardaria a suo nome tutti li garofani lasciati da’ Portoghesi, fino a tanto che ritornassero li nostri un’altra volta, né più n’era per dar ad alcun altro, se non con licenzia de’ nostri. E fece un presente di dieci bahar di garofani, che fussero portati al re di Spagna; ma, essendo le navi cariche, non li poteron levar tutti. Gli mandò ancora duoi uccelli morti bellissimi: questi sono della grandezza d’una tortola, la testa piccola col becco lungo, e lunghe le gambe un palmo e sottili; non hanno alie, ma in luogo di quelle penne lunghe di diversi colori; la coda com’è quella della tortola. Tutte l’altre penne sono d’un colore, come tane over rovano, eccetto quelle che sono delle alie; ma non vola se non quando è vento. Hanno oppenione questi Mori che questo uccello venga dal paradiso terrestre, e chiamanlo manucodiata, cioè uccello di Dio. Il re di Bacchian è d’età di circa settant’anni.

Un giorno il re di Tidore mandò a dir alli nostri che stavan nella casa della mercanzia che di notte non si partissero di casa, perché sono alcuni de’ suoi i quali vanno di notte, e non par che faccino male alcuno, ma, come truovano alcun forestiero, gli toccano le mani con un unguento, e subito questi che sono stati tocchi con tal unguento si ammalano, e in tre o quattro giorni muoiono.

Intesero anche d’una nuova superstizione che usano questi popoli, che, come fanno una casa di nuovo, avanti che vi vadino ad abitar dentro, vi fanno gran fuochi all’intorno, e conviti di tutti i lor amici; poi appiccano sotto il tetto della casa un poco di qualunque cosa che si truova nell’isola, accioché mai tale cose non possino mancare agli abitanti in quella. In questa isola si truova gengevo, e mangiasi verde come se fusse pane, per non esser così forte verde come secco. Il gengevo non è arbore, ma è una pianta piccola, e cresce fuor della terra con certi rami lunghi un palmo, come sariano quelli della canna, con foglie simili, ma più strette e più corte, le quali non sono buone a cosa alcuna, ma sola la radice è buona, che è il gengevo. Questi popoli ne sogliono seccare mettendolo in calcina, accioché duri più lungamente.

Perché la mattina seguente li nostri volevan partir dalle Molucche, il re di Tidore, di Gilolo e di Bacchian volevan venir ad accompagnare le nostre navi fino alla punta d’una isola detta Mare; ma si scoperse ch’una delle due nostre navi faceva acqua grandemente, per il che restarono ancora tre giorni. Ma, vedendo che non se le poteva trovar rimedio alcuno, se non con gran tempo e spesa, li nostri, fatto consiglio insieme, deliberarono lasciarla, con ordine che, dapoi che fusse racconcia, se ne venisse in Spagna meglio che potesse.

Alli 21 di decembre il re di Tidore venne alla nave, la qual si partiva, e dettele duoi pilotti pagati per condurla fuor dell’isola, dicendo alli nostri che allora era buon tempo per partire. Dette ancora alcune lettere che mandava alla maestà dell’imperadore, e presero licenzia dal re scaricando tutte l’artiglierie. Il re si doleva forte per il partire de’ nostri, e non poté contenersi che, montato sopra un batello, non volesse venir ancor un poco drieto alli nostri, e di nuovo lagrimando abbracciarli; e così si partirono. Il governatore del re venne con li nostri fino all’isola detta Mare, dove subito li nostri smontati e andati a far legne, ne caricorno la nave, e presero la via verso garbino: e nella nave erano da quarantasei in tutto, con 13 Indiani appresso. In questa isola di Tidore abita una persona che è nella sua fede di quella reputazione che è un vescovo nella nostra, e quello che allora vi si trovava avea quaranta femmine e infiniti figliuoli e figliuole.

Capitolo 31

Le cose che si trovano nell’isole delle Molucche. Di alcune moschette minori delle formiche che fanno il mele. Dell’isola Zamal, da’ nostri nominata de’ Ladri. Dell’isole Chacovan, Lagoma, Seco, Gioghi, Caphi, Lumatola, Tenetum, Sulacho, Buru, Ambon, Budia, Calarvi, Benaia e Ambala, e della qualità di quei popoli.

In tutte l’isole delle Molucche si truovano garofani, gengevo, sagu, che è il pane che abbiamo detto che si fa di legno, risi, capre, pecore, galline, fichi, mandorle, pomi granati dolci e garbi, naranci, limoni, batates, mele (il qual fanno alcune moschette minori che le formiche, e lo vanno a fare negli arbori), canne di zucchero, olio di coche, melloni, zucche, un frutto che rinfresca grandemente, detto camulicai, e un altro simile alle persiche, e altre cose da mangiare; pappagalli bianchi, li quali chiamono cachi, e altri rossi, detti nori: e un de’ rossi val un bahar di garofani, e parlano più perfettamente che non fanno gli altri. Ancora non erano passati cinquanta anni che in queste isole vennero ad abitar Mori: per avanti erano abitate da Gentili, delli quali ancora molti ne abitano nelle montagne, e li detti Gentili facevan poco conto de’ garofani.

L’isola di Tidore è sopra l’equinoziale verso il nostro polo circa minuti 27, e di longitudine di donde partimmo 171 grado; dall’arcipelago dove è l’isola Zamal, nominata da’ nostri de’ Ladri, nove gradi e mezzo; e corre alla quarta di ostro garbin e greco tramontana. Terenate è sotto la linea dell’equinoziale verso l’antartico 40 minuti; Mutir è sotto la linea appunto; Macchian è verso l’antartico 15 minuti, e Bacchian un grado. E sono queste isole come quattro montagne acute, eccetto Macchian, che non è acuta; e la maggiore di tutte è Bacchian.

Navigando a lor cammino, li nostri passarono queste isole: Chacovan, Lagoma, Sico, Gioghi, Caphi. Nell’isola di Caphi gli fu affermato dal pilotto che vi abitavano uomini civili, di statura molto piccoli, quasi come nani, ed erano stati soggiogati dal re di Tidore, al quale ubidivano. Passarono poi per l’altre isole, andando tra ponente a garbino, e scoprirono verso ostro alcune isole molto pericolose per molte secche e basse; e smontarono in una detta Sulacho, la qual è sotto la linea dell’equinoziale verso antartico due gradi, e 50 leghe lontana dalle Molucche. Gli uomini di questa isola sono gentili, e mangiano carne umana; vanno nudi, così gli uomini come le femmine, eccetto che portano una scorza larga due dita intorno le parti vergognose. In molte altre isole alle dette vicine mangiano carne umana. Poi, costeggiando due isole chiamate Lamatola, Tenetum, 10 leghe da Sulacho, nella medesima via trovarono un’isola detta Buru, la qual è molto grande, ove si trovano risi, porci, capre, galline, coche, canne di zucchero, sagu, fichi, mandorle, mele, che poi che l’hanno colto lo inviluppano in alcune foglie secche al fumo, e ne fanno un involto lungo, il qual chiamano canali. Si truova ancora un frutto detto chiarch, il qual è molto buono e ha alcune cose a modo di groppi di dentro e di fuora. Vanno nudi come gli altri; sono gentili e non hanno re. E questa isola di Buru è tre gradi e mezzo sotto la linea dell’equinoziale verso l’antartico, e lontana dalle Molucche 75 leghe. Verso levante di detta isola n’è un’altra lontana circa dieci leghe, la qual è molto grande e confina con l’isola di Gilolo, abitata da Mori e Gentili, e si chiama Ambon. Li Mori abitano vicini al mare, li Gentili fra terra; mangiano carne umana. Nascono in quella tutte le cose che abbiamo detto di sopra. Tra Buru e Ambon si trovano tre isole circundate tutte da secche, chiamate Budia, Celaruri e Benaia, e di là da queste quattro leghe è un’altra isola detta Ambalao.

Capitolo 32

Di Bandan, Zorobua, Zolot, Nocevamor, Galian e Mallua isole, e de’ costumi di quelli abitatori. Dell’isola Aruchetto, dove dicono gli uomini e le femmine non esser maggior d’un cubito e aver l’orecchie grandissime. E quivi del pepe longo e pepe tondo, e come nascono.

Lontan dall’isola di Buru circa 35 leghe alla quarta d’ostro verso garbin, si truova Bandan, che ha 12 isole intorno di sé, ove nasce la noce moscata: e la maggiore si chiama Zorobua. In questa non si truova se non il pan che fanno di sagu e d’un certo grano detto maiz, risi, coche, fichi; e sono tutte una appresso l’altra. Gli abitatori di queste sono mori e non hanno re. Bandan è verso l’antartico sotto l’equinoziale gradi sei, e per longitudine 160 e mezzo: e perché ell’era fuori del cammino il qual facevan li nostri, per questo non vi volsero andare.

Partendosi da Buru alla quarta di garbin verso ponente, arrivarono a tre isole vicine una all’altra: Zolot, Nocevamor e Galian, e passando fra due discesero in un’isola che aveva montagne altissime, detta Mallua. Gli abitatori sono uomini salvatichi e bestiali, e mangiano carne umana; vanno nudi, eccetto che portano quella scorza che abbiamo detto, e quando vanno a combattere si metteno alcune pelli grosse di bufolo davanti e di dietro. Adornano loro figliuoli con alcune corniuole legate insieme con denti di porco, e con code di capre appiccate davanti e di dietro. Portano li capelli trapassati per alcune canne da una banda all’altra, la barba inviluppata in foglie e messa poi in una canna similmente, che fa rider chi gli vede. Li loro archi e freccie sono fatte di canne, e hanno certi sacchi fatti di foglie d’arbore, nelli quali portano il bevere e mangiar loro. Quando le lor femmine viddero li nostri smontare, gli vennero all’incontro con gli archi e freccie: come li nostri mostrarono di voler dar loro alcuni presenti, subito fecero amicizia. Li nostri stettero quindici giorni in questa isola, per acconciar le bande della nave che faceva acqua: vi trovarono capre, galline, coche, pepe lungo e tondo. Il pepe lungo nasce d’una pianta over arbore simile alla edera, cioè che è flessibile e si appoggia agli alberi; e il frutto è appiccato al legno, la foglia è come quella del moro, e si chiama luli. Il pepe tondo è quasi di simil pianta come del sopradetto, ma nasce in una spiga come è quella che si vede del formento d’India, e si sgrana, e chiamanlo lada. Tutti li campi sono pieni di simil pepe. Presero un uomo il qual gli sapesse condurre ad alcune isole, per aver alcune vettovaglie. Questa isola di Mallua è verso l’antartico sotto l’equinoziale otto gradi e mezzo, e ha 169 gradi e quaranta minuti di longitudine.

Il pilotto vecchio delle Molucche disse alli nostri che non troppo lontano era un’isola detta Aruchetto, dove gli uomini e le femmine non son maggiori d’un cubito, e hanno l’orecchie tanto grandi che sopra una si distendono e con l’altra si cuoprono; sono la maggior parte tosi e nudi, e corrono forte. Le loro abitazioni sono caverne sotto terra; mangiano pesci, e un certo frutto bianco che cresce nella scorza d’un arbore, il qual frutto è simile ad un coriandolo confetto, il qual chiamono ambulon. Li nostri non andarono a vedergli, perché il vento e correntia del mare gli era contraria, e reputarono quello che fu loro detto di detti popoli esser favole.

Capitolo 33

Dell’Isole Timor e Lozon, della città di Maghepaher, degli abitatori suoi, e le cose che in quelle si truovano. Di alcuni animali tanto grandi che levano ogni grande animale in aere.

Alli 25 di gennaio 1522 si partirono da Mallua, e alli 26 arrivarono ad una grande isola, lontana da quella 5 leghe tra ostro e garbin, nominata Timor. E Antonio Pigafetta andò a parlar al principal della terra detto Ambao per aver vettovaglie, il quale gli rispose ch’era contento di dargli bufali, porci e capre: ma non poteron restar d’accordo, perché domandava troppo per un bufalo, e li nostri avean poche cose da cambiare e dubitavan della fame. Però, essendo venuti molti di quelli popoli nella nave, ne ritennero un principale e un suo figliuolo, il quale era d’un luogo detto Balibo: e per paura che li nostri non gli ammazzassero, gli donarono un bufalo, cinque capre e duoi porci, e gli nostri li lasciarono andare, dando loro certe tele e drappi di seta d’India e di cotone, mannarette, coltelli, specchi e forbici, sì che si contentarono e restarono quieti. Queste genti vanno nude, e portano appiccate agli orecchi, alle braccia e al collo certe catenelle fatte d’oro. Le femmine con gran diligenzia attendono a servir gli uomini.

In questa isola si truova il legno del sandalo bianco, gengevo, bufali, porci, capre, galline, risi, fichi, canne di zucchero, aranci, limoni, mandorle, fagiuoli e altre cose da mangiare, pappagalli di diversi colori. Quattro fratelli sono re di questa isola, e le abitazioni sono in diverse parti, una delle quali è detta Cabanazza. Si truova in una montagna assai oro, a peso del quale fanno li lor baratti. Quelli che abitano nella Giava e nelle Molucche e in Lozon e in tutte queste altre parti, vengono qui a comperar il sandalo.

Questi popoli sono gentili, e dicono che quando vanno a tagliar il legno del sandalo appar loro il demonio in diverse forme, e dice loro, se hanno bisogno d’alcuna cosa, che la dimandino: e per tali apparizioni molti di loro stanno ammalati lungamente. Il sandalo si taglia ad un certo tempo della luna, altramente non saria buono. Fanno baratto di sandalo con panno rosso, tela, aceto, ferro, chiodi. Questa isola è tutta abitata, e molto lunga da levante in ponente, e larga la metà da tramontana verso ostro, ed è verso l’antartico sotto la linea dell’equinoziale 10 gradi, e 174 di longitudine. In tutte queste isole che abbiamo disopra narrato, le quali si posson chiamar come un arcipelago, regna la malattia di san Iob più che in alcun altro luogo del mondo: li popoli la chiamano il mal di Portogallo, e a noi altri in Italia il mal francese.

Lontan di lì tra ponente e maestro si truova un’isola detta Eude, dove nasce molta cannella; il popolo è gentile, e non hanno re. E nel cammino si truovano molte isole una drieto all’altra fino alla Giava maggiore e il capo di Malaccha. La maggior città di Giava si chiama Maghepaher, e il re di quella è il maggiore di tutta l’isola. Giava minore è grande come l’isola di Madera, ed è appresso Giava maggiore mezza lega. Intesero da alcuni Mori che vennero sopra la nave che nella Giava maggiore, quando muore un uomo principale, l’abbruciano, e quella delle sue femmine che è stata moglie principale si adorna tutta e si corona con fiori, e sedendo sopra una sedia si fa portare da tre o quattro uomini, e ridendo e confortando li suoi parenti dice loro che non pianghino, perché ella se ne va a cena col suo marito e a dormir con esso quella notte: e poi, portata dove è il fuoco che abbrucia il marito, si volta di nuovo verso li suoi parenti e li conforta un’altra volta, ed ella medesima si butta nel fuoco, dove si abbrucia. La qual cosa quando lei non facesse, non saria tenuta donna da bene, né vera moglie di suo marito.

Intesero ancora che di sopra la Giava maggiore verso tramontana è un golfo grande detto della China, nel qual si trovano arbori grandissimi, dove abitano uccelli di tanta grandezza che levano in aere ogni grande animale: e questi arbori si chiamano busathaer, e li frutti loro sono maggiori che cocomeri o vogliamo dire angurie. Li popoli truovano detti frutti nel mare, e le navi e altri navilii non si possono approssimare agli arbori senza gran pericolo: e anche queste cose si stimarono che fussero favole.

Capitolo 34

Di alcune terre e città nominate Cingoporta, Pahan, Calantan, Patani, Braalin, Beneu, Longon, Odia. Del regno di Iamgoma e Campaa, dove nasce il riobarbaro. D’un porto detto Canthan; delle città di Nauchin e Connulaha. Del gran re di China e della sua natura, e costumi de’ popoli conchii e lichii. Del re di Mien e della città del Cataio.

Il capo di Malaccha è un grado e mezzo sopra la linea dell’equinoziale verso l’artico. Alla banda di levante di questo capo corre la costa molto lunga, e si truovano molte terre e città: il nome d’alcune sono Cingaporla, che è il capo, Pahan, Calantan, Patani, Braalin, Beneu, Longon, Odia, dove è la città ove abita il re di Sian, il qual si chiama Siri Zacabedera. Le città sono edificate come le nostre, suggette al re di Sian. Dopo il reame di Sian si truova quello di Iamgoma e di Campaa, dove nasce il riobarbaro, del quale sono diverse oppenioni: chi dice che è radice e chi arbore putrefatto, e se non fusse putrefatto non averia così grande odore, e chiamanlo calama.

Appresso di questo si truova la gran China, il re della quale è il maggior di tutti li re del mondo, e si chiama Santoa raia. E tutte queste cose che di sotto si diranno, intesero da un Moro ch’era nell’isola di Timor, le quali non abbiamo voluto lasciar di scrivere tai quali elle sono, cioè che il detto re ha sotto il suo imperio 70 re coronati, e ha un porto di mare detto Canthan e due città principali, cioè Nauchin e Connulaha, dove esso suol abitare, e sempre tien quattro de’ suoi principali appresso il suo palazzo, cioè un verso levante, l’altro verso ponente, e l’altro a mezzodì e l’altro a tramontana, e ciascun dà audienzia a quelli che vengono da quelle parti. Tutti li signori dell’India maggiore e di quella di sopra danno obedienzia a questo re, e per segno che siano veri vasalli, ciascun tien nella piazza che è in mezzo le loro città un animal detto lince, che è più bello che un leone: e il sigillo del re di China è la lince, e tutti quelli che vogliono andar a China portano questo sigillo di cera over sopra un dente di elefante, altramente non lo lascieriano entrar nel porto. Quando alcun re è inobediente al re lo fanno scorticare, e insalata la pelle e secca al sole, la empiono di paglia o d’altra cosa, e la fanno star col collo basso, posta nella piazza sopra qualche luogo eminente, acciò che ciascuno la vegga. Il re non si lascia mai vedere da persona alcuna, e quando li suoi cortigiani lo voglion vedere, esso discende dal palazzo in un padiglion che è ricchissimo, accompagnato da sei damigelle sue principali, le quali sono vestite come esso, e di quello entra in un serpente detto nagha, che è la più maravigliosa e ricca fabrica del mondo ed è posto nella corte maggiore del palazzo, e il re entra dentro con le prefate donne per non esser conosciuto tra quelle: li suoi guardano per un vetro che è posto nel petto del detto serpente e veggono il re e le donne, ma non possono discernere qual sia il re. Detto re si marita con le sorelle, acciò che ‘l sangue reale non si mescoli col sangue d’altrui. Il suo palazzo è circundato da sette muri larghi grandemente un dall’altro, e in ciascun di questi tali circuiti stanno diecimila uomini, che fanno la guardia al palazzo fin a tanto che suona un certo segno; poi vengono altri diecimila in ciascun circuito, e così si mutano di dì e di notte. In questo palazzo sono settantanove sale ove stanno infinite donne che servono al re, e hanno sempre torcie accese per mostrar maggior grandezza. Chi volesse veder tutto questo palazzo consumeria tutto un giorno. Tra l’altre vi sono quattro sale principali, dove alcune volte il re dà audienzia alli suoi principali, una delle quali è tutta disotto e disopra coperta di metallo, un’altra tutta d’argento e un’altra tutta d’oro, e l’ultima coperta tutti li muri di perle e gioie preziosissime. Quando li suoi vasalli gli portano oro o altra cosa preziosa, la mettano in questa sala, e dicono: “Questo sia ad onor e gloria del nostro Santoa raia”.

Queste genti di China, come disse il detto Moro, sono bianche e vanno vestite come noi, e mangiano sopra tavole come noi, e hanno la croce, ma non sanno perché la tengono. In China nasce il muschio d’una bestia che è simil ad un gatto, il qual mangia d’un legno dolce grosso un dito, ed è chiamato comaru. Dietro alla costa di China sono molti popoli, come di Chenchii, dove si truovano perle e qualche legno di cannella, e li popoli detti Lichii, dove è il re di Mien, il quale ha sotto di sé vintiduoi re, ed egli è suggetto al re di China. Vi si truova anche la gran città detta Cataio orientale, e molti altri popoli in detta terra ferma, e tra gli altri alcuni di costumi sì bestiali che, come veggono il lor padre e madre vecchi e mal gagliardi, gli ammazzano accioché non travaglino più in questa vita; e tutti questi popoli sono gentili.

Capitolo 35

Del mare chiamato Lantchidol, e del ritorno delle navi in Siviglia.

Alli 11 di febraio 1522 partirono dall’isola di Timor, ingolfandosi forte nel mar grande, il qual si chiama Lantchidol; e presero il suo cammino tra ponente e garbin, lasciando a man dritta la tramontana, per paura che, andando verso la terra ferma, non fossero veduti da Portoghesi. E passarono di fuori dell’isola di Sumatra, chiamata come abbiamo detto dagli antichi Taprobana, lasciando pur a man dritta sopra la terra ferma Pegu, Bengala, Calicut, Cananor e Goa, Cambaia, colfo d’Ormus e tutta la costa dell’India maggiore. E per passar più sicuramente il capo di Buona Speranza, che è sopra l’Africa, andarono verso il polo antartico, circa 42 gradi, e dimorarono sopra detto capo da sette settimane, volteggiando sempre con le vele suso, perché li tiravano in prua venti da ponente e da maestro che non gli lasciavano passare, ed ebbero ancora non poca fortuna. Il capo di Buona Speranza è verso il polo antartico, di sotto dall’equinoziale gradi 34 e mezo, e 1600 leghe dal capo di Malacha, ed è il maggiore e più pericoloso capo che si vegga sul mare di tutto il mondo.

Alcuni de’ nostri, sì per mancamento di vettovaglie come per esser ammalati, volevano andare ad un porto de’ Portoghesi sopra l’Africa detto Monzambique; gli altri dicevano che più presto volevano morire che non andar al dritto in Spagna: pur finalmente, con l’aiuto del Signore Iddio, passarono detto capo non troppo lontano. Poi cominciarono a navigare alla volta di maestro duoi mesi continui senza mai toccar porto alcuno, e in questo tempo ne morirono circa 21 per diverse cagioni, li quali buttavano in mare: e pareva che li cristiani andassero al fondo col viso volto in suso e gl’Indiani col viso in giuso; e se Iddio non gli avesse dato buon tempo, tutti morivano di fame. Finalmente astretti da necessità, trovandosi mezzi morti, andarono ad un’isola di Capo Verde detta San lacopo, del re di Portogallo, dove subito sopra un battello mandarono in terra a dimandar vettovaglie, faccendo con ogni amorevolezza sapere a’ Portoghesi li loro infortunii e travagli, e delle nuove delli loro che si trovavano nell’Indie: e con tante buone parole e carezze che seppero fare, ebbero alcune misure di risi, e volendo tornare pur per risi, furono ritenuti tredici uomini, li quali si erano assicurati d’ismontare in terra. Gli altri restati in mare, dubitando di non esser ancora loro presi con qualche arte, si partirono faccendo vela. E alli 7 di setembre, con l’aiuto d’Iddio, entrarono nel porto di San Lucar, vicino a Siviglia, solamente 18 uomini, la maggior parte ammalati; il resto di 59 che partirono dalle Molucche, parte morirono di diverse malattie, e alcuni ancora furono decapitati nell’isola di Timor per lor delitti. E giunti in questo porto di S8 Lucar, per il conto tenuto di giorno in giorno, aveano navigato da 14460 leghe, circundando il mondo dal levante in ponente. Alli 8 di settembre vennero in Siviglia e scaricarono tutta l’artigliaria per allegrezza, e tutti in camicia e scalzi, con un torchio in mano, andarono a ringraziare alla chiesa maggiore il Signor Iddio, che gli avesse condotti salvi fino a quel punto.

Dopo alcuni giorni Antonio Pigafetta si partì e andò alla città di Vagliadolit, dove si trovava la maestà dell’imperadore, al quale non poté appresentare oro o argento o pietre preziose che fossero degne della grandezza di tanto principe, ma gli dette un libro scritto di sua mano, ove erano notate tutte le cose accadute di giorno in giorno in questo viaggio. Di lì poi partitosi andò a Lisbona al serenissimo re di Portogallo, al qual disse tutte le nuove delli suoi uomini, che avevan trovati sì nell’isole delle Molucche come in altre parti. Dapoi di Spagna se ne venne in Francia, dove appresentò alcuni doni delle cose portate di questo viaggio alla serenissima madama la regente, madre del potentissimo e cristianissimo re di Francia. Finalmente venuto in Italia, presentò similmente questo suo libro al reverendissimo gran maestro di Rhodi messer Filippo Villiers Lisleadam.

 

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