Il viaggio di Annone, un esploratore cartaginese

Annóne il Navigatore

Navigatore cartaginese, forse della seconda metà del 5º sec. a. C. noto per il periplo intorno alle coste occidentali dell’Africa.
Fu autore di un famosissimo periplo intorno a parte delle coste occidentali dell’Africa. La sua identificazione con qualcuno dei tanti Cartaginesi che portarono quel nome non è molto sicura: considerando tuttavia che Plinio (Nat. Hist., II, 169) dice che il viaggio di lui avvenne Carthaginis potentia florente e nello stesso tempo del viaggio d’Imilcone nell’Atlantico settentrionale, e che esistettero un Annone e un Imilcone fratelli, figli di Amilcare morto ad Imera, e che anzi essi furono ai loro tempi, insieme col fratello Gisgone e tre loro cugini, a capo (secondo Giustino, XIX, 2,1) della cosa pubblica in Cartagine, sembra abbastanza probabile l’ipotesi che precisamente quell’Annone fosse il grande navigatore. Tanto più che il periplo d’Annone è sconosciuto ad Erodoto, mentre appare noto a Promato di Samo (citato da Aristotele), ad Eforo, ecc.

Partì adunque da Cartagine con una flotta di sessanta navi a cinquanta remi e trentamila fra uomini e donne (numero probabilmente assai esagerato) per navigare al di là delle colonne d’Ercole e fondare colonie nei paesi che avrebbe esplorato. La prima di queste colonie fu Timiaterio (attuale Mehdia alla foce del Sebu). Di là il viaggio proseguì sino al promontorio Soloente (Capo Ghir o Capo Cantin?), dove si costruì un tempietto a Posidone; da capo Soloente in mezza giornata di viaggio i navigatori giunsero ad uno stagno vicino al mare, pieno d’elefanti e d’altre belve. Un giorno di navigazione più oltre si fondarono presso il mare Carico Tico, Gitte, Acra, Melitta ed Arambi, tutte a nord del fiume Lisso (Draa). Di qui si spinsero poi i Cartaginesi sino all’isola di Cerne (Herne o Arguin?) dove stabilirono l’ultima colonia: distava Cerne dalle colonne d’Ercole quanto le colonne da Cartagine. Dopo Cerne il viaggio divenne di sola esplorazione. Pel fiume Crete o Cremete (Senegal?) si giunse ad un gran lago, con tre isole maggiori di Cerne e colle rive più lontane dominate da alti monti, popolati da uomini vestiti di pelli ferine che lanciando sassi impedirono ai Cartaginesi l’approdo. Oltre Cerne, in direzione di mezzodì, approdarono i Cartaginesi dopo dodici giorni ad una regione di grandi e selvosi monti (Capo Bianco o Capo Verde o Sierra Leone?), donde in altri sette giomi di navigazione arrivarono a un vasto seno, detto Corno d’Espero (oltre Capo Palmas, Golfo di Guinea?), in cui era una grande isola con un lago marino, contenente a sua volta un’altra isola, nella quale non si trovavano che selve, da cui, però, la notte si levavano in mezzo a splendore di fuochi alti suoni di timpani e schiamazzi di voci. Partiti di là, i naviganti costeggiarono una terra infiammata, donde torrenti di fuoco si riversavano in mare, e procedendo poi altri quattro giorni vedevano un’altra terra pure infiammata con in mezzo un fiammeggiante picco che sembrava toccare il cielo: questo picco aveva nome Carro degli Dei (M. Camerun? ancora oggi esso è vulcanico). Di là in tre giorni di navigazione arrivarono al Corno di Noto (Gabon?) dove in una isola conformata come la precedente trovarono uomini selvaggi: nessuno d’essi poterono prendere, bensì tre loro donne, che gl’interpreti chiamarono Gorille; le uccisero e scuoiarono, portandone le pelli a Cartagine. Il viaggio non proseguì oltre per mancanza di viveri.

La relazione di quel viaggio fu da Annone scritta naturalmente in punico; probabilmente sul principio del sec. IV a. C. venne tradotta in greco. Il testo greco ci giunse nel famoso codice paradossografico 398 di Heidelberg e venne pubblicato per la prima volta l’anno 1533 a Basilea.
La migliore edizione è ancora quella di C. Müller, in Geographi Graeci Minores, I, Parigi 1853, pp. XVIII-XXXIII e 1-14; veggasi pure in Fischer, De Hannonis Carthag. periplo, Lipsia 1893.
Bibl.: Un buon articolo riassuntivo è quello del Daebritz, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl. der classischen Altertumswiss., VII, coll. 2360-63; cfr. anche G. De Sanctis, Storia dei Romani, III, i, Torino 1916, p. 32, n. 86; O. Meltzer e U. Kahrstedt, Geschischte der Karthager, I, Berlino 1879, pp. 229 segg.
(Enciclopedia Treccani)

 

 

 

LA NAVIGAZIONE DI ANNONE, CAPITANO DE’ CARTAGINESI, NELLE PARTI DELL’AFRICA FUORI DELLE COLONNE D’ERCOLE, LA QUALE SCRITTA IN LINGUA PUNICA EGLI DEDICÒ NEL TEMPIO DI SATURNO, E DAPOI FU TRADOTTA IN LINGUA GRECA E ORA NELLA TOSCANA.

I Cartaginesi deliberarono che Annon dovesse navigar fuori delle colonne di Ercole ed edificar delle città libifinice. Egli navigò con sessanta navilii penticontori, cioè fusse de cinquanta remi, conducendo seco gran moltitudine di uomini e di donne al numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro apparecchio.

Giunti alle colonne le passammo, e avendo navigato di fuori per due giornate, edificammo la prima città, nominandola Thymiaterio, intorno della quale era una grandissima pianura. Dipoi volgendoci verso ponente, giugnemmo ad un promontorio dell’Africa detto Soloente, tutto pieno di boschi, ed avendo quivi edificato un tempio a Nettunno, di nuovo navigammo meza giornata verso levante, finché arrivammo ad una palude che giace non molto lontana dal mare, ripiena di lunghe e grosse canne: ed eranvi dentro elefanti, e molta copia d’altri animali, che andavano pascendo. Poi che avemmo trapassata la detta palude quanto saria il navigar d’una giornata, edificammo alcune città nella marina, per proprio nome chiamandole Muro Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arambe. Ed essendoci partiti di là, venimmo al gran fiume Lixo, che discende dall’Africa, appresso il quale stavano a pascere i loro animali alcuni uomini pastori detti Lixiti, co’ quali dimorammo insino a tanto che si dimesticarono con esso noi. Nella parte al loro di sopra abitavano i Negri, che non vogliono commercio con alcuno: e il lor paese è molto salvatico e pieno di fiere, ed è circondato da monti altissimi, dai quali dicono discendere il fiume Lixo, e intorno a’ monti abitarvi uomini di varie forme, che hanno i loro alberghi nelle grotte e nel correr sono più veloci dei cavalli, secondo che dicevano i Lixiti. Dai quali avendo noi tolti alcuni interpreti, navigammo presso di una costa deserta verso mezzogiorno per due giornate, e di là poi di nuovo volgemmo una giornata verso levante, dove nell’intima parte del colfo trovammo una isola piccola, che di circoito era cinque stadii, la qual facemmo abitare nominandola Cerne. E per lo spazio della navigazione fatta giudicavamo che l’isola fusse a diritto di Cartagine, percioché ne pareva simile la navigazione da Cartagine insino alle colonne e dalle colonne insino a Cerne. Dalla quale partendoci e navigando per un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude, che aveva tre isole maggiori di Cerne; dalle quali avendo navigato per ispazio d’un giorno, arrivammo nell’ultima parte della palude, di sopra la quale si vedevano montagne altissime che le soprastavano, dove erano uomini salvatichi vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandosi dismontare in terra. Dipoi, navigando via di là, venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di cocodrilli e di cavalli marini; di qui volgendoci di nuovo a drieto, ritornammo a Cerne.

Navigammo poi di là per dodici giornate verso mezogiorno, non ci allontanando troppo dalla costa, la qual tutta era abitata dai Negri, che senza punto aspettarci da noi si fuggivano, e parlavano di maniera che neanche i Lixiti che erano con esso noi gl’intendevano. L’ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti pieni di grandissimi arbori, i legni dei quali erano odoriferi e di varii colori. Avendo noi adunque navigato due giorni presso di questi monti, ci trovammo in una profondissima voragine di mare, da un lato del quale verso terra vi era una pianura, dove la notte vedemmo fuochi accesi d’ogn’intorno, distante l’uno dall’altro alcuni più alcuni meno.

Quivi avendo fatto acqua, navigammo presso di terra più avanti cinque giornate, tanto che giugnemmo in un gran colfo, il quale gl’interpreti ci dissero che si chiamava il corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell’isola una palude che pareva un mare, e in questa vi era un’altra isola: nella quale essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi, ma di notte molti fuochi accesi, e udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e di timpani, e oltra di ciò infiniti gridi. Di che noi avemmo grandissimo spavento, e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonar l’isola; onde velocissimamente navigando passammo presso di una costa di odori, dalla quale alcuni rivi infocati sboccavano in mare, e nella terra per l’ardente caldezza non si poteva camminare. Per la qual cosa spaventati subitamente facemmo vela, e in alto mare trascorsi a lungo per ispazio di quattro giornate, vedevamo di notte la terra piena di fiamme e nel mezo un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, il qual pareva che toccasse le stelle: ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo, chiamato Teonochema, cioè Carro degli Dei.

Ma avendo poi per tre giornate navigato presso dei rivi infocati, giugnemmo in un colfo che si chiama Notuceras, cioè corno di Ostro, nella intima parte del quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude, e in essa vi era un’altra isola piena di uomini salvatichi, e le femmine erano assai più, le quali avevano i corpi tutti pelosi e da gl’interpreti nostri erano chiamate gorgone. Noi, avendo perseguitato degli uomini, non ne potemmo prender niuno, percioché tutti fuggiron via in alcuni precipizii e con le pietre facevano difesa; ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali, mordendo e graffiando quei che le menavano, non gli volevano seguitare: onde essi avendole ammazzate, le scorticammo e le pelli portammo a Cartagine, percioché, essendoci mancate le vettovaglie, non navigammo più innanzi.

[Discorso sopra la navigazione]

DISCORSO SOPRA LA NAVIGAZIONE DI ANNONE CARTAGINESE, FATTO PER UN PILOTTO PORTOGHESE.

Questa navigazione di Annon cartaginese è una delle più antiche delle quali si abbia notizia, e fu molto celebrata dalli scrittori così greci come latini, e Pompeio Mella e Plinio ne fanno menzione nelli lor libri. Né si trova scrittor più antico che narri così particularmente della costa dell’Africa verso ponente, della qual Pomponio scrivendo dice queste parole: “Fu già dubbio se oltra l’Africa si ritrovasse mare, overo se quella parte del mondo si estendesse in infinito infruttuosa e sterile, benché Annone cartaginese, mandato dalla sua republica a scoprire e a considerare tutta la costa dell’Africa, essendo uscito dallo stretto di Gibralterra e avendo navigato grandissima parte di quella, ritornando a Cartagine dica che non vi era mancato mare da navigar, ma vettovaglie da mantener le ciurme”.

Similmente Plinio, parlando dell’Africa e del monte Atlante, segue in questo modo: “Il monte Atlante, posto nel mezzo dell’arene, s’inalza fino al cielo, ed è aspro e squalido da quella parte che guarda verso il mare, da lui cognominato Atlantico; ma verso l’Africa è tutto vestito di arbori, ombroso e lieto, e bagnato da molte belle e fresche fontane, nascendovi sempre ogni sorte di frutti senza fatica o coltura degli uomini, e in tanta abbondanza che da ogni tempo gli abitatori ponno saziare li loro delicati appetiti. Fra il giorno niuno degli abitatori si vede, e vi è tanto silenzio che per quella orrenda solitudine, nel cuore di quelli che vi approssimano, nasce un certo religioso timore, oltra che sono spaventati vedendo quello elevato sopra le nuvole e vicino al cielo della luna, e di notte lampeggiare di molte e varie fiamme, e per la lascivia e morbidezza de’ satiri e degli egipani risuona di piffari, di fistole e organetti, con cembali e tamburi. Vengono affermate le sopradette cose da celebratissimi auttori, e oltra quello che si legge che Ercole e Perseo fecero sopra quel monte, dicono che a penetrarvi vi è uno spazio grandissimo e incerto. Si truovano ancora nelli memoriali di Annone, capitano de’ Cartaginesi nel tempo che la sua republica fioriva, come dal senato suo li fu commesso che con l’armata andasse a scoprire e ben considerare tutta la costa di fuori dell’Africa. E molti greci e latini scrittori, seguendo lui, dissero molte cose fabulose e incredibili, affermando molte città esser state edificate per comandamento e industria del detto Annone, delle quali né memoria né pur alcun vestigio ne rimane”.

Ancora il detto Plinio, scrivendo dell’isole Gorgone, dice: “Venne a queste isole Annone, capitano de’ Cartaginesi, e scrisse che le femmine hanno i corpi del tutto pilosi, e che gli uomini scamparono per la velocità del correre. E per miracolo e perpetua memoria ch’egli fusse stato nelle dette isole, portò due pelli di gorgone e lasciolle nel tempio di Giunone, le quali durarono insino al tempo della rovina di Cartagine. Oltra di queste sono due altre isole dette Esperide. E tanto sono tutte queste cose incerte, che Stazio Seboso scrisse che dalle isole delle Gorgone, navigando oltra il monte Atlante, sono giornate quaranta fino alle Esperide, e dalle Esperide fino al corno di Espero una giornata. L’isole ancora della Mauritania sono incognite, eccetto alcune poste all’incontro delli popoli Autololi, scoperte da Iuba re di quel paese, nelli quali cominciò a cavar la porpora getulica”.

In questa navigazione di Annone ancor che vi siano molte cose che alla prima vista pareno a chi le legge fabulose, nondimeno chi trascorre li libri degli istorici greci comprende ch’egli determinatamente le volse scriver a questo modo. Né è parte del mondo della quale appresso detti scrittori vi siano più vecchie memorie che di questa costa d’Etiopia, posta sopra il mare Oceano verso ponente appresso il monte Atlante, li Negri abitatori della quale dicono che per la felicità dell’aere e per la loro umanità, pietà e amorevolezza verso i forestieri, furono degni di tanta laude sopra tutte l’altre genti, e che l’origine dei Dei vien detta esser processa da loro. E Omero chiama l’Oceano padre degli Dei, e quando introduce Giove che vogli andar a recrearsi, dice che ‘l va a trovare l’Oceano e alli conviti delli boni e religiosi Negri.

Narrano ancora in questa parte de l’Etiopia esser state fatte molte imprese e guerre, e che vi era una nazion di femmine che signoreggiavan, dette gorgone, quali abitavano in una isola, la quale per esser verso ponente si chiamava Espera. E che questa isola era nella palude detta Tritonide, appresso il mare Oceano e vicina ad un monte altissimo di tutta quella costa, detto Atlante; e che Perseo figliuolo di Giove vi andò con esercito e, combattendo con quelle, uccise la loro regina, detta Medusa; e che similmente dapoi Ercole vi fu ad espugnarle, e le rovinò del tutto. E per esser questa cosa tanto famosa e illustre per così gran capitani di guerre, Annone, dapoi fabricate le città a sé commesse, la volse scorrere e menar seco quegli uomini Lixiti, i quali sapeva che avean pratica di quella costa, e in molti luoghi seppeno dir li nomi dei colfi, dei monti e di quelle femmine.

Polibio similmente, gravissimo filosofo e istorico, che avea letta questa navigazione e le cose scritte di questa costa, desiderò ancora esso di vederla, percioché, trovandosi maestro di Scipione, lo volse accompagnar alla espugnazion di Cartagine, dove si fece dar alcuni legni con li quali, uscito fuori del stretto di Gibralterra, scorse tutta la detta costa fino all’equinoziale, per quanto si può comprendere dalli detti di Plinio e di Strabone: e ne scrisse particularmente, ma questi suoi libri sono del tutto perduti. Ptolemeo, che fu molto tempo dapoi Pomponio Mella e Plinio, la volse descriver ne’ libri della sua “Geografia”, mettendovi li gradi, conoscendo in quella molte cose esser verissime. Al qual auttore non è da imputar che, parlando dell’Africa, non iscrivesse che ‘l mar la circondi, avendo quel gentiluomo romano di Marco Varrone detto in verso: “Clauditur Oceano, libyco mare, flumine Nilo”; conciosiacosaché, essendo stato affermato per alcuni scrittori greci che un certo Eudoxo, al tempo delli re Ptolemei di Alessandria, aver voluto navigarvi intorno, questa tal navigazione era stata tenuta per favola e cosa vana. E Strabone, scrittor celebratissimo, si affatica con tutto il suo ingegno nel suo libro secondo di confutarla e dimostrar che non abbia potuto essere: il qual fu nel tempo di Augusto e di Tiberio, quando fiorivano le lettere in Italia e in Grecia. E questa fu la cagione che Ptolemeo, che fu 143 anni dopo Cristo, non ebbe ardir di affermar ch’ella si potesse navigar intorno, ma pose luoghi deserti e pieni di arena, tutti abbruciati dal sole.

Nondimeno ai tempi presenti si conosce apertamente quanta poca cognizione aveano gli antichi come stessero le parti del mondo, e vedendosi in questa navigazion di Annone molte parti degne di considerazione, ho giudicato dover esser di sommo piacere agli studiosi se ne scriverò di alcune poche, che altre volte io notai in certi miei memoriali, avendole udite ragionare da un gentil pilotto portoghese di Villa di Condi, il cui nome per convenienti rispetti si tace. Con costui adunque, il quale era venuto in Venezia con una nave carica di zuccari dell’isola di San Tomé, il conte Rimondo della Torre, gentiluomo veronese, che similmente si trovava in Venezia a piacere, ebbe grandissima famigliarità e amicizia, conoscendolo persona perita non solamente dell’arte del mare, ma ancora, per le lettere e per il molto legger di diversi auttori, pieno di molta cognizione, e sopra tutto delle tavole di Ptolemeo, le quali gli avea molto familiari. E tutto il tempo ch’egli stette in Venezia, di continuo lo volse aver in casa sua, percioché si dilettava d’intendere queste nuove navigazioni, quanto altro uomo che sia stato a’ tempi nostri. E questo pilotto, avendo fatti molti viaggi all’isola di San Tomé, qual è sotto la linea dell’equinoziale, non avea lassato porto, fiume o monte della costa dell’Africa verso ponente, che non l’avesse voluta vedere e descrivere con tutte l’altezze e lunghezze e numero di leghe: e aveane sopra certe sue carte fatta memoria, di sorte che ne parlava molto particularmente e sensatamente. Ora, avendo il conte Rimondo letto il viaggio sopradetto, questo pilotto ne prendeva sommo piacere, e si stupiva come, essendo già duomila anni stato scoperto tanto avanti questa costa, niun principe poi l’abbia voluta far navigare e riconoscere, se non da cento anni in qua, al tempo del signor infante don Henric di Portogallo. E gli pareva ben gran cosa come questo capitano Annone avesse avuto tanto ardire di passar tanto avanti, il quale (per il conto ch’esso faceva secondo le tavole di Ptolemeo, che descrive il corno del Noto over Ostro) era arrivato quasi un grado appresso l’equinoziale, non avendo né bossolo né carta da navigare, cose trovate lungo tempo dapoi.

Ma si vede che questo capitano fu molto prudente, percioché, desiderando di sodisfar alli comandamenti de’ Cartaginesi e poi di scoprir securamente quanto più li fosse possibile di questa costa, volse navigar con legni piccoli, cioè fuste di cinquanta remi, per poter andare sempre appresso terra, sapendo esservi infiniti fiumi, paludi e luochi bassi, e non volendo allargarsi in mare, poter facilmente adoperar quelle ora con remi ora con le vele. E appresso queste 60 fuste è necessario che gli avesse degli altri legni, per condur le vettovaglie e tanto numero di gente, come in tutte l’armate presenti tutto il giorno è consueto di fare. E navigato ch’ebbe tre giorni e mezzo, li parse edificar le città libifenici, chiamate così conciosiaché i Cartaginesi anticamente aveano avuto origine di Fenicia, qual è una provincia alle marine della Soria, dove è Barutti, Saeto e il Suro, dette dagli antichi Berytus, Sidon, Tyros. E ora, volendo che dette città edificate in Libia si cognoscessero esser sue colonie, le chiamarono libifenici.

E diceva il detto pilotto che non ci dovevamo maravigliare se, scorrendo questa costa dell’Africa gran parte verso mezzogiorno, questo capitano dica alcune fiate navigar verso ponente o ver verso levante, conciosiacosach’in questa costa vi siano molti colfi e promontorii, dove è necessario di parlar in questo modo, e l’arte della marinarezza non si sapeva a quelli tempi nella perfezione ch’ella si sa al presente. Ora scrivendo Annone che, partito dalle colonne di Ercole, ch’è lo stretto di Gibralterra, avea navigato lungo la costa duo giorni e quivi edificato Thymiaterio, detto pilotto diceva a suo iudicio questo luogo poter esser dove al presente è la città di Azamor, gradi 32 e mezzo sopra l’equinoziale, intorno la quale è una bellissima e grandissima pianura, la quale scorre fin in Marocco. Dapoi del detto luogo, navigando verso ponente, vanno al promontorio Soloente, che potria esser il Capo di Cantin, il qual corre verso garbin e quarta di ponente gradi 32. Si voltano dapoi verso levante, il che è che, voltandosi il Capo di Cantin, la costa se incolfa grandemente maestro e sirocco e quarta di levante, e in quel colfo trovano quella gran palude, percioché ve ne sono di grandissime, per cagione d’infiniti fiumi; la qual passata, edificarono quelle città per esequir l’ordine del senato cartaginese e liberarsi da quella moltitudine di gente. Le quali città non può pensare che fossero altrove se non dove sono alcuni luoghi del regno di Marocco, come Azzaffi, Goz, Aman, Mogador, Tefethna. Poi passano il Capo di Ger e trovano il gran fiume Lixo, ove dicono gli scrittori greci e latini che Anteo, qual combatté con Ercole, avea il suo palazzo, e ivi erano li giardini delle Esperide. Ma essendo infinita varietà fra detti scrittori ove sia ditto fiume, el prefato pilotto diceva volersi accostar all’opinion di Ptolomeo, che lo mette gradi 29 sopra l’equinoziale, e però pensava quello poter esser il fiume che da la regione per donde il passa è chiamato Sus, e va in mare a Messa, ed e in gradi 29 e mezzo. E qui sopra il mare si vede cominciar il monte Atlante minore, qual scorre per levante da un capo all’altro la Barberia, dividendola con diversi brazzi in molte provincie: e fino qui si pensa che penetrassero i Romani, né più oltra passassero per esservi grandissime solitudini e deserti. Ove veramente sia l’Atlante maggiore, qual Ptolemeo mette in gradi ventitre, e Plinio dice esser in mezzo delle arene così alto, questo non si poter congetturar al presente.

Dapoi par che detto capitano scorresse Capo de Non e Capo del Boiador, e giongesse a Capo Bianco gradi ventiuno, ch’è tutta spiaggia deserta e arenosa, e quivi, voltato a torno detto capo verso levante per mezza giornata, venisse all’isola d’Argin, sopra la quale al presente è fabbricato un castello del serenissimo re di Portogallo: la qual, per esser piccola di circuito e appresso terra, detto pilotto diceva poter esser l’isola nominata da Annone Cerne. Ma com’ella sia per mezzo di Cartagine, non correndo nel paralello di longitudine né essendo in quell’altezza, non se può congetturar altramente, salvo che, non sapendosi allora queste altezze de’ gradi, detto capitano volesse dir che tanto cammino era da Cartagine alle colonne, quanto dalle colonne a questa isola Cerne: il che e vero, e chi compasserà sopra le carte troverà esser tanto da Cartagine allo stretto di Gibralterra, quanto dal detto stretto al colfo d’Argin. E ancor che l’isola Cerne sia posta da Ptolemeo in venticinque gradi, e Argin sia in venti, si conosce manifestamente che li gradi di detto auttore sono stati variati da coloro che trascrissero il libro: come nelli gradi delle isole Fortunate, le quali si sa certo esser le Canarie, conciosiacosaché tutti gli scrittori le mettino vicine alla Mauritania, e sono in 27 e 28 gradi, e nondimeno sopra i libri di Ptolomeo sono poste in 17 e 18 gradi.

E discorreva il detto pilotto dell’isole dette al presente di Capo Verde, che sono 17 in 18, che potriano forse esser le Esperide, ancora che un gran gentiluomo e dottissimo istorico delle Indie occidentali, detto il signor Gonzalo Hernandez di Oviedo, si affatichi di provar nelli suoi libri che tutte l’isole trovate in dette Indie siano le Esperide. Ma essendovi tanta varietà e dubietà fra gli scrittori antichi, non si poteva affermare la verità; né si doveva alcuno maravigliare, diceva il detto pilotto, che Annone non facesse menzione di dette isole Fortunate, perché prima lui andando a terra terra con legni piccoli, non avea potuto vedere, poi sapeva il bando e diviedo ch’era in Cartagine di nominarle. Percioché Aristotele scrive che, essendo stata trovata da Cartaginesi una delle dette isole piena e copiosa di acque e de ogni sorte de frutti, infinite persone volevano andarvi ad abitare, onde il senato de’ Cartaginesi, dubitando di disabitar la sua città, ordinò che sotto pena della vita niuno vi andasse, e che quelli che vi erano non si partissero, né più di quelle si potesse parlare.

E per tornare alla isola di Cerne, par che di là entrassero per il fiume grande di Chrete e giugnessero ad una palude dove erano tre isole, e di là venissero fin sopra la costa, dove si vedevano quei monti, e che poi, entrati in uno altro fiume grandissimo, dove erano li cocodrilli e cavalli marini, di nuovo ritornassero in Cerne. Diceva il detto pilotto in questo colfo di Argin esservi infiniti fiumi, alcuni delli quali (come è quel di San Giovanni) per la sua grandezza si dividono in due rami, quali sboccando in mar sempre vanno atterrando: e per questo vi sono di grandissime paludi, drieto le quali si può navigar per molte miglia; e chi va all’insuso per un di detti rami, passate le paludi, trova il fiume principale, e al ritorno a seconda può venir per l’altro ramo al mare. E che questo capitano dovette voler veder quel che vi era fin sopra la costa, e andatovi con queste sue fuste per un di detti rami, dapoi per l’altro ritornò in Argin. E nel sopradetto fiume di San Giovanni fin al presente si vedono cavalli marini e cocodrilli, e dove sbocca vi sono molti bassi, e corre gradi 20 di altezza.

Dice dipoi che arrivarono appresso alcuni monti alti e pieni di alberi, che erano di varii colori e odoriferi. In questo luogo diceva il detto pilotto comprendersi chiaramente che ‘l prefato capitano era arrivato a Capo verde, il quale è gradi 14, pieno di bellissimi e altissimi arbori, ed è il più bello e segnalato capo che sia in tutta questa costa di Etiopia. Partiti poi di qui, par che trovino un fondo di un grandissimo mare: il detto pilotto diceva poter esser in questo modo, che, prolungandosi detto Capo Verde molto in mare, chi lo volta corre per la costa verso il fiume di Santa Maria maestro e sirocco, e quivi li paresse quella voragine di mare, per causa delli legni piccoli con li quali navigavano. Vanno poi verso il rio Grande, ch’è gradi quindeci, il qual pensa che sia un ramo del fiume Niger, e perché mena sempre torbida l’acqua dove sbocca in mare, è cagione che vi siano molte isole appresso la costa. E in quel luogo il capitano Annone trovò quella campagna, sopra la qual si vedevano fuochi da ogni banda elevarsi e maggiori e minori. Questi fuochi diceva detto pilotto vedersi infino al presente da tutti quelli che navigano la costa di Senega e Ghinea e delle Meleghette, conciosiacosaché i Negri che abitano alle marine e colli vicini a quelle sentono grandissimo caldo, e per questo stanno nascosi tutto il giorno nelle case loro, quando il sol è in questi nostri segni settentrionali, e hanno il maggior giorno dodici ore e mezza; e che come si fa notte, con facelle e legni accesi che ardono come torchi, si veggono andar or qua or là faccendo le lor bisogne: e di lontano in mare apparono simil fuochi, e si sentono molti romori e strepiti di corni e d’altro che fanno i detti Negri.

Dapoi passano nel colfo di Espero, dov’era quella grande isola qual potria esser una di quelle che si chiama al presente degli Idoli, e vedevano medesimamente i fuochi e udivano gli strepiti de’ cembali; e poi trapassano li fiumi ardenti, fin che giungono a quel monte altissimo chiamato il Carro degli Dei, per toccar con le fiamme il cielo. A questo passo il detto pilotto diceva che non si poteva dir che altra montagna altissima si vegga, navigando drieto detta costa da gradi 8 infino alla linea, se non la nominata Serra Liona, la qual è gradi 8 sopra la detta linea; e ancor che sia lontana dal mare molte miglia, nondimeno per la sua altezza appare e si vede grandemente in mare, avendo circondata sempre la cima da foltissime nebbie, che causan di continuo saette e tuoni, i quali fanno che di notte appareno quei fuochi che par che tocchino il cielo. E discorreva che per sua opinione questa montagna era quella che intende Annone, Plinio e Ptolomeo per il Carro degli Dei, né si guardi alla varietà de’ gradi, che ‘l Carro degli Dei sia posto da Ptolomeo gradi 5 e questa Serra Liona in gradi 8, che, come di sopra è stato detto, tutti i gradi sono stati variati dal tempo e dalla negligenzia degli scrittori. Ma li gradi che sono stati osservati dalli presenti marinari, per ordine dei suoi re, sono verissimi e giustissimi. Come poi trovassero tutta la costa infocata con fiumi di fuoco che sboccavano in mare, questa parte diceva il pilotto esser stata scritta a suo iudicio determinatamente da Annone, e non per favola, percioché, volendo dimostrar a chi leggeria la sua navigazione esser vero ch’egli fusse giunto appresso la linea dell’equinoziale, la quale gli antichi, e massimamente quelli che erano grandi e istimati nelle lettere, affermavano esser bruciata dal sole e non esservi altro che fuoco, volse scrivere che avea veduto tutta la costa ardere di odori e di profumi con li fiumi di fuoco. Che s’egli avesse detto la verità, che in li luoghi appresso l’equinoziale vi è una temperie di aere grande e ogni cosa verde e amena, saria stato tenuto per bugiardo, e consequentemente che non vi fusse stato.

Al fine pervengono nel colfo che si chiama corna di Ostro, il qual da Ptolemeo è posto grado uno appresso l’equinoziale, e di longitudine 79. Diceva il detto pilotto che questi gradi 79 dimostrano evidentemente, a ciascuno che abbia un poco di pratica de’ gradi, che sono del tutto falsi, percioché questa costa, che comincia a Serra Liona, corre maestro e sirocco infino a Capo delle Palme, ed è in gradi 4 sopra l’equinoziale; e dal Capo delle Palme infino all’isola al presente detta di Fernando da Po corre levante e ponente, dov’è il rio de los Camerones in terra ferma: e tutto questo tratto è come un colfo, il qual veramente si può creder che intendesse Ptolemeo esser il corno d’Ostro, perché è vicino alla linea, e corre di longitudine gradi 33. Nella estremità del quale trovorno l’isola che avea la palude, nella qual vi era un’altra isola piena di uomini e femine salvatiche: e questa isola esser quella di detto Fernando, per esser in capo di questo colfo e vicina alla costa, la quale in quel luoco si volge verso mezzodì. E tutta la descrizione di questo capitano era simile a quella per alcuni scrittori greci, quali, parlando dell’isola delle Gorgone, dicono quella esser un’isola in mezzo de una palude; ma in questa isola di Fernando non si vede altro che un laghetto vicino al mare due miglia, molto ameno per infinite fontane d’acqua dolce che vi correno dentro. E conciosiacosaché avea inteso che li poeti dicevan le gorgone esser femine terribili, però scrisse che le erano pelose: che veramente questa tal specie di femine vi fusse al tempo di Annone, e che al presente non si veda, diceva il detto pilotto che non si dovea l’uomo maravigliare, conciosiacosaché la revoluzion del cielo va di continuo alterando le cose di questo mondo, e questi e simili altri monstri sono sottoposti, come tutto il resto, a varie mortalità e mutazioni. E affermava aver parlato con uno pilotto della terra sua di Condi, persona prudente e degna di fede che avea fatto molti viaggi verso Calicut, qual li disse che, passando una fiata appresso la costa dell’Etiopia di là dal Capo di Buona Speranza, andò lui con alcuni marinari a far acqua ad un luoco della detta costa che si chiama Las Corrientes, e vi corre sopra il tropico di Capricorno ed è per mezzo l’isola di San Lorenzo; e come giunsero in terra viddero un corpo morto grande, buttato dalla fortuna sopra la spiaggia, con le mani, piedi e corpo simile in tutto all’uomo, eccetto che era tutto coperto di squamme e li capelli erano come fili durissimi sottili; e che è possibile che, trovandosi questi tal monstri nel mare, altre volte ne siano stati sopra la terra. Ma a detto pilotto pareva più verisimile di pensare che, avendo Annone inteso nei libri de’ poeti (quali appresso gli antichi erano in somma venerazione) esser scritto come Perseo era stato per aere a questa isola, e di quivi reportata la testa di Medusa, essendo egli ambizioso di far creder al mondo che lui vi fusse andato per mare, e dar riputazion a questo suo viaggio di esser penetrato fino dove era stato Perseo, volesse portar due pelli di gorgone e dedicarle nel tempio di Giunone: il che li fu facil cosa da fare, conciosiacosaché in tutta quella costa si truovino infinite di quelle simie grandi, che pareno persone umane, dette babuini, le pelli delle quali poteva far egli credere ad ogniuno che fussero state di femmine.

Queste e simil cose andava discorrendo il detto pilotto sopra questa navigazione di Annone, la qual, per la pratica che avea di quella costa, si sforzava di accordar con le navigazion moderne. Aggiungendo che, se li serenissimi re di Portogallo non avessero del tutto proibito il contrattar sopra questa costa di Etiopia con Negri (percioché non vi lassano andar se non quelli che hanno l’appalto, i quali sono pochi e appresso ignoranti), facilmente col tempo si saria penetrato fra terra in diversi luochi di detta costa, e venuto in cognizione delli monti, fiumi e paesi di quelli che abitano fra terra. Ma lo andarvi è del tutto proibito dai detti re, né vogliono che si sappian né queste né molte altre cose. E sopra tutto è vietato il poter navigar oltra il Capo di Buona Speranza a dritta linea verso il polo antartico, dove è opinione appresso tutti li pilotti portoghesi che vi sia un grandissimo continente di terra ferma, la qual corra levante e ponente sotto il polo antartico. E dicono che altre volte uno eccellente uomo fiorentino, detto Amerigo Vespuccio, con certe navi dei detti re la trovò e scorse per grande spazio, ma che dapoi è stato proibito che alcun vi possa andare.

Queste sono le cose che con la piccolezza del nostro ingegno abbiamo saputo raccoglier dai ragionamenti del detto pilotto, le quali, se non satisfaranno così a pieno a chi le leggerà come la grandezza della materia richiede, saranno almeno come uno stimolo ad eccitar qualche sublime ed elevato ingegno a pensarvi più diligentemente sopra.

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