La straordinaria storia di Macao (e il primo turista italiano)

Dal Blog di Dino Messina sul Corriere della Sera.

La straordinaria storia di Macao (e il primo turista italiano)

Da Angelo Paratico, giornalista italiano residente a Hong Kong, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo su Macao. Paratico ha rielaborato e ampliato per i nostri lettori una sua recensione al libro di Rogério Miguel Puga, “The British presence in Macau 1635-1793″ (Hong Kong University Press), pubblicata dall’Asian review of books.

La città di Macao si trova alla foce del Fiume delle Perle, a circa un’ora di battello da Hong Kong, nella Cina meridionale. Nel 1999 era ritornata senza grossi traumi alla Cina Popolare, mantenendo per cinquant’anni la propria autonomia. Di Hong Kong si parla spesso in televisione e sui giornali, essendo un grosso centro finanziario, industriale e turistico ma poco si sente nominare Macao che pure, per secoli, fu la porta d’entrata alla Cina per noi europei. Oggi Macao è una città famosa per le ragioni sbagliate: gioco d’azzardo e prostituzione, eppure, accanto a questi vizi, si scorgono ancora le vestigia d’un glorioso passato.
I primi navigatori portoghesi presero possesso di quella piccola penisola a partire dal 1535 ma ottennero il permesso di residenza dalle autorità cinesi di Canton solo nel 1557. Fra portoghesi e spagnoli – i due stati sono stati spesso uniti sotto a un’unica corona – numerosi furono gli italiani. Non a caso il primo europeo che pose piede in Cina dopo l’occupazione mongola fu, nel 1514, l’ammiraglio Raffaele Perestrello al servizio dei portoghesi. La sua famiglia originava da Piacenza e sua cugina sposò Cristoforo Colombo. Un altro famoso italiano fu Giovanni da Empoli, forse il primo banchiere viaggiante della storia, impiegato dalla Gualtierotti & Frescobaldi e al seguito di Alfonso di Albuquerque. Fu quasi certamente sepolto vicino a dove oggi sorge Macao, nel 1518, crudelmente lontano dalla sua Firenze.
Ancor oggi il simbolo di Macao è la facciata della cattedrale di San Paolo, costruita nei prima anni del seicento e che fu progettata dal gesuita Carlo Spinola, poi martirizzato in Giappone.
Un carattere straordinario – il mio preferito – fra coloro che passarono per Macao fu il nobiluomo partenopeo Francesco Gemelli Careri, considerato il primo vero turista della storia e secondo alcuni la fonte d’ispirazione per Jules Verne per il suo libro ‘Il Giro del Mondo in 80 giorni.’ Entrato in possesso d’una notevole somma di denaro, Gemelli Careri, calabrese di nascita, s’imbarcò con l’intenzione di compiere il giro del mondo per puro diporto, pagando di volta in volta il biglietto. Passò per Macao nel 1695 dove i gesuiti lo scambiarono per una spia papale. Per ingraziarselo gli spalancarono tutte le porte, portandolo anche a Pechino, fissandogli un’udienza con l’imperatore Kangxi, poi lo portarono a visitare la Grande Muraglia prima di reimbarcarsi e proseguire per il suo viaggio. Al suo rientro a Napoli, Gemelli Careri pubblicò le proprie memorie che furono tradotte in inglese e francese, qualcuno dubitò della veridicità delle sue parole eppure basta leggere anche solo una pagina e notare la finezza della sua narrazione per capire che egli dice solo la verità. Gli riuscì sempre di cavarsela grazie alle sue grandi doti di raconteur: in un’epoca in cui non esistevano giornali e televisione, le sue capacità evocative valevano più dell’oro. Mi piace immaginarlo come una sorta di forbitissimo Totò, al quale peraltro somigliava.
I mercanti di Macao a Canton acquistavano seta, tè e porcellana, pagandoli in argento e poi li trasportavano in Europa. La strada era lunga e pericolosa, tifoni e scogli erano in agguato e dovevano pure fare i conti con i pirati olandesi e inglesi. I maggiori profitti li fecero però esportando quelle stesse merci in Giappone, dove avevano stabilito basi a Yokohama e a Nagasaki. La loro opera d’intermediazione fra Cina e Giappone in questo caso era vitale, dato che gli scambi diretti fra i due paesi erano stati proibiti dall’imperatore cinese per scoraggiare la pirateria. I giapponesi, che i cinesi chiamavano sprezzantemente ‘i ladri nani’, erano avidissimi di beni cinesi ed erano disposti a pagare prezzi altissimi con lingotti d’argento. Purtroppo per Macao, questa grande abbondanza finì nel 1640 par vari motivi, una di questi fu che i giapponesi avevano saputo dell’occupazione delle Filippine e temevano di dover subire la stessa sorte, inoltre olandesi e inglesi soffiavano sul fuoco, per volgere le cose a proprio favore.
Nel 1622 gli olandesi si presentarono davanti a Macao con quattordici vascelli e gli inglesi si associarono fornendone due ma furono respinti con gravi perdite da portoghesi e cinesi. I gesuiti italiani per respingere quegli eretici impugnarono le armi, il milanese Giacomo Rho con una precisa cannonata centrò la Santa Barbara olandese, costringendoli alla ritirata. I rapporti fra britannici e olandesi si fecero burrascosi dopo il massacro di Ambon perpetrato dagli olandesi contro inglesi e giapponesi nel 1623, nelle isole Molucche in Indonesia, fu così che la prima nave britannica, la London, nel 1635 fu in grado d’attraccare tranquillamente a Macao.
La convivenza fra portoghesi e britannici fu sempre difficile e non solo per motivi religiosi. I britannici mantenevano una linea molto aggressiva nei confronti della Cina mentre i portoghesi, non disponendo più di una forza navale adeguata, erano sempre inclini al compromesso. Dapprima i britannici pensarono di impadronirsi di Macao ma di fronte all’intransigenza cinese che privilegiava i portoghesi, dovettero desistere. A partire dal 1700, con la caduta del lucrativo traffico con il Giappone i macanesi furono costretti ad accettare i residenti Britannici che, forti del loro commercio d’oppio (da loro coltivato in India) disponevano di grosse risorse finanziarie. L’opposizione cinese alla vendita del narcotico, venduto legalmente in Europa ma che in Cina provocava grossi disastri, portò uno scontro armato. Le tecniche belliche cinesi erano inadeguate e i britannici ebbero la meglio, ottenendo la colonia di Hong Kong nel 1841, seguita poi dall’apertura dei porti di Amoy, Shanghai e Weihaiwei. Da lì in poi iniziò una corsa folle a strappare concessioni alla Cina, vista come un pachiderma morente. Anche l’Italia s’associò a questa corsa ma con scarsi risultati. La Cina ci dichiarò guerra e fummo costretti a inviare 3.600 soldati e varie navi da guerra nel luglio del 1900 con altre 8 nazioni per liberare le legazioni diplomatiche.

Angelo Paratico


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