Leonardo Da Vinci svela l’identità della Gioconda

 

Si sono versati fiumi d’inchiostro per cercare di stabilire chi davvero sia e rappresenti il quadro noto come la Gioconda (o Monna Lisa) massimo tesoro del Louvre di Parigi. Possiamo oggi rivelare la soluzione di questo secolare enigma. E come possiamo essere così certi della nostra tesi? Semplice, ce lo dice lo stesso Leonardo da Vinci, pur essendo morto cinque secoli or sono, il 2 maggio 1519, ad Amboise in Francia.
Il chierico molfettano Antonio de Beatis tenne un diario durante il suo grande tour europeo, iniziato il 9 maggio 1517, in compagnia del proprio superiore, il cardinale Luigi d’Aragona, un bastardo di sangue reale. I due rientrarono a Roma nel gennaio 1518 dopo avere incontrato teste coronate e artisti in mezza Europa. Nel 1873 il diario di De Beatis stava ancora dimenticato su di uno scaffale della biblioteca Vittorio Emanuele di Napoli, dove fu notato da Ludwig von Pastor (1854-1925) il quale, intuendo la sua grande importanza storica, ne pubblicò una prima edizione critica nel 1905, facendo una collazione dei manoscritti originali. In quest’opera troviamo, meraviglia fra le meraviglie, il rapporto dell’incontro dei due pellegrini con Leonardo Da Vinci, ad Amboise.
Era il 10 ottobre 1517 e i due viaggiatori sedettero con Leonardo Da Vinci, dentro al suo studio, e diligentemente il De Beatis annotò le parole pronunciate da Messer Lunardo Vinci fiorentino… pictore in la età nostra eccellent.mo” il quale disse quanto segue al cardinal d’Aragona, circa i tre quadri che vedevano appesi:

“…mostrò a s. Ill.ma tre quatri, uno di certa dona fiorentina facta di naturale ad istanza del quondam ma.co Jiuliano de Medici. L’altro di San Joane Giovanni Bat.ta giouane et uno de la Madona et del Figliolo che stan posti in grembo di S.ta Anna tucti perfettissimi, e ben vero che da lui per esserli uenuta certa paralisi dextra, non se ne può expectare più cosa buona. Ha ben facto un creato Milanese che lavora assai bene, et benché il p.to M. Lunardo non possa colorir con quella dolceza che solea, pur serve ad far disegni et insegnare ad altri. Questo gentil’omo ha composta de notomia tanto particularmente con la demostrazione de la pictura sí de membri come de muscoli, nervi, vene, giunture, d’intestini tanto di corpi de homini come de done, de modo non è mai facta anchora da altra persona. Il che abbiamo visto oculatamente et già lui ne dixe haver facta notomia de più de XXX corpi tra masculi et femine de ogni età. Ha anche composto la natura de l’acque, le diverse machine et altre cose, secondo ha riferito lui, infinità di volumi et tucti in lingua volgare, quali se vengono in luce saranno proficui et molto dilettevoli.”

La donna fiorentina alla quale accenna è certamente il dipinto da noi oggi conosciuto come la Gioconda. E tutti i critici, fin qui, in quel “quondam magnifico Giuliano” hanno visto il suo defunto patrono, Giuliano de’ Medici, Duca di Nemour, ultimo figlio di Lorenzo il Magnifico. Ma costui aveva passato quasi tutta la propria esistenza fuori di Firenze, non conosceva Monna Lisa del Giocondo né altre dame fiorentine. Nessuno prima aveva pensato che quella di Leonardo fosse un’allusione a suo zio, quel Giuliano de’ Medici morto durante la congiura dei Pazzi nel 1478.
Ma come possiamo essere sicuri che quando Leonardo Da Vinci dice al cardinale d’Aragona e ad Antonio De Beatis che il ritratto che stavano ammirando rappresentava una certa donna fiorentina fatta di naturale, “ad istantia del quondam ma.co Iuliano de Medici” stesse alludendo a Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours? E se invece stesse alludendo a Giuliano de’ Medici, il fratello di Lorenzo de’ Medici? In tal caso la fiorentinità della dama sarebbe rispettata. Questa interpretazione cambierebbe tutti gli scenari a noi conosciuti, aprendone dei nuovi, ancora inesplorati.
Giuliano morì la domenica del 26 aprile 1478, mentre assisteva alla messa nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, trafitto da diciannove colpi di spada inferti da Franceschino Pazzi e da Bernardo di Bandino Baroncelli? Lisa Gherardini del Giocondo e Pacifica Brandani (un’amante urbinate di Giuliano, Duca di Nemours), non erano ancora nate quando Giuliano moriva e, dunque, chi potrebbe mai essere questa donna o per meglio dire la prima modella per questo quadro?

Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours

Esattamente un mese dopo l’assassinio di Giuliano, il 26 maggio 1478, nacque un suo figlio naturale, che il giorno successivo fu battezzato con il nome di Giulio de’ Medici, alla presenza di Antonio da Sangallo, un amico del defunto padre, il quale seguiva le istruzioni di Lorenzo de’ Medici. La madre che lo aveva dato alla luce, a causa di complicazioni rese l’anima al Creatore. Il neonato venne subito accolto in famiglia ed educato insieme ai figli di Lorenzo. Nel 1523 Giulio de’ Medici verrà eletto papa con il nome di Clemente VII e il Machiavelli gli dedicherà le sue Istorie Fiorentine.

Giuliano de’ Medici, dipinto da Sandro Botticelli, fratello di Lorenzo il Magnifico

Chi fu la madre di Giulio, che morì nel darlo alla luce? Si dice sia stata la cortigiana Fioretta Gorini (1453-1478), della quale nulla conosciamo. Può essere che quando Giuliano seppe che la sua amante era in dolce attesa chiese al giovane Leonardo di dipingere il suo ritratto? Oppure fu Lorenzo che gli chiese di dipingerla, subito dopo la morte di entrambi i genitori? Quest’ultima parrebbe essere la versione più probabile, poiché utilizzò uno specchio per seguire le proporzioni del proprio viso, come è stato già dimostrato qualche decennio fa da Lillian Schwartz.
Un ulteriore indizio che c’induce a muovere indietro nel tempo l’origine della Gioconda è che fu dipinta su di una tavola di pioppo, mentre i dipinti successivi alla venuta di Leonardo a Milano furono dipinti su legno di noce. Inoltre, il primo paesaggio datato di Leonardo, uno schizzo datato e firmato del 5 agosto 1473, potrebbe essere stato utilizzato per lo sfondo della Gioconda.
La domanda che ci facciamo ora è la seguente: l’epiteto di Magnifico fu usato solo per Lorenzo de’ Medici e per suo figlio, Giuliano, Duca di Nemours, una volta divenuto signore di Firenze, oppure fu forse usato anche per Giuliano, il fratello di Lorenzo? Certamente fu utilizzato anche per il fratello di Lorenzo, tant’è che possediamo “Le Stanze de Messer Angelo Poliziano” cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici, un poemetto in ottave, rimasto incompiuto e composto da Angelo Poliziano (1454-1494). Fu pubblicato per la prima volta nel 1484 e poi nel 1498 da Aldo Manuzio.
Dunque, Leonardo Da Vinci si riferiva a Giuliano senior e non a suo nipote, Giuliano, Duca di Nemours, parlando ai due visitatori napoletani. Ne consegue che la Gioconda potrebbe essere stata iniziata venticinque anni prima del 1503/4/5, non durante la sua seconda permanenza a Firenze, come tutti credono seguendo la narrazione del Vasari, che pure mai vide la Gioconda.
Il Louvre potrebbe eseguire un test al carbonio per stabilire una più corretta datazione della tavola di legno su cui si trova la Gioconda. Il margine d’errore per questo genere di test è molto ampio ma, forse, analizzando un piccolo frammento ligneo prelevato dal retro della tavola si potrebbero ottenere risultati, certo approssimati, ma per lo meno indicativi sull’anno della effettiva preparazione della tavola e dei colori aventi una base organica. Potremmo così giungere a tre datazioni: se 1478, avremmo Fioretta Gorini; se 1503, Monna Lisa del Giocondo; se 1513, Pacifica Brandani.
Restiamo comunque convinti che la Gioconda — non importa quale fu la modella o la committenza — venne a rappresentare per Leonardo l’immagine onirica della propria madre, Caterina, la schiava di Vinci, come acutamente intuì Sigmund Freud. Leonardo la dipinse a intermittenza durante tutta la sua esistenza, sino alla fine, per mantenerla viva accanto a sé.

Angelo Paratico

 

Angelo Paratico Leonardo Da Vinci. Lo psicotico figlio d’una schiava Gingko Editore, 2019

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