L’ira del dragone fiammante

“Fai un passo oltre il confine di Lo Wu e sei in Cina e lì ti può accadere di tutto. Ti possono arrestare, accusare di corruzione, rubarti i soldi, sequestrarti, toglierti il passaporto senza darti alcuna spiegazione. Fai un passo indietro e sei a Hong Kong: qui nulla di illegale ti può accadere. Sei sicuro e protetto dalla legge” chi parla è il responsabile per l’Asia della Diadora, una ditta italiana di articoli sportivi che, purtroppo, è stata recentemente messa in amministrazione controllata.  L’argomento della nostra discussione riguarda l’arresto di quattro responsabili della Rio Tinto, il gigante minerario anglo-australiano. Una storia di cui s’è parlato poco in Italia, ma che fa correre brividi gelati lungo la spina dorsale di molti uomini d’affari che operano qui. Soprattutto di quei manager cinesi che si trovano a dirigere gli uffici di grosse società europee e americane, una tendenza che si va sempre più affermando: affidare queste società a delle persone che, pur avendo un passaporto straniero, sono di etnia cinese, parlano la lingua locale e ne conoscono la mentalità. Per la Cina, però, vale ancora la legge del sangue: non guardano a chi ha emesso il passaporto, ma piuttosto al sangue che scorre nelle vene di chi si trovano davanti, per decidere il loro modus operandi. È noto a tutti che senza le guangxi ossia le buone relazioni interpersonali, fatte di piccoli regali e favori, non si va da nessuna parte in Cina. Bisogna invitare i responsabili di uffici statali e industriali, pagati una miseria, nei karaoke, nei ristoranti, offrir loro regali, per oliare le ruote. Questa è una pratica comune, ma è illegale e quando si finisce sotto alla lente d’ingrandimento della polizia, si rischia grosso. Il caso della Rio Tinto è sintomatico di questa spada di Damocle che pende sulla testa di tutti coloro che operano in Cina: vede al centro l’arresto di un cittadino australiano di origine cinese, Stern Hu e di tre impiegati locali. Sono accusati di aver usato queste guangxi per aggirare le leggi. Avrebbero potuto arrestare uno degli impiegati bianchi della Rio Tinto, dato che la vecchia clausola colonialista di extraterritorialità non esiste più, ma così facendo avrebbero causato un incidente diplomatico ancora maggiore rispetto a quello che hanno creato. I quattro sono stati arrestati con l’accusa di aver corrotto dei funzionari per convincerli a farsi passare dei  “segreti di Stato” un’accusa che, se confermata, prevede la pena di morte e che porta a un processo per direttissima, a porte chiuse. Avevamo pubblicato un pezzo su questo giornale relativo alla fallita acquisizione d’una fetta del gigante minerario australiano Rio Tinto da parte della cinese Cinalco, un fatto che aveva ferito il loro orgoglio. I cinesi erano stati messi alla porta,  nonostante avessero buttato sul tavolo venti miliardi di dollari, un po’ perché l’opinione pubblica australiana aveva mostrato ostilità nei confronti di quella società statale cinese e dall’altro per via di una crescita del valore della società stessa. I quotidiani cinesi si riempirono di articolesse in cui veniva evidenziata la perfidia della Rio Tinto, contrapposta all’onestà e alla decenza della Cinalco. Accusavano gli uomini politici australiani per la mancata unione e un dispaccio della Xinhua, la loro agenzia informativa, titolava: “L’onestà è il sangue che scorre nelle vene degli uomini d’affari. La Cinalco supererà presto il colpo, ma per la Rio Tinto ci vorranno anni prima che recuperi la perduta verginità e la perdita della propria immagine.”  Nei blog cinesi erano apparsi molti commenti xenofobi in cui gli impiegati cinesi della Rio Tinto venivano chiamati, fra l’altro, “traditori della Patria”. Avevamo scritto che la Cina, come uno spasimante respinto, stava preparando la propria vendetta: ecco, ora la sta consumando. Una prima azione ostile da parte cinese fu la nuova legge anti-monopoli, rispolverata non appena si diffuse la notizia che i due giganti minerari australiani, la Rio Tinto e la Bhp Billiton avevano raggiunto un accordo di massima per creare una joint venture al cinquanta per cento per il controllo di tutte le loro operazioni minerarie nell’Australia occidentale, escludendo così i cinesi. Ma il fatto che intendevano usare una propria legge nazionale per andare a sindacare sulle attività industriali che un altro Paese riteneva perfettamente legali, suonava alquanto bizzarro. Devono essersi resi conto che non sarebbero andati da nessuna parte con la loro legge e pertanto hanno rispolverato i loro vecchi e ben testati metodi di intimidazione stalinista. L’arresto dei dipendenti della Rio Tinto ha provocato vibrate proteste da parte del primo ministro australiano Kevin Rudd, un sinofilo che parla mandarino. Rudd aveva posto la Cina al centro delle proprie attenzioni in politica estera e ora si trova in imbarazzo per via di questa vicenda. Ma chi di spada colpisce, di spada perisce…nel frattempo nella rete anti corruzione dello stato africano della Namibia è incappato il figlio del presidente cinese Hu Jintao, Hu Haifeng, 38 anni. Sino all’anno scorso era presidente della Nuctech, un grosso produttore di scanner, ma venne poi promosso a presiedere la Tsingua Holdings, un gigante multinazionale che controlla trenta società fra le quali anche la Nuctech. Quattro persone sono state arrestate nello stato africano, fra le quali il rappresentante cinese della Nuctech. Il figlio del presidente cinese per ora non è accusato di nulla, ma il responsabile della commissione anti corruzione della Namibia, Paulus Noah, ha dichiarato che vorrebbe sentirlo come persona informata dei fatti. Questa vicenda potrebbe provocare un enorme imbarazzo a Hu Jintao, anche se la notizia di questa indagine verrà censurata in Cina.

Angelo Paratico

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