Pacifica Brandani. La Vera Gioconda di Leonardo Da Vinci.

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Dal Blog ‘La Nostra Storia’ di Dino Messina sul Corriere della Sera: http://lanostrastoria.corriere.it/2015/09/10/tutti-i-misteri-della-gioconda-e-unipotesi-sulla-sua-vera-identita/

Il quadro della Gioconda di Leonardo Da Vinci (1452-1519), conservato al museo del Louvre di Parigi, è senza alcun dubbio il più celebre del mondo. Eppure, a dispetto di tanta fama, resta incerta l’identità della donna ritratta. Dopo aver fornito dei dati tecnici sull’opera, andremo a elencare in maniera succinta le principali teorie sulla sua identità
Se domandiamo a dieci persone su quale supporto è stata dipinta la Gioconda, almeno nove diranno che si tratta d’una tela. In realtà si tratta d’una tavola lignea e, per essere ancora più precisi, di pioppo bianco di Lombardia. Le sue dimensioni sono 77 per 53 centimetri, maggiori di ogni altro ritratto creato da Leonardo Da Vinci, che mai dipinse su tela, ma sempre su tavole di noce o di pioppo. Se oggi alcuni dei suoi quadri si trovano su tela è perché furono strappati dal legno e trasferiti.
Quest’opera ha subito vari assalti nel corso dei secoli, sia da parte dell’umidità – che ha fatto deformare e fessurare la tavola – che da un nutrito numero di pazzi e di pazze che l’hanno colpita con oggetti contundenti, alla ricerca d’una facile fama. Per questo motivo si trova oggi protetta da un vetro anti-proiettile e in condizioni di temperatura e di umidità regolate.
Sul retro si trova la cifra 316, la sua posizione nell’inventario reale e una misteriosa lettera H. Un’altra caratteristica poco nota è il fatto che è un opera incompiuta. Infatti si notano affioramenti di colori di base. Sopra, a destra vicino alla cornice, si nota un piccolo tratto color blu brillante – che non è il colore originale del cielo, come alcuni critici scrivono bensì il colore di fondo – mentre il color marrone affiora a chiazze dietro alle spalle della signora. In pratica Leonardo, come altri pittori, partiva dalla tavola di legno levigata, vi applicava del gesso duro e lasciava asciugare, poi applicava del blu nella metà alta e del marrone in quella bassa e una volta seccati cominciava a dipingere.
In passato vari critici d’arte si dicevano certi del fatto che i colori originali del vestito erano diversi dagli attuali e che c’erano due colonne, a sinistra e a destra. Credevano addirittura che la tavola fosse stata segata, come accaduto alla Ginevra de’ Benci conservata a Washington, tagliando le colonne, ma un’accurata analisi condotta dal Louvre nel 2004 ha escluso tagli e i colori non erano diversi da quelli attuali. Il quadro è integro, a parte una maggiore opacità causata da una disastrosa pulitura con solvente effettuata nel 1809 e la successiva applicazione d’una vernice che provocò la comparsa della fine ‘craquelure’ visibile oggi.
Uno dei miti più duri a morire in Italia è che i francesi ce l’hanno rubata. Nulla di più falso, il re di Francia Francesco I (1494-1547) l’acquistò.
Il termine Monna Lisa e Gioconda deriverebbero dall’interpretazione di un passo contenuto nel ‘Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori ed architettori’ di Giorgio Vasari (1511-1564) che mai conobbe Leonardo e mai vide la Gioconda, dove parla diffusamente d’una testa, non d’un ritratto, che Leonardo dipinse per Monna Lisa Gherardini (1479-1542) andata in sposa a Francesco del Giocondo (1460-1528). Tale testa sarebbe stata eseguita da Leonardo al tempo del suo soggiorno a Firenze nel 1504-1506, dopo le campagne militari di Cesare Borgia. Della testa descritta dal Vasari posta a Fontainbleau non si ha più notizia e pertanto vien collegata con il quadro noto come la Gioconda, pur non trattandosi d’una testa e pur non corrispondendo affatto alla descrizione fornita dal Vasari, salvo la coincidenza del nome. Dobbiamo però sottolineare che nell’italiano antico ‘gioconda’ significava non solo allegra ma anche splendente, che vivifica e consola. E infatti San Francesco d’Assisi definisce ‘iocundo’ il fuoco, nel suo Cantico delle Creature.
Eppoi una bella donna nella Firenze di Leonardo riceveva un nomignolo tratto dal cognome paterno non da quello del marito. Per esempio, Ginevra de’ Benci, che aveva sposato Luigi Niccolini, era nota come la Bencina non come la Niccolina. Dunque Lisa Gherardini – che fu una brava moglie e una brava mamma ma non un sex symbol – semmai la si doveva chiamare la Gherardina, non la Gioconda.
Altre ipotesi, più o meno fondate, sull’identità della signora riguardano Costanza d’Avalos (Venturi, Croce); Caterina Sforza (Soes, Solari); il discepolo Salai travestito da donna (Clerici, Vinceti); Bona Sforza (in molti); la napoletana Isabella Gualandi (Vecce) e via dicendo.
Tutti questi tentativi d’interpretazione lasciano però il tempo che trovano – e il fatto che recentemente a Firenze abbiano estratto il DNA dalle ossa di Lisa Gherardini, tutto sommato una massaia sposata a uno strozzino, se non fosse macabro, farebbe ridere – perché, a nostro modesto parere, Leonardo dipinse un’ immagine onirica, un fantasma del passato posto davanti a un paesaggio immaginario.
Lillian Schwartz nel 1995 elaborò al computer le immmagini del celebre disegno del vecchione di Torino e poi della Gioconda facendole collimare alla perfezione, mentre questo non è possibile farlo con le altre copie della Gioconda sparse per il mondo. Dunque, sia per l’immagine di Torino che per la Gioconda, Leonardo era partito dalla geometria del proprio volto, utilizzando degli specchi.
Come intuì Sigmund Freud in un suo geniale saggio sull’infanzia di Leonardo, pubblicato nel 1911, il suo sorriso conturbante è un ricordo di Caterina, la madre dell’artista fiorentino e l’unica donna che egli abbia veramente amato. Un critico francese del novecento scoprì che l’angolo sinistro delle sue labbra è leggermente più alto rispetto al destro e, fatto singolare, questo era il suggerimento espresso dal poeta Agnolo Fiorenzuola (1493 – 1543) alle donne che volevano apparir belle e serene.

Roberto Zapperi nel 2012 pubblicò un aureo libretto intitolato ‘Monna Lisa Addio’ presso l’editore Le Lettere. L’intuizione originale per scriverlo gli venne da una ricerca svolta da Carlo Pedretti, il più grande studioso di Leonardo vivente. Ebbene il lavoro di Zapperi resta quanto di più serio e rigoroso sia mai stato scritto per spiegare l’origine e la committenza del quadro.
Leonardo Da Vinci, incontrando Antonio De Beatis a Cloux in Francia il 10 ottobre 1517, gli disse che il quadro rappresentava una dama fiorentina e che gli era stato commissionato dal suo defunto patrono, Giuliano de’ Medici, duca di Nemours (1479-1516).
Il collegamento certo con Giuliano, che mai conobbe Lisa Gherardini, escluderebbe una datazione al 1506 e sposterebbe in avanti la sua esecuzione, al tempo della permanenza romana di Leonardo, dunque verso il 1512-13.
La misteriosa dama sarebbe dunque Pacifica Brandani, figlia naturale poi legalizzata di Giovanni Antonio Brandini, un uomo ricco e influente molto vicino ai Montefeltro. Pacifica, pur già maritata, fu l’amante di Giuliano de’ Medici, dandogli un figlio nel 1511 e morendo di parto. Giuliano regolarizzò la posizione del figlio – che era stato dapprima battezzato con il nome di Pasqualino – che fu poi ufficialmente ammesso nella famiglia Medici con il nome di Ippolito (1511-1535). Divenne un potente cardinale e uomo d’armi, ma morì avvelenato dal proprio siniscalco, Giovanni Andrea de’ Franceschi di Borgo San Sepolcro, che fu poi processato e ammise il veneficio ma ciononostante fu liberato, forse perché aveva confessato che i mandanti erano papa Paolo III e il duca di Firenze.
Giuliano de’ Medici chiese a Leonardo Da Vinci di dipingere l’immagine della madre del piccolo Ippolito ma forse non gli rivelò il suo nome, o forse Leonardo non ne volle parlare con Antonio De Beatis, che accompagnava il cardinale Luigi d’Aragona, appartenente a una casata ostile ai Medici.
L’ipotesi di Carlo Pedretti, poi sviluppata da Roberto Zapperi, spiega l’aria rassegnata eppur serena della dama; il sottile velo di seta nera che porta sul capo; il suo sorriso triste e benigno; la mancanza di anelli e di collane. E’ un po’ come se stesse guardando giù dai Campi Elisi ‘pacifica’ e immersa in un paesaggio maestoso, quasi a voler rincuorare il proprio figlioletto, come a dirgli che non potrà rivederlo in questo mondo ma che lo aspetta nell’aldilà.
Giuliano de’ Medici mori’ nel 1516 e Leonardo, che era pagato mensilmente, non avendo portato a compimento l’opera, la portò con sé in Francia, donandola poi al proprio discepolo prediletto, lo scapestrato Gian Giacomo Caprotti da Oreno, detto il Salai, che la vendette a peso d’oro al re di Francia, Francesco I, figlio di Luisa di Savoia, il quale per tutta la vita parlò con amore, enfasi e ammirazione del grande genio toscano.

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