In libreria troverete PILOTA DI STUKA di Ulrich Rudel – Recensione

Pubblicato su La Nostra Storia di Dino Messina, Corriere della Sera


L’Unione Sovietica si preparava ad attaccare l’Europa nel 1941?

Torna nelle librerie un classico della memorialistica bellica “Pilota di Stuka” di Ulrich Rudel, nuovamente tradotto e aggiornato dalla Gingko Editore di Verona. Questo libro fu un best seller nella collana dei Pocket Longanesi, andando attraverso varie ristampe fra il 1956 e il 1974, dopo essere stato pubblicato per la prima volta in Irlanda, nel 1952, dalla Euphorion Books.
Hans Ulrich Rudel (1916-1985) fu un pilota coraggiosissimo e soprattutto fortunato – la fortuna di un Forrest Gump – che lo portò a compiere azioni belliche sul fronte russo che oggi ci appaiono sovrumane.
Figlio d’un pastore luterano, sin da bambino volle volare e una volta ottenuto il brevetto da pilota, grazie alla Lufthwaffe che nel 1936 veniva ricostruita partendo da zero, entrò quasi per sbaglio in una squadriglia di Stuka (Junker Ju 87 Sturzkampfflugzeug, o bombardieri in picchiata).
Durante le campagne di Francia e di Grecia gli fu impedito di volare, e quindi se ne stette appiedato e frustrato sotto a una tenda. La sua abitudine di evitare bevande alcooliche, di esser ghiotto di torte di panna e di praticare ogni genere di sport, lo rendevano antipatico al circolo ufficiali. Inoltre, come spiega nel libro, egli fu uno che apprendeva con lentezza. Pertanto, i suoi superiori lo credevano un disastro, e il fatto che un giorno, finito nel mezzo di una tempesta fortissima, rischiò di fracassarsi su di una montagna con il proprio colonello che gli sedeva a fianco, non giovò alla sua reputazione.
Ma un giorno, improvvisamente, capì come si vola e cominciò a disegnare incredibili acrobazie in cielo, mostrando una padronanza assoluta del proprio mezzo meccanico. Il suo comandante di squadriglia, Steen, pure lui una ex pecora nera, capì che era un pilota fuori dall’ordinario e gli consentì di stare al proprio fianco. Con grande caparbietà Rudel compiva anche cinque o sei missioni al giorno con il proprio lento ma robustissimo Stuka e i suoi successi cominciarono ad accumularsi, assieme alle decorazioni. Alla fine della guerra fu il più decorato soldato dell’esercito germanico. Mentre i suoi compagni morivano, lui tornava sempre indietro, con l’areo sforacchiato e a volte ferito, ma se la cavava sempre in un modo o nell’atro mantenendo il proprio buonumore, pur passando attraverso orrendi incubi durante il sonno.

Fu costretto a un atterraggio forzato in territorio nemico, per caricare un equipaggio di commilitoni che erano caduti, ma vi restò impantanato; rifiutando la resa riuscì a tornare indietro con una pallottola nella spalla, traversando a nuoto un fiume ghiacciato, seminudo e scalzo, dopo aver camminato per tre giorni sotto a una pioggia gelata. Venne abbattuto venticinque volte dalla contraerea, distrusse 519 carri armati sovietici, affondò la corazzata Marat, un paio di incrociatori e abbattè una cinquantina di caccia. Divenne un mito per tutta l’aviazione tedesca e Hitler, ripetutamente, gli proibì di volare, ma lui era convinto di combattere per la Germania e per l’Europa e, dunque, segretamente continuava ad alzarsi in volo, disobbedendo agli ordini. Non lo dissuase neppure il fatto che Stalin pose una grossa taglia sulla sua testa, vivo o morto.
Perse una gamba verso la fine della guerra ma continuò a volare e tentò di prelevare Hitler fuori dal bunker della Cancelleria, volando con uno Stork e preparandosi ad atterrare sulla Unter den Linden, con le truppe sovietiche a poche centinaia di metri. Venne dissuaso dalla discesa con una chiamata radio dall’attendente di Hitler, il quale gli confermò che il capo rifiutava d’abbandonare Berlino.
Rudel giustificò l’attacco all’Unione Sovietica scatenato da Hitler con la certezza che, secondo lui, i russi si stavano preparando ad attaccare l’Europa, ma furono battuti sul tempo. Egli disse di aveva visto con i propri occhi, in volo con il suo aereo, delle enormi installazioni militari non ancora completate subito oltre il confine, di tipo offensivo: campi d’aviazione, centri di smistamento operativo, caserme e via dicendo.

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Rudel: “L’Unione Sovietica si preparava ad attaccare l’Europa nel 1941”