Una Statua Per L’eroina Cinese

Pochi giorni fa, in un parco di Qinpu, una delle città satelliti sorte attorno a Shanghai, è stata svelata una statua di Zheng Pingru. Questa ragazza sarebbe la vera eroina del film di Ang Lee: Lust, Caution che fu presentato a Venezia nel 2007, dove vinse il Leone d’Oro. La scultura bronzea, a grandezza naturale, la ritrae nell’atto di cadere sul fianco, mani legate davanti, colpita dalle pallottole sparate da un plotone d’esecuzione. Aveva 26 anni ed era il 1940.  Se fosse viva oggi avrebbe 95 anni.  Pagò il prezzo supremo per aver attentato alla vita di Ding Mocun, il ministro dei trasporti nel governo collaborazionista di Wang Jingwei, ma la sua pistola s’inceppò. In quegli anni Shanghai era un crocevia di spie e di oscuri interessi. Anche l’Italia vi aveva una colonia e solo un anno dopo la tragica fine di questa ragazza, in condizioni analoghe venne fucilato anche un nostro connazionale, poco conosciuto in Italia, ma che ebbe una vita tanto avventurosa da meritare anche lui un film: si chiamava Amleto Vespa. Era un concittadino di Bruno Vespa, ma senza essere con lui imparentato, a dispetto del cognome. Il film di Ang Lee si basa  su di un racconto lungo appena 28 pagine, scritto da Eileen Chang. Nata in una famiglia ricca e influente di Shanghai, si trasferì poi a Hong Kong e negli Stati Uniti. Vi descrive la storia d’amore con il proprio marito, Hu Lancheng, che, come il personaggio del film, era un collaboratore dei giapponesi. Eileen lo amava moltissimo, ma egli fu un bigamo impenitente per tutta la sua vita, la tradì ripetutamente e infine l’abbandonò.  Eileen andò negli Stati Uniti e nel 1950, cercando di razionalizzare il proprio passato e di ricostruirlo da un punto vista emozionale, scrisse quella sua gemma letteraria. Dato che conteneva vari riferimenti intimi, si decise a pubblicarlo solo nel 1980. Morì a Los Angeles nel 1994, a 74 anni e il suo corpo venne scoperto solo alcuni giorni dopo il suo decesso, perché viveva isolata da un mondo che non riconosceva più.  Appena il film di Ang Lee uscì nei cinematografi, una signora ottantenne che viveva a Los Angeles disse di essere la sorella minore dell’eroina assassinata, rivelò che la loro madre era giapponese e protestò per le scene di sesso estremo che appaiono nella pellicola e che, del resto, non esistono neppure nel racconto di Eileen Chang. A questa protesta s’associò la Cina popolare che dapprima proibì il film, ma poi accettò di farlo distribuire, dopo che Ang Lee operò dei tagli sostanziali. L’autore di Brokeback Mountain è, evidentemente, un artista con la spina dorsale di gomma. Significativa anche la lista di questi tagli: tutte le scene di sesso, l’immagine di un rifugiato che giace morto per strada e la parte più importante del dialogo finale: nella versione cinese non è più l’eroina che mette in guardia Ding Mocun, permettendogli di fuggire. Questo stravolge completamente la storia, basata sul fatto che l’amore vince sulle convinzioni politiche e sull’odio partigiano. Alla cerimonia ufficiale per l’inaugurazione del monumento erano presenti alcuni parenti dell’eroina, accademici, autorità e Xu Hongxin, l’autore di un libro intitolato: “La scoperta di segreti d’archivio  relativi al principale carattere femminile nel film Lust & Caution – Una donna spia.” Possiamo indovinare cosa c’è scritto, senza bisogno di leggerlo: era una grande patriota, castissima e stimava e ammirava moltissimo i comunisti, con i quali intratteneva cordiali rapporti, anche se faceva parte del Kuomingtang, ovvero del partito di Chan Kaishek che avrebbe voluto liquidarli prima ancora dei giapponesi. Un altro fatto di cui certamente non parla è che il personaggio cattivo del film, Ding Mocun, non era poi così cattivo come appare, ma addirittura era anche lui una spia al servizio del Kuomingtang e che, pertanto, se lo avesse davvero ucciso, avrebbe commesso un grave errore. Solo un anno dopo la morte di Zheng Pingru, infatti, il ministro dell’educazione del Kuomingtang, Chen Lifu, si mise in contatto con lui per arruolarlo a pieno titolo nella propria rete spionistica, questo lo si evince dal diario di Chen, che non verrà mai pubblicato in Cina sotto all’attuale regime, ma che è uscito a Taiwan. I due uomini si stimavano e si aiutavano, tant’è che nel 1945, con la sconfitta del Giappone, Ding Mocun venne nominato dal Kuomingtang governatore militare della provincia dello Zhejiang. Successivamente la storia della fucilazione della giovane ragazza emerse sui giornali e Ding venne imprigionato. Chen Lifu promise di aiutarlo a chiarire tutti i malintesi riguardanti il suo passato, parlando direttamente al generalissimo Chang Kaishek. Ma le cose non andarono nel verso giusto per lui perché, mentre stava in carcere in attesa del processo, si sentì male e venne portato in ospedale. Una volta ristabilitosi, prima di ritornare dietro alle sbarre, volle farsi un giro sul lago di Xuanwu e un giornalista che stava lì per caso lo riconobbe e gli scattò una foto. Il giorno dopo Chang Kaishek aprì il giornale e lo vide bello e felice su di una barca, montò su tutte le furie e urlò: “Come può andare sul lago questo, se è malato? Fucilatelo immediatamente!”

Così fecero, senza un processo, era il 5 luglio 1947.

 

Angelo Paratico

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