Mussolini in Giappone?

PUBBLICHIAMO SUL NOSTRO BLOG QUESTA RECENSIONE DI AMBROGIO BIANCHI. L’AVEVAMO INVIATA A “LA NOSTRA STORIA” DI DINO MESSINA MA E’ STATA GIUDICATA NON PUBBLICABILE, POICHE’ NEL ROMANZO SI DICE CHE L’UOMO APPESO A TESTA IN GIU’ A PIAZZALE LORETO NON FU BENITO MUSSOLINI. DUNQUE, SI TRATTA DI UNA INACCETTABILE ERESIA!

Angelo Paratico, storico e romanziere, nei prossimi giorni presenterà il suo ultimo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità, secondo noi non del tutto peregrina, che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.

Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.

A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.

Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”.  Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche. Lo accusarono di aver mentito sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.

Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono difficili da identificare.

Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a  5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’.  Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.

Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato proprio lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.

L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.

Questo è quanto se ne sa ma, secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli  ideatori e fu adattato, affidando  il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, sarebbe stato prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Tale sommergibile fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Tokyo. dove ancora si trova.

Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, dobbiamo dire che questo libro si legge bene e  me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma infine s’ammalò e morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che ha il merito di aggiunge una nuova sfaccettatura, un nuovo punto di meditazione, su questa figura storica.

Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.

L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda  conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.

Ambrogio Bianchi

 

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Le Cinque Lettere dal Giappone di San Francesco Saverio (Xavier)

Le Lettere di San Francesco Saverio, scritte nel 1549, sono un documento straordinario per la storia dell’arrivo degli europei in Giappone, ma la più straordinaria resta la prima.

San Francesco Saverio acque a Javier (Navarra), il 7 aprile 1506 e morirà sull’Isola di Sancian, il 3 dicembre 1552. Viene venerato sia dalla Chiesa cattolica, che da quella anglicana e luterana. Fu
canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV
Il suo corpo riposa nella chiesa del Bom Jesus di Goa, ma una parte del suo braccio si trova a Macao e il braccio destro è a Roma, nella chiesa del Gesù’. Appartenne all’ordine dei gesuiti. Di famiglia nobile le cui proprietà furono confiscati da Ferdinando il Cattolico dopo la vittoria sugli autonomisti navarrini filofrancesi. Per sfuggire alla sconfitta e alla miseria si rifugiò quindi in Francia, e andò a studiare teologia alla Sorbona dove, dopo il primo triennio, divenne maestro. Nel suo stesso collegio di Santa Barbara arrivò Ignazio di Loyola che oltre ad essere uno dei suoi più grandi amici (che diventò santo) ne riconobbe immediatamente il temperamento combattivo ed ardente e decise di conquistarlo alla propria causa. Nello stesso collegio studiava anche Pierre Favre (1506-1546). Con Javier e Favre Ignazio fece i primi voti da cui sarebbe poi nata la Compagnia di Gesù, nella chiesa di Saint Pierre di Montmartre, il 15 agosto 1534. I voti erano: povertà, castità, obbedienza e pellegrinaggio in Terrasanta; se non fossero riusciti a partire sarebbero andati a Roma per mettersi a disposizione del Papa. Non riuscendo a partire da Venezia, i nuovi gesuiti cominciarono con l’adempiere l’ultima parte dell’impegno, e papa Paolo III finanziò il loro viaggio. A Roma Francesco Saverio fu ordinato sacerdote nel 1537, e qui i primi gesuiti aggiunsero ai tre voti tradizionali di povertà, castità e obbedienza, il quarto e distintivo: l’obbedienza al papa. Nel 1540, Giovanni III del Portogallo chiese a Papa Paolo III di inviare missionari ad evangelizzare i popoli delle nuove colonie nelle Indie orientali. Francesco Saverio, indicato da Ignazio, partì nel marzo del 1541. Per le Indie si partiva da Lisbona, e il viaggio del nuovo missionario durò più di un anno: arrivò a Goa nel maggio dell’anno successivo, spingendosi poi fino a Taiwan. La tradizione vuole che egli abbia portato la propria attività missionaria fino alle Filippine, ma di questo viaggio mancano i riscontri. Nel 1545 partì per la penisola di Malacca, in Malesia, dove incontrò alcuni giapponesi che gli proposero di estendere l’evangelizzazione al Giappone (dove arrivò nell’agosto 1549). Ultimo sogno fu la Cina, ma, ammalatosi durante il viaggio dalla Malacca all’isola di Sancian, morì nel 1552. Il suo corpo fu portato a Goa, dove si trova oggi nella chiesa del Bom Jesus.

(fonte: Wikipedia)

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazione dell’isola novamente scoperta nellaparte di settentrione, chiamata Giapan

Essendosi scoperte alcune isole per li mercatanti portoghesi che di Malacca sono navigati drieto la costa della China e di sopra la città di Canton, e fra le altre una detta Giapan, della qual avendose avuto alquanto di notizia, ne ha parso conveniente nel fine di questo volume metter l’informazioni che di quella hanno scritto alcuni reverendi padri portoghesi della Compagnia del Iesù, che sono andati a stanziar in diversi luoghi dell’Indie orientali, dove il serenissimo e cristianissimo re di Portogallo tien le sue fortezze: la qual isola si pensa che sia per mezzo la provincia del Mangi che confina col Cataio, e di essa ne ha scritto il signor Ioan de Barros, primario gentiluomo di Lisbona, come nell’ultimo della sua prima Deca, e dice di voler dar fuori le tavole e descrizion del paese della China e dell’isola del Giapan. Siano adonque contenti i benigni lettori di questo poco di cibo che ora gli presentiamo, tenendo per certo che, se più gli avessimo potuto donare, più volentieri lo aressemo fatto.

Lettera 1

Nella parte di settentrione, sopra la China e verso l’oriente, discoprirno li mercatanti portoghesi una isola chiamata Giapan, nella medesma altezza che è Italia, longa da levante a ponente, secondo la informazione che danno, DC leghe e larga CCC. Di quella venne l’april passato una persona molto ingeniosa e prudente, detto Angero, con duoi servitori, e s’informò da noi delle cose della nostra fede intieramente, e informato in breve tempo si fece cristiano, e gli fu posto nome Paulo. Costui è stato con noi in questo collegio nostro di Goa, chiamato Paulo di Santa Fede, dove ha imparato la lingua portoghesa, a legger e scriver a nostro modo, e ha tradotto in la sua lingua in breve compendio le cose essenziali della nostra fede e legge. Si dà quest’uomo all’orazione e contemplazione, chiamando e sospirando per Iesù Cristo, ed è tanta la sua bontà che non si potria scrivere. Essendo da noi interrogato nel tempo del suo catechismo, ne diede conto delli costumi e legge della sua terra, e perché egli non è instrutto nelle lettere che sanno quelli de l’isola che son reputati dotti, ma sa solamente la sua lingua volgar, però pare contasse cose cavate dell’oppinioni volgari più che delle scritture sue. E in questa informazione essendovene di molte notabili, la manderò così come ne l’ha dettata, riportandomi a scriver la verità del tutto più certa, come sia gionto in quelle bande il nostro padre maistro Francesco Xavier, e che gli abbi vedute le sue scritture e praticato con quelli popoli.

Primamente dice che tutta l’isola di Giapan è sottoposta ad un re, sotto il quale sono altri signori a maniera de duchi e conti, delli quali in tutto Giapan saranno quattordeci. E quando moreno alcuno di detti signori, il suo primogenito è erede nel stato, e agli altri figliuoli si dà alcuni castelli per sua sustentazione, con patto che stiano ad obedienzia del primogenito, di modo che non lassano dividere il stato. Il minimo di questi signori dice che può mettere in campo diecimila uomini da guerra, altri quindicimila, altri vintimila, altri trentamila.

Il re principale nella sua lingua si chiama voo: questo è della più nobile progenie che sia fra loro, della qual nessuno si marita con altro lignaggio. Questo voo pare che sia fra loro come fra noi il papa, e ha iurisdizione nelle cose temporali e spirituali, cioè fra seculari e religiosi, delli quali ci è grande numero in questa terra. E per benché abbia piena autorità sopra il tutto, mai però fa guerra né comanda che sia ucciso alcuno, ma lassa tutta la cura di questo ad un altro che è fra loro come fra noi l’imperadore, chiamato nella loro lingua goxo, il quale ha il governo e imperio sopra tutta l’isola, e sta pure alla obedienzia del detto voo: e quando goxo va a visitarlo, dicono che sta col ginocchio in terra e gli pone il capo per riverenzia a mezza gamba. E benché tenga gran corte di baroni e capitani e soldati, avendo cura della giustizia e della guerra, nondimeno, se detto goxo facesse qualche cosa mal fatta, voo lo potria privar del regno e tagliargli la testa. Prestano grande obedienzia li minori alli maggiori, per la grande giustizia che usano, e hanno oppinione che tutti li peccati siano equali, e tanta punizione danno a chi robba diece bazzaruchi come ad uno che robbasse cento scudi.

Dice che voo, principal re di Giapan, vive della maniera seguente: piglia per moglie una donna della sua prosapia, e quando la luna comincia a sminuire, lui comincia a digiunare discostandosi dalla donna, e per quindici giorni che dura il digiuno mangia molto poco ad uno pasto, e attende alle lezioni e contemplazioni e orazioni, vestendosi di bianco con una grande corona in testa, insino a tanto che la luna dà la volta; ma quando quella comincia a crescere, immediate ritorna a far vita allegra con sua moglie per altri quindici giorni, e in questo tempo va a caccia e ad altri piaceri e ricreazioni. E se la moglie more avanti che gli abbi trenta anni, si può rimaritare, ma se passa trenta anni nel resto della sua vita è obligato guardare perpetua castità e viver religiosamente; e inanzi né dopo né al tempo medesimo che è con la sua donna, non ha conversazione con altra.

Sono fra queste genti, oltra delli signori detti, baroni, cavallieri, mercatanti e offiziali di tutte le cose come fra noi, e gradi di persone diverse. E generalmente tutti si maritano con una sola donna, e quando la donna fa quello che non deve, è l’usanza che se il marito la trova insieme con l’adultero nel delitto, che l’ammazzi insieme; ma quando amazzasse l’uno senza l’altro, la giustizia publica procede contra lui e l’ammazza, e non ne ammazzando alcuno delli duoi resta il marito disonorato. Oltra di questo, quando è mala fama d’una donna, che non la possino trovar nel delitto, la mandano a casa del padre, e così il marito non perde l’onore e si marita con un’altra, e detta donna resta disonorata perpetuamente e non si trova chi si voglia più maritar con quella. È tenuto anco infame colui che, vivendo la moglie, conversa con altra di qualsivoglia sorte. Gli uomini onorati di questa isola, quando li loro figliuoli arrivano a sette overo otto anni, li mettono nelli monasteri insino alli disdotto o vinti anni, dove gli è insegnato leggere e scrivere e cose d’Iddio; e dipoi escono e si maritano, e tendono alle cose politiche.

Sono in questa isola tre sorti di religiosi, quali hanno monasterii a modo de frati, alcuni dentro della città, altri di fuora. Quelli che stanno nella città mai si maritano, vivono di limosine, portano la testa e barba rasa, usano vesti longhe con maniche grandi quasi come gli altri, e nella invernata portano coperta la testa e nel resto del tempo discoperta; mangiano insieme come frati e digiunano molte volte nell’anno. Questi religiosi non mangiano animali, e questo per smagrare il corpo e levargli il desiderio del peccare: e questa abstinenza è commune a tutti li religiosi di quella terra, quali dice si levano a mezzanotte a far orazione, il che fanno cantando per spazio di mezza ora, e ritornano a dormire insino all’aurora; allora si levano di nuovo a dire altre orazioni; il simile fanno quando si leva il sole e a mezzogiorno e all’ora della sera, nella qual ora fanno un segno che tutto il popolo si inginocchia e leva le mani al cielo, come facciamo noi. Le orazioni che dicono dice questo uomo che non l’intende, perché sono in altro linguaggio.

Questi religiosi predicano al popolo e hanno grande audienza, e piangono e fanno piangere il popolo. Predicano essere un solo Iddio creatore di tutte le cose, e che vi è il purgatorio, paradiso, inferno; item che tutte le anime, quando passano di questo mondo, vanno al purgatorio, così buoni come cattivi, e di là si dividono, li buoni per andare al luogo dove è Iddio, li cattivi per quello dove è il demonio, il qual dicono esser stato mandato da Dio a questo mondo per punizion delli cattivi. Questi religiosi fanno molto virtuosa vita, eccetto che sono notati di quello abominabile peccato per occasione di molti fanciulli che tengono per insegnare nelle lor case, ancor che lor predicano al popolo che questo sia gravissimo peccato, lodando la castità. Sono tutti vestiti di vesti negre insino alli piedi, e sono gran litterati, e hanno nella loro casa un superiore al quale tutti ubbidiscono, e non ricevano per clerici se non persone savie e approvate nelle virtù.

Ci è un’altra sorte di sacerdoti, i quali portano vesti grise, quali anco non si maritano; hanno una religione di donne a modo di monache, che vanno vestite della medesima sorte, e la lor casa è presso a quella delli detti sacerdoti: è opinion del vulgo che questi tali abbino conversazione con dette religiose, ancor che mai abbino figliuoli, perché usano certi remedii per non concipere, e ogni casa di questi tal religiosi ha similmente un’altra di donne vicina. Sono persone idiote, fanno orazioni quasi al modo medesimo che li sopradetti, e digiunano alcune volte. Vi è ancor un’altra sorte di religiosi, che van vestiti di vesti nere e fanno grande penitenza; vanno tre volte al giorno all’orazioni, la mattina, al tardo, alla mezzanotte. Le case di orazioni di tutti questi religiosi sono di una medesima forma; hanno idoli di legno indorati, altre imagini dipinte nel muro. Tutti adorano un solo Iddio, il quale chiamano Deniche in suo linguaggio, e qualche volta lo chiamano Cogi. L’ordine secondo de religiosi che disopra dicevamo che andava vestiti di grigio, quando fanno orazione nel suo coro, la fanno insieme con le monache, sedendo gli uomini da una parte e le monache da l’altra, e cantando or l’uno or l’altro così a mezzanotte come alle altre ore.

Ci ha detto ancora questo santo uomo una istoria di uno fra loro tenuto santo, come qui narrerò. Dice che vi è una terra sopra la China alle parte di ponente che si chiama Cegnico, dove era un re chiamato Iambom, che avea per moglie una regina chiamata Magabonin. Questo re dormendo un giorno ebbe in visione che li dovea nascere un figliuolo che saria grandissimo uomo, e riputato come Iddio da tutti quei paesi: il che narrò alla moglie, la qual dopo nove mesi partorì un figliuolo al qual posero nome Xaqua; e che al suo nascimento apparvono duoi serpenti grandissimi con le ali sopra il tetto della casa, li quali, discesi giù dove era il fanciullo, non li fecero male alcuno e poi si partirono. Questo Xaqua crebbe insino a 19 anni, e il padre volendolo maritare contra sua voglia, considerando lui le umane miserie, non volse congiugnersi con la moglie, ma se ne fuggì di notte e andossene ad una montagna alta e deserta: e quivi stette sei anni, faccendo grande penitenza. Dapoi discese e cominciò a predicare con grande fervore ed eloquenzia a quelli popoli che erano gentili, dove acquistò grande fama di santità e bontà, di sorte che rinovò tutte le leggi e insegnò al popolo il modo di adorare Iddio; e dicesi che fece 8000 discepoli, quali seguitorno il suo stile di vivere. Passarono alcuni di detti discepoli per la China, predicando le sue leggi e modo di adorare, e convertirno tutta la China e il regno di Cegnico alla sua dottrina, e fecero destrurre tutti gli idoli e pagodi che erano nella China e Cegnico, e di là vennero al Giapan, dove fecero il simile: e fin al presente per tutta la China, Cegnico e Giapan si ritrovano pezzi di statue antique, sì come in Roma. E questo Xaqua insegnò essere uno solo Iddio creatore di tutte le cose, e ordinò cinque precetti: il primo che non ammazzassino, il secondo che non robbassino, e il terzo che non fornicassero, il quarto che non pigliassino passione delle cose che non hanno rimedio, il quinto che perdonassino le ingiurie. Scrisse ancora molti libri pieni di molte virtù e molto utili, dove insegna i costumi che abbino a servar gli uomini secondo lo stato suo e qualità; comanda digiunar molte volte, e che le penitenzie piacciono molto a Dio, e che sono molto necessarie acciò si salvino li peccatori.

Dice che quando uno sta infermo che usano quelli religiosi andarlo a visitare, consolarlo ed exortarlo a far testamento; e quando vedono che stanno in pericolo di morte, gli predicano li beni dell’altra vita, e che non piglino fastidio per le cose presenti, poi che vedono essere tutte vanità. E quando muorono vengono li detti religiosi in processione, cantando e portando il defunto al claustro del monasterio, sempre pregando Iddio che gli perdoni li suoi peccati, e soterrano tutti, poveri e ricchi, senza nessuna differenza, né pigliano per questo cosa alcuna o premio, anzi saria tenuto mal uomo ch’il pigliasse: è ben vero che, se li parenti del defunto li vogliono donar qualcosa per limosina, la pigliano.

Afferma ancora che si usa in questa terra una sorte di penitenzia al modo seguente, digiunando e servando castità cento giorni continui, e dopo intrano in un bosco molto grande vicino ad un monte, nel quale sono molti pagodi che son a modo di eremitorii, dove abitano alcuni eremiti di molta aspra vita. Si odono in questo monte e bosco molti gridi e voci orribili e spaventose, e si vedono molti fuochi; e stanno in detto bosco settantacinque giorni, non mangiando al giorno altro che tanto riso quanto possano tenere nella palma della mano, e non bevendo più che tre volte l’acqua. Al fin di settantacinque giorni si ragunano poi tutti insieme e vanno per il deserto che è all’intorno del detto bosco, e che alle volte sono in gran numero e passano più di mille; e avanti a un pagodi inginocchioni si confessano ognuno di tutti li lor peccati della sua vita ad alta voce, tacendo e ascoltando tutti gli altri, ed essendosi confessati così publicamente, ognuno di loro giura sopra il pagodi di mai dir niente di quanto averà sentito nella tal confessione poi che sarà fuora del deserto. E in quanto che dura questa penitenzia non dormono né si spogliano. Vanno vestiti di certi panni di lino grosso cinti molto strettamente, senza scarpe e berretta, e mai stanno fermi, anzi camminano ogni giorno cinque o sei leghe per detto bosco all’intorno della montagna, tutti insieme a modo di processione; e venuti a certi luoghi determinati si riposano per un gran spazio, e faccendo un gran fuoco si scaldano. E dice che hanno un maestro che li guida nell’orazioni e penitenze, e se alcuno dorme quando si riposano, quel maestro gli dà delle bastonate, e se qualcuno se inferma nella via di modo che non possa camminare, lo lassano stare e muore abbandonato, e gli altri camminano; ma se alcuno morisse avanti la gente, tutti lo coprono di sassi e lassano scritto in un bastone: “Qui iace il tale del tal luogo”. Porta ogniuno una tavoletta sopra il petto, dove è scritto il nome suo e del paese. Dice che andando in quello deserto vedono molti monstri e fantasme e illusioni diaboliche, talché, essendo cento persone insieme, molte volte gli accade che paiono dugento: e allora il maestro, riguardandoli e vedendo che alcun non porti la tavoletta al petto, comanda si fermino tutti e faccino orazione al Deniche, che è Dio, che gli liberi di tal compagnia, perché si persuadono che sian di demonii quali si metteno alle fiate appresso degli uomini, e pigliano talmente la forma sua che un Giovanni parerà duoi Giovanni, e un Pietro duoi Pietri, senza differenza di uno all’altro; ma faccendo orazione come gli è insegnato, subito disparono li demonii. Quando questi penitenti hanno compiuta la penitenza, restano tanto magri e negri e afflitti che paiono la morte, non essendosi mai spogliati né lavati; ma ritornati a casa tutti gli accompagnano e baciano le vesti.

Dice che sono in questa terra molti che sanno far fatture e incanti, pure fra gli uomini savii e prudenti sono dispregiati e tenuti in mal conto. Sonvi ancora grandissimi astrologi, quali predicano molte cose che hanno a venire. Questa gente scrive croniche delle sue istorie e fatti al medesimo modo che noi facciamo, e che nelli costumi e vivacità d’ingegno sono molto conformi a noi. E costui che dà la presente informazione è tanto ingegnioso che ognun di noi gli potria aver invidia, e dimostra con parole e con fatti aver in odio ogni sorte di vizii che ha veduti fra li nostri. E li pare che tutto Giapan averà piacere di farsi cristiano, perché tengono loro nelli suoi libri scritto che tutta la legge deve esser una, e che aspettano un’altra più perfetta della sua: e non si pol imaginare altra migliore della nostra, e però dice esser molto contento, perché gli pare che Iddio gli facci grande beneficio in usar lui come instrumento di condurre al Giapan gente che predichi questa santa legge. E ancor che sia maritato, si è offerto andare e stare in compagnia delli padri che di là vanno due, tre e quattro anni, insino a tanto che si dia qualche buon principio di cristianità in quella terra e insino a tanto che li padri sapranno ben la lingua.

Dice che questa terra è molto sana e di grandi venti, e che alcuna volta quella triema tanto forte che le persone cascano in terra. Vi nasce ogni sorte di frutti e metalli che sono in Europa, e vi son pochi serpenti venenosi; è terra abbondante di molti animali salvatichi, sì di uccelli come di cervi, porci, cignali e altri. Non vi nasce vino, ma fanno la cervosa di riso, come in Fiandra de orgio; son molte viti salvatiche nelli boschi, dell’uve delle qual mangia questa gente. Mangiano il riso con la carne e pesce a modo dell’India; vi è assai grano, col quale fanno vermicelli e coperte di pasticci, e non mangiano pane, ma in luogo di quello il riso. Vi sono anco galline, ma non le nutricano in casa, sì come né alcun altro animale.

Dice che in questa terra vi è un duca, quale porta nella sua bandiera a modo di una croce, e questa tal arma non pol avere altra casata se non la sua. Tutto il popolo di Giapan usa pregar Dio come a noi con paternostri over rosarii, e quelli che sanno leggere usano libretti, e questi che pregano con li paternostri over rosarii usano dire ad ogni segno over paternostro una orazione due volte maggiore che ‘l Paternostro, e che hanno centotto segni. Dimandato della ragione di questi segni, dice che li litterati dicono che nell’uomo sono cento e otto sorte di peccati, e che è necessario di dir una orazione contra cadaun di quelli, la qual dicono in linguaggio che non l’intendono, come facciamo noi il latino; e che ogni mattina come si levano dicono nove parole, levando le due dita della mano destra, il che fanno per loro difesa contra il demonio. Li religiosi loro fanno professione e voto di castità, povertà e obbedienzia, e si esercitano avanti che siano ricevuti nella umiltà.

Detti popoli, come sono nel medesimo clima che noi, sono ancora bianchi e della medesima statura, gente discreta e nobile e che ama la virtù e lettere, e tengono in gran venerazione li letterati. E li costumi e modo di reggere la republica in pace e guerra e le lor leggi sono come le nostre, salvo che la giustizia è in parole, e per questo è molto spedita, e anco severa, tanto che, se uno servitore dicesse o facesse ingiuria o disonore al suo patrone, lo può ammazzare senza cascare in pena alcuna. Nella dignità suprema del voo succede il primogenito, e se non ha figliuoli succede il più propinquo parente per linea paterna: così usano li altri signori di questa terra. Non sono tiranni li principi, e se nascono fra loro dissensioni, overo faccino guerra uno con l’altro, il goxo si mette di mezzo a pacificargli, se da sé non si concordano. E se qualche uno è contumace e non obbedisce, il medesimo goxo gli fa guerra e toglie lo stato e anco il capo, ma non la signoria, anzi la dà a quello che appartiene di averla, come se il detto signore fosse morto di morte naturale.

Usano orazioni e limosine, peregrinazioni e digiuni per remissione dei lor peccati, tanto de’ vivi come de’ morti, e questo molte volte nell’anno, mangiando nelli suoi digiuni allora che noi, ma il loro digiuno è più stretto che ‘l nostro. In un monte di questa isola stanno cinquemila religiosi molto ricchi, quali abbondano di servitori e buone case e vestimenti, e guardano castità di tal sorte che non si può avicinare ad essi per una lega donna o cosa che sia femmina. Quando le donne partoriscono, stanno quindici giorni che non toccano le altre persone, e quaranta giorni che non intrano nelle loro chiesie; quando le schiave partoriscono stanno in case discoste dell’altre. Il medesimo fanno quando hanno la accostumata purgazione, e chi le tocca si fa immondo e bisogna che si lavi. Usano le donne povere, quando hanno molti figliuoli, ammazzar quelli che dipoi nascono per non li vedere stentare, e questo peccato non è castigato.

Diceva che da mille e seicento e più anni in qua gli idoli sono stati disfatti, sì nel regno di Cegnico, dal qual si va a Giapan passando per la China e Tarthao, come etiam in questa isola, per la dottrina di quel Xaqua. Predicano dell’inferno, dicendo l’anime sono tormentate in quello per li demonii in diversi modi, stando li dannati a perpetuo fuoco e altre pene; e il medesimo dicono essere nel purgatorio, dove quelle anime che non hanno fatto in questa vita condegna penitenzia stanno ritenute infino a tanto che si purghino, e che nel paradiso vi sono gli angeli, li quali stanno contemplando la divina maestade. Tengono che li angeli ancora siano defensori degli uomini, però usano portar adosso imagini de angioli, quali dicono esser spiriti e creatura d’una altra materia e non elementale. Item che usano grande orazioni in laude di Iddio, e contemplar, massime li religiosi, quali vanno camminando intorno al loro altare in tanto che cantano. E usano sonar campane per congregar la gente alla predica e al sacrificio e orazioni commune, e quando muore qualche uno; e congregandosi per portar li morti per sotterar overo abbruciar, portano candele accese. Tutte le leggi e scriture e orazioni loro sono scritte in una lingua diversa dalla lingua volgare, come è fra noi la latina. Dimandato se usano sacrificii, dice che certi giorni li sacerdoti, e specialmente il prelato loro, vestito di certe vesti, viene alla chiesa, e in presenzia del popolo bruciano certi odori e incenso e aguila e certe foglie odorifere, sopra una pietra a modo di altare, cantando certe orazioni. Le chiese di questa gente tengono la medesima libertà come le nostre, perciò che la giustizia non può pigliare né tirare fuora di quelle alcun per alcuno caso, se non per furto. Tengono nelli templi molte imagini de santi e sante dipinte di rilievo, con diademe e risplendore come le nostre, e hanno in simil venerazione li santi come noi; e se bene adorano uno solo Iddio creatore di tutte le cose, pure fanno orazione alli santi acciò preghino Iddio per loro. Questa gente mangia di tutte le cose, e non si circuncide.

Pare verisimile che l’Evangelio sia penetrato in questa regione, e che per li peccati poi si sia il lume della fede oscurato, o per qualche seduttore come Macometto levata via. E stando a scrivere questa lettera, è venuto a me un vescovo armeno ch’è stato più di quaranta anni in quelle bande, e hammi detto aver letto che gli Armeni furono a predicare nella China nel principio della primittiva chiesa; però saria gran bene che di novo si facesse illuminar quei popoli della fede e dottrina evangelica, e se ben da Roma sino al Giapan siano ottomilia leghe di viaggio, a chi ama la salute delle anime tutti li travagli e pericoli del mondo sono delizie. Piacendo a Iddio, il padre maestro Francesco Xavier, con Paulo autore di questa informazione e duoi altri Giapanesi fatti cristiani, con tre fratelli della Compagnia nostra navigheranno questo aprile venturo al Giapan. Di qui a duoi anni vostra Reverenzia avrà informazione del bene che si potrà sperare di fare in quella terra, con la grazia di Iesù Cristo Signor nostro, qui est benedictus in secula seculorum, amen.

Da Cochin, primo di gennaio 1549.

Lettera 2

Da Cochin, 14 gennaio 1549. Del padre fra Francesco Xavier.

Nelli luoghi dove sono questi padri io sono poco necessario, e vedendo la indisposizione degli Indiani di queste bande, quali per suoi grandi peccati non sono niente inchinati alle cose della nostra santa fede, anzi l’hanno in odio e gli rincresce sommamente che li parliamo del farsi cristiani, e per la grande informazione che io ho del Giapan, che è una isola presso alla China, dove tutti sono gentili, e gente molto curiosa e desiderosa di saper cose nuove d’Iddio e altre naturali, mi risolsi d’andare in quella terra con molta sodisfazione interiore, parendomi che fra quella gente si potrà perpetuare per loro medesimi quel frutto che invita quelli della Compagnia. Sono tre giovani nel collegio di Santa Fede di Goa di quell’isola di Giapan, quali vennero l’anno del quarantotto di Malaccha quando io venni: questi danno grandi informazioni di quelle parti del Giapan, e sono persone di buoni costumi e grandi ingegni, principalmente Paulo, il quale scrive a vostra Carità. Questo Paulo in otto mesi imparò a leggere e scrivere e parlar portoghese, e adesso fa gli esercizii, e si ha molto aiutato e molto introdotto nelle cose della fede. Ho grande speranza, e questa tutta in Dio Signor nostro, che si abbiano a fare molti cristiani nel Giapan, e son risoluto primamente di andare al re loro, e dipoi alla università dove tengono suoi studii, con grande speranza in Giesù Cristo che mi abbia ad aiutare. La legge che loro hanno dice Paulo che fu condotta ed ebbe origine da un’altra terra, che si chiama Cegnico, che è oltra la China e Thartao: e nella via di Giapan a Cegnico per andare e tornare si mettono tre anni. Di Giapan scriverò a vostra Carità diffusa informazione, sì delli costumi e scritture sue, sì etiam di quello che si insegna nella grande università di Cegnico, perché in tutta la China e Thartao non si tiene altra dottrina, secondo che dice Paulo, se non quella che s’insegna in Cegnico.

Come vederò le scritture e tratterò con quella università, vi potrò avisare d’ogni cosa diffusamente. Di Europa menerò meco un padre valenziano chiamato Cosmo de Torres, il quale entrò di qua nella Compagnia, e tre giovani di Giapan. Partiremo, con l’aiuto d’Iddio, questo mese d’aprile 1549. Abbiamo a passare per Malaccha e per la China, e saranno da Goa a Giapan più di trecento leghe. Mai potria finir di scrivere quanta consolazione interiore sento in far questo viaggio, essendo pien di grandi pericoli di morte, per li venti e tempeste e per molti ladroni, che quando di quattro le due navi si salvano pare gran ventura. Ma non lasseria d’andare a Giapan per quello che io ho sentito dentro nell’anima mia, ancor che io tenessi per certo vedermi nei maggiori pericoli che mai mi ho visto, avendo grande speranza in Dio che sia per aumentarsi molto la nostra santa fede. Per l’informazione che ci ha dato Paulo di Giapan, vederete la disposizione che vi è in quelle bande, la quale informazione vi mando con queste lettere.

A cinque leghe di questa città di Cochin vi è un collegio molto grazioso, che fece un padre dell’ordine di san Francesco chiamato fra Vincenzio, compagno del vescovo che è solo in queste bande, e tutti due amici della nostra Compagnia. Sono cento scolari della terra propria in questo collegio, che è in una fortezza del re. Questo fra Vincenzio mi ha detto che la sua intenzione saria lassar questo collegio alla nostra Compagnia, per il che mi pregò che scrivessi a vostra Carità il suo desiderio e domandassi un sacerdote della Compagnia, a ciò leggesse nel collegio grammatica a quelli di casa, e le domeniche e le feste predicasse a quelli del popolo di quella fortezza insieme con quelli del collegio, all’incontro del quale sono molti cristiani di san Tomaso in più di sessanta luoghi, e gli scolari di quel collegio sono figliuoli di più nobili cristiani della terra. Sono in quella fortezza che si dice Cranganor due chiese, una di San Tomaso, l’altra di San Iacomo, per le quali grandemente desiderano che la Carità vostra gli procurasse indulgenzia plenaria da sua Santità due volte l’anno, una in una chiesa, l’altra in l’altra.

Mandovi l’alfabeto di Giapan. Scrivono molto differentemente da noi, cominciando dall’alto al basso del foglio; domandando io a Paulo perché non scrivevano al modo nostro, mi rispose perché noi non scrivevamo al modo suo, dandomi questa ragione, che come l’uomo tiene la testa in alto e li piedi a basso, che così ancora l’uomo quando scrive ha da scrivere d’alto a basso. Questa informazione che io vi mando dell’isola di Giapan e di costumi di quella gente ci ha dato Paulo, uomo di molta verità. Le scritture non l’intende detto Paulo, perché sono a loro come il latino tra noi, ma di quello che contengono come sarò giunto vi aviserò. Così faccio fine, pregando la vostra santa Carità, padre della mia anima osservandissimo, con li ginocchi posti in terra, che mi raccomandiate a Iddio Signor nostro nelli vostri santi, devoti sacrificii e orazioni, che mi inspiri la sua santissima volontà e grazia per adempierla perfettamente, e finita questa inquieta vita ci conduca nella gloria del paradiso.

Di Cochin, a’ quattordeci di gennaio mille e cinquecentoquarantanove.

Item grande servizio faresti, carissimo e amantissimo padre, a Iddio Signor nostro, se con molti della Compagnia, e tra loro sette o otto predicatori, veniste nell’India, e con altri, ancor che non avessero grazia nel predicarne molte lettere, pur che avessero molte virtù e forze corporali, perché sarebbe di molta importanza che in ogniuna delle fortezze che il re di Portogallo tiene in queste bande fusse un predicator della Compagnia e un altro sacerdote che l’aiutasse nel confessare ed esercizii spirituali, e sarebbono facilmente collegii dove ricevessino prima figliuoli di Portoghesi e dipoi naturali della terra. E quando voi non poteste venire, doverreste mandare in luogo vostro alcuni altri, e in questo mezzo spero in Dio Signor nostro che del Giapan averò scritto qui all’India della disposizione che troverò in quelle parti per l’aumento della nostra fede, e potria essere che, lassando ordine nell’India nelle cose del divino servizio, ci raguniamo nel Giapan, se troveremo che sia più conveniente quella regione (come penso sarà) per l’augmento della religion nostra. E potranno col tempo, piacendo a Dio, molti della Compagnia passare alla China, e da quella alli suoi grandi studii oltra il Tarthao in Cegnico, dove vi è gran dottrina (come dice il nostro Paulo) e molti libri di stampa, di linguaggio differente dal volgare, com’è il nostro latino. Penso ancora di là scrivere all’università d’Europa, per ricordargli che non vivano tanto senza cura dell’ignoranza delle genti.

Faccendo tanto fondamento nelle lettere per informazione dell’isola del Giapan (come è detto di sopra) il padre M. Francesco Xavier, inspirato da Dio che molto saria il suo servizio se in quelle parti si mandassero operarii fideli, sentendosi nell’anima un gran desiderio di andare o mandar alcuno della Compagnia di Giesù (della quale egli è preposito nell’India) in quell’isola, finalmente si risolse d’andarvi lui stesso, e partì di Goa nel mese di aprile del millecinquecentoquarantanove, menando seco duoi altri della Compagnia e Paulo di Santa Fede con li duoi servitori fatti cristiani, come per la sua lettera intenderete.

Lettera 3

Lettera del padre maestro Francesco Xavier da Cangoxina, città del Giapan, indrizzata ad un collegio di scolari di detta Compagnia del Iesù in Coimbra di Portogallo, adì 5 di ottobre 1549.

La grazia e amor di Cristo nostro Signor sia sempre in aiuto e favor nostro, amen.

Dio nostro Signor ci condusse per sua infinita misericordia nell’isola di Giapan. Il dì di san Giovanni al tardi, l’anno 1549, ci imbarcammo in Malaccha (ch’è da secento leghe in circa lontana da Goa) per venir in queste bande in certa nave d’un mercatante gentile di nazione della China, il quale si offerse al capitan di Malaccha di condurci al Giapan, e partiti faccendoci grazia Iddio, fra molte altre, di darci commodissimo tempo. Ma perché nelli popoli gentili regna troppo la inconstanzia, cominciò il capitan della nave a mutar parere e non voler venir al Giapan, fermandosi senza bisogno nell’isole che occorevano. E quello che più grave sentivamo erano due cose: la prima che non ci aiutavamo della commodità che Iddio nostro Signor ci dava del tempo buono per navigare al Giapan, la qual presto era per finirsi, e sariamo stati sforzati di temporeggiar l’invernata nella China aspettando il vento; l’altra era le continove e molte idolatrie e sacrificii che facevano ad un idolo che portavano seco nella nave, senza poterli impedire. Gettavano le sorte spesse volte, faccendo interrogazioni se potriano andar al Giapan o no, e se durariano over mancariano i venti necessarii per la nostra navigazione, e alle volte uscivano le sorti buone e alle volte male, come credevano e dicevano. Pigliammo terra a cento leghe da Malaccha in un’isola, provedendoci di legname e cose necessarie contra le grandi tempeste del mar della China, e uscendo la sorte ch’averiamo buon tempo, senza più aspettare levorno le ancore e facemmo vela tutti con grande allegrezza, li gentili confidandosi nell’idolo che portavano nella poppa con grande venerazione, con molte candele accese, profumandolo con odori del legno di aguila, e noi confidandoci in Dio creatore del cielo e della terra e in Giesù Cristo suo figliuolo, per cui amore e servizio, desiderando l’aumento di sua santissima fede, venivamo in queste bande. Seguitando pur il nostro viaggio, tornorono di novo a gettar le sorti e dimandar all’idolo se la nave era per tornare dal Giapan a Malaccha; uscì la sorte che arrivariamo al Giapan, ma non tornariamo a Malaccha, e qui cominciò a intrar negli animi loro grande diffidenza, e non volevano andare più al Giapan, ma passare l’invernata nella China e aspettar un altro anno. Ora vedete voi il travaglio nel qual ci trovammo in questa navigazione, dependendo dal parer del demonio tutti questi suoi servi circa l’andare o non andare al Giapan, non si movendo quelli che governavano la nave se non per quello che lui per la sua sorte gli diceva.

Andando dunque assai adagio, avanti l’arrivare alla China, essendo vicini alla terra detta Cocchinchina, ci accadettero due disgrazie. L’una fu che nella vigilia della Maddalena, essendo sopra l’ancore per la grande tempesta, Manuel China che veniva con noi, trovandosi per caso aperta la sentina, cascò dentro: tutti pensavamo, per la grande caduta e per esser stato il capo e mezzo corpo sotto l’acqua un gran pezzo, che fusse morto, e così lo cavammo con gran fatica; pur volse Dio nostro Signore che non morse, ben si fece una grande ferita nel capo nel cascare, e subito fu curato. La seconda fu che una figliuola del capitano cascò nel mare, e movendosi fortemente la nave per la tempesta, e per esser molto turbato il mare, non ci fu ordine camparli la vita, e in presenzia del padre e di tutti si affogò presso alla nave: e furono tanti li pianti e gridi quel dì e la notte seguente, che era d’aver compassione dell’anime loro, e del pericolo della vita in tutti quelli che stavano nella nave. E domandando all’idolo al qual avevano sacrificato tutto il dì e la notte molti uccelli, dandogli a mangiar e bere, perché era morta la figliuola, uscì la sorte che se il Manuel nostro fusse morto, che la figliuola non cascava né si affogava. Vedete mo’ a che stavano le vite nostre, e che saria stato di noi se Iddio avesse permesso al demonio far tutto il mal che si desiderava. Questo dì nel quale ci accadettero queste disgrazie, volse Iddio nostro Signore farne grazia di sentir e conoscere per isperienza molte cose circa li terribili e spaventosi timori che ‘l demonio suol mettere quando Iddio li permette e trova gli uomini disposti, e anco li rimedii che l’uom debbe usare quando in simil travagli si trova: e benché siano notabili, pur, perché sariano lunghi da scrivere, li lascio. La somma di tutti i remedii è in tal tempo di mostrar molto grande animo al nimico, totalmente diffidandosi l’uomo di se stesso, ma solamente confidandosi in Dio e collocando tutte le sue forze e speranze in lui, e disprezzando ogni punto di paura per aver così gran difensore, e non dubitando della vittoria; e più deve temersi in simili tempi la diffidenza in Dio ch’el mal che può far il nimico.

Or tornando al nostro viaggio, cessando la fortuna levorno l’ancore e facemmo vela con assai tristezza, e in pochi giorni arrivammo alla China, al porto di Canton: tutti furono di parere di passar ivi l’invernata, cioè li marinari e il capitano, e noi solamente gli contradicevamo, con pregarli e metterli alcuna paura, dicendo che scriveressimo al capitano di Malaccha e alli Portoghesi che ne aveano ingannato, non mantenendo la promessa fatta. Volse Iddio N. S. mettergli in volontà di non fermarsi nell’isola di Canton, e levando l’ancore, camminando con buon vento che Dio ci dava verso Chincheo, porto della China, dove arrivammo in pochi giorni; ed essendo già per entrar in quello con resoluzione di far ivi l’invernata, perché già si finiva il tempo di poter navigar al Giapan, ecco che viene una vela, la qual ci dette nova che erano molti ladroni in quel porto, e che fossamo presi intrando in quello. Con queste nove e con veder li navili chinchei a una lega da noi, vedendosi il capitano in molto pericolo di perdersi, deliberò di non entrar in Chincheo, ed essendo il vento contrario in prua per tornar indrieto a Canton, e servendoci in poppa per andar al Giapan, contra la volontà sua e delli marinari e del demonio cui ministri erano, proseguimmo il viaggio, sì che il giorno della nostra Donna d’agosto 1549, senza poter pigliar altro porto, arrivammo a Cangoxina, che è il paese del nostro Paulo di Santa Fede, dove ci ricevettero con molto onore tanto li suoi parenti quanto gli altri.

Or, giunto qui in Giapan, comincierò a scriver quello che per la esperienza insino adesso abbiamo conosciuto. Primamente la gente con la qual abbiamo conversato è la miglior che insino adesso si sia scoperta, e fra infideli pare che non si troverà un’altra migliore. Generalmente sono di buona conversazione; son buoni e non maliziosi, e stimano mirabilmente l’onore più che niuna altra cosa. Communemente sono poveri, e la povertà tanto fra li nobili quanto fra gli altri non si reputa a vergogna. Usano una cosa che mi pare non si usi in luogo niuno de cristiani, la qual è che alli nobili, quantunque poveri, quelli che non son nobili li fanno tanta cortesia quanto se fussero molto ricchi, e per nissun prezzo un gentiluomo si maritarebbe con altra casata che non fusse nobile, perché li pare che in questo si perda l’onore, il qual è più stimato che le ricchezze. È gente molto cortese fra loro, e stimano e si confidan molto nell’armi: portano sempre le spade e pugnali, tanto li nobili quanto le genti basse, cominciando dalli quattordici anni. Non patisce questa gente ingiuria alcuna, né parole di dispregio; come la gente ignobile porta grande riverenza alli nobili, così tutti li gentiluomini reputano gran laude il servir al signor della terra ed esserli molto soggetti, il che mi pare che facciano più presto per non perder l’onore faccendo il contrario, che per paura di esser puniti da lui. Son temperati nel mangiare, benché nel bere siano alquanto larghi; fanno il vino di riso, perché non vi è altro in quelle bande. Non usano giuochi mai, parendoli esser grande disonore, desiderando quelli che giuocano quello che non è suo, e perché di qui si può venire ad esser ladroni. Giurano poco, e il giuramento loro è per il sole. Gran parte della gente sa leggere e scrivere, il che è gran mezzo per brevemente imparare l’orazioni e cose d’Iddio; e hanno una sola moglie. Vi sono pochi ladri, e questo per la giustizia grande che fanno di quelli che trovano rubbare, al qual vizio portano grande odio. È gente di molto buona volontà, amorevole e desiderosa di sapere; si dilettano molto delle cose di Dio, massime quando le capiscono.

Fra tutte le terre che mai ho visto de cristiani e de infideli, non ho visto gente così fidata circa il non pigliar quello d’altrui. Non adorano idoli né figure d’animali, ma molti di loro il sole e altri la luna, e credono in certi uomini antichi la più parte di loro, li quali (come ho inteso) vivono come filosofi. Si dilettano di sentir cose conformi alla ragione, e benché vi siano vizii e peccati fra loro, quando li danno ragione, mostrando esser mal fatto quello che fanno, l’accettano assai bene. Manco peccati trovo fra li seculari, e più obedienti li vedo alla ragione che gli altri che tengono per padri spirituali, quali chiamano bonzi, li quali sono molto inclinati al peccato che la natura aborrisce, e loro lo confessano: ed è tanto publico il lor vizio a tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, che per esser tanto in uso non è tenuto in odio, né di quello si spaventano né si vergognano. Quelli che non sono bonzi hanno molto caro di sentir riprender quell’abominevol peccato, parendogli che abbiamo gran ragione in dir quanto sono mali e quanto offendano Dio quelli che lo commettano. Li bonzi ripresi da noi, tutto quanto che li diciamo lo pigliano in burla e se ne ridono, non si vergognando d’esser ripresi di così brutto peccato. Tengono questi bonzi molti fanciulli nelli loro monasterii, figliuoli di nobili, alli quali insegnano a leggere e scrivere, quali gli danno occasione di tanta disonestà. Alcuni di loro si vestono in modo di frati di abiti bigi, tutti rasi capo e barba, la qual pare che ogni tre o quattro dì si radino. Questi tengono una vita molto larga: hanno congregazione di donne dell’ordine medesimo e vivono insieme con quelle, e il popolo ne ha mala opinione di loro, parendoli male tanta conversazione con loro. Dicono li secolari che, quando alcune di quelle donne si sentono pregne, pigliano medicine per sconciarsi, con le quali subito gittano fuori il parto: questo è molto publico, e a me pare, secondo quello che ho visto in un monasterio loro in questa terra, che il popolo ha molta ragione di quello che pensa. Questi vestiti a modo di frati e altri bonzi a modo di preti si vogliono male fra loro.

Di due cose ho admirazione in questa terra: una di vedere quanto gravi peccati vengano poco stimati, e la causa è perché li passati si usorono a vivere in quelli e li presenti presero esempio da loro; e da questo si comprende, fratelli carissimi, che come la continuazione de’ vizii che sono fuora della natura guasta il giudizio e affetto naturale, così la continua negligenzia nelle cose di perfezione disturba e guasta la perfezione. La seconda, vedere che li secolari vivono meglio nel suo stato che li bonzi nel suo: ed essendo questo manifesto, è cosa grande quanto siano stimati; fanno molti errori questi bonzi, e maggiori quelli che sono tenuti più savii tra loro. Ho parlato molte volte con alcuni di questi, e massime con uno il quale in queste bande tutti riveriscono, tanto per le sue lettere, vita e dignità, quanto per la età, ch’è di 80 anni; e chiamasi Ninxit, che vuol dire nella lingua giapanese Cuore di verità: è fra loro come vescovo, e se correspondesse il nome alla vita sarebbe beato. In molti ragionamenti che abbiamo avuto insieme lo trovai molto dubbioso, e non si sapeva risolvere se l’anima nostra fusse immortale o se muore parimente col corpo: più volte mi disse che sì e più volte che no; dubito che siano così gli altri litterati. Questo Ninxit è fatto amico mio, di modo che è maraviglia. Tutti, così secolari come bonzi, si rallegrano molto con noi altri, e si maravigliano grandemente in vedere come noi veniamo di tanto lontano paese come è di Portogallo al Giapan, che sono più di 6000 leghe, solamente per manifestare le cose d’Iddio, e come la gente ha da salvar l’anime loro, credendo in Iesù Cristo. Dicono che il venire noi altri in questo luogo è cosa mandata da Dio.

Questo posso dire, acciò possiate render grazie al N. S. Dio, che questa isola del Giapan è molto disposta per aumentar in quella la nostra santa fede, e se noi altri sapessimo parlar la loro lingua, non dubito che si farebbono molti cristiani; piaccia a Dio nostro Signore che la impariamo presto, perché abbiamo già gustato di quella che dichiariamo li dieci comandamenti, in 40 dì che abbiamo speso a impararla. Questo vi racconto così per il minuto acciò rendiate grazie a Iddio N. S., perché si discoprino provincie nelle quali si possino saziar i nostri desiderii, e acciò che vi apparecchiate con molte virtù e desiderii di patir molte fatiche per servir a Cristo N. S. E ricordatevi sempre che stima più Dio una buona volontà piena di umiltà, con la quale gli uomini si offeriscono a lui, faccendo offerta della vita loro per amore e gloria sua, che il servizio che senza questa fanno molti altri. E siate apparecchiati tutti quanti, perché non sarà molto inanzi di duoi anni che vi scriverò che molti di voi altri venghino al Giapan: perciò disponetevi di pigliar la umiltà, perseguitando voi medesimi in tutte le cose dove sentite o possete sentire alcuna ripugnanza, e procurando con tutte le forze che Dio vi dia a conoscere interiormente per quanto sete, e di qua cresciate in maggior fede, speranza e confidenza e amor in Dio e carità col prossimo, perché dalla diffidenza di sé medesimo nasce la confidenza in Dio, ch’è la vera. E per questa via trovarete la umiltà interiore, della quale in ogni parte arete di bisogno, ma in questa più grande che non pensate: perciò vi prego che tutti vi fondiate in Dio in tutte le vostre cose, senza confidare nel vostro potere e sapere over opinion umana, e di questa maniera faccio conto che sete apparecchiati per le gran adversità che vi possono venire, così spirituali come corporali.

Nella terra di Paulo di Santa Fede, nostro buono e vero amico, fummo ricevuti dal capitano di detto luogo e dal governatore della terra con molta benignità e amore, e così da tutto il popolo, maravigliandosi molto tutti di veder sacerdoti del paese di Portogallo. Non hanno avuto per male né si maravigliorno di Paulo che se abbi fatto cristiano, anzi lo tengono in molta riputazione e si rallegrano tutti con lui, così li suoi parenti come quelli che non gli appartengono, per esser egli stato nell’India e aver veduto cose che questi qua non hanno veduto. E il duca di questa terra si rallegrò molto con esso e ci fece molto onore, dimandandoli molte cose circa delli costumi e valore delli Portoghesi e imperio che tengono nell’India: e Paulo gli diede ragione del tutto, per il che il duca mostrò grande contentezza; e quando fu a parlar con lui, il duca era lontano cinque leghe da Cangoxina. Portò Paulo seco una imagine molto devota che portavamo con noi, e il duca ne pigliò molta allegrezza: quando la vidde, s’inginocchiò con gran riverenza avanti la imagine di Cristo nostro Signore e di nostra Donna, e adorolla con divozione, e comandò a tutti quelli che stavano presenti che facessino il medesimo. E dipoi la mostrarono alla madre del duca, la qual, mostrando molto piacerli, si spaventò in vederla. E dapoi che tornò Paulo a Cangoxina dove eramo, de lì a pochi giorni mandò la madre del duca un gentiluomo per dar ordine come li potesse far un’altra imagine come quella: e per non aver commodità di farla nella terra, si lasciò di fare; comandò ancora questa signora che ‘l domandasse a noi che gli mandassimo in scritto quello in che credono li cristiani, e così Paulo si occupò alcun giorni per farlo, e scrisse molte cose della nostra fede in la sua lingua, e gliele mandammo.

Credete una cosa, e d’essa date molte grazie a Dio, che se si apre il cammino dove li nostri desiderii si possino metter in esecuzione, e se noi sapessimo la lingua, già averessimo fatto molto frutto. Usò Paulo tanta diligenza con alcuni de’ suoi parenti e amici, predicandoli di giorno e di notte, che fu causa che sua moglie e figlia con molti suoi parenti e amici, così uomini come donne, si facessero cristiani. Qua non tengono male infino adesso il farsi cristiano, e come gran parte di essi sanno leggere e scrivere, in poco tempo impareranno le orazioni. Se piacerà a Dio nostro Signore di darci lingua per poter parlar la sua dottrina, noi faremo molto frutto col suo aiuto, grazia e favore. Adesso siamo fra loro come statue, perché parlano e praticano con noi di molte cose, e noi, per non intender la loro lingua, taciamo. E adesso ci bisogna esser come fanciulli per imparar la lingua, e piaccia a nostro Signore che in vera purità e simplicità di cuore gli invitiamo. Noi siamo sforzati in pigliar rimedii e disponerci ad esser come fanciulli, così nell’imparar la lingua, come in mostrar simplicità di fanciulli che non hanno malizia: e per questo ci fece Iddio Signor nostro singular grazia a condurci a queste parti degl’infedeli, dove ci scordiamo di noi medesimi, essendo tutta questa terra d’idolatri nimici di Cristo, e non abbiamo in cui possiamo confidarci se non in Cristo. Perché in altre parti dove il nostro Redentore, Creatore e Signore è conosciuto, le creature sogliono metter impedimento e causa di smenticarsi d’Iddio, con lo amore di padre e madre, famigliari e amici e della propria patria, e aver il necessario così in salute come in le infirmitadi, tenendo beni temporali o amici spirituali che ci aiutino nelle infirmità; ma qui in terra strana tutto quello che ci fortifica è sperar in Dio nostro Signore, mancando le persone che in spirito ci aiutino. In considerar queste tante grandi grazie che ‘l Signor nostro ci fa con altre molte, stiamo confusi in vedere la misericordia tanto manifesta che usa con noi, che pensavamo farli alcuno servizio in venir in queste parti a crescer sua santa fede, e adesso per sua bontà ci dà chiaramente a conoscere le grazie che ci ha fatto tanto grandi in condurci al Giapan, liberandoci dall’amore di molte creature che c’impedivano a tener a maggior fede, confidanza e speranza in esse. Per amore del nostro Signore aiutateci a dar grazia di tanti grandi beneficii, perché non caschiamo in peccato della ingratitudine, perché quelli che desiderano di servire a Dio, questo peccato è causa che Iddio lascia di farli maggiori beneficii. Ancora è necessario di farvi partecipi delle grazie che Iddio ci fa, per le quali ci dà conoscimento per sua misericordia, accioché ci aiutate a ringraziarlo sempre per essi, conciosiacosaché in altre regioni l’abbondanza del sostentamento corporale suole esser causa e occasione che li disordinati appetiti eschino fuori, dando molto disfavore alla virtù dell’astinenza, per il che gli uomini, così nell’anime come nelli corpi, patiscono notabile detrimento: ma Iddio nostro Signore ci fece tanta grazia in condurci in queste parti che mancano di quelle abbondanze, che, ancora che volessimo dar queste superfluità al corpo, non lo patisce la terra, perché non si mangia cosa che possa dar nutrimento. Alcune volte mangiamo pesci, riso e grano, ma non molto; vi sono molte erbe e alcuni frutti, con li quali ci mantenghiamo. La gente ci è molto sana che è maraviglia, e sonci molti vecchi: e bene si vede nelli Giapanesi come la nostra natura si sostiene con poco, benché non sia cosa che la contenti. Vivono in questa terra molto sani delli corpi: così piacesse a Dio che così fossero dell’anime.

Ancora vi fo a sapere che gran parte delli Giapanesi sono bonzi, e questi sono molto obediti nella terra dove stanno, ancora che i suoi peccati siano manifesti a tutti: e la causa è perché sono tenuti di molta stima per causa dell’astinenza grande che fanno, perché non mangiano carne né pesci, se non erbe, frutti, riso, e questo una volta il giorno e molto per regola, né bevono mai vino. Sono molti li bonzi, e le lor case molto povere d’entrata. Per questa continua astinenza che fanno, e perché non tengono conversazione con donne, specialmente quelli che vanno vestiti di nero da prete, sotto pena di perdere la vita, e per saper contare alcune istorie, o per dir meglio favole, delle cose che credono, mi pare che siano tenuti in grande venerazione. E non sarà molto, per tener noi altri tanto contrarie opinioni in sentire di Dio e come si hanno da salvare le genti, che non siamo da essi molto perseguitati più che di parole. Noi in queste parti quanto pretendiamo è in condurre la gente in cognizione di Dio nostro Signore: viviamo con molta confidenza che esso ci darà forza, aiuto e favore per condurre questo nostro proposito innanzi. La gente secolare non temiamo che ci abbia da contradire e perseguitare quanto è dalla sua parte, se non fusse per molte importunazioni delli bonzi. Noi non pigliamo differenza con essi, né per loro timore abbiamo da lasciar di parlare della gloria di Dio e della salvazione dell’anime, né essi ci possono far più male di quello che Iddio li permetterà. E il male che per loro parte ci verrà sarà bene che nostro Signor ci darà, se per suo amore e servizio e zelo delle anime ci breviarà li giorni della nostra vita, essendo essi instrumento accioché questa continua morte in che viviamo si finisca, e il nostro desiderio in breve si adimpisca. La nostra intenzione è di dichiarar e manifestar la verità, per molto che essi ci contradicano, poi che Dio ci obliga ad amar più la salute delli nostri prossimi che la propria vita corporale. Pretendemo, con l’aiuto e favor e grazia del nostro Signore, adimpir questo precetto, dandoci le forze interiori per manifestare, fra tante idolatrie come sono in Giapan, la verità sua. Vivemo con molta speranza che ci darà questa grazia, perché in tutto ci diffidiamo delle nostre forze, ponendo tutta la nostra speranza in Iesù Cristo Signor nostro e nella sacratissima Vergine Maria madre sua santissima, e nelle nove gierarchie degli angeli, pigliando per particolar capitano fra tutti essi santo Michele arcangelo, principe e defensor di tutta la chiesa militante, confidandoci molto in quello, al qual è commessa in particolar la guardia di questo regno del Giapan, raccomandandoci ogni giorno spezialmente ad esso e insieme con esso a tutti gli angeli custodi, acciò abbiano spezial cura di pregar Iddio per la conversione delli Giapanesi, delli quali sono guardiani; non lassando di invocar tutti li santi beati, vedendo tanta perdizion di anime, sempre sospirando per la salvazione di tante imagini e similitudini d’Iddio; confidando grandemente che a tutte le nostre negligenzie e mancamenti nel raccomandarci come dovemo a tutta la corte celestiale, che suppliscano li beati della nostra Compagnia che ivi stanno, rappresentando sempre i nostri poveri desiderii alla santissima Trinità. Molto ci bisogna per nostra consolazione darvi parte d’una sollecitudine grande che abbiamo, acciò che con li vostri sacrificii e orazioni ci aiutiate, perché essendo a Iddio nostro Signore manifesto tutte le nostre colpe e grandi peccati, vivemo con gran timore che non lasci di farci grazia per continuar in servirlo con perseveranzia in fin al fine, se non sarà alcuna grande emendazione in noi. E per questo ci è necessario pigliar per intercessori nella terra tutti quelli della benedetta Compagnia di Iesù con tutti li devoti e amici di essa, accioché per loro intercessione siamo rappresentati e raccomandati a tutti li beati del cielo, e principalmente al Signore di essi Iesù Cristo nostro Redentore e alla santissima Vergine Maria sua madre, accioché continuamente ci raccomandi al Padre eterno, dal quale tutto il bene nasce e procede, pregandolo che sempre ci guardi di non offenderlo, non cessando di farci continue grazie, non guardando alle nostre scelerità ma alla sua bontà infinita, poi che per suo santo servizio e amore venimmo in queste parti, come esso bene sa, essendogli tutti li nostri cuori, intenzioni e poveri desiderii manifesti, che sono di liberar le anime che tanto tempo è che stanno nelle mani di Lucifero, faccendosi da essi adorar come Dio nella terra, poi che nel cielo non fu potente per questo, e dapoi discacciato da quello, si ingegna di far la vendetta quanto può ancora nelli tristi Giapanesi.

Sarà bene che diamo conto di parte del nostro stare in Cangoxina. Arrivammo ad essa nel tempo che li venti erano contrarii per andar a Meaco, che è la principal città di Giapan, dove sta il re e li maggiori signori del regno; e non ci è vento che ci serva per ire là se non di qui a cinque mesi, e a quel tempo con l’aiuto d’Iddio vi andaremo: e ci sono di qui a Meaco trecento leghe. Gran cose si dicono di quella città: affermano che passa da 90000 case, e che ci è una università di scolari in essa, e che tiene dentro cinque collegii principali e più di dugento case di bonzi e degli altri, come frati che chiamano leguixu, e monache che chiamano hamacata. Fuora di questa università di Meaco sono altre cinque università principali, li nomi delle quali sono questi: Coia, Negru, Frazon, Homi.

Queste quattro stanno intorno di Meaco; in ogniuna di quelle dicono che vi sono più di tremiliacinquecento scolari. L’altra università è molto lontana, la quale si chiama Bandu, ch’è la maggiore e più principale del Giapan, dove vanno più scolari che a nissuna. Bandu è una signoria molto grande, dove sono sei duchi, e tra essi è uno principale al qual obbediscono tutti: e questo principale è il re di Giapan, che è il grande re di Meaco. Ci dicono tante cose delle grandezze di questa terra e università che, per poterli scriver e affirmare, vorressimo prima vederle: e se sono così come dicono, dopo che averemo visto l’esperienza, le scriveremo molto particolarmente. Oltra di questa università principale, ci dicono che vi sono molte altre piccole per il regno.

Dopo vista la disposizione del frutto che nell’anime si può fare in queste parti, non starò molto a scrivere a tutte le principali università della cristianità, per discarico delle nostre coscienze incarcando le loro, conciosiacosaché con molte virtù e lettere possono curare tanto male, convertendo tanta infidelità in conoscimento del loro Creatore, Redentore e Salvatore. Ad essi scriveremo come maggiori e padri, desiderando che ci tenghino per servi e figliuoli, il frutto che con loro favore e aiuto si può fare qua, perché quelli che non potranno qua venire favorischino quelli che si offerirano prontamente, a gloria e servizio d’Iddio e salvazione dell’anime, a participare di maggior consolazione e contento spirituale di quello che là per ventura tengono. E se la disposizione di queste parti sarà tanto grande come ci è parso, non lasciaremo di dare parte alla Santità del nostro signore, poi che è vicario di Cristo nella terra e pastore di quelli che credono in esso, e ancora che stanno disposti per venir a conoscimento del suo Redentore e Salvatore e ad essere di sua iurisdizione spirituale, non lasciando etiam di scrivere a tutti li devoti e benedetti fratelli che vivono con desiderio di glorificare Iesù Cristo nelle anime che non lo conoscono, e ad altri molti, che venghino a questa terra in questo gran regno per compir il suo desiderio, e in un altro maggiore, che è quello della China, al qual si può ire securamente, senza esser mal trattati dalli Chinesi, avendo salvocondotto dal re di Giapan, il qual speriamo in Dio che sarà amico nostro e che facilmente ci concederà questo salvocondotto. È questo re di Giapan amico del re di China, e tiene in segno d’amicizia il suo sigillo, per poter dar securtà a quelli che là vanno. Navigano molti navilii delli Giapanesi alla China, alla quale in dieci o dodici dì si può navigare.

Tenemo molta speranza che se Dio nostro Signore ci dessi dieci anni di vita, che vederessimo in queste bande gran cose per quelli che di là veniranno, e per quelli che Dio in queste parti moverà, accioché venghino in suo vero conoscimento. E per tutto l’anno del 1551 speriamo di scriver molto particularmente tutta la disposizione che qua, cioè in Meaco e nell’università, si troverà per esser Iesù Cristo conosciuto in esse. Questo anno vanno duoi bonzi alla India, li quali sono stati nella università di Bandu e Meaco, e con essi molti Giapanesi, per apprender le cose della nostra santa fede.

Il dì di san Michele parlammo col duca di questa terra, e ci fece molto onore, dicendo che guardassimo molto bene li libri dove era scritto la legge de’ cristiani, e che se era la legge di Iesù Cristo vera e buona, era molto per contristarsi il demonio di quella, perdendo parte di sua iurisdizione. Pochi giorni fa dette licenzia alli suoi vasalli, acciò che tutti quelli che volessino esser cristiani si facessino. Queste buone nove scrivo al fine della lettera per vostra consolazione, e accioché diate grazie a Dio nostro Signore. Parmi che questo inverno ci occuparemo in far una dichiarazione sopra gli articoli della fede in lingua giapanese alquanto copiosa per farla stampare, poi che tutta la gente principale sa leggere e scrivere, perché si stenda la nostra santa fede a molte parti, non potendo a tutti soccorrere. Paulo, nostro carissimo fratello, tradurrà in sua lingua fidelmente tutto quello ch’è necessario per la salvazione dell’anime loro. Adesso vi bisogna (poi che tanta disposizione si scopre) che tutti i vostri desiderii siano per manifestarvi per grandi servi di Dio nel cielo, il che farete essendo in questo mondo umili interiormente in le vostre anime e vite, lasciando la cura a Dio che esso vi darà il credito che conviene con li prossimi nella terra, e se non lo farà, sarà per veder il pericolo che incorrete, attribuendo a voi quello che è d’Iddio. Vivo molto consolato, parendomi che vederete di continuo tante cose interiori da riprendere in voi altri, che venerete in grande odio di tutto l’amor proprio e disordinato, e insieme in tanta perfezione che il mondo non averà con ragione di che riprendervi: e di questa maniera le sue laudi vi saranno una croce grande in udirle, vedendo chiaramente in quelle i vostri defetti. Così finisco, senza poter finire di scrivervi il grande amore che vi porto a tutti in generale e in particulare. E se li cuori di quelli che si amano in Cristo si potessino vedere in questa vita presente, crederei, fratelli miei carissimi, che nel mio vi vedereste chiaramente: e se non vi conosceste vedendovi in esso, saria perché vi tengo in tanta stima, e voi altri per le vostre virtù tanto vi dispregiate, che per umiltà non vi conosceresti, benché le vostre imagini siano impresse nella mia anima e cuore. Pregovi molto che fra voi sia un vero amore, non lasciando nascere amaritudine di animo. Convertite parte di vostri fervori in amarvi l’un con l’altro, e parte in desiderar di patir per Cristo per suo amore, vincendo in voi altri le contrarietà che non lascian crescere questo amore. Poi sapete quello che dice Cristo, che in questo conosce li servi suoi, se si ameranno l’un con l’altro. Dio nostro Signore ci dia a sentir dentro all’anime nostre la sua santissima volontà e grazia per adempirla perfettamente.

Di Cangoxina, a’ cinque di ottobre millecinquecentoquarantanove.

Vostro tutto in Cristo Iesù Signor nostro Francesco Xavier.

Lettera 4

Copia d’una lettera del padre Francesco Perez, che sta in Malacca, adì 16 novembre 155O, per li fratelli del Capo di Comorin.

Le cose di Giapan sapete largamente per le lettere del padre nostro Francesco Xavier, il qual s’è partito di qua con suoi compagni l’anno 1549, come ho già scritto l’anno passato. Stavamo aspettando con molta sollecitudine la nova molto desiderata di esso, e stando già quasi senza speranza che venissero navilii di Giapan, per finirsi già il tempo per poter venir da esso a questo porto di Malacca, un mercoledì per la mattina, a’ 2 d’aprile di questo anno del 50, giunse un navilio a questo porto, col qual ci allegrammo molto, non solamente li fratelli, ma etiam tutta la città. E il capitano, subito che sentì le nove, mandò a chieder la buona man, stando io dicendo messa nella Misericordia. Finita la messa, me n’andai alla chiesa maggiore, dove era il capitano don Pietro de Silva, che stava come fuori di sé del piacere, e mi disse che saria buono far una processione, e lo disse al vicario, che non era manco allegro: e subito concorse tutto il popolo in processione a Nostra Donna del Monte, che è dell’invocazione delle piaghe, e il padre vicario, che allora era don Vicenzo Viegas, disse una messa cantata della nostra Donna.

Nel navilio venivano quattro Giapanesi, li quali furono molto ben alloggiati in casa d’un uomo cristiano chino, e molti uomini portoghesi di questa città gl’invitorono molte volte: venivano a nostra casa, e gl’insegnavamo le cose della nostra santa fede, insino a tanto che molto contenti ricevetteno l’acqua del battesmo, il dì della Ascensione. E due di essi fece vestir il capitano, e gli altri due Pietro Gomez di Almeida, e il medesmo capitano fu suo patrino, e il vicario li battezzò con molto onore e solennità, quanta si poté fare in Malaccha. E li tre di essi si ritornorno alla China e di lì al Giapan, e l’altro si fermò qui in casa nostra fin adesso, il qual, per averne molto desiderio, va a Goa. Qui per grazia d’Iddio si fa molto frutto in insegnar alli figliuoli ed esortar li grandi, in sentir confessioni e ministrar il santissimo Sacramento e aver alcune pratiche con li gentili, giudei, mori, molti delli quali vengono in conoscimento di nostra santa fede. Fra li quali venne uno ch’era sacerdote fra loro degl’idoli, che chiamano Iogue, uomo vecchio di cento e sette anni, secondo che diceva, e così pareva essere: questo si fece cristiano di buona volontà con due figliuoli e una moglie, il qual visse dopo il battesmo sei mesi, e morì credendo nella fede di Iesù Cristo; benché la cosa costò assai fatica, perché uno anno andammo in ragionamento con esso.

Lettera 5

D’una lettera del padre Giovanni d’Albera che sta in Maluccho, di 5 di febraro del 1549, per il rettore di Santo Paulo di Goa.

Sono queste isole dove ci mandò il padre nostro maestro Francesco molto populate di molte genti di diverse lingue, e terra la maggior parte molto sana e fertile per la temperanzia dell’aria, tanto che per la fertilità di essa gli uomini sono poveri, per non darsi a lavorar e seminar così vino come pane e altre cose. È gente che tiene diverse cerimonie e sette, gentili e mori, e così infino adesso la setta di Macometto ha cresciuto infra loro. E con tutto che li convertiti alla nostra santa fede siano molti, ne si lasciano di moltiplicar insin adesso molti più per timor de’ mori, perché quelli che si convertono adesso cominciano a patir persecuzioni da essi per Cristo, e dove non giunge il favor di Portoghesi, lasciano molti di venir alla nostra fede per timor delli mori, e ancora per non aver chi semini fra loro la parola di Dio. Li gentili sono più facili a domar, e di questi s’hanno convertite tre provincie, le quali stanno cinquanta e sessanta leghe da questa fortezza, ch’è insino dove può arrivare il favor delli Portoghesi. In queste provincie di gentili si fa molto frutto, battezzando li figliuoli e insegnandoli sempre le cose della nostra fede, e levando li loro mali costumi della loro idolatria.

Il re di Maluccho è il più potente fra gli altri di queste isole: publicò che voleva far un figliuolo cristiano, e così lo disse al padre nostro maestro Francesco al tempo che stava qui, e poi a me lo disse a’ 25 di febraro nel 1549, che venne alla fortezza e parlò col capitano e meco, e confermò di voler adempir quello ch’avea promesso, ch’era far uno suo figliuolo cristiano. E sopra questo scrisse a sua Altezza a Portogallo, e pregò il capitano e me che gli scrivessimo: e così lo scrivo al padre messer Simone, acciò dia conto di questo a sua Altezza. Spero ancora che si faccia cristiano il figliuolo primo, ch’è principe e signore della maggior parte dell’isole o quasi tutte, quante che sono in queste parti fino al Mazachar, donde ci sono già molti cristiani. Promesse questo re al capitano e a me di mandar a Goa questo suo figliuolo al collegio di San Paulo, e adesso questo anno che viene lo manderà con questo capitano ch’è molto suo amico, e menarà seco alcuni figliuoli di uomini principali. Il governatore dell’India li mandò questo anno una provisione che sia re e signore di tutti li cristiani che si faranno, e di questi ch’acquisterà con l’aiuto di suo padre e delli Portoghesi, e ancora di quelli che sono già convertiti: e questo faccendosi esso cristiano, e in caso che il principe si convertisse, voleva questo re che sua Altezza tenesse per bene che esso fusse signore di tutti li cristiani che da qui innanzi si convertissino, e che l’altro che adesso si convertirà fusse signore di tutti quelli che sono cristiani.

Stiamo adesso il fratello Nicolò e io qui in questa fortezza, dove venimmo ammalati; dipoi ch’io sono guarito, ho aiutato al prelato questa quaresima; dipoi tornai a visitar li cristiani. Predico uno dì di settimana alle donne cose della nostra santa fede, per comandamento così del padre maestro Francesco, e insegno la dottrina cristiana tutti li giorni alli figliuoli e alli schiavi de’ Portoghesi, alli novi cristiani, e così alli medemi Portoghesi si fa molto frutto. Le donne, ancor che siano nuove cristiane, sono capaci per ricevere li sacramenti, e alcune di esse si confessano e ricevono la santa Eucaristia in alcune feste dell’anno, e molti Portoghesi ogni otto giorni; le donne, con li loro parenti e li naturali, ci aiutano molto a condursi alla nostra santa fede.

Il fratello Nicolò insegna a leggere e scrivere e buoni costumi alli figliuoli. Qua io parlai con un uomo per comandamento del padre maestro Francesco, accioché certa sua robba applicasse a far una casa dove s’insegnasse la dottrina cristiana. Come ci disse, ebbe apiacer molto di farlo, e così lasciò la sua robba per far un collegio dove s’insegnasse a leggere e scrivere a tutti li figliuoli delli cristiani, così portoghesi come quelli che nuovamente si sono convertiti alla nostra santa fede, e voleva che la Compagnia pigliasse la cura di questo, per più servizio d’Iddio nostro Signore, e quando che l’ospitale della Misericordia lo riceverà, per spender in questa opera pia d’insegnar alli semplici dandoli da mangiar e vestire a quanti basterà la detta robba, sì a questi della terra come a quelli dell’altre isole che nuovamente veniranno alla nostra fede, e che qui insegnamo in certe case nuove, quali per tal effetto si son fatte, e ne faremo dell’altre come meglio ci parerà. Qui stanno alcuni figliuoli delli cristiani della isola del Moro a imparare, che sono li principali di quelle terre, con li loro schiavi che ancor imparano.

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