日本のムッソリーニ?

歴史家であり小説家でもあるアンジェロ・パラティコが、銀杏エディツィオーニ社から出版された新刊『日本のムッソリーニ』を紹介する。本書は、歴史的な言及を多く含む短編小説である。こうして初めて、1945年4月28日にジュリーノ・ディ・メッツェグラで殺された男はベニート・ムッソリーニではなく、替え玉であった可能性が暴露された。
これによって、晩年のムッソリーニの行動の一貫性のなさや、彼の最期の状況にまつわるすべての謎が説明されることになる。コモの後、決断を下す際の彼の明晰さの欠如は不可解に思えるし、ロレート広場に到着した時、彼の顔はすでに醜くなっていた。そして、なぜ彼が密かに射殺され、数キロしか離れていないドンゴの湖畔に連れて行かれず、そこで、他の階長たちや不運なヒッチハイカーと一緒に、平然と処刑されたのかは定かではない。
1945年4月25日、ミラノでムッソリーニには何度か助かるチャンスがあったが、彼はそれを得ようとはしなかった。まず第一に、彼はスフォルツェスコ城に閉じこもり、連合軍が到着するのを待った。パルチザンは重火器を持っていなかったので、これを奪うことはできなかっただろう。ヴィットリオ・ムッソリーニが提唱したもうひとつの逃走ルートは、ゲディ空港に駆け込み、スペイン行きのSM79に乗り込むことだった。ムッソリーニはスイスが彼を通さないことを知っていた。
ムッソリーニは、スイスが彼を通さないことを知っていた。別の脱出ルートも検討されていたが、それははるかに複雑で、絶対的な秘密が不可欠な条件だった。それは潜水艦を使うというものだった。この計画は、フランスのベータソム基地の責任者であったエンツォ・グロッシ(1908-1960)によって準備されていた。グロッシ司令官自身、『Dal Barbarigo a Dongo』と題された今では入手不可能な回想録の中で、これらの準備について言及している。グロッシは勇敢な海の男であったが、1942年5月20日、ブラジル沖で彼が指揮した潜水艦バルバリゴで2隻のアメリカ戦艦を撃沈したという嘘をつき、2つの金メダルと1つの銀メダル、そして2つのドイツ戦十字勲章と引き換えに新聞を騙したという不当な非難を受けた恨みで、若くして死んだ。
戦後、提督の委員会は彼のケースについて議論し、不正行為を非難したが、異なる時間帯を考慮することを忘れていた。アントニーノ・トリッツィーノが1952年に出版した著書『船と肘掛け椅子』で示したように、グロッシは2隻の大型敵艦を撃沈したが、それは彼が考えていたようなものではなかった。潜水艦の潜望鏡を通して見ると、危険な行動の最中で、海が荒れているとき、すべての船を識別するのは難しい。
共和国大統領令により、彼は勲章を剥奪された。グロッシは猛烈に抗議したが、1954年10月、大統領に宛てた手紙が原因で、「国家元首を侮辱した」として5カ月と10日の禁固刑を言い渡された。グロッシは、ファシスト党の党章を受け入れず、ユダヤ人女性と結婚していたが、彼女は宗教の実践をやめなかった。グロッシはかろうじて彼女をSSから引き離すことに成功したが、SSは彼女を釈放し、子供たちのいる家に帰らせた。
ムッソリーニのための潜水艦』と題された彼の著書の第十一章で、グロッシは、トゥッリオ・タンブリーニが、ムッソリーニを救出するために大型潜水艦を建造することで日本の同盟国と合意し、その計画の中で彼はその潜水艦を指揮し、太平洋に連れて行くことを彼に明かしたと語っている。タンブリーニはこの計画をムッソリーニに話したが、ムッソリーニはこの計画には関わりたくないと答えた。このことは、1945年2月にムッソリーニ自身がグロッシに会い、彼の努力に感謝したときに確認された。そしてこう付け加えた。私の星は沈み、私の使命は終わったのだ。
1950年にアルゼンチンで出版された『ムッソリーニが私に語った』と題された回想録の中で、共和ファシスト党副書記長で元ヴェローナ連邦議員のアントニオ・ボニーノも、こうした計画の存在を認めている。
知られているのはこれだけのようだが、パラティコによれば、このメカニズムは製作者の意志とは関係なく動き続け、海洋潜水艦ルイジ・トレッリの指揮をドイツ人に任せることで適応させたという。そこでムッソリーニは、1945年4月25日の昼下がり、日本の外交官が運転する車に乗せられ、トリエステまで連れて行かれ、そこで、日本から連れ戻された後、港で待っていた潜水艦トレッリに乗り込み、実際に戻った。1945年9月、アメリカ軍によって東京湾の前で撃沈された。
代わりの歴史はさておき、小説に目を向けると、この本はよく読み応えがあり、何年か前に読んだ同じようなテーマと展開の別の本を思い出させた。著者はベルギーの偉大な作家であり中国学者であるシモン・レイス(ピエール・リュックマンス)で、タイトルは『ナポレオンの死』であった。レイスは、セントヘレナに幽閉されていたナポレオンが替え玉によってフランスに戻され、その姿を想像した。様々な波乱の後、ナポレオンはパリのオルトラーナとベッドを共にすることで「普通の男」の生活を強いられる。一方、キャベツや野菜に囲まれて、彼は復讐を実行するために密かに働いたが、やがて病に倒れ、死んだ。ナポレオン叙事詩を研究してきた者は皆、レイスのこの奇想天外な空想に衝撃を受ける。
著者の描くムッソリーニは、悲しみと罪悪感にさいなまれ、頻繁に涙を流す。無政府主義者で無一文の社会主義者であった若い頃を思い返し、パルチザンとして山に登り、侵攻してくるドイツ軍に同行するのではなく、ドイツ軍と戦うべきだったと考える。彼の苦しみと後悔は、日光の古い仏教寺院の塀の中で部分的に癒されるだけである。
著者のアイデアは非常に独創的で、これまでにないものだ。そして、このわずかな本で、彼は彼だけでなく、彼自身についても深い知識を持っていることを示している。

Ambrogio Bianchi

Mussolini in Giappone?

RECENSIONE DI AMBROGIO BIANCHI Angelo Paratico, storico e romanziere, nei prossimi giorni presenterà il suo ultimo libro, pubblicato dalla Gingko Edizioni e intitolato “Mussolini in Giappone”. Si tratta di un romanzo breve, contenente una notevole quantità di riferimenti storici. Viene così esposta, per la prima volta la possibilità, secondo noi non del tutto peregrina, che l’uomo ucciso a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, non fu Benito Mussolini, ma un sosia.

Questo spiegherebbe l’incoerenza di certi suoi comportamenti, nei suoi ultimi giorni e tutti i misteri che ancora circondano le circostanze della sua fine. Pare inspiegabile la sua scarsa lucidità nel prendere decisioni dopo Como, e il fatto che il suo viso apparve sfigurato già all’arrivo a Piazzale Loreto. E non si capisce perché venne fucilato di nascosto e non portato sul lungolago di Dongo, distante solo pochi chilometri e lì giustiziato, in bella vista, assieme agli altri gerarchi e a uno sfortunato autostoppista.

A Milano, il 25 aprile 1945, Mussolini ebbe varie opportunità per mettersi in salvo, ma non volle coglierle. Prima fra tutte quella di chiudersi nel Castello Sforzesco e attendere l’arrivo degli Alleati. I partigiani non disponevano di armi pesanti e non sarebbero mai riusciti a espugnarlo. Un’altra via di fuga, caldeggiata da Vittorio Mussolini, fu una corsa sino all’aeroporto di Ghedi, per salire su di un SM79 che lo avrebbe portato in Spagna. La Svizzera, contrariamente a ciò che si crede, non fu mai un’opzione, Mussolini sapeva che non lo avrebbero mai lasciato passare.

Sul tavolo stava anche un’altra via di fuga, assai più complessa e per la quale la segretezza più assoluta era una condizione indispensabile. Questa prevedeva l’utilizzo di un sommergibile. Tale piano era stato approntato da Enzo Grossi (1908 -1960), un abilissimo e pluridecorato sommergibilista, che in Francia era stato a capo della base di Betasom. A tali preparativi accennò lo stesso comandante Grossi nelle sue memorie, ormai introvabili, intitolate “Dal Barbarigo a Dongo”.  Grossi fu un coraggioso uomo di mare che morì giovane, consumato dall’amarezza per essere stato ingiustamente accusato di aver imbrogliato le carte in cambio di due medaglie d’oro, una d’argento e due croci di guerra tedesche. Lo accusarono di aver mentito sull’affondamento di due corazzate americane, con il sommergibile Barbarigo da lui comandato, il 20 maggio 1942, al largo delle coste brasiliane.

Una commissione di ammiragli, dopo la guerra, discusse il suo caso, accusandolo di frode ma dimenticando di tenere conto dei diversi fusi orari. Come dimostrò Antonino Trizzino nel suo libro “Navi e poltrone” uscito nel 1952, Grossi affondò due grandi navi nemiche, ma non erano quelle che lui pensava. Viste dal periscopio d’un sommergibile, nel mezzo di una rischiosa azione e con il mare mosso, tutte le navi sono difficili da identificare.

Un decreto del Presidente della Repubblica lo privò delle sue decorazioni. Lui protestò con veemenza e, nell’ottobre del 1954, a causa di una sua lettera indirizzata al Presidente, fu condannato a  5 mesi e 10 giorni di reclusione per ‘vilipendio del capo dello Stato’.  Grossi aveva militato nella RSI, pur non avendo mai accettato la tessera del partito fascista ed era sposato con una donna ebrea, che non smise di praticare la propria religione. Riuscì a stento a sottrarla alle SS, che la rilasciarono, permettendole di tornare a casa dai loro bambini.

Nel capitolo XI del suo libro, intitolato “Un sommergibile per Mussolini”, Grossi racconta che Tullio Tamburini gli rivelò di essersi accordato con gli alleati giapponesi per approntare un grosso sommergibile, al fine di metterlo in salvo, e nei suoi piani sarebbe stato proprio lui a comandarlo, portandolo nel Pacifico. Tamburini accennò a Mussolini di quel piano, ma gli rispose che non ne voleva sapere. Questo fu confermato da Mussolini stesso quando incontrò Grossi, nel febbraio 1945 e lo ringraziò per i suoi sforzi. Poi aggiunse: “Non sono interessato a vivere come un uomo qualunque. Vedo che la mia stella è al tramonto e che la mia missione è conclusa…”.

L’esistenza di questi piani fu confermata anche dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano ed ex federale di Verona, Antonio Bonino, nelle sue memorie, intitolate “Mussolini mi ha detto” uscito in Argentina nel 1950.

Questo è quanto se ne sa ma, secondo Paratico, il meccanismo continuò a muoversi, indipendentemente dalla volontà degli  ideatori e fu adattato, affidando  il comando del sommergibile oceanico Luigi Torelli a un tedesco. Dunque, Mussolini, nel primo pomeriggio del 25 aprile 1945, sarebbe stato prelevato da un’auto guidata da un diplomatico giapponese che lo portò a Trieste, dove s’imbarcò sul sommergibile Torelli, che lo attendeva nel porto, dopo che era stato fatto rientrare dal Giappone, dove si trovava e dove effettivamente ritornò. Tale sommergibile fu affondato dagli americani nel settembre 1945, davanti alla baia di Kobe. dove ancora si trova.

Mettendo da parte la storia alternativa e passando al romanzo, dobbiamo dire che questo libro si legge bene e  me ne ha ricordato un altro, avente un tema e uno sviluppo simile, che lessi alcuni anni fa. L’autore fu il grande scrittore e sinologo belga, Simon Leys (Pierre Ryckmans), ed era intitolato: “La morte di Napoleone”. Il Leys immaginava la sostituzione con un sosia al Napoleone confinato a Sant’Elena e un suo ritorno, in incognito, in Francia. Dopo varie peripezie, Napoleone è costretto a una vita da “uomo qualunque” dividendo il letto con una ortolana parigina. E, intanto, fra i cavoli e gli ortaggi, lavorava segretamente per compiere le sue vendette, ma infine s’ammalò e morì. Tutti coloro che hanno studiano l’epopea napoleonica restano colpiti da questa bizzarra fantasia del Leys, che ha il merito di aggiunge una nuova sfaccettatura, un nuovo punto di meditazione, su questa figura storica.

Il Mussolini che l’autore descrive è segnato dal lutto e dai sensi di colpa, ha frequenti crisi di pianto. Ripensando alla sua giovinezza da anarchico e squattrinato socialista, pensa che avrebbe dovuto salire sulle montagne come partigiano e poi lottare contro al tedesco invasore, invece di assecondarlo. La sua sofferenza e i suoi rimpianti vengono solo parzialmente leniti fra le mura di un antico tempio buddista, a Nikko.

L’idea dell’autore è assai originale e mai prima esplorata. E con questo scarno libro mostra di possedere una profonda  conoscenza non solo di quell’uomo, ma anche dell’uomo.

Ambrogio Bianchi

 

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Sir Oswald Mosley. Le Fake News sono antiche quanto l’uomo

Questo articolo è uscito il 21 MAGGIO 2019  sul blog di Dino Messina, La Nostra Storia, Corriere della Sera.  Vi si racconta uno dei sorprendenti aneddoti relativi alla vita di Sir Oswald Mosley (1896-1980); uno degli uomini più grandi del XX secolo, ma anche uno dei più diffamati, da una stampa anglosassone asservita al denaro e manovrata da uomini politici meschini e ciechi.  La sua autobiografia LA MIA VITA si trova ora in libreria, è una lettura interessante e istruttiva, perfetta per gli ozi estivi, per sognare e per stimolare la propria mente. Il suo principale messaggio è: LE FAKE NEWS SONO ANTICHE QUANTO L’UOMO.

Il 31 agosto 1923 alcune navi italiane bombardarono l’isola greca di Corfù e sbarcarono 10.000 soldati coperti da aerei che mitragliavano a bassa quota. Il bombardamento durò una quindicina di minuti e uccise 16 civili, ferendone 30. Si sparse la voce che anche dei cittadini britannici fossero fra le vittime e questo provocò grande indignazione. Mussolini disse che Corfù era stata per secoli veneziana e dunque ora era italiana. Quel bombardamento fu il culmine d’una crisi che risaliva al trattato di Londra, prima della Grande Guerra e apparteneva al tema della “vittoria tradita” che fece seguito al Trattato di Versailles. La diplomazia italiana e quella britannica vennero prese in contropiede da quel colpo di testa di Mussolini, ma nessuno reagì. Eppure Mussolini rischiò moltissimo, più di quanto immaginò e uno dei parlamentari inglesi più attivi nel volergli dare una lezione fu Sir Oswald Mosley, oggi considerato, a torto, il Mussolini inglese.
Oswald Mosley (1896-1980) entrò nel Parlamento inglese molto giovane, subito dopo essere tornato dalla Prima Guerra mondiale, dove aveva combattuto nell’aria e nelle trincee, a Ypres e a Loos. Nelle sue memorie, che stanno per uscire presso Gingko editore di Verona, troviamo molte notizie inedite e curiose. Fu un ufficiale di cavalleria a 18 anni, nello stesso corpo dei 600 che avevano caricato a Balaclava, durante la guerra di Crimea e racconta come la maggior preoccupazione sua e dei suoi commilitoni era di non riuscire ad arrivare abbastanza in fretta al fronte, per partecipare alla guerra. Giunti in Francia furono fatti smontare e finirono nelle trincee, dove morirono quasi tutti. Mosley si salvò perché s’offrì volontario come osservatore, dietro al pilota, sugli aerei di tela e legno che volavano sopra alle trincee tedesche. Con una gamba fuori uso entrò in politica nel 1918 con l’idea di porre fine a tutte le guerre e di offrire degli alloggi e un lavoro decente ai reduci. Per promuovere la pace in Europa s’impegnò molto nella Lega delle Nazioni, volendo creare un’Europa unita fondata sulla pace, il rispetto e la solidarietà fra le nazioni. Questa restò la sua costante missione, la sua stella polare, sino al giorno della sua morte.

Torniamo a Corfù. Siamo nel 1923 e Sir Oswald Mosley era già un parlamentare rispettato e temuto per via delle sue qualità retoriche e per la sua grande capacità di lavoro. Aveva da poco sposato Cimmie Curzon, la bella figlia del Viceré dell’India, Lord Curzon, nonché ministro degli Esteri della Gran Bretagna.
Ecco cosa racconta nelle sue memorie a proposito del nuovo primo ministro italiano, Benito Mussolini “La Lega fu infine distrutta, a tutti gli effetti, nel 1923 da Mussolini, che aveva un pericoloso surplus di qualità così carenti negli altri statisti. Ricordo che allora fece un discorso rabbioso e molto offensivo, nel senso che aveva trionfato come un autista ubriaco, non per la sua abilità, ma perché tutti i guidatori sobri s’erano preoccupati di togliersi di mezzo. Infatti, il suo bellicoso enunciato copriva il ritiro dei sostenitori pusillanimi della Lega. Io ero stato tutto per l’azione, e così a rendergli giustizia è stato anche Lord Robert Cecil. Non so se Mussolini fosse stato a conoscenza di queste cose, all’epoca, anche se seguiva abbastanza da vicino i dibattiti in altri paesi, ma probabilmente non era a conoscenza dell’azione che volevo intraprendere, e non ne abbiamo mai discusso quando lo conobbi, successivamente.”
Mosley, assieme al suo capo partito, Lord Cecil, si mosse per un intervento, prima diplomatico e finanziario e poi se necessario armato, della Lega contro all’Italia. Infatti, precisa che: “Mussolini si prese un grosso rischio, quando non aveva il potere di far saltare in aria un castello di carte. La fece franca perché chi aveva il potere difettava di coraggio. Mussolini bombardò l’isola di Corfù e uccise un certo numero di persone protette dalla bandiera britannica. A quel tempo Lord Robert Cecil era a una riunione della Società delle Nazioni, a Ginevra, il signor Baldwin, primo ministro, era ad Aix-les-Bains durante la sua consueta vacanza per prendere le acque, e io ero alla mia consueta vacanza, a Venezia, per godere della bassa stagione. La scena veneziana fu in qualche modo influenzata dall’atmosfera generale, perché alcuni festosi giovani con le camicie nere nuotarono sino a uno yacht inglese e gli misero una bomba, che causò danni considerevoli, ma per fortuna non ferì nessuno degli occupanti. Non è questo il luogo per far rivivere l’origine del litigio – allora sapevo poco e m’importava meno di Mussolini, delle sue camicie nere o del fascismo – ma devo ricordare che a me, giovane M.P. inglese la condotta del leader italiano e dei suoi sostenitori appariva un oltraggio. Questo era il momento, se mai ce ne fu uno, di far applicare l’articolo 16 a Ginevra e di stabilire una volta per tutte l’autorità della Lega…Mussolini era salito al potere solo di recente e non aveva forze armate adeguate, le sue finanze erano deboli e la lira vacillava. Se fosse stato applicato l’articolo 16, probabilmente non sarebbe stato necessario fare di più che assicurare il ritorno dei suoi ambasciatori dal Paese di ogni membro della Lega, il che avrebbe subito causato il crollo della moneta italiana.”
Gli sforzi energici di Mosley e Cecil si scontrarono con il pacifismo a tutti i costi di Baldwin che non voleva scocciature, infatti: “Lord Cecil decise subito di recarsi ad Aix-les-Bains, mentre io rimanevo a Ginevra. Stava per chiedere a Baldwin l’autorizzazione per far scattare l’articolo 16. Ma tornò indietro, assai scoraggiato. Aveva trovato la figura pietosa del leader conservatore compiaciuto e immerso in acque termali, mostrando scarso interesse per gli eventi internazionali. Più del solito, la flebile fiamma di quello spirito aveva tremato alla notizia che la gente sotto alla bandiera britannica era stata uccisa da quello che ci sembrava un atto di pirateria internazionale. Baldwin diede a Cecil l’incredibile risposta che doveva usare il proprio giudizio a Ginevra e fare quello che riteneva opportuno. Ma il Primo Ministro britannico non avrebbe preso alcuna decisione e non si assumeva alcuna responsabilità.”
Lord Cecil, che non aveva gli attributi del suo antenato, il fedele servitore della regina Elisabetta I, e non ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità di quel passo e Mussolini la fece franca. Se fosse intervenuta la Lega in quel momento, verosimilmente, sarebbe stata la fine per Mussolini e per il fascismo in Italia. La conclusione finale di Mosley circa questo episodio è amara, ricordando il pasticcio fatto da Chamberlain nel 1939: “Erano riluttanti a stabilire l’autorità della Lega con un atto di fredda volontà, fortificati dal tranquillo calcolo che avevano ogni prospettiva di vittoria, e il loro avversario non ne aveva alcuna. Eppure, uomini di questo tipo nel 1939, in una condizione di forte emotività, furono disposti a rischiare il proprio Paese, l’Impero, la vita dell’Europa e della civiltà mondiale, quando con ogni freddo calcolo tutte le probabilità erano contrarie. Hanno perso l’occasione quando era facile, e l’hanno accettata quando era disperata; ma a che costo! Sentimenti morali forti sono certamente necessari per una grande azione, ma dovrebbero essere sempre esercitati con realismo.”

Angelo Paratico

Oswald Mosley, pacifista o traditore? Presto in libreria la sua Autobiografia

 

Oswald Mosley nel 1915

La nostra casa editrice sta per pubblicare la sua Autobiografia, prima edizione inglese nel 1968. Uscita prevista: maggio 2019.

In Italia conosciamo Oswald Mosley (1896-1980) come il fascista britannico amico di Mussolini, e l’antisemita che la pensava come Hitler, ma forse meriterebbe d’essere rivalutato, perlomeno per una parte della sua azione politica. Appartenente alla nobiltà britannica, Sir Oswald Ernald Mosley, barone di Ancoats e Avonsdale, durante la prima guerra mondiale s’arruolò nel 16mo lanceri della regina e, combattendo in trincea, fu ferito alla battaglia di Loos, dove perse tutti i propri camerati.

Ritornato alla vita civile, nel 1920 Mosley sposò Lady Cynthia Curzon, la seconda figlia del conte Curzon di Kedleston, (1859–1925), che era stato viceré d’India e poi ministro degli Esteri del Regno Unito. Viaggiò in India con lei, dove ebbe modo d’incontrare Gandhi, che Mosley chiamava il “Santo Indiano” e partecipò a una sua conferenza: i due si piacquero subito e definì l’indiano una “persona di sottile intelligenza e di grande umanità.”

Uno dei segreti del successo di Mosley fu la forte attrazione che esercitava sulle donne. Era alto, dal portamento regale e fu uno dei più grandi oratori del regno. Fu eletto al Parlamento britannico fra i conservatori ma poi cambiò schieramento, diventando un indipendente, per approdare fra i laburisti. Fu il più giovane deputato che il Parlamento britannico avesse mai visto in 200 anni e lo fu dal 1918 al 1931. Pur essendo un aristocratico, divenne il campione del Partito Laburista e ministro con responsabilità speciali per la riduzione della disoccupazione durante la Grande Depressione, associandosi al movimento socialista del “fabianesimo”. Quando le sue proposte di far ripartire l’economia del Regno Unito furono respinte, divenne l’unico ministro britannico a dimettersi sulla questione fondamentale della lotta alla disoccupazione. Eppure, la sua proposta nota come il “Mosley Memorandum” sarebbe stata molto efficace. Prevedeva alte tariffe sull’importazione di beni di consumo, per difendere l’industria Britannica; la nazionalizzazione delle principali industrie statali e un grande programma di opere pubbliche, che avrebbe certamente risolto il problema della disoccupazione. Nel 1961, Richard Crossman descrisse il suo programma con queste parole: “Questo brillante programma era avanti di una generazione rispetto alla mentalità corrente del partito laburista.” Il suo motto fu: “La guerra alla povertà è la sola guerra che vogliamo”. Si convinse che per via parlamentare non avrebbe mai ottenuto nulla e, in cerca di soluzioni radicali, s’avvicinò al fascismo di Mussolini, fondando un proprio partito di destra, il BUF che non fu davvero antisemita ma anti-sionista, anti-finanza internazionale, nazionalista e protezionista. Ebbi modo di parlare per pochi secondi, nel 1997 a Hong Kong, al leggendario giornalista inglese Bill Deedes, al quale chiesi di Oswald Mosely e lui, scuotendo il capo, disse che ebbe tutto ma buttò tutto via per quella sua passione per Mussolini e che, senza quella sua fissazione, avrebbe potuto diventare primo ministro al posto di Winston Churchill.
Lady Curzon morì nel 1933 di setticemia e Mosley, nel 1936, si risposò con Diana Mitford, che fu definita dallo scrittore James Lees-Milne, “La cosa più prossima alla Venere di Botticelli che abbia mai visto.”
Ricordando gli orrori della Prima guerra mondiale, tentò in tutti i modi di fermare la discesa del proprio Paese verso una nuova guerra, battendosi per non dare un assegno in bianco alla Polonia e per far accettare le offerte di pace avanzate da Hitler. Fu certamente in questi frangenti che anche Benito Mussolini cercò di mediare una pace, anche se poco sappiamo di ciò che davvero avvenne dietro alle quinte, poiché le carte che Mussolini cercò di usare a propria discolpa, furono poi fatte sparire dagli inglesi, dopo la sua uccisione sul lago di Como.

Il 22 maggio1940 il governo britannico approvò il Regolamento di Sicurezza 18B, una legge che dava facoltà al ministro degli Interni d’imprigionare chiunque senza processo, se sospettato di “mettere in pericolo la sicurezza del Regno.” Il giorno seguente Mosley fu arrestato con altri dirigenti del BUF, inclusa sua moglie e furono chiusi in prigione. Uscirono nel novembre del 1943, una decisione che provocò molte proteste: in molti avrebbero visto di buon occhio la loro impiccagione! Si trasferirono in Francia nel 1951, dove rimasero per tutta la vita, visitando di tanto in tanto i loro vicini, il Duca di Windsor e Wally Simpson. Chi voglia sentire parlare Mosley può digitare il suo nome su YouTube e seguirlo, ormai anziano, tener testa al pubblico e agli intervistatori, come un grosso cinghiale assediato da cani da caccia. Con l’inizio della Seconda guerra mondiale tutti gli “appeasers” ossia coloro che avevano cercato la pace con la Germania, vennero attaccati come traditori e anche coloro che non furono incarcerati, ebbero la propria carriera tarpata.
Eppure, una pace negoziata per la Gran Bretagna e la Francia sarebbe stata di gran lunga l’opzione migliore, nonostante le apparenze. Forse è vero, come sostiene Victor Suvorov, un ex ufficiale del KGB, che il vero iniziatore della II Guerra Mondiale fu Stalin, non Hitler, avendogli gettato l’esca del Patto Ribbentrop-Molotov alla quale Hitler abboccò. Stalin lo fece ben sapendo che questo avrebbe scatenato la guerra fra il dittatore tedesco e le altre potenze
europee. Una volta che queste nazioni avrebbero finito di scannarsi a vicenda, l’Armata Rossa sarebbe intervenuta come un rullo compressore, occupando tutta l’Europa.

Dicevamo che alla Francia e alla Gran Bretagna nel 1939 conveniva la pace. Ecco in sintesi i motivi: avrebbero avuto tempo di riarmarsi; sarebbe rimasta aperta una strada di fuga per gli ebrei perseguitati in Germania verso la propria salvezza, ricordiamo che prima del 10 giugno 1940 migliaia di ebrei s’imbarcarono da Genova verso altri Paesi, che concessero loro un visto. Adolf Hitler era un ideologo, non un politico come Mussolini e Churchill. La sua idea fissa era di distruggere l’Unione Sovietica e l’invasione della Polonia (che agì in maniera folle nei confronti della Germania, grazie proprio all’assegno in bianco, britannico e francese che portavano in tasca) era solo il trampolino per un attacco a est, dove l’ex caporale austriaco si sarebbe sicuramente rotto le corna.
Nel giorno dell’ottantesimo compleanno di Oswald Mosley un suo nipote s’avvicinò al nonno e gli chiese cosa facesse tutto il giorno, lui rispose che aspettava una telefonata dal governo e, forse scorgendo incredulità sul volto del ragazzo, aggiunse: “Non può mancare molto tempo, ci siamo più vicini di quanto la gente creda.”

Oswald Mosley morì il 3 dicembre 1980 a Orsay, fuori Parigi. Fu cremato al cimitero di Père Lachaise e le sue ceneri furono sparse in uno stagno.

 

Klaus von Stauffenberg and the liberation of Italian soldiers in Germany

Meeting of the 20 July 1945
Their last meeting, 20 July 1944

Some unexpected results, hitherto unknown, of the failed attempt on the life of Adolf Hitler made by Klaus von Stauffenberg on 20 July 1944 have recently emerged. We are speaking of the liberation of close to 600.000 Italian prisoners from Nazi concentration camps with their status upgraded from “traitors” to “betrayed”. That was essentially due to the unrelenting action of Benito Mussolini, worried about the fate of thousands of Italian soldiers and officers kept in Germany, since the Badoglio Government – acting on orders issued by King Vittorio Emanuele III – on the 8th of September 1943 switched side, entering the war against Germany, on the side of the Allies.
Such an act, seen as a treachery by Adolf Hitler, led to the German invasion of Italy and to the creation of a new government headed by Mussolini, based in the North of Italy, which was named the Italian Social Republic, or R.S.I.

Il Duce tried repeatedly to use his influence on Hitler to obtain humane treatment for all the Italians in German Lagers but to no avail. Then he tried to discuss this matter during a meeting with Hitler at Klessheim, on 22-23 April 1944 but Hitler exploded with rage, refusing to discuss that matter. He had previously claimed that Italy would be treated worse than Poland…

The positive role played by Mussolini in this matter was already known in Italy, but only within academic circles and no serious discussion or research was ever attempted, because that would have been equivalent to endorse the R.S.I. a thing which, according to the Vulgata of the Resistance was unacceptable.
Things have changed since new documents, found in Italian and German archives, were made available.

It all begun on 18 November 2008, at the San Sabba concentration camp in Italy, when the then Foreign Affairs Minister of Italy, Franco Frattini and his German counterpart, Walter Steinmeier, agreed to the setting up of a special commission to investigate the fate of Italian prisoners in Germany during WWII.

The commission, made up of historians, like Gabriele Hammermann e Wolfgang Schieder, reached its conclusion in July 2012.
The results demonstrated that, from 20 July 1944 onward all Italian prisoners in Germany had received a better treatment, being considered equal in status of foreign workers and thus enjoying medical care, pension and payment of a salary. The Italian side of that commission, apparently, did not operate properly and, if they had have done it, historian Paolo Simoncelli claims, the results would have been astounding.

The status of 600.000 Italian prisoners, scattered in 66 different concentration camps, changed after the last meeting between Mussolini and Hitler, immediately after the bomb set up at Wolfsschanze by Stauffenberg, failed to kill the German dictator. On the same day, when Hitler went to the railway station to welcome Mussolini and a delegation of Italian ministers, he was still in shock, having been slightly wounded by the explosion. Thanks to notes and telegrams recently investigated, we know what happened: Mussolini took that opportunity to table again the discussion about the fate of the Italian prisoners and, surprisingly, Hitler accepted without discussion. Clearly he had more pressing matters in his mind at that point.

In August 1944 at the camp of Wittenau, Stalag D, in Berlin, an official ceremony was held to mark the destruction of walls and barbed-wires fences surrounding the 2000 Italians kept there. The undersecretary of Foreign Affairs, Serafino Mazzolini, of the R.S.I. Republic gave a speech on that occasion. The same opening process went on in other camps during the following months. Ten of thousands remained behind in Germany to work as farmers or in factories and, at the end of the war, they returned to Italy to their families.

 

 

Here is the integral version, in Italian, of the article by Paolo Simoncelli:

http://www.corriere.it/article_preview.shtml?reason=unauthenticated&cat=1&cid=uvj4rVEk&pids=FR&origin=http%3A%2F%2Flanostrastoria.corriere.it%2F2017%2F06%2F18%2Finternati-militari-in-germania-le-scomode-verita-emerse-dagli-archivi-svelate-dallo-storico-paolo-simoncelli%2F

(Published 18 June 2017 – © «Corriere della Sera» – La nostra storia)

La donna che sparò a Mussolini

Violet Gibson poche ore dopo l'arresto.
Violet Gibson poche ore dopo l’arresto.

90 anni fa, mercoledì 7 Aprile 1926. Alle 8 in punto Quinto Navarra entrava nell’appartamento di Palazzo Tittoni, in via Rasella, dove alloggiava Benito Mussolini. Una Lancia nera li attendeva in strada. Mussolini si sistemò dietro e si diressero verso Palazzo Chigi. Giunto nel proprio ufficio, il Primo Ministro sedette alla sua scrivania e sbrigò le questioni più urgenti, ricevendo dei funzionari e firmando delle carte. Alle 9 e 30 incontrò il Duca D’Aosta, cugino del Re e poi corse verso il Campidoglio. Salì di corsa la scalinata e una volta entrato nella Sala degli Orazi e dei Curazi, saltò sulla predella e inaugurò il Settimo Congresso Internazionale di Chirurgia. Parlò a braccio, ringraziando quei luminari per il continuo progresso di quell’arte che lo aveva rimesso insieme, dopo che le sue ossa e i suoi muscoli furono lacerati da una esplosione durante la prima guerra mondiale. Poi uscì dall’edificio, camminando speditamente sotto a un bel sole primaverile, verso la statua equestre di Marco Aurelio. La piazza era gremita di suoi rumorosi ammiratori, che lo salutarono e di uomini del servizio di sicurezza.

Alle 10 e 58 minuti usciva e davanti a lui stava il governatore di Roma, di fianco camminavano due medici e dietro il fido Quinto Navarra, con altre persone, fra le quali Dino Grandi. In quel momento un coro di giovani, senza preavviso, intonò Giovinezza: Mussolini alzò la testa, voltandola leggermente per fare un cenno di salutoe torse la spalla per alzare il braccio.
Proprio in quel attimo s’udi’ un colpo secco e il suo viso si copre di sangue. La sua mano destra, dal saluto romano appena accennato viene portata al volto, Mussolini si fermò, arretrando d’un passo. Poi si volse e vide una donnetta grigia di capelli, con un vestitino nero e una grossa pistola in mano: era una pistola francese a tamburo, modello Lebel 1892. Per un attimo, che parve lungo secoli, tutti restano immobili e silenziosi: anche l’attentatrice che, vedendolo ancora in piedi, pur avendo fatto fuoco da un paio di metri di distanza, alzò nuovamente l’arma. La puntò di nuovo, tirò il grilletto e si udì un click ma il colpo fece cilecca. La vecchia cartuccia tedesca che aveva utilizzato era difettosa.
Quella donna cinquantenne era una nobile anglo-irlandese, Violet Albina Gibson, figlia di Lord Ashbourne, ma invisa alla propria famiglia per essersi convertita al cattolicesimo. Una signora dietro di lei è la prima a reagire: accortasi di quanto sta accadendo la colpisce con una borsetta sulla testa e i poliziotti e la folla le si avventano contro. Mussolini mantiene il suo sangue freddo e grida che non è stato niente, nessuna paura. Infatti la pallottola gli ha solo spelato la radice del naso. Eppure senza il suo provvidenziale saluto al coro, egli sarebbe certamente morto.
Un medico gli tampona la ferita con il fazzoletto e poi lo convince a rientrare: altri medici s’avventano su Mussolini, che poi dirà a Rachele che lì ebbe davvero paura per la propria incolumità, perché tutti quegli scienziati lo stavano soffocando.
La polizia riuscì a sottrarre Violet al linciaggio e ad arrestarla. Risulterà essere pazza: l’anno prima aveva tentato d’impiccarsi e specialmente durante il mese di aprile manifestava e manifesterà reazioni violente. Era già stata in varie cliniche psichiatriche, ma le indagini circa la complicità di altri congiurati non furono mai davvero portate avanti dalla polizia fascista, forse perché guardarono verso la Russia sovietica e non altrove. Fu processata e giudicata pazza e così, nel maggio del 1927, accompagnata da una sorella, le fu concesso di lasciare Roma in una carrozza di prima classe su di un treno diretto a Parigi. Da Parigi passarono la Manica e fu scortata a Northampton, dove fu messa in una clinica di lusso per malati di mente, nella quale resterà rinchiusa sino alla morte, avvenuta nel 1956.

Violet Gibson,17 anni, al ballo delle debuttanti.
Violet Gibson,17 anni, al ballo delle debuttanti.

Benito Mussolini, nonostante la ferita e la vistosa benda che gli misero sul naso, continuò con il suo programma. Nel pomeriggio era al Palazzo del Littorio per incontrare i segretari provinciali e il nuovo direttorio del Partito Fascista. Poi fece ritorno a Palazzo Chigi e di sera fu costretto ad apparire al balcone per salutare la folla che vi si era radunata. Fu in quella occasione che sfoderò il motto del vandeano Henri de la Rochejaquelein, spesso citato e da molti attribuito a Mussolini: “Se avanzo, seguitemi. Se indietreggio, uccidetemi. Se muoio, vendicatemi!” La folla rispose con grida di: “La forca, la forca!”
Due giorni dopo, la quattordicenne Clara Petacci gli scrisse la sua prima letterina, congratulandosi per lo scampato pericolo ma Mussolini la incontrerà solo sei anni dopo.
Tutti i capi di stato del mondo inviarono dei telegrammi di congratulazioni, anche Re Giorgio di Gran Bretagna, che trent’anni prima era stato fotografato a fianco di Violet Gibson. Il giorno dopo l’attentato, rifiutando di stare a riposo, come gli chiedevano i dottori, Mussolini andò all’aeroporto di Ciampino a salutare il colonnello Nobile che partiva con il dirigibile Norge verso il Polo Nord. Poi scese verso il mare, dove lo attendeva la corazzata Cavour che lo avrebbe portato in Libia.

Macau, June 1945

015X[1]Every night the streets of Macau teem with shadows, walking and stirring under the cold light of the moon. Families of refugees sleep with no shelter and no food. Trembling children grab their parents, scared by tales of men feeding on human flesh. The corpses of those who will not make it through the night will be picked up in the morning and buried in common pits on Coloane Island.                                                                Victor Li and Giovanni walked through the Rua de Palha under the Fortaleza de Saõ Tiago and then turned onto the Travessa de Sé, entering the Lou Kau. It had been the grand house of a dynasty of bankers before the war, but had been seized by Wong Kongkit and his wife, both feared gangsters working for the Japanese army. That house had been built with black volcanic stone that kept people cool and dry during the sweltering Macanese summers. Light was provided by large red lanterns with the characters of longevity painted in black brush strokes. Victor and Giovanni entered and went to the upper floor where a blind girl, wearing a cheongsam, was playing a quqing, a Chinese stringed instrument. At the end of the room was a table with a dozen people sitting for dinner, like in the Last Supper of Leonardo.

A waitress came to escort them into the dimly lit room and she noisily farted.

‘Oh, she lighted off her ass’ uttered Victor.

‘And what is that?’

‘Book of Joshua, King James Bible, you are Italian, you don’t know…’

‘There is our Fascist comrade!’ shouted a pale Chinese man in Portuguese.

A Japanese colonel stood up. He was Sawa, the feared commander of the Japanese garrison. He had a samurai’s sword at his side but he was too drunk from saké to stand up straight. He waved his hand trying a Fascist salute. Giovanni returned the salute and they sat down.

‘My boss suggests you taste this special fish’ said Victor.

‘Special?’

‘Tubarāo we call it. It is a carnivorous fish; the Pearl River is full of dead bodies floating down from Canton. It is delicious. Some saké?’

‘So, captain, tell me, how is Mussolini?’ demanded, blurring his words, the Japanese colonel, oblivious of the fact that Mussolini was killed two months earlier and the war in Europe was over.

‘He is fine, hiding in the mountains of North Italy, preparing to poke the Allies into their eyes.’

‘Their propaganda says he is dead, but we Japanese know better…’ he grinned.

Giovanni’s plan for his mission was to get to Hong Kong by boat and meet Franklin Gimson, the former first secretary in the British Colony and Colonel Charles Boxer. They were prisoners of the Japanese but a short meeting could be arranged at the military hospital on Bowen Road. To distract the enemy, the East River Chinese guerrillas would blow up a bridge in Argyle Street and distribute leaflets in the Central Market. Secret information had to be verbally communicated before the liberation of Hong Kong, just a few months away, according to the War Ministry. Americans wanted Hong Kong returned to China, but the British and the Chinese communists had other plans.

‘Now, some fun!’ shouted Wong Kongkit.

A man opened two baskets. A king cobra and a small mongoose crawled onto the floor. The reptile and the mammal stared at each other and were soon locked in a deadly fight. The cobra stoop up, hissing; the mongoose begun a light dance under the snake’s head. The guests were excitedly placing bets. This went on for five minutes until the cobra finally sprang forth; the mammal ducked and then sunk his sharp teeth into the cobra’s neck. People were booing the snake and threw chopsticks at the mongoose. She was not distracted in her determination until a gush of blood spilled out of the reptile’s neck. It was soon over and banknotes were thrown across the table.

‘A last drink with our comrade!’ said Sawa, he wanted to retire for the night with two young Chinese girls to keep him company, ‘Let’s have some vodka taken from the commies.’

Sawa had his eyes crossed but a waiter understood and poured the liquid in a porcelain bowl and mixed it with a pair of chopsticks. At that point the Colonel was just too drunk to wait. He pissed himself in his left leg, bowed and then left, leaving a wet trail on the wooden floor that mixed with the cobra’s blood.

‘Please, don’t shake it, just stir it!’ calmly said Giovanni to the waiter, then he looked out of the window in the direction of Hong Kong. He’ll have to get there tomorrow for another dangerous mission. His real name was Bond, James Bond and he was getting weary, perhaps because he had become wiser: the foolishness of his youth had somehow evaporated.

‘Great danger ahead but be killed at war’s end is dyeing twice. Can I stop the moon in the sky?’ he thought shivering ‘but fear not, neither be thou dismayed…aye…for He will smite our enemies and put their chariots on fire! And that’s also Joshua.’

 

From: Angelo Paratico BEN, Mursia, Milan, 2010.

Italy, March 1945. Seventy years ago

March 1945 marks the anniversary of the start of the Po Valley Offensive in Italy, which ended at the end of April with the surrender of 800.000 German soldiers and 300.000 Italian soldiers, all well equipped and armed. If these troops stationed in Italy would have followed to the letter the orders of Hitler, then the Italian campaign would have ended in a great bloodbath. They surrendered earlier than Germany (May, 8th) because of the secret talks carried out in Switzerland by Dr. Allan Dulles – the future head of the CIA – on one side, General Wolff of the Waffen SS and some Italians on the other. This had been code-named Operation Sunrise. Possibly Mussolini was in the know even if he pretended ignorance. And this, perhaps, may have been  the ultimate reason explaining his mysterious death. It is well known that the Americans wanted to capture Mussolini and have him tried in a Court of Law, while the British, with W. Churchill at their head, refused to comply  and wanted him shot on the spot.

Dr Deric Daniel Waters, could be called a living treasure of Hong Kong. He fought valiantly during the Second World War as a Desert Rat with the Eight Army in the famous combat in North African deserts and later fought alongside the American Fifth Army in Salerno and Anzio, Italy. He was mentioned in Despatches and wounded three times. After hostilities ceased he rejoined the family building business established by his great-grandfather in 1853. He then joined the Colonial Office of Britain and set sail to Hong Kong in 1954. He taught building technology and the related subjects in the Hong Kong Technical College that has since become The Hong Kong Polytechnic University. He was then made the Principal of the Morrison Hill Technical Institute in 1969 and transferred to the Government Education Department Headquarters in 1972 for planning and administration. He went on leave pending retirement from the Government in 1980. During the 1980s up to the present, he has written several  papers for the Journal of the Royal Asiatic Society Hong Kong Branch including the stories about CSM John Osborn VC, “Hong Kong Hongs with Long Histories and British Connections”, “Foreigners and Fung Shui”, “Chinese Funerals”,etc. He has also published his works through other mediums. Dr. Waters had declared in an interview: ” I was born in the city of pubs and churches.  There is a pub for every day of the year and there is a church for every week of the year, and that’s Norwich (England) in other words, a famous old city. During the war I joined the Eighth Army, I fought in the desert, I was wounded three times, superficially, not badly, but I still have shrapnel in my body. After Africa we went across to Italy, to Salerno. It was the first invasion during the war where the Allies met resistance.”

 

Dr. Waters
Dr. Waters

Once I exchanged letters with him on the South China Morning Post about the War in Italy, which caused so much destruction and pains on both sides. I had written that the invasion of Italy by the Allies had been a costly mistake, caused by British Prime Minister’s W. Churchill wanting to play the role of the great strategist. Churchill had  indeed many gifts but he did not possess the necessary coolness to be a great general. My statement understandably caused a reaction by Dr. Waters, he answered saying that the 1944 landing in Normandy could have not be carried out one year earlier, as General Marshal was proposing, and that Churchill had been a great leader. Here is my answer to Dr. Waters, which the SCMP did not publish:

I wish to thank Dr. Dan Waters for his kind answer to my letter (Failure not an option in 1944, June 20 2013) in which he points out that a D-Day landing in 1943 was not possible, as I did claim.  In fact it was planned in 1943 and the date set by General George C. Marshal and Eisenhower was April 1, then Churchill opposed it and the massed troops were diverted to Italy. Churchill’s decision to land in Italy, which he called “the soft belly of Axis”, achieved very little in terms of shortening the war with Germany, as the Allies discovered that the “soft-belly” was not so soft as they expected: this is due to the ridge of mountains, the Apennines, running through its length and the Alps on the North.  Furthermore between 1942 and 1944 military hardware productions in Germany increased by three folds in spite of the bombings and we should not forget that by 1943 there were not defences ready in Normandy: Rommel had not set up the Atlantic Wall defence system and the bulk of German divisions were still deep inside Russia. True that failure was not an option but no one can compare the tactical and strategic capabilities of General C. Marshal,  Dwight Eisenower and Albert Wedemeyer versus  those of a Winston Churchill, a fine speaker and a cunny politician, but a dilettante in war matters.

Let me quote a profile of W.C.  written by military historian F.F.C. Fuller in 1961 for his book “Conduct of War” but suppressed by his editor, fearing a sue for libel:

W. Churchill was a man of unlimited courage, he was possessed of brilliant but unstable intellect, and was erratically imaginative and profoundly emotional. A militarist to his fingertips, he loved war for his own sake, and yet, when soft emotion stirred him, tears would well up in eyes. As a stateman he was out of his depth, because so often he confused means and ends, and failed to realize that a statesman’s first task is to prevent war, and his second, should be this be impoissible, to bring war to a profitable and speedy end. As a strategist he was a calamity, and because of his pugnatious temperament and love of fighting, tactics fitted him better. But, unfortunately, the glamour of battle – most of which is apocryphal – so completely intoxicated him that killing of Germans became  his irresistible aim. Had he been  a corporal, this would have been his keeping, but it had nothing whatever to do with the duties of a Minister of Defence. The truth would appear to be that throughout his turbulent life he never quite grew up, and like a boy, loved big bangs and playing at soldiers

Moder historiography and the uncovering of new documents, which W.C had not been able to suppress, seem to point that in this suppressed passage there is a lot of truth. Even if, as usual, history is written by the victors.

 

An Italian soldier, with German weapons and uniform,  March 1945.
An Italian soldier, with German weapon and uniform, March 1945.