“Allontanarsi dalla Linea Gialla” ma è meglio allontanarsi da questa commedia

Dal 24 luglio all’11 agosto (esclusi 28 luglio e 4 agosto) si tiene lo spettacolo “Allontanarsi dalla linea gialla!” presso il Cortile Ovest dell’Arsenale, parte del programma’ Teatro nei Cortili’.
Abbiamo visto ieri sera, 29 luglio 2019, questa commedia scritta da Francesca Mignemi, e diretta dal regista Alberto Bronzato. Leggiamo in internet che l’autrice è nata a Treviso nel ’91, si è laureata in Arti Visive e Teatro all’Università IUAV di Venezia, ed è da poco neodiplomata (2018) in drammaturgia presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

 

La compagnia che l’ha messa in scena è l’Estravagario Teatro, una compagine di superlativi interpreti, grandi attori che meriterebbero qualcosa di meglio e che, grazie alla loro maestria recitativa e ai bei costumi, hanno salvato questo imbarazzante spettacolo. L’inutile turpiloquio (come è noto chi usa parolacce non ha nulla da dire) è apparso in più punti fuori luogo e la caricatura di un migrante ‘in fuga dalla guerra e dalla povertà’ che si è esibito in una pisciata sul palco, deve aver scandalizzato più d’uno, visti anche i bambini presenti, ma capiamo che il fine della giovane autrice doveva essere proprio quello d’imbarazzare dei piccoli borghesi, qual è lo scrivente. Quello è stato il clou della serata, con il pur bravo Giuseppe Pasinato, che interpretava l’extracomunitario, che ha ci offerto una pisciata di spalle, preceduta dal macchinoso sbarellamento dell’arnese e poi da spruzzi d’acqua che, vogliamo sperare, provenissero da una sacca d’acqua che egli teneva celata sotto alla maglia.

Chiaramente la signorina Mignemi vorrebbe “portare avanti un certo discorso” anche se non abbiamo ben capito quale e, temiamo, non la sappia neppure lei.

 

 

Paolo Mieli a Passato e Presente massacra Confucio

Il pur bravo Paolo Mieli non conosce bene l’Oriente. Questo lo abbiamo capito guardando la sua ultima trasmissione dedicata al “Saggio delle Diecimila Generazioni”, Confucio.

Eccola:

Pur avendo in sala l’ottimo Giovanni Andornino, storico torinese, il livello della trasmissione è rimasto basso, anche perché il professore non ha saputo contrastare certe affermazioni del Mieli, che ha attinto a piene mani da fake news riportate in internet.  Ha paragonato Mao a Confucio, nel suo voler fare tabula rasa della Cina e poi tratto di tasca un libretto rosso, dicendo che veniva regalato ai cinesi. In realtà Mao era ricco grazie ai proventi derivanti dalla vendita di quella incomprensibile polpetta rossa, che, come gli ha ricordato Andornino, fu opera di Lin Biao e non di Mao.

Eppure Andornino si è dimostrato molto preparato sull’argomento, anche se, un po’ pavidamente, non ha voluto spiegare al Mieli che i vecchi (e meno vecchi) proverbi che citava erano solo vaghe attribuzioni a Confucio, non erano di Confucio. I contadini cinesi, da tempo immemorabile, quando ripetono una delle loro massime tendono a puntellarla aggiungendo che lo ha detto Confucio. Abbiamo colto lo sguardo scettico di Andornino, mentre Mieli snocciolava parole leggendole da un foglio, eppure se ne è stato zitto. Inoltre, ha avuto una caduta di stile, rispondendo alla solita richiesta di Mieli di suggerire un testo, non facendo nulla di meglio che promuovere un libro scritto da un suo collega di Venezia, commentato da un’altra sua collega di Bologna. Tralasciando così tutti i testi seri e importanti disponibili sull’argomento.  Anche i tre storici in erba presenti in studio. oggi, non hanno volato in alto, ma hanno ripetuto solo certi lisi e consumati luoghi comuni.

Una puntata da dimenticare.

 

 

 

26 Maggio 2019. Elezioni poco democratiche in una Europa incompiuta

Mi trovo a Hong Kong per una vacanza e per sistemare alcune pendenze, dopo i miei 35 anni passati in questa ex colonia britannica, ora regione a statuto speciale della Cina popolare.
Purtroppo il mio viaggio a Hong Kong è coinciso con le elezioni europee e mi ero rassegnato al fatto che non potrò votare. Ieri sera stavo a cena a casa di amici, presenti anche una coppia composta da lei italiana e il marito di nazionalità olandese. A un certo punto il cittadino olandese ci ha detto di aver votato per posta al Parlamento europeo, causando grande costernazione fra tutti gli italiani presenti a tavola, che non potranno votare. Apparentemente ogni Paese europeo ha le proprie politiche di voto, nonostante sia presente a Hong Kong una de facto ambasciata della Comunità Europea. Per gli italiani le condizioni sono queste:

Si può votare se iscritti all’AIRE e se ci si trova temporaneamente in un altro Stato membro dell’UE. Bisogna aver inviato apposita domanda al Consolato competente prima del 7 marzo. Il voto all’estero per i rappresentanti italiani si esercita presso i seggi appositamente istituiti dagli Uffici consolari. L’elettore riceve a casa da parte del Ministero dell’Interno italiano il certificato elettorale, con l’indicazione del seggio presso il quale votare, della data e dell’orario delle votazioni.
Gli elettori italiani negli altri Paesi UE votano il 24 e 25 maggio 2019.
Se non ricevi al tuo domicilio il certificato elettorale, contatta il tuo Consolato di riferimento a partire dal 21 maggio 2019 per verificare la tua posizione elettorale.
Se il paese di residenza è fuori dalla UE non sarà possibile votare.
Gli italiani residenti in un altro Paese UE che intendano votare in Italia – in alternativa al voto all’estero – possono farlo nel Comune italiano nelle cui liste elettorali sono iscritti. Per questo è necessario comunicare questa intenzione al Sindaco del Comune entro il 25 maggio 2019 e presentare il certificato elettorale ricevuto per votare all’estero.

Dunque chi non risiede in un Paese CEE deve tornare in Italia per votare.
Questo è un fatto scandaloso e inaccettabile, il segno che l’Europa esiste compiutamente solo per la finanza, e che il voto per eleggere i rappresentanti al Parlamento non è davvero democratico. Il libero voto è il fondamento di ogni sistema democratico, ma questa limitazione per certi Paesi e per certi cittadini di quei Paesi è davvero uno scandalo.
Spero che con il nuovo Parlamento Europeo questa situazione venga normalizzata. Se si è trovato tempo per legiferare fin troppo in certi settori, finanza, agricoltura, protezione umanitaria ecc. come è possibile che non si è trovato il tempo per inviare una circolare a tutti i Paesi membri ordinando di predisporre il voto per tutti i propri cittadini, in Europa e nel mondo? Se esiste un’Olanda che permette a tutti i propri cittadini di votare, anche all’estero, perché può esiste un’Italia che limita selettivamente questo diritto/dovere dei propri cittadini?

 

Solidarietà ad Altaforte

Massima solidarietà all’editore Altaforte.

Questo è un giorno buio per la democrazia e la diversità di opinioni in Italia. Possiamo definirlo un giro di boa; una pagina strappata e bruciata da un libro; il maldestro tentativo di dare fuoco a una biblioteca di libri proibiti da parte di una certa sinistra forcaiola.

Non credevamo che sarebbero arrivati a tal punto, con un autogoal così stupido, eppure questo è accaduto.
Sergio Chiamparino e Chiara Appendino hanno detto: “È necessario tutelare il Salone del Libro, la sua immagine, la sua impronta democratica e il sereno svolgimento di una manifestazione seguita da molte decine di migliaia di persone”.

L’Editore Altaforte pubblica libri controcorrente e rappresenta anche altri editori nei propri punti vendita, alcuni di questi libri sono filo-fascisti e altri sono di sinistra. Altri editori in Italia, da 70 anni, pubblicano libri che potrebbero essere definiti filo-fascisti, basti dare uno sguardo al catalogo della Mursia o della Longanesi, per esempio o tanti altri piccoli editori.

Un editore pubblica libri che vendono, non libri che non vendono, altrimenti dura poco. Dunque si lascia ai lettori la scelta: comprare certi libri oppure no. Questo non lo può decidere un editore o un autore, ma solo il lettore.

Non ha senso questa levata di scudi contro un editore, indipendentemente dai libri che pubblica. Semmai, se credono che un certo libro sia da attaccare (un esempio preso a caso: il libro intervista su Salvini) allora si può studiare un’azione contro quel particolare titolo ma non si può escludere una casa editrice in toto con tutti i suoi titoli e i suoi sub-editori, con l’accusa di essere “vicini a Casa Pound”; per quel che significa essere vicini a casa Pound. Il proprietario di Altaforte ha dichiarato alla radio di essere fascista (non nazista) come sempre si dichiarò fascista anche Ezra Pound, ma questo non significa la ricostituzione del partito fascista, da un punto di vista filosofico o storico uno può ritenersi vicino a certi temi fascisti e poi scartarne altri.

Ma chi sono i veri fascisti in questo caso? lo credo che tutti gli italiani intelligenti l’abbiano capito, e sono la stragrande maggioranza.

Scoperta una ciocca di capelli di Leonardo Da Vinci? Certamente no!

 

Non posso credere che studiosi seri come Sabato e Vezzosi approvino una tale bufala! La loro reputazione ne risentirà.

L’Houssaye fu un romantico buffone che condusse dei pasticciatissimi scavi (nel punto sbagliato) ad Amboise e alla fine, per giustificare l’investimento, quando trovò un teschio abbastanza grande e bello lo proclamò appartenente a Leonardo Da Vinci. Il grande studioso italiano Gustavo Uzielli non ci credette per un secondo, e noi oggi dovremmo credere a Houssaye il quale avrebbe, prelevato una ciocca di capelli biondi, vecchi di 350 anni, dal bel teschio che aveva disturbato?

 

Ecco quanto scrive oggi, 2 maggio 2019, il Corriere della Sera:

I documenti da oggi esposti a Vinci attestano che Houssaye trattenne per sé due reliquie. Infatti, nel 1925, Harold K. Shigley, colto e appassionato collezionista americano di cimeli, acquistò a Parigi dal pronipote di Houssaye, «una ciocca di capelli di Leonardo e un anello di bronzo trovato sul dito del Da Vinci». Nel 1985 questi due reperti sono passati nelle mani di un altro collezionista americano che, nel 2016, avendo saputo delle nostre ricerche sulla genealogia di Leonardo, ci ha contattati. Dopo tre anni di lavoro, siamo riusciti a riportare in Italia questi reperti, che oggi possiamo finalmente mostrare nel Museo Ideale di Vinci. La reliquia dei capelli non è solo un documento storico, né un semplice cimelio, bensì uno strumento straordinario di conoscenza». Poi la precisazione: «Non abbiamo la certezza assoluta della veridicità del documento di antica provenienza francese, tuttavia ci stimola a battere la strada per affrontare un tema affascinante», ha affermato Vezzosi.

Gustavo Uzielli

 

 

 

 

 

MIO ARTICOLO DEL 29 Aprile

Scoperta ciocca di capelli di Leonardo da Vinci: sarà esposta da giovedì in Italia

Lunedì 29 Aprile 2019 questa straordinaria notizia sta facendo il giro delle redazioni di tutti i giornali del mondo. Ecco la notizia riportata dal Messaggero di Roma:

Grande scoperta nel mondo dell’arte, e non soltanto. «Abbiamo recuperato oltreoceano una ciocca di capelli che è stata storicamente denominata ‘Les Cheveux de Leonardo da Vinci’, insieme a un altro cimelio; questa straordinaria reliquia permetterà di procedere nella ricerca del suo Dna». È quanto annunciato da Alessandro Vezzosi, studio del Genio di Vinci e direttore del Museo ideale Leonardo da Vinci, e la storica Agnese Sabato, presidente della Leonardo da Vinci Heritage.

Tutto, insieme ad altre novità, verrà illustrato, si spiega, nel corso di una conferenza stampa in programma giovedì a Vinci (Firenze), che è anche il giorno del quinto centenario della morte di Leonardo. «Il reperto storico della ciocca di capelli – spiega Vezzosi -, che fino a questo momento era rimasto nel segreto di una collezione americana, verrà esposto in anteprima mondiale, insieme a documenti che ne dimostrano l’antica provenienza francese» alla mostra a Vinci ‘Leonardo vive’, al via sempre da giovedì 2 maggio.

Per Agnese Sabato «è l’elemento che mancava per dare ulteriore concretezza scientifica alle nostre ricerche storiche. Grazie alle analisi genetiche su questo reperto, che saranno incrociate con gli esami sul Dna dei discendenti viventi e delle sepolture che abbiamo individuato negli ultimi anni, è ora possibile fare verifiche per la ricerca del Dna del genio, anche in rapporto alla tomba di Leonardo ad Amboise». La stessa Sabato e Vezzosi, si ricorda, nel 2016 avevano tra l’altro resa nota l’esistenza di discendenti viventi di Leonardo, o meglio di suo padre ser Piero e del fratello Domenico.

Bellissima notizia questa, ma vediamo 2 grossi problemi. Anche se siamo certi che Alessandro Vezzosi e Agnese Sabato, grandi e seri studiosi di Leonardo, avranno fatto un accurato controllo prima di rendere pubblica questa novità.

A. Bisogna essere sicuri che quei capelli siano davvero di Leonardo Da Vinci e questo sarà possibile solo se saranno accompagnati da una lettera autografa di un suo discepolo stretto, presente a Clos Lucé il 2 maggio 1519 o nei giorni successivi, prima del suo funerale, il Melzi o il De Villanis.

B. Non è possibile estrarre il DNA da capelli tagliati a una persona 500 anni fa e senza radici. Ai fini di un test del DNA è la radice, il bulbo, che conta e non la parte cornea. I possibili test, in presenza del follicolo potrebbero essere condotti sul Y-DNA, ossia il patrimonio paterno che pure ci è conosciuto, risalente a ser Piero Da Vinci e del quale lo stesso regista Zeffirelli è un discendente.

Il secondo è il DNA (atDNA), con il quale si controlla tutto ciò che non è relativo al patrimonio parenterale. Infine il terzo DNA è quello materno (mtDNA), con il quale si studia il patrimonio X. Per il YDNA e il XDNA serve del DNA mitocondriale proveniente dal nucleo di una cellula e, purtroppo, un capello secco non contiene questi nuclei.

Con un colpo di fortuna si potrebbero però trovar tracce del solo atDNA, ma in tal caso sarebbe difficile collegare la ciocca al padre di Leonardo Da Vinci, non esistendo un controllo incrociato.

 

Costantino d’Orazio riscopre una mia scoperta: le similitudini fra lo sfondo della GIOCONDA e un suo vecchio schizzo

Esistono varie ipotesi sulla cosiddetta Gioconda o Monna Lisa di Leonardo Da Vinci, conservata al Louvre. La mia ipotesi è che progressivamente venne a rappresentare la propria madre, Caterina. Questa è anche l’idea di Sigmund Freud, nel suo celeberrimo saggio, scritto nel 1910, dedicato a un ricordo d’infanzia del grande maestro fiorentino.

Dunque, chi può essere stata questa donna? Certamente non Monna Lisa del Giocondo, e quasi sicuramente la misteriosa Fioretta Gorini, amante di Giuliano de’ Medici, che morì dando alla luce un bimbo pochi mesi dopo la morte del padre, nel 1478, trafitto da colpi di spada durante la congiura dei Pazzi. Tale orfanello diverrà un papa, dopo essere stato accettato nella famiglia Medici. E chi dice questo? “Nientepopodimeno” che Leonardo stesso! (come direbbe Benvenuto Cellini). Lo disse Leonardo al chierico Antonio De Beatis, quando lo incontrò ad Amboise il 10 ottobre 1517.

 

Nel mio libro sul Leonardo Da Vinci descrivo in dettaglio questa mia ipotesi, che costituisce uno sviluppo di quanto già dedotto dallo storico Roberto Zapperi, e rimando alla lettura del mio libro chi è interessato ai dettagli.

Uno degli indizi che paiono suffragare la mia ipotesi è il fatto che lo sfondo della Gioconda ricorda il suo primo paesaggio, descritto come della Valdinievole (si veda qui:  https://www.gingkoedizioni.it/il-celebre-paesaggio-di-leonardo-da-vinci-del-5-agosto-1473-rappresenta-la-valdinievole/ ).

La scorsa settimana anche lo storico d’arte Costantino d’Orazio, in televisione, usando le sue frasi ben tornite e arrotate, ha sottolineato la strana similitudine esistente fra le due opere.

Per meglio provarla, nel 2015 avevo preparato un collage, che avevo fotografato. Poi, non sapendo che farne, decisi di metterlo in cornice e appenderlo nel mio studio, dove ancora serenamente riposa.

 

 

Oswald Mosley, primo editore delle memorie di Ulrich Rudel ‘Pilota di Stuka’

Riportiamo qui un passaggio preso da La Mia Vita di Oswald Mosley, di prossima pubblicazione dalla Gingko Editore.

Mosley accenna al trattamento vendicativo operato dalla Gran Bretagna contro a militari tedeschi che non si erano macchinati di crimini, ma avevano solo fatto il proprio dovere. Il libro Pilota di Stuka di Ulrich Rudel fu pubblicato per la prima volta dalla casa editrice Euphorion  basata a Dublino e diretta da Diana Mitford Mosley, sua moglie.

Tale trattamento può essere illustrato dal cospicuo caso di un mio amico del dopoguerra che era un soldato e un aviatore completamente libero da ogni sospetto circa qualsiasi crimine. Hans Ulrich Rudel era l’eroe tedesco supremo dell’ultima guerra. Ha vinto ogni medaglia che l’aviazione poteva dargli e alla fine dovettero inventare per lui una decorazione speciale. Ha distrutto cinquecento carri armati russi con il suo aereo, e anche una corazzata sovietica. Dopo aver perso una gamba, ha volato di nuovo, è stato abbattuto dietro alle linee russe e riuscì a scappare.

Rudel

Era un’epopea dell’eroismo, ma a causa del boicottaggio del dopoguerra anche la sua autobiografia non poteva essere legalmente diffusa nel suo Paese per ottenere la grande vendita che normalmente avrebbe ottenuto. Deve essere sicuramente un caso unico nella storia: un eroe nazionale di questo tipo che si ritrovò poi senza onore nel suo Paese, immediatamente dopo la guerra. Di conseguenza, la storia delle sue imprese aeree poteva essere pubblicata efficacemente solo in Gran Bretagna e in Francia. La mia piccola casa editrice fece uscire il libro in Gran Bretagna e ha venduto un numero sorprendente di copie cartonate prima che diventasse un’edizione economica. Group Captain Bader, D.S.O., D.F.C., l’asso dell’aria inglese – che non conoscevo – scrisse la prefazione in omaggio a Rudel; anche Bader, nella migliore tradizione dell’aria, si adoperò per ottenere cure mediche e una gamba di legno per Rudel, quando era prigioniero di guerra. Clostermann, l’asso dell’aria francese e poi deputato gollista, scrisse la prefazione all’edizione francese.

Era davvero questo il mondo che le autorità britanniche volevano creare in Germania dopo la guerra? Una società in cui degli uomini coraggiosi potevano essere trattati così male perché non volevano ritrattare un’opinione o piegarsi al vincitore? Le autorità britanniche e americane di allora avevano una notevole responsabilità per la creazione di questo clima generale, e nel corso del tempo la perseveranza nella vendetta ha prodotto una reazione forte e inevitabile. Era contrario a tutta la tradizione britannica della magnanimità nella vittoria, come l’ho sempre intesa, ed è stato un atto di follia e di meschinità che ora porta con sé una nemesi che ci vorrà tempo e fatica per esorcizzare. Personalmente ero contro l’intero affare, vile e squallido, come allora lo consideravo, e dopo matura riflessione ancora lo credo tale. Rudel, per esempio, era stato del tutto innocente da qualsiasi offesa, tranne un eroico record di guerra in difesa del suo Paese, e il rifiuto di ritrattare le opinioni precedenti che divennero irrilevanti nella sua adesione all’idea europea del dopoguerra. Se un tale uomo può essere trattato così, non è difficile concepire il trattamento e il conseguente sentimento degli uomini meno conosciuti e protetti dalla propria reputazione. Dopo la guerra abbiamo avuto l’occasione unica di riunire uomini coraggiosi che avevano combattuto per i loro paesi nell’unione dell’Europa e in un patriottismo più ampio.

Dove saranno finiti i nostri giovani?

Cangrande, Dante e il ruolo delle stelleLa settimana appena trascorsa, a Verona, è stata molto viva dal punto di vista culturale.

Il 20 febbraio, alla Società Letteraria, Dino Messina ha presentato il suo coraggioso libro intitolato “Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana” pubblicato da Solferino.
Dino Messina, un giornalista di lungo corso al Corriere della Sera, ha voluto abbandonare i propri abiti da storico per indossare quelli che indossò in gioventù, ritornando a fare il “cronista di storie.” Il suo è un libro molto bello, ben strutturato ed equo, perché scevro da distorsioni politiche. Messina intervista i superstiti di quelle violenze e i loro discendenti, per tentare di stabilire cosa è davvero accaduto, non per tardive rivalse ma per evitare che simili tragedie si ripetano. Fra il pubblico v’era un’anziana signora che ha visto con i propri occhi, quanto accadde e tutti noi, incluso l’autore, abbiamo accolto in rispettoso silenzio la sua testimonianza. È stata una bella serata, ma con unico punto negativo: non v’erano giovani.
La sera successiva, il 21 febbraio, abbiamo seguito una nuova presentazione di un libro. Questa volta alla Biblioteca Capitolare, un monumento alla sapienza europea, essendo la più antica biblioteca del mondo, che affonda le proprie radici nei tempi foschi che annunciavano la fine dell’impero romano.
Il libro che è stato presentato è stato scritto dallo storico Maurizio Brunelli e s’intitola “Cangrande, Dante e il ruolo delle Stelle” edito da Gingko Edizioni. La sala era esaurita e in fondo alcune persone sono state costrette a restare in piedi, per mancanza di sedie. Oltre all’autore erano presenti delle illustri personalità locali, come il presidente della Serit, Massimo Mariotti; la presidente della locale sede della Dante Alighieri, Maria Maddalena Buoninconti e il vice presidente, Amedeo Portacci, che avevano organizzato quell’incontro; Mons. Bruno Fasani, Prefetto della Biblioteca Capitolare; Gianni Fontana, ex ministro; la saggista Elisabetta Zampini, che ha fatto da moderatrice. Alberto Zucchetta, un grande artista di stampo Leonardesco, e anche il provveditore agli studi di Verona. Fra il pubblico si scorgeva Michele Zerman, gran tessitore di fecondi intrecci…
L’argomento trattato da Brunelli era molto interessante: la grande storia mischiata all’astrologia antica, alla quale sia Dante Alighieri che Cangrande della Scala credevano fermamente, al punto di essere guidati dai responsi astrali. I due avevano un grande piano: conquistare manu militari l’Italia settentrionale e trasformarlo in uno stato forte, mettendo fine alle lotte fra le città stato.
La serata è stata molto frizzante, ma di nuovo, come per la sera prima, abbiamo avvertito un forte senso di incompletezza, dovuto al fatto che eravamo tutti anziani: solo un paio fra i presenti non avevano toccato i cinquanta e gli altri avevano già girato quella boa.

Dino Messina, primo a destra

Crediamo che, mancando un travaso dalle vecchie generazioni alle nuove, si creerà una voragine entro alla quale la nostra società precipiterà. Il poeta Khalil Gibran scrisse che: “Noi siamo gli archi e i nostri figli sono le frecce” ma se così vanno le cose, allora le nostre faretre sono vuote e nessuna nostra freccia potrà mai arrivare al XXII secolo. I nostri giovani si formeranno sui “socials” nutriti da bufale e ignoranza, da verità omologate e interpretate per loro da altri, annegheranno nei dati e nelle informazioni, senza riuscire a sviluppare una coscienza critica, senza mai arrivare a possedere una propria storia vissuta.

Per scongiurare questa tragedia ho un suggerimento da offrire. Bisognerebbe che gli insegnanti che lavorano nelle numerose scuole superiori, prima che nelle università, obblighino i propri studenti a partecipare a presentazioni di libri e a commemorazioni, ponendo domande ai relatori e che poi offrano le proprie conclusioni ai docenti e ai compagni di classe. Questo dovrà valere come curriculum scolastico ai fini del giudizio finale.
Bisogna stanare i nostri giovani. Bisogna farli partecipare, avere contatti con persone mature, che hanno vissuto esperienze diverse dalle loro e che sono entrati in contatto con quei maestri da molto tempo scomparsi, i quali conobbero altri maestri e altri ancora, su su attraverso i secoli. Un computer o un Iphone non potranno mai sostituire questi incontri.

 

Oswald Mosley, pacifista o traditore? Presto in libreria la sua Autobiografia

 

Oswald Mosley nel 1915

La nostra casa editrice sta per pubblicare la sua Autobiografia, prima edizione inglese nel 1968. Uscita prevista: maggio 2019.

In Italia conosciamo Oswald Mosley (1896-1980) come il fascista britannico amico di Mussolini, e l’antisemita che la pensava come Hitler, ma forse meriterebbe d’essere rivalutato, perlomeno per una parte della sua azione politica. Appartenente alla nobiltà britannica, Sir Oswald Ernald Mosley, barone di Ancoats e Avonsdale, durante la prima guerra mondiale s’arruolò nel 16mo lanceri della regina e, combattendo in trincea, fu ferito alla battaglia di Loos, dove perse tutti i propri camerati.

Ritornato alla vita civile, nel 1920 Mosley sposò Lady Cynthia Curzon, la seconda figlia del conte Curzon di Kedleston, (1859–1925), che era stato viceré d’India e poi ministro degli Esteri del Regno Unito. Viaggiò in India con lei, dove ebbe modo d’incontrare Gandhi, che Mosley chiamava il “Santo Indiano” e partecipò a una sua conferenza: i due si piacquero subito e definì l’indiano una “persona di sottile intelligenza e di grande umanità.”

Uno dei segreti del successo di Mosley fu la forte attrazione che esercitava sulle donne. Era alto, dal portamento regale e fu uno dei più grandi oratori del regno. Fu eletto al Parlamento britannico fra i conservatori ma poi cambiò schieramento, diventando un indipendente, per approdare fra i laburisti. Fu il più giovane deputato che il Parlamento britannico avesse mai visto in 200 anni e lo fu dal 1918 al 1931. Pur essendo un aristocratico, divenne il campione del Partito Laburista e ministro con responsabilità speciali per la riduzione della disoccupazione durante la Grande Depressione, associandosi al movimento socialista del “fabianesimo”. Quando le sue proposte di far ripartire l’economia del Regno Unito furono respinte, divenne l’unico ministro britannico a dimettersi sulla questione fondamentale della lotta alla disoccupazione. Eppure, la sua proposta nota come il “Mosley Memorandum” sarebbe stata molto efficace. Prevedeva alte tariffe sull’importazione di beni di consumo, per difendere l’industria Britannica; la nazionalizzazione delle principali industrie statali e un grande programma di opere pubbliche, che avrebbe certamente risolto il problema della disoccupazione. Nel 1961, Richard Crossman descrisse il suo programma con queste parole: “Questo brillante programma era avanti di una generazione rispetto alla mentalità corrente del partito laburista.” Il suo motto fu: “La guerra alla povertà è la sola guerra che vogliamo”. Si convinse che per via parlamentare non avrebbe mai ottenuto nulla e, in cerca di soluzioni radicali, s’avvicinò al fascismo di Mussolini, fondando un proprio partito di destra, il BUF che non fu davvero antisemita ma anti-sionista, anti-finanza internazionale, nazionalista e protezionista. Ebbi modo di parlare per pochi secondi, nel 1997 a Hong Kong, al leggendario giornalista inglese Bill Deedes, al quale chiesi di Oswald Mosely e lui, scuotendo il capo, disse che ebbe tutto ma buttò tutto via per quella sua passione per Mussolini e che, senza quella sua fissazione, avrebbe potuto diventare primo ministro al posto di Winston Churchill.
Lady Curzon morì nel 1933 di setticemia e Mosley, nel 1936, si risposò con Diana Mitford, che fu definita dallo scrittore James Lees-Milne, “La cosa più prossima alla Venere di Botticelli che abbia mai visto.”
Ricordando gli orrori della Prima guerra mondiale, tentò in tutti i modi di fermare la discesa del proprio Paese verso una nuova guerra, battendosi per non dare un assegno in bianco alla Polonia e per far accettare le offerte di pace avanzate da Hitler. Fu certamente in questi frangenti che anche Benito Mussolini cercò di mediare una pace, anche se poco sappiamo di ciò che davvero avvenne dietro alle quinte, poiché le carte che Mussolini cercò di usare a propria discolpa, furono poi fatte sparire dagli inglesi, dopo la sua uccisione sul lago di Como.

Il 22 maggio1940 il governo britannico approvò il Regolamento di Sicurezza 18B, una legge che dava facoltà al ministro degli Interni d’imprigionare chiunque senza processo, se sospettato di “mettere in pericolo la sicurezza del Regno.” Il giorno seguente Mosley fu arrestato con altri dirigenti del BUF, inclusa sua moglie e furono chiusi in prigione. Uscirono nel novembre del 1943, una decisione che provocò molte proteste: in molti avrebbero visto di buon occhio la loro impiccagione! Si trasferirono in Francia nel 1951, dove rimasero per tutta la vita, visitando di tanto in tanto i loro vicini, il Duca di Windsor e Wally Simpson. Chi voglia sentire parlare Mosley può digitare il suo nome su YouTube e seguirlo, ormai anziano, tener testa al pubblico e agli intervistatori, come un grosso cinghiale assediato da cani da caccia. Con l’inizio della Seconda guerra mondiale tutti gli “appeasers” ossia coloro che avevano cercato la pace con la Germania, vennero attaccati come traditori e anche coloro che non furono incarcerati, ebbero la propria carriera tarpata.
Eppure, una pace negoziata per la Gran Bretagna e la Francia sarebbe stata di gran lunga l’opzione migliore, nonostante le apparenze. Forse è vero, come sostiene Victor Suvorov, un ex ufficiale del KGB, che il vero iniziatore della II Guerra Mondiale fu Stalin, non Hitler, avendogli gettato l’esca del Patto Ribbentrop-Molotov alla quale Hitler abboccò. Stalin lo fece ben sapendo che questo avrebbe scatenato la guerra fra il dittatore tedesco e le altre potenze
europee. Una volta che queste nazioni avrebbero finito di scannarsi a vicenda, l’Armata Rossa sarebbe intervenuta come un rullo compressore, occupando tutta l’Europa.

Dicevamo che alla Francia e alla Gran Bretagna nel 1939 conveniva la pace. Ecco in sintesi i motivi: avrebbero avuto tempo di riarmarsi; sarebbe rimasta aperta una strada di fuga per gli ebrei perseguitati in Germania verso la propria salvezza, ricordiamo che prima del 10 giugno 1940 migliaia di ebrei s’imbarcarono da Genova verso altri Paesi, che concessero loro un visto. Adolf Hitler era un ideologo, non un politico come Mussolini e Churchill. La sua idea fissa era di distruggere l’Unione Sovietica e l’invasione della Polonia (che agì in maniera folle nei confronti della Germania, grazie proprio all’assegno in bianco, britannico e francese che portavano in tasca) era solo il trampolino per un attacco a est, dove l’ex caporale austriaco si sarebbe sicuramente rotto le corna.
Nel giorno dell’ottantesimo compleanno di Oswald Mosley un suo nipote s’avvicinò al nonno e gli chiese cosa facesse tutto il giorno, lui rispose che aspettava una telefonata dal governo e, forse scorgendo incredulità sul volto del ragazzo, aggiunse: “Non può mancare molto tempo, ci siamo più vicini di quanto la gente creda.”

Oswald Mosley morì il 3 dicembre 1980 a Orsay, fuori Parigi. Fu cremato al cimitero di Père Lachaise e le sue ceneri furono sparse in uno stagno.