La leggenda del libro che insegna a falsificare i libri

Il Salone della Cultura si terrà a Milano dal 18-19 gennaio. Questo è un appuntamento molto atteso da editori e, soprattutto, da librerie antiquarie, che avranno una vasta sezione a loro riservata.
Tutto sembrava andare per il meglio, finché non è scoppiata una classica storm in a teacup. Al Salone era prevista la presentazione del libro dell’astronomo Owen Gingerich, che narra il curioso caso del Sidereus Nuncius e in cui si dimostra come la meravigliosa copia autografa di Galileo Galilei, venduta a un antiquario di New York nel 2005, sia in realtà un falso. Si tratterebbe di un falso commissionato da Massimo De Caro, gran saccheggiatore della Biblioteca Girolamini di Napoli e di altre illustri istituzioni, fra le quale la Capitolare di Verona. De Caro è diventato famoso come un novello Conte Libri (il più grande ladro di libri della storia umana).
Improvvisamente, questa presentazione è stata cancellata. Forse per evitare un a faccia a faccia imbarazzante con De Caro? Perché Marino Massimo De Caro ci sarà. Infatti, presenterà un suo libro, intitolato Dieci regole per falsificare i libri prefato nientemeno che da Giuliano Ferrara.
Siamo certi che questo libretto raggiungerà presto un’alta quotazione, diventando una chicca letteraria per gli intenditori e, forse, fra cent’anni una copia verrà falsificata e poi venduta a un ricco mandarino cinese del Honan.

Per far chiarezza chiediamo al celeberrimo “Cacciatore di libri rari”, Simone Berni, che pare assai bene informato, di darci la sua onesta opinione su questo affaire dangereuse che scuote il mondo, già di per sé eccentrico, dei bibliofili.

Berni, ma la sua è una performance artistica?
Sì, esattamente. Ho coinvolto uno dei falsari più famosi dei nostri tempi, De Caro, con cui sono state redatte dieci regole per falsificare i libri. Il progetto ha avuto l’adesione del giornalista e scrittore Giuliano Ferrara, che ha scritto una prefazione polemica e dissacrante. Questo ha completato la parte testuale.
Ma il libro può essere inteso come un manuale del falsario?
Ci sono persone che non leggono i libri (buona parte dei bibliofili, i politici, chi in genere sentenzia…) e pur non leggendoli ritengono di poterne parlare. Noto che è proprio il caso di questo progetto. Quel poco che è trapelato è stato del tutto frainteso. Invito a leggere queste regole, e si noterà che la filosofia di fondo è quella di dare delle norme che servano a chi colleziona, a chi compra e a chi vende. Non c’è nessun altro intento. Un falsario non potrebbe apprendere da esse niente che già non sappia, Non vengono date percentuali e dosaggi, non c’è niente di manualistico. Solo speculazioni filosofiche.

Ma alla fine questo libro esiste fisicamente, o no?
Il libro non doveva esistere fisicamente, anche se a tutti è stato assicurato di sì, da Massimo De Caro a Giuliano Ferrara, per poter ottenere il loro pieno appoggio. Ma nella realtà si doveva arrivare all’atto culminante, il Salone di Milano, dove in un tavolo sarebbe apparsa un’unica copia, con fogli completamente neri. Illeggibile.

Invece, che è successo?
È successo che le notizie sono trapelate, le voci che si sono rincorse, alcuni articoli di giornale hanno creato attesa e scompiglio. Come se un libretto così potesse realmente rappresentare tutti i mali di un mondo, quello delle librerie antiquarie e della compravendita di libri, che è ben altro. A quel punto…

A quel punto?
A quel punto, mi son detto: diamo fisicità al progetto. Volete il libro? Avrete il libro! Ho detto a uno stampatore: su, forza, hai pochi giorni, stampiamolo! Le porteremo poi a Milano.

Quindi, è un libro (fisicamente), ma non è un vero libro?
Esattamente, non è in commercio, non ha prezzo né codice ISBN. È un multiplo d’artista in forma di libro, in 150 pezzi numerati. Un libro sui libri falsi, scritto da un falsario, stampato in un falso luogo di stampa (Amstelodami, come nell’antichità) e con un marchio editoriale (quello di Aldo Manuzio) contraffatto, quindi falso.

L’apoteosi del falso
Proprio così. Un’opera d’arte che rimarrà comunque come documento storico. In un momento, il nostro, dove la bibliofilia si fa delle domande, dove le regole per tutti uguali e l’omologazione di pensiero stanno prendendo il sopravvento. Noi ci lamentiamo della censura del passato. Io da vent’anni mi occupo di libri proibiti, scomparsi, rastrellati. Ho visto tante cose, da Hitler, a Mussolini, a Franco. Ho visto i libri fatti sparire dalla scienza ufficiale, quelli della politica, quelli dalla Santa Inquisizione. Oggi siamo rasi al suolo da una tsunami gigantesca, ma per lo più inavvertita, perché lenta e dolce, che è l’omologazione delle idee.

Hong Kong non è tutto ciò che vedi. C’è altro. E’ una sorta di punto di scontro fra placche continentali.

La Settima Fata, pur essendo un romanzo basato su una vicenda che accadrà nel gennaio 2020, mostra come Hong Kong non sia tutto ciò che i visitatori scorgono sulla sua superfice, un mondo logico, reale, spiegabile.

Qui sotto riporto una spiegazione, una analisi, di un acuto conoscente, circa quanto starebbe accadendo a Hong Kong in questi giorni tumultuosi. Dove esistano forze ostili e segrete all’opera (più d’una) non credo esistano ormai dubbi. CIA, Tykoons vari, Taiwan ecc.

 

 

 

Ci sono tre tipi di manifestanti di Hong Kong, dice il mio amico:

I. Quelli che credono veramente che il governo della RAS di Hong Kong e quello di Pechino siano malvagi e che stiano veramente combattendo per una giusta causa. Questo gruppo di persone è sincero ma non è intellettualmente onesto. Hanno subito il lavaggio del cervello, grazie al liberalismo occidentale. Pensano di essere intelligenti e progressisti, ma non sono così intelligenti come pensano e hanno un concetto contorto del progresso. Sono i vostri insegnanti, avvocati, medici, infermieri, funzionari pubblici, giornalisti, capi ufficio e così via.

II. Poi ci sono gli istigatori. Sono astuti, manipolatori e complottisti. Sono quelli che diffondono notizie false e cercano di aggiungere carburante al fuoco della protesta, diffondendo menzogne. Usano il loro cervello e restano per lo più dietro alle quinte. Usano persone stupide per fare il lavoro sporco al posto loro. Non permetterebbero mai ai propri figli di avvicinarsi alla linea del fronte. Questo gruppo è composto da gays, spie, magnati del business scontenti vari, proprietari di mezzi di comunicazione, politici e chiunque tragga beneficio dai disordini sociali o serbi del rancore nei confronti della Cina e del governo di Hong Kong, che vedono come la stessa cosa.

III. Gli idioti, i perdenti e gli infelici della società, che sono arrabbiati, perché non possono farcela nel mondo reale, ma incolpano chi ce la fa, invece di sé stessi, per il proprio fallimento. Non rispettano l’autorità (in particolare il governo e la polizia), ignorano volontariamente le leggi e l’ordine e vandalizzano i simboli del successo. Le donne possono imprecare in modo tale da far arrossire i marinai! Gli uomini sono vili e stupidi. Sia i loro uomini che le loro donne sono solo dei cretini. Ci sono anche un sacco di svitati in questo gruppo. I loro cervelli sono fritti e non si può cavarci nulla ragionando. Al gruppo II piace usare il gruppo III. Come ho detto prima, al gruppo II piace usare le persone stupide. Per un po’ sono stati finanziati da alcune fronti anti-Cina. Quando i loro soldi si prosciugheranno, inizieranno a raccogliere fondi attraverso il crimine. Al Qaeda vendeva droga negli Stati Uniti. L’ISIS ha rapito e ricattato. Il movimento filodemocratico può trasformarsi molto presto in crimine organizzato. Saranno molto peggio delle triadi, perché ce ne sono molti di più, e le triadi, in fondo, vogliono ordine, un proprio ordine di facciata, ma questi no. I crimini stanno già cominciando ad accadere. Vediamo più pistole e più rapine. È solo questione di tempo prima che  i manifestanti “filodemocratici” comincino ad estorcere denaro alle imprese, chiedendo “tasse di protezione” per risparmiarle dal vandalismo.

Urgono strategie diverse per combattere i gruppi diversi. Per il gruppo I, bisogna conquistare le loro menti. Sono socialmente liberi.  Ma come tutti gli altri social-liberali, sono pieni di idee fasulle, slegate dalla realtà. Ma almeno, le loro menti funzionano ancora, in una certa misura. Abbiamo bisogno di qualcuno più intelligente di loro per discuterci e conquistarli con la ragione. Per il gruppo II, questi sono i diavoli usciti dall’inferno. Dobbiamo batterli nel loro gioco ed essere più diavoli di loro. NON dobbiamo dare loro quello che vogliono. Prendiamo invece ciò che vogliono da loro. Il gruppo III ama le tenebre e odia gli angoli dove risplende la luce. Ci odiano quando si cerca di spiegare loro la moralità, in modo gentile, perché li si fa sentire stupidi e fuori posto. Sono cattivi e sanno solo trattare con i cattivi. L’unico posto per loro è la prigione, o la paura dell’arresto, dove possono avere la possibilità di istruirsi e riabilitarsi!

 

Condivido l’analisi di questo amico cinese di Hong Kong.

Ilaria Bifarini a Verona, Sabato 14 dicembre, ore 18, Liston12, P.za Bra.

 

 

L’Economista Ilaria Bifarini presenterà a Verona, Sabato 14 dicembre, il suo libro “INGANNI ECONOMICI. Falsi Miti di una scienza sociale.” Nativa di Rieti e laureata a pieni voti alla Bocconi di Milano in economia. Dopo 10 anni di lavoro come consulente e poi funzionario nella pubblica amministrazione, Ilaria ha ripudiato la dottrina neoliberista che permea la moderna finanza mondiale. Si definisce un “Bocconiana Redenta”. Dal momento della sua “catarsi” sulla via di Damasco, partecipa a convegni e dibatti e appare in televisione per presentare la sua visione della finanza. Una massima di Mark Twain introduce il lettore all’opera: “E’ molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata.” In questo libro, succintamente, presenta ciò di cui si discute quotidianamente, senza spesso afferrare i concetti basilari. Eccone la suddivisione: 1. Cos’è l’Economia 2. Una Crisi evitabile. 3. Il Debito Pubblico 4. Malati di Austerity 5. Falsi Miti Economici 6. Ritornare a Keynes.
Entrata libera: Sabato, 14 Dicembre. Liston 12, Piazza Bra, Verona, ore 18.

GUIDO BOGGIANI. PITTORE ED ETNOGRAFO CON RADICI TURBIGHESI

Guido Boggiani (Omegna, 25 settembre 1861 – dipartimento del Chaco, 1902) fu un grande pittore, fotografo ed etnografo. Era figlio di Giuseppe Boggiani e di Clelia Genè, a sua volta figlia dell’illustre zoologo turbighese Giuseppe Gené.

Giuseppe Gené nacque a Turbigo (MI) il 9 dicembre 1780 e morì a Torino il 14 luglio 1847. Per maggiori dati storici su di lui, rimandiamo i lettori alle ricerche dello storico turbighese Giuseppe Leoni. I figli di Giuseppe Gené ebbero carriere illustri. Uno fu il generale Carlo Gené, che comandò i militari italiani che occuparono Massaua e Assab, in Africa. Il colonnello dei bersaglieri Enrico Gené, figlio di Carlo, fu decorato per il coraggio dimostrato nell’assalto a Porta Pia. Un suo nipote sarà la medaglia d’oro, Carlo Fecia di Cossato (1908-1944) un celebre comandante di sommergibili.

Guido Boggiani sin da piccolo mostrò un forte talento artistico per cui, non appena terminò gli studi liceali, i genitori l’iscrissero all’Accademia di Brera, dove rimase un paio d’anni. Lasciò l’Accademia per proseguire gli studi con il pittore milanese Filippo Carcano (1840-1914) ed ebbe subito denaro e successo, ma che non gli diede affatto alla testa. Nel 1881, presentò tre quadri e fu salutato come una promessa nel campo dell’arte. Il 1883 fu l’anno della rivelazione. Il re Umberto I aveva inaugurato la nuova sede del Palazzo delle Esposizioni, costruito appositamente per ospitare opere d’arte, e Boggiani vi fu premiato, per il quadro “La raccolta delle castagne” che fu acquistato dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna, per l’allora elevatissima somma di seimila lire, e fu recensito favorevolmente sul Fanfulla da un giovanissimo Gabriele D’Annunzio. Nello stesso anno, il 1883, Boggiani espose quattro quadri all’Accademia di Brera ed ottenne l’ambito «Premio Principe Umberto» con ”Ombra dei castagni”. Gli giunsero altri premi dall’Italia e dall’estero. Decise di restare a Roma, e nel 1884 aprì uno studio in via San Nicolò da Tolentino. Strinse amicizia con il musicista Paolo Tosti, Gabriele D’Annunzio e lo scrittore e giornalista napoletano Eduardo Scarfoglio. Con essi s’inserì nei circoli culturali della città e fece parte, in via dei Due Macelli, del cenacolo della «Cronaca Bizantina» di Angelo Sommaruga, la più celebre rivista del Periodo Umbertino.

Avrebbe potuto godersi in pace una ricca carriera artistica e invece partì per il Sud America. Nel 1887, a 26 anni, Boggiani intraprese un viaggio in Argentina per mostrare i suoi dipinti a Buenos Aires. v’incontrò degli italiani che vivevano in Paraguay, e attraverso i commenti da loro fatti, specialmente sulle aree del Chaco e dei popoli indigeni, ebbe inizio la sua passione per il Paraguay. Nel 1887 viaggiò attraverso l’interno del Brasile, della Bolivia e del Paraguay per documentare la vita degli indigeni nella regione. Nel 1888 Boggiani arrivò ad Asunción e iniziò la sua prima spedizione nel Gran Chaco.


Grazie agli sforzi di Don Juan De Cominges, raggiunse Puerto Casado. Qui ebbe il primo contatto con gli indiani Chamacoco. Ritornò in Italia nel 1893, portando una collezione di 800 manufatti di grande valore antropologico, che oggi si trovano presso il Museo Pigorini di Roma e iniziò a scrivere libri basati sulle sue esperienze. Nel 1896 tornò ad Asunción, equipaggiato con una macchina fotografica, un treppiede e tutti gli elementi per lo sviluppo delle lastre. Era convinto che la fotografia fosse l’unico modo per studiare queste persone che vivono nelle loro piccole capanne. Alla fine, oltre ai suoi numerosi libri, le sue fotografie (ne furono realizzate più di 500 dal 1896 al 1901) e i soggetti della sua arte suscitarono l’interesse e l’ammirazione di un pubblico più vasto. Parte della sua collezione è stata successivamente acquisita dal Museo Etnologico di Berlino.

Boggiani fu visto per l’ultima volta ad Asunción il 24 ottobre 1901, insieme al suo assistente Félix Gavilan, mentre lasciavano la città per il Gran Chaco. Nell’ottobre del 1902 scrisse per l’ultima volta al fratello, descrivendo i dettagli della spedizione. Poi sparì nel nulla.

Fu solo nel 1904 che la comunità italiana di Asunción organizzò una spedizione, guidata dall’esploratore spagnolo José Fernandez Cancio, e il 20 ottobre 1904 trovarono i resti di Boggiani e il suo cranio fracassato. Si suppone che i Chamacoco abbiano spaccato la sua testa con una mazza per impedirgli di fraternizzare con una tribù loro nemica; nel 1902 la rivista American Anthropologist riferì che era stato ucciso “presumibilmente per mano degli indiani Tobas.”La sua macchina fotografica fu trovata sepolta, e si presume che anche molti negativi furono anch’essi sepolti. I resti di Boggiani sono oggi in una tomba nel cimitero italiano di Asunción.


Una buona parte del suo lavoro, scritti, disegni finissimi e lastre fotografiche poté essere salvato grazie all’esploratore e botanico ceco Alberto Vojtěch Friè (1882 – 1944), che pochi anni dopo si recò in Paraguay e fu in grado di recuperare tutti i suoi averi, grazie ai buoni rapporti con gli indigeni. Suo nipote, Pavel Friè, è in seguito riuscito a sviluppare tutte le lastre fotografiche, e la collezione è stata riprodotta in “Guido Boggiani, Photographer” (1997).

 

Una strada di Asunción, in Paraguay porta il suo nome e vari discendenti degli indigeni che aveva studiato portano il cognome Boggiani, come segno di rispetto per lui.

Dante Alighieri ospite a casa Paratico

Scritto da Luca Volpi sulla rivista VALLE DELL’OGLIO il 19 maggio 2019

Amerigo Lantieri de Paratico

Nel mezzo del cammin tra Capriolo e Paratico… potrebbe essere l’incipit per un capitolo inedito dedicato all’esilio di Dante Alighieri attraverso le nostre zone. Una tesi suggestiva a cui il Colonnello Amerigo Lantieri de Paratico ha dedicato una considerevole ricerca storica, avvalendosi sia di manoscritti redatti da alcuni antenati, sia di testi di studiosi bresciani. E nella serata di lunedì 25 marzo ha illustrato in biblioteca i risultati raccolti.
«Il primo a scriverne pare sia stato Giovanni Maria Mazzucchelli, un precursore della storia della letteratura italiana, nella seconda metà del Settecento – ha spiegato Lantieri – All’interno della storia della famiglia Paratico si accenna a quel “famoso poeta Dante Adigerio fiorentino” che pare alloggiò nel castello». Altri studiosi, talvolta non così competenti, si sono cimentati sull’argomento, su carta stampata e nel web, ma purtroppo senza dare grossi aiuti a Lantieri: «Ho dovuto constatare che molti scritti erano approssimativi e grossolani».

Tuttavia, una sferzata imprevista alla ricerca l’ha data un saggio del fiorentino Giuseppe Pelli Bencivenni, il quale si appoggia alla testimonianza del Boccaccio secondo cui il sommo poeta trovò rifugio presso la famiglia Paratico. Possibile che scrittori di casa Lantieri e storici del bresciano avessero ignorato una testimonianza simile? Un dubbio che ha spinto il Colonnello a ulteriori verifiche.

Castello di Paratico

«Consultando più edizioni del Trattatello in laude di Dante, ho appurato che Giovanni Boccaccio menziona Brescia solo per dire che Dante cercò di convincere il Conte Arrigo di Luzinburgo (meglio noto come imperatore Enrico VII di Lussemburgo, Ndr) a conquistare pure Firenze, oltre a Brescia, nella speranza di ritornarvi. Ad ogni modo, non ci sono indicazioni su dove si trovasse in quel periodo».
Deluso per questo vicolo cieco risalente a un paio di anni fa, Lantieri avrebbe abbandonato l’impresa se non fosse stato per l’intervento provvidenziale della cugina Carolina di Levetzow Lantieri, ultimo ramo della dinastia situato a Gorizia. «Mi disse che vicino alla torre del Palazzo Lantieri di Gorizia hanno degli affreschi del 1535 dedicati all’imperatore Carlo V e in uno di questi è raffigurato il Castello di Paratico, con tanto di lago d’Iseo, e Dante in procinto di entrare». Seppur lontano da una pittura realista, tale indizio sarebbe in linea con la tradizione di famiglia secondo la quale il capostipite di Gorizia Antonio Lantieri, d’animo ghibellino, partì da Paratico e giunse in terra friulana nel 1450. Senza contare i manoscritti in italiano e latino del notaio Branchinus de Paratico, altro prezioso supporto per la ricerca: «Non solo egli avrebbe dedicato un paio di sonetti al poeta esule, ma si sarebbe recato a Ravenna per visitarne la tomba».

 

Scandaloso comportamento dei giornalisti RAI: tutti in fuga sulle spiagge e i monti

La corazzata Potemkin

Si parla tanto delle assenze dal Parlamento dei politici, ma poco si parla della casta dei giornalisti, soprattutto di quelli in servizio permanente effettivo alla RAI, pagati dai contribuenti italiani e non dalle entrate pubblicitarie, come sostiene Fazio.

Sono spariti tutti dai palinsesti e dalle reti RAI! E al loro posto si troviamo fior di repliche.

 

Ma quale altra categoria di lavoratori si può permettere tante ferie, nonostante il loro essere così ben pagati e protetti sindacalmente? Dovrebbero staccare a turno, non occorre essere Einstein per capirlo, perché gli italiani che vanno in vacanza non smettono di guardare la televisione, fra una partita di tressette e l’altra.

Per esempio, Serena Bortone, la popolare conduttrice di Agorà  è sparita a metà giugno, quando salutò tutti con la sua solita franchezza, annunciando le prossime (sue) ferie.

E dove saranno finiti tutti gli altri pezzi da novanta che dibattono le notizie correnti? Vespa, Fazio, Berlinguer? Dove siete, dovete preparare i programmi per la prossima stagione? Ma andiamo, non scherzate, vi guida sempre l’attualità…

Questa è la vecchia Italia che riaffiora: non siamo noi al vostro servizio, siete voi che dovete servite noi.

Il nuovo presidente della RAI, Marcello Foa,  non ha in mente nulla di rivoluzionario?

 

 

 

 

 

Popillia o cimice giapponese, siamo invasi dagli alieni! Una possibile soluzione?

La Popillia, conosciuta come cimice giapponese, è un coleottero in grado di attaccare moltissime specie vegetali e frutti. Aveva prima invaso la Lombardia e poi si è diffusa a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale. Pare possedere la stessa velocità riproduttiva di certi scarafaggi orientali, per i quali, nel giro di pochi giorni, un padre e una madre, possono trovarsi al vertice di una piramide che porta alla base centinaia di migliaia di discendenti.
A Verona, il balcone di casa nostra è stato colonizzato e hanno la fastidiosa abitudine d’infilarsi fra i panni stesi ad asciugare.

La loro diffusione è stata favorita dalla mancanza di uccelli e insetti antagonisti, che la tengono normalmente sotto controllo nei paesi d’origine. Per esempio, la mosca samurai giapponese che depone le proprio uova entro alle uova della cimice, ma che regolamenti comunitari impediscono ai nostri allevatori d’importare e di diffondere.

Vorrei ora presentare una mia piccola idea ma, non essendo io un etologo, né un ornitologo, non so se abbia senso o se funzionerà. Si tratta di allevare dei tordi o altri uccelli comuni sul nostro territorio a cibarsi di queste cimici, che sono ricchissime di proteine, dei veri bocconcini delicati, dal punto di vista degli uccelli.

Si potrebbero far schiudere in grosse voliere delle uova di tordi e poi nutrirli con queste cimici, una volta liberati questi uccelli potrebbero passare per imprinting queste abitudini culinarie ai propri piccoli.

Funziona, è possibile? E’ stato tentato? Non lo so ma forse si potrebbe tentare un esperimento.

 

“Allontanarsi dalla Linea Gialla” ma è meglio allontanarsi da questa commedia

Dal 24 luglio all’11 agosto (esclusi 28 luglio e 4 agosto) si tiene lo spettacolo “Allontanarsi dalla linea gialla!” presso il Cortile Ovest dell’Arsenale, parte del programma’ Teatro nei Cortili’.
Abbiamo visto ieri sera, 29 luglio 2019, questa commedia scritta da Francesca Mignemi, e diretta dal regista Alberto Bronzato. Leggiamo in internet che l’autrice è nata a Treviso nel ’91, si è laureata in Arti Visive e Teatro all’Università IUAV di Venezia, ed è da poco neodiplomata (2018) in drammaturgia presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

 

La compagnia che l’ha messa in scena è l’Estravagario Teatro, una compagine di superlativi interpreti, grandi attori che meriterebbero qualcosa di meglio e che, grazie alla loro maestria recitativa e ai bei costumi, hanno salvato questo imbarazzante spettacolo. L’inutile turpiloquio (come è noto chi usa parolacce non ha nulla da dire) è apparso in più punti fuori luogo e la caricatura di un migrante ‘in fuga dalla guerra e dalla povertà’ che si è esibito in una pisciata sul palco, deve aver scandalizzato più d’uno, visti anche i bambini presenti, ma capiamo che il fine della giovane autrice doveva essere proprio quello d’imbarazzare dei piccoli borghesi, qual è lo scrivente. Quello è stato il clou della serata, con il pur bravo Giuseppe Pasinato, che interpretava l’extracomunitario, che ha ci offerto una pisciata di spalle, preceduta dal macchinoso sbarellamento dell’arnese e poi da spruzzi d’acqua che, vogliamo sperare, provenissero da una sacca d’acqua che egli teneva celata sotto alla maglia.

Chiaramente la signorina Mignemi vorrebbe “portare avanti un certo discorso” anche se non abbiamo ben capito quale e, temiamo, non la sappia neppure lei.

 

 

Una copia della Monna Lisa in esposizione a Firenze

La Isleworth Monna Lisa (ribattezzata la Giovane Monna Lisa) viene esposta a Firenze, per la prima volta in Europa, uscendo fuori dal caveau svizzero, in cui viene solitamente custodita. La mostra fiorentina andrà dal 10 giugno al 30 luglio 2019 ed è stata allestita nella sala delle Feste di Palazzo Bastogi.

Questo è indubbiamene un bel colpo per questa fondazione basata in Svizzera ‘The Mona Lisa Foundation’ che da più di un decennio la promuove in maniera assai aggressiva e senza risparmio di denaro.
Ricordo di aver trovato un ponderoso volume da loro stampato nell’ufficio del Console d’Italia a Hong Kong, nel 2015, mentre il quadro stava in mostra a Singapore, e stavano tentando di organizzarne una anche a Hong Kong, anche se poi non la fecero.

Un articolo sulla Nazione di Firenze dice: “Per il pool di esperti della fondazione non ci sono dubbi: questa opera, rimasta incompiuta, ritrae una giovane Lisa Gherardini seduta tra due colonne, e fu commissionata a Leonardo tra il 1503 e il 1506 – dunque circa dieci anni prima della Gioconda esposta al Louvre – su commissione di Francesco del Giocondo, consorte di Lisa.”

In realtà si è sempre detto che questo ordine, assai dubbio, dato dallo strozzino e mercante, Francesco del Giocondo, fu per la Gioconda, che oggi si trova al Louvre. Esiste un’ipotesi che sposterebbe il quadro del Louvre al 1511 (il soggetto sarebbe Pacifica Brandani, e tale notevole idea è di Carlo Pedretti e fu poi sviluppata da Roberto Zapperi) oppure risalirebbe al 1478 (il soggetto sarebbe Fioretta Gorini e questa è una mia ipotesi).

Ricordiamo per inciso che Leonardo, proprio in quegli anni, rifiutò di dipingere un ritratto di Isabella D’Este che lo perseguitava con lusinghe e minacce, e arrivò a scrivergli che poteva stabilire la cifra necessaria. Dunque, Leonardo avrebbe alzato il pennello per la moglie di un mercante e rifiutato le richieste d’una principessa?

Il dipinto fu scoperto nella casa di un aristocratico, nel 1913, dal collezionista Hugh Blaker, che lo acquistò per collocarlo nel suo studio a Isleworth, a sud-ovest di Londra .
Spedito poi negli Stati Uniti nel corso della Prima guerra mondiale , fu acquistato nel 1960 da un conoscitore d’arte americano,  Henry Pulitzer . Il consorzio lo acquistò nel 2003 dagli eredi di Elizabeth Meyer, vedova del Pulitzer.

È chiaro che la posta in gioco è altissima, sia sotto il profilo artistico che nell’ambito più prettamente economico. L’opera – che oggi, senza attribuzione certa, potrebbe valere tra i centomila e i 200mila euro – non solo entrerebbe nel catalogo leonardesco, ma raggiungerebbe un valore enorme.

“Nessuna prova scientifica è stata finora in grado di dimostrare definitivamente che questo non è un Leonardo Da Vinci”, ha affermato il socio fondatore dell’ente privato svizzero e storico dell’arte, Stanley Feldman. Dimentica però di dire che il difficile è dimostrare che si tratta di un Leonardo, e non che non è un Leonardo.

La mia impressione è che si tratti d’una copia, forse realizzata da uno dei discepoli di Leonardo, come il Melzi o Marco d’Oggiono. E i motivi son presto detti: il formato di questo quadro è troppo grande per la moglie di un mercante; il paesaggio è estremamente primitivo e mal eseguito e, soprattutto, è su tela, una cosa che mai Leonardo fece. Dipinse solo su legno di pioppo o di noce.

 

Una visita a Vinci, paese natale di Leonardo Da Vinci

Una visita di mezza giornata, a Vinci, mi ha depresso invece che esaltato. Poca gente in giro, poster sbiaditi di dipinti di Leonardo, attaccati ai muri delle case e dei negozi.

Un Museo vinciano con pochi documenti originali, pochi turisti, una evidente mancanza di una regia generale che raccolga tutti gli eventi, nonostante la buona volontà di alcune persone e la cortesia degli abitanti. Una piazzetta dedicata a Carlo Pedretti con di fronte un Museo vuoto.

Non si rendono conto di avere un giacimento di petrolio sotto ai piedi (petrolio culturale, intendiamo) grazie al quale tutti potrebbero vivere meglio.

I turisti vengono spediti alla sua “Casa Natale”, ad Anchiano, anche se tutti gli esperti sanno che quella casa entrò nella proprietà della famiglia Da Vinci molti anni dopo la sua nascita, dato che abbiamo il documento notarile. Leonardo nacque a Vinci, non ad Anchiano, ma non si sa in quale parte del borgo.

Sappiamo, invece, dove trascorse la sua infanzia, assieme alla madre, Caterina, al patrigno, Antonio Buti detto l’Accattabriga, alle sorellastre e a un fratellastro.

Questo luogo della sua infanzia, ancora assai pittoresco, si trova alla periferia di Vinci ed è prossimo alla chiesa di San Pantaleo, che abbiamo tentato di visitare ma, essendo in rovina da anni, risulta sbarrata.

Perché il comune di Vinci non ha promosso il suo restauro e non l’ha aperta ai turisti? Credo ci voglia poco e con il 500mo anniversario della sua morte, che cade quest’anno, si sarebbero potuti facilmente reperire i necessari fondi.

 

Ho scritto anche sul Corriere della Sera:

 

Leonardo, l’immagine separata dalla realtà