Serata Leonardiana alla Libreria il Minotauro, il 18 aprile 2019.

Grande serata leonardiana alla Libreria il Minotauro, in via Cappello, a Verona. Due grandi artisti veronesi, Lucio Erlati e Roberto Merola, del gruppo Martingala, hanno intrattenuto il pubblico con le loro belle canzoni e, durante le pause, l’autore del nostro libro su Leonardo Da Vinci, Angelo Paratico, ha raccontato, in pillole certi aneddoti sul Maestro, demolendo alcune delle storie che si raccontano su di lui.

 

Leonardo è stato, fra l’altro, un ottimo musicista e un cantante, e questo ce lo racconta il Vasari. Del resto è risaputo che chi ha una predisposizione per le scienze esatte, possiede anche una forte predisposizione per le note musicali.

Lucio Erlati aveva ricordato una vecchia canzone interpretata da Ornella Vanoni, che era stata la colonna sonora di una splendida ricostruzione della Vita di Leonardo mandata in onda dalla RAI negli anni Settanta. Il testo di questa canzone è di Leonardo da Vinci, mentre la musica è una composizione moderna, ma la musica e le parole, dolcissime e sognanti,  si sposano armoniosamente, ecco la canzone:

 

La serata presso al Minotauto verrà ripetuta il 9 maggio.

 

Schiave tartare e cinesi in Toscana. Ginevra Datini di Prato

 

Ginevra Datini, l’amatissima figlia del mercante tardo medievale Francesco Datini (1335-1410), nacque da una sua schiava domestica tartara chiamata Lucia, che lavorava nel suo palazzo. Questa straordinaria scoperta non sarebbe mai avvenuta senza il ritrovamento fortuito, avvenuto nel XIX secolo, d’un vero e proprio tesoro di lettere e di documenti che erano stati murati in un compartimento di Palazzo Datini a Prato. 150.000 lettere, 500 registri dei conti, 300 contratti societari, 400 contratti di assicurazione, migliaia di polizze di cambio e di assegni. Quel ritrovamento ha mutato la nostra visione del tardo medioevo europeo.

Citiamo spesso il caso di Datini per dimostrare quanto comune fosse stata l’importazione di schiave estremo orientali, in risposta alla facile obiezione circa la mia tesi che la madre di Leonardo Da Vinci fu una di queste sventurate. Il mio libro: Leonardo Da Vinci. Un intellettuale cinese nel Rinascimento italiano. Con documenti che illuminano la vita di sua madre, la misteriosa Caterina con una prefazione di Salvatore Giannella ed edito da Ginko Editore, si basa appunto su tale possibilità.

Un convegno dedicato particolarmente al capitolo, assai poco conosciuto, della schiavitù dal XI al XVIII secolo in Europa si era tenuto a Prato nel 2014, organizzato dalla Fondazione Datini. Era stato curato da Simonetta Cavaciocchi ed aveva visto la partecipazione di molti storici, provenienti da tutto il mondo, specializzati in questo affascinante argomento. Alla fine del convegno erano stati pubblicati due volumi, mostrati nella foto, editi dalla Firenze University Press, che raccolgono tutti i loro interventi.

La stampa italiana diede una limitatissima, quasi nulla, copertura mediatica a questo evento, che pure resta sconosciuto a molti nostri storici, e i cui confini sono ben lungi dall’essere stati esplorati.

Questo atteggiamento può essere spiegato con le parole dello storico russo Sergej Pavlovic Karpov, il quale ha partecipato ai lavori: “Vi è un altro preconcetto non ancora del tutto superato nella coscienza contemporanea, e cioè che la schiavitù – intesa nel senso pieno della parola – fosse un fenomeno piuttosto marginale in epoca medievale, in cui prevaleva piuttosto la servitù della gleba. In realtà, gli schiavi domestici, ma anche quelli destinati alla lavorazione della terra, erano assai numerosi, non solo nei periodi di guerre e conquiste, ma anche come un fenomeno permanente, e ancor più in seguito a epidemie devastanti, come la famosa Peste Nera nel Trecento, quando la mancanza di manodopera fu riequilibrata dalla importazione cospicua di schiavi dall’Oriente”.

Riportiamo qui sotto una foto che mostra la composizione etnica di schiavi, presa dal libro di carico di due mercanti, che oltre a normali merce, importavano anche schiavi e soprattutto, schiave, aventi una età media di 13 anni (con punte basse sino a 4 anni e massime di 28 anni). A sinistra Benedetto Bianco nel periodo 1359/60 e Vittore Pomino, dal 1434/43. Da notare la riduzione del numero di mongole e cinesi.

 

 

Le capsule da caffè fanno male, non date retta a George Clooney

La Bialetti e gli altri produttori di moka per il caffè sono in crisi, a causa dello strapotere (e della praticità) delle capsule che stanno conquistando sempre più larghe quote di mercato.

Grazie all’accattivante sorriso di George Clooney si sta provocando una crisi di salute pubblica, che andrebbe evitata a tutti i costi.
Vediamo di analizzare brevemente il motivo per il quale non bisognerebbe abbandonare la caffettiera napoletana e la sua nipotina, la moka, inventata 118 anni fa da un meccanico milanese e da un esteta napoletano.
Già stiamo commettendo l’errore di non macinarci il caffè in casa, perdendo il suo aroma, preferendo comprare quello già macinato, ma il passare alle cialde o alle capsule è, prima di tutto, una imperdonabile caduta di stile e poi un errore, che potrebbe compromettere la nostra salute.
No, non stiamo esagerando, il caffè in capsule è maggiormente tossico di quello che già beviamo dalla moka. Le capsule contengono sino a 10 volte in più di furano e ossido di divinilene, prodotti cancerogeni che si generano nel processo di tostatura ma che, essendo volatili, si disperdono nell’ambiente con altri sistemi di preparazione, quando il caffè respira…
Inoltre, le stesse capsule sono tossiche e vale anche qui la regola costante di non conservare prodotti alimentari in recipienti d’alluminio o di plastica, perché potrebbe contaminare il contenuto con metalli pesanti e diossina. Non aspettiamo la prossima puntata di Report per scoprirlo, basta il buon senso!

Inoltre, il caffè nelle capsule ha un costo esagerato, ecco perché certi produttori possono pagarsi la pubblicità di Clooney e affittare negozi che sembrano boutique di Cartier e Gucci.

L’inquinamento da capsule sta diventando pervasivo, nei terreni e nel mare, soprattutto quelle di plastica. Le capsule in plastica non vengono riciclate, essendo impregnate di caffè e quelle in alluminio vengono al 95% gettate via.
Molti si lasciano ingannare dai nomi altisonanti usati per distinguere i vari caffè, Zanzibar, Timbuctu, Carovana, Coloniale ecc. ma non vi sono controlli ed è possibile che contengano tutte lo stesso caffè miscelato o tostato diversamente, per farlo apparire speciale.

 

Morgan Freeman all’Arena di Verona. Ma non tutto è andato come doveva…

Sabato 8 Settembre si è tenuto un grande spettacolo all’Arena di Verona, organizzato da Andrea Bocelli per fini benefici.

Non ho partecipato allo spettacolo in diretta, ma l’ho visto in televisione su RAI1.
Tutto è filato liscio fin quando Milly Carlucci non ha fatto salire sul palco Morgan Freeman, il quale, non sapendo cantare, alla fine ha recitato il celebre poema d’epoca vittoriana intitolato INVICTUS, scritto da William Ernest Henley (1849-1903). Nelson Mandela lo conosceva a memoria e fu parzialmente citato da Winston Churchill al Parlamento britannico in uno dei suoi più celebri discorsi, durante la battaglia d’Inghilterra, appare in Casablanca e in altri film e libri.
Ebbene, durante la recitazione di Morgan Freeman, nel suo inglese potente ed epico, la voce chioccia e incerta d’un interprete ha completamente coperto quella di Freeman. Incredibile! Il pathos è subito svanito nel nulla. Mi chiedo chi sia quel incompetente che ha deciso di fare questo? Non poteva semplicemente far correre dei sottotitoli sullo schermo? La gran parte degli spettatori capisce l’inglese e se abbisognava d’una traduzione in italiano poteva facilmente accedere a google. Forse quando arriva un grande cantante americano fanno la traduzione simultanea delle sue parole, mentre canta, coprendo le sue parole? Pure Freeman pareva piuttosto scocciato di questo.

Ecco qui il testo originale:

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find me, unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

La storia del pupazzo di neve

Un amico americano mi manda questa storia di un pupazzo di neve. L’ho tradotta in italiano per voi…

 

 

 

La storia del pupazzo di neve

 

 

Aveva nevicato tutta la notte. Così alle ore:

 

 

8:00 Ho fatto un pupazzo di neve.

8:10 Una femminista è passata e mi ha chiesto perché non ho fatto una donna della neve.

8:15 Così, ho fatto una donna di neve

8:17 Il mio vicino femminista si lamentava del petto voluttuoso della donna di neve dicendo che rendono un oggetto le donne di neve in tutto il mondo

8:20 La coppia gay che viveva nelle vicinanze si è lamentata che avrebbe potuto essere una coppia dello stesso sesso invece dei soliti pupazzi di neve etero.

8:22 Il transgender mi ha chiesto perché non ho fatto un solo pupazzo di neve con organi staccabili.

8:25 I vegani si lamentano del naso di carota, perché la verdura è cibo e non si deve usare per decorare le figure di neve.

8:28 Sono chiamato razzista perché la coppia di pupazzi è bianca…

8:31 Il signore musulmano attraverso la strada e mi chiede di mettere il burqa alla donna di neve

8:40 Arriva la Polizia che dice che qualcuno si è offeso

8:42 Il vicino femminista si lamentava di nuovo che il manico di scopa della donna di neve deve essere rimosso perché rappresentava le donne in un ruolo domestico

8:43 Il responsabile per le pari opportunità del Consiglio è arrivato e mi ha minacciato di sfratto

8:45 La troupe di telegiornali della BBC si presenta. Mi viene chiesto se conosco la differenza tra i pupazzi di neve e le donne? Rispondo: “Palle di neve” e si scandalizzano per la battuta e mi chiamano sessista.

9:00 Sono sui giornali come un sospetto terrorista, razzista, omofobo di nessuna sensibilità intento a fomentare divisioni.

9:10 Mi viene chiesto se ho dei complici… I miei figli vengono rapiti dai servizi sociali

9:29 I manifestanti di estrema sinistra, offesi da tutto, marciano per strada e mi chiedono di essere decapitato

Morale: Non c’è morale in questa storia. E ‘solo il mondo in cui viviamo oggi e sta peggiorando a vista d’occhio.

Jimmy Byrnes

Hiroshima e Nagasaki: i perché delle bombe atomiche su di un Paese già sconfitto

Jimmy Byrnes
Jimmy Byrnes

73 anni fa Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle bombe nucleari. Quella di Hiroshima fu una bomba all’uranio e quella di Nagasaki al plutonio, dunque furono due ordigni completamente diversi. Un doppio esperimento per gli scienziati. Esistono ancora molti malintesi circa quelle due bombe, varie fake news che circolano ancor oggi.
Sul piano tecnico quelle bombe segnarono il punto culminante del progetto Manhattan, che coinvolse migliaia di persone, con un investimento stimato in 2,5 miliardi di dollari.
Nessuno sa esattamente quante persone morirono a causa di quegli scoppi, le stime variano molto. Solo a Hiroshima forse 70.000 il primo giorno e 200.000 nei seguenti cinque anni, un po’ meno a Nagasaki.
Gli Stati Uniti stavano già bombardando tutte le più grandi città del Giappone con ordigni convenzionali, ma alcuni degli strateghi americani pensavano che quella campagna non avrebbe portato a nulla, non bastavano le uccisioni indiscriminate di civili se poi lasciavano il settore degli armamenti in piedi e funzionante.
Uno dei peggiori bombardamenti fu quello su Tokyo del 14 agosto 1945 – notate questa data, dopo il bombardamento nucleare! – che durò 14 ore e coinvolse 1.014 bombardieri che scaricarono 60.000 tonnellate di bombe sulla capitale giapponese. E, contemporaneamente alle bombe, la radio giapponese trasmetteva la voce dell’imperatore giapponese che annunciava la resa. Quel bombardamento fu una sorta di ultimo e inutile spettacolo pirotecnico per chiudere la guerra. Quando tutto fu finito, Harry Truman promosse l’idea che la guerra finì grazie alle bombe atomiche, le quali, tutto sommato, salvarono vite umane.
Ebbene, questa è la versione americana degli eventi, un tema ricorrente, ripetuto in documentari, libri, articoli e film. Lo vediamo ripresentato ogni giorno nel 2018 dalle nostre televisioni, in ricorrenza delle due fatidiche date.
È vero che la stima di un’invasione di terra – già prevista per il 1° novembre 1945 – avrebbe causato la morte di un milione di soldati americani. A quel tempo l’esercito giapponese possedeva ancora 4 milioni di soldati in grado di combattere e centinaia di aerei kamikaze pronti per essere lanciati in battaglia.
Ma sarà tutto vero? La storiografia moderna sembra raccontare, sommessamente, un’altra storia, ovvero che le atomiche non accorciarono la fine della guerra, neppure d’un giorno!
La guerra era diretta da Tokyo ma a causa delle cattive comunicazioni, delle linee telefoniche cadute, delle strade fuori uso, l’enormità dei bombardamenti atomici non poté essere apprezzata nel giro di 2 giorni dalle persone che guidarono quella guerra, primo fra tutti l’imperatore Hiro Hito.
Fu infatti la dichiarazione di guerra sovietica dell’8 agosto lo shock più forte dei bombardamenti atomici, perché l’intervento russo era il segno che tutto era perduto per i giapponesi e che era meglio trovare un accordo con gli americani.
È interessante notare che nel 1946 Albert Einstein disse che a suo parere le bombe atomiche furono usate per accelerare la fine della guerra, prima dell’attacco di Stalin e aggiunse anche che, secondo lui, Roosevelt non avrebbe mai autorizzato il loro uso. Il Giappone per forza di cose destinato a essere un loro alleato come lo era stato durante la prima guerra mondiale.
Il Giappone da mesi era alla ricerca d’una via d’uscita. Il rifiuto giapponese di resa derivava dalla dichiarazione di Roosevelt a Casablanca del gennaio 1943 di una resa “senza condizioni” che suonava bene con il suo elettorato in patria, ma che non significava nulla. Tali parole sorpresero Churchill quando gliele sentì pronunciare e quando poi vennero raccolte dalla stampa. Ma Roosevelt non le intendeva in senso letterale. Il significato delle parole di Roosevelt era che erano risoluti a vincere a tutti i costi. Il problema fu che egli morì poco dopo e il suo successore, Truman, fu costretto a seguire quella via, alla lettera.
Per il Giappone sarebbe stato sufficiente un accordo che lasciasse l’imperatore sul trono di crisantemo – come alla fine accadde – e che alzasse la bandiera bianca. Questa opinione è stata condivisa da tutti gli uomini del team di Truman tranne uno, il più potente e influente, il Segretario di Stato James (Jimmy) Byrnes – un uomo complesso e diabolico, che potrebbe essere un perfetto caso di studio per uno psicoanalista. Byrne era un uomo pieno d’odio, di ambizioni non realizzate, egoista e che disprezzava Truman per aver assunto la posizione di Presidente, che credeva destinata a sé stesso.
È un fatto storico che Churchill, MacArthur, Leahy, Grew, Eisenhower, Nimitz, Stimson e molti altri stavano premendo su Truman – almeno dal maggio 1945 – per includere la ‘clausola dell’imperatore’ nelle aperture di pace da presentare al governo giapponese, ma a causa dell’influenza negativa di Byrne, questo non fu possibile. L’irresoluto Truman, incapace di pensare diversamente dal suo segretario di Stato, Jimmy Byrnes, propose un ultimatum al Giappone il 26 luglio 1945 nel quale ancora una volta mancava la clausola di salvaguardia dell’imperatore. Il governo giapponese, dopo averne discusso, si rifiutò di rispondere. Il primo ministro giapponese Kantaro Suzuki usò un termine che è ancora famoso negli ambienti diplomatici, ovvero offrì un ‘mokusatu’ che significa ‘rispondere con il silenzio’.
Il generale Eisenhower s’oppose all’uso della atomica e più tardi scrisse nelle sue memorie: “Non era necessario colpirli con quella cosa orribile”.
Il capo di stato maggiore del presidente Truman, ammiraglio William Leahy, ha scritto: “L’uso di questa arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non è stato di alcuna utilità materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi.”
Un famoso “falco”, il generale Curtis LeMay dichiarò poco dopo il loro utilizzo: “La guerra sarebbe finita in due settimane senza l’ingresso dei russi e senza la bomba atomica…la bomba atomica non ebbe niente a che vedere con la fine della guerra.”
L’ammiraglio Chester W. Nimitz dichiarò pubblicamente, due mesi dopo Nagasaki: “I giapponesi, infatti, avevano già chiesto la pace… La bomba atomica non ebbe alcun ruolo decisivo, da un punto di vista puramente militare.”
Anche l’ammiraglio William F. Halsey dichiarò pubblicamente: “La prima bomba atomica fu un esperimento inutile… [gli scienziati] possedevano questo giocattolo e volevano provarlo.”
Chiudiamo qui con le cupe parole di Willard H. Reeves, un cappellano della marina americana.
“Quella sera ci siamo incontrati tranquillamente per cena. Sapevamo ben prima del lancio della bomba che il nemico era sconfitto e stava cercando la pace. C’era tristezza nell’aria per il fatto che Hiroshima era stata distrutta per niente. Alla fine un ufficiale spezzò il silenzio: “Perché?” era tutto quello che poteva dire… Quando tornai a casa, dopo la guerra e raccontavo la mia storia, la gente mi guardava sconcertata. Tutti erano stati convinti dalla stampa e dalle dichiarazioni rilasciate da persone del governo che il lancio delle due bombe era stato necessario per porre fine alla guerra.”

Angelo Paratico

 

 

Uscito su “La nostra Storia” di Dino Messina, Corriere della Sera, il 9 AGOSTO 2018

Another fake Leonardo da Vinci? Possibly not…

A small tile bearing the image of the Archangel Gabriel is, according to some art experts in Rome, the oldest surviving work made by Leonardo da Vinci. He did it when he was 17 and it is the only one bearing his signature. Except for a sketch with a view of the Valdinievole on paper, kept at the Uffizi Museum in Florence and drawn when he was 20, there is nothing else signed.

Prof. Ernesto Solari thinks that it a self-portrait of Leonardo and, we have to admit that, its likeliness with the David by Verrocchio are indeed impressive. Leonardo shows here a strong oriental look, with thin eyebrows, low cheeks. These are traits which not necessarily derives from his mother being an Oriental slave – as we have argued – but that was a typical mark of the old Sienese school of painting, which was often used for the representation of  sacred images. This is clearly visible in Giotto and Simone Martini

Solari’s claim was dismissed out of hand by Leonardo’s expert Martin Kemp, who told to the Guardian newspaper: “The chance of its being by Leonardo is less than zero. The silly season for Leonardo never closes.” But Kempt, like the late Carlo Pedretti, is very strong on documents but has little eyes for art. Both of them did several mistakes authenticating works which were then proven false.

The tile was presented encased in a glass at a press conference in Rome by Prof Ernesto Solari, who has written extensively on the Renaissance genius, there was also Ivana Bonfantin, a handwriting expert, who is sure that the small handwriting scratched under the glaze were drawn by Leonardo’s heavenly hand.

There are signatures et inscriptions all over it including a sequence of numbers and Leonardo’s signature back to front in his mirror-writing with a coded message translated as: “I, Leonardo da Vinci, born in 1452, represented myself as the Archangel Gabriel in 1471.”

According to Prof. Solari extensive scientific dating tests, including thermoluminescence (TL), bear out the 15th century date of the tile, which is owned by an aristocratic family in Ravello.

He further adds that the tile was fired in the pottery kiln of Leonardo’s paternal grandparents. This we think unlikely considering that they could not fire pieces of such beauty, but only very basic ones.

Should we conclude that it is a XIX copy? I am afraid we cannot do it. How to explain the positive TL test? Since it shows a firing around the date indicated, then, it should really be a Leonardo da Vinci work. Being a glazed tile it is not possible to use an old tile, then glaze it and have it refired, otherwise the TL test will not respond.

Our conclusioni is that if the TL test is really positive then it can only be a Leonardo Da Vinci.

 

Eugenio Zanoni Volpicelli, un grande napoletano in Cina.

Ecco un libro che ogni italiano diretto in Cina per lavoro o per diporto dovrebbe portare in valigia!

Eric Salerno, scrittore, giornalista ha finalmente svelato al pubblico il genio di Eugenio Zanoni Volpicelli. Infatti, con la casa editrice il Saggiatore ha pubblicato: “Dante in Cina. La rocambolesca storia della Commedia nell’Estremo Oriente”.

Eugenio Felice Maria Zanoni Hind Volpicelli (Napoli, 1853 – Nagasaki, 1936) fu console di Hong Kong e Macao dal 1899 al 1919, oltre che brillante saggista e linguista di fama internazionale. Parlava correttamente una quindicina di lingue: arabo, persiano, mandarino, cantonese, sciangaiese, russo, coreano, giapponese, tedesco, inglese (la sua lingua materna) e francese. Scrisse pochissimo in italiano e forse per questa ragione in Italia non lo conosce nessuno. Fu un carattere misterioso e proteiforme, vegetariano e salutista, un po’ spia, un po’ spirito libero, ma soprattutto amante di Dante Alighieri – ecco spiegato il titolo del libro! – che promosse la conoscenza della Commedia in Oriente.
Fu per molti anni un indispensabile punto di riferimento per tutti quegli italiani che viaggiavano in estremo Oriente.
Partì per la Cina nel 1881 come interprete, lavorando a contatto con il leggendario Sir Robert Hart, il responsabile dei porti e delle dogane cinesi e poi partecipò alle discussioni fra la Cina e la Francia, stando dalla parte dei cinesi, per risolvere con un trattato la guerra per il controllo del Tonchino e di Formosa. S’aspettava la Legione d’Onore dai francesi, ma questi gli diedero solo una pacca sulle spalle, mentre dai grati cinesi ebbe la medaglia del “Doppio Drago” che la pronipote ancora conserva. Riuscì poi a entrare nel servizio diplomatico italiano e andò a fare il console a Hong Kong e Macao con la moglie Iside Minetti, una bellissima donna, figlia della scultrice milanese Adelaide Pandiani. La signora Volpicelli ebbe certamente di che annoiarsi a Hong Kong, dove oltretutto non riuscì a portare a termine varie gravidanze. La colonia inglese non era certo quel posto brillante e ricco che è oggi, scrisse il Volpicelli: “La colonia italiana di Hong Kong è assai ristretta, non contando che 63 persone, delle quali 30 maschi e 33 femmine. Fra i primi sono da notare 2 professori di musica, 5 impiegati di Case Commerciali (di cui 2 italiane), 2 ufficiali di marina mercantile, e i rimanenti piccoli commercianti e figli di famiglia. Le donne sono, per la maggior parte, religiose appartenenti all’Ordine delle Suore Canossiane”. Unica coppia che frequentavano era quella del palermitano Giuseppe Domenico Musso, fornitore di attrezzature marine e che era stato in precedenza console onorario d’Italia.

Morì a Nagasaki nel 1936 dopo un breve malattia, vi fu cremato e sepolto in una semplice tomba, con scritto sulla lapide il nome, il titolo di Commendatore. Nove anni dopo la sua morte, a cinquecento metri di distanza, il 9 agosto 1945 esplose la seconda bomba atomica americana, che la danneggiò gravemente, ma un anonimo benefattore la fece restaurare. Purtroppo tutte le sue carte andarono misteriosamente perdute e non ritornarono in Italia, e anche alla Farnesina il suo fascicolo è sparito. Ci restano i suoi libri, stampati a Londra e a Shanghai, usando spesso il nom de plume di Vladimir, che mantengono una loro validità storica, a dimostrazione del fatto che le sue ricerche furono sempre ben documentate e originali.