Le capsule da caffè fanno male, non date retta a George Clooney

La Bialetti e gli altri produttori di moka per il caffè sono in crisi, a causa dello strapotere (e della praticità) delle capsule che stanno conquistando sempre più larghe quote di mercato.

Grazie all’accattivante sorriso di George Clooney si sta provocando una crisi di salute pubblica, che andrebbe evitata a tutti i costi.
Vediamo di analizzare brevemente il motivo per il quale non bisognerebbe abbandonare la caffettiera napoletana e la sua nipotina, la moka, inventata 118 anni fa da un meccanico milanese e da un esteta napoletano.
Già stiamo commettendo l’errore di non macinarci il caffè in casa, perdendo il suo aroma, preferendo comprare quello già macinato, ma il passare alle cialde o alle capsule è, prima di tutto, una imperdonabile caduta di stile e poi un errore, che potrebbe compromettere la nostra salute.
No, non stiamo esagerando, il caffè in capsule è maggiormente tossico di quello che già beviamo dalla moka. Le capsule contengono sino a 10 volte in più di furano e ossido di divinilene, prodotti cancerogeni che si generano nel processo di tostatura ma che, essendo volatili, si disperdono nell’ambiente con altri sistemi di preparazione, quando il caffè respira…
Inoltre, le stesse capsule sono tossiche e vale anche qui la regola costante di non conservare prodotti alimentari in recipienti d’alluminio o di plastica, perché potrebbe contaminare il contenuto con metalli pesanti e diossina. Non aspettiamo la prossima puntata di Report per scoprirlo, basta il buon senso!

Inoltre, il caffè nelle capsule ha un costo esagerato, ecco perché certi produttori possono pagarsi la pubblicità di Clooney e affittare negozi che sembrano boutique di Cartier e Gucci.

L’inquinamento da capsule sta diventando pervasivo, nei terreni e nel mare, soprattutto quelle di plastica. Le capsule in plastica non vengono riciclate, essendo impregnate di caffè e quelle in alluminio vengono al 95% gettate via.
Molti si lasciano ingannare dai nomi altisonanti usati per distinguere i vari caffè, Zanzibar, Timbuctu, Carovana, Coloniale ecc. ma non vi sono controlli ed è possibile che contengano tutte lo stesso caffè miscelato o tostato diversamente, per farlo apparire speciale.

 

Morgan Freeman all’Arena di Verona. Ma non tutto è andato come doveva…

Sabato 8 Settembre si è tenuto un grande spettacolo all’Arena di Verona, organizzato da Andrea Bocelli per fini benefici.

Non ho partecipato allo spettacolo in diretta, ma l’ho visto in televisione su RAI1.
Tutto è filato liscio fin quando Milly Carlucci non ha fatto salire sul palco Morgan Freeman, il quale, non sapendo cantare, alla fine ha recitato il celebre poema d’epoca vittoriana intitolato INVICTUS, scritto da William Ernest Henley (1849-1903). Nelson Mandela lo conosceva a memoria e fu parzialmente citato da Winston Churchill al Parlamento britannico in uno dei suoi più celebri discorsi, durante la battaglia d’Inghilterra, appare in Casablanca e in altri film e libri.
Ebbene, durante la recitazione di Morgan Freeman, nel suo inglese potente ed epico, la voce chioccia e incerta d’un interprete ha completamente coperto quella di Freeman. Incredibile! Il pathos è subito svanito nel nulla. Mi chiedo chi sia quel incompetente che ha deciso di fare questo? Non poteva semplicemente far correre dei sottotitoli sullo schermo? La gran parte degli spettatori capisce l’inglese e se abbisognava d’una traduzione in italiano poteva facilmente accedere a google. Forse quando arriva un grande cantante americano fanno la traduzione simultanea delle sue parole, mentre canta, coprendo le sue parole? Pure Freeman pareva piuttosto scocciato di questo.

Ecco qui il testo originale:

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find me, unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

La storia del pupazzo di neve

Un amico americano mi manda questa storia di un pupazzo di neve. L’ho tradotta in italiano per voi…

 

 

 

La storia del pupazzo di neve

 

 

Aveva nevicato tutta la notte. Così alle ore:

 

 

8:00 Ho fatto un pupazzo di neve.

8:10 Una femminista è passata e mi ha chiesto perché non ho fatto una donna della neve.

8:15 Così, ho fatto una donna di neve

8:17 Il mio vicino femminista si lamentava del petto voluttuoso della donna di neve dicendo che rendono un oggetto le donne di neve in tutto il mondo

8:20 La coppia gay che viveva nelle vicinanze si è lamentata che avrebbe potuto essere una coppia dello stesso sesso invece dei soliti pupazzi di neve etero.

8:22 Il transgender mi ha chiesto perché non ho fatto un solo pupazzo di neve con organi staccabili.

8:25 I vegani si lamentano del naso di carota, perché la verdura è cibo e non si deve usare per decorare le figure di neve.

8:28 Sono chiamato razzista perché la coppia di pupazzi è bianca…

8:31 Il signore musulmano attraverso la strada e mi chiede di mettere il burqa alla donna di neve

8:40 Arriva la Polizia che dice che qualcuno si è offeso

8:42 Il vicino femminista si lamentava di nuovo che il manico di scopa della donna di neve deve essere rimosso perché rappresentava le donne in un ruolo domestico

8:43 Il responsabile per le pari opportunità del Consiglio è arrivato e mi ha minacciato di sfratto

8:45 La troupe di telegiornali della BBC si presenta. Mi viene chiesto se conosco la differenza tra i pupazzi di neve e le donne? Rispondo: “Palle di neve” e si scandalizzano per la battuta e mi chiamano sessista.

9:00 Sono sui giornali come un sospetto terrorista, razzista, omofobo di nessuna sensibilità intento a fomentare divisioni.

9:10 Mi viene chiesto se ho dei complici… I miei figli vengono rapiti dai servizi sociali

9:29 I manifestanti di estrema sinistra, offesi da tutto, marciano per strada e mi chiedono di essere decapitato

Morale: Non c’è morale in questa storia. E ‘solo il mondo in cui viviamo oggi e sta peggiorando a vista d’occhio.

Jimmy Byrnes

Hiroshima e Nagasaki: i perché delle bombe atomiche su di un Paese già sconfitto

Jimmy Byrnes
Jimmy Byrnes

73 anni fa Hiroshima e Nagasaki furono distrutte dalle bombe nucleari. Quella di Hiroshima fu una bomba all’uranio e quella di Nagasaki al plutonio, dunque furono due ordigni completamente diversi. Un doppio esperimento per gli scienziati. Esistono ancora molti malintesi circa quelle due bombe, varie fake news che circolano ancor oggi.
Sul piano tecnico quelle bombe segnarono il punto culminante del progetto Manhattan, che coinvolse migliaia di persone, con un investimento stimato in 2,5 miliardi di dollari.
Nessuno sa esattamente quante persone morirono a causa di quegli scoppi, le stime variano molto. Solo a Hiroshima forse 70.000 il primo giorno e 200.000 nei seguenti cinque anni, un po’ meno a Nagasaki.
Gli Stati Uniti stavano già bombardando tutte le più grandi città del Giappone con ordigni convenzionali, ma alcuni degli strateghi americani pensavano che quella campagna non avrebbe portato a nulla, non bastavano le uccisioni indiscriminate di civili se poi lasciavano il settore degli armamenti in piedi e funzionante.
Uno dei peggiori bombardamenti fu quello su Tokyo del 14 agosto 1945 – notate questa data, dopo il bombardamento nucleare! – che durò 14 ore e coinvolse 1.014 bombardieri che scaricarono 60.000 tonnellate di bombe sulla capitale giapponese. E, contemporaneamente alle bombe, la radio giapponese trasmetteva la voce dell’imperatore giapponese che annunciava la resa. Quel bombardamento fu una sorta di ultimo e inutile spettacolo pirotecnico per chiudere la guerra. Quando tutto fu finito, Harry Truman promosse l’idea che la guerra finì grazie alle bombe atomiche, le quali, tutto sommato, salvarono vite umane.
Ebbene, questa è la versione americana degli eventi, un tema ricorrente, ripetuto in documentari, libri, articoli e film. Lo vediamo ripresentato ogni giorno nel 2018 dalle nostre televisioni, in ricorrenza delle due fatidiche date.
È vero che la stima di un’invasione di terra – già prevista per il 1° novembre 1945 – avrebbe causato la morte di un milione di soldati americani. A quel tempo l’esercito giapponese possedeva ancora 4 milioni di soldati in grado di combattere e centinaia di aerei kamikaze pronti per essere lanciati in battaglia.
Ma sarà tutto vero? La storiografia moderna sembra raccontare, sommessamente, un’altra storia, ovvero che le atomiche non accorciarono la fine della guerra, neppure d’un giorno!
La guerra era diretta da Tokyo ma a causa delle cattive comunicazioni, delle linee telefoniche cadute, delle strade fuori uso, l’enormità dei bombardamenti atomici non poté essere apprezzata nel giro di 2 giorni dalle persone che guidarono quella guerra, primo fra tutti l’imperatore Hiro Hito.
Fu infatti la dichiarazione di guerra sovietica dell’8 agosto lo shock più forte dei bombardamenti atomici, perché l’intervento russo era il segno che tutto era perduto per i giapponesi e che era meglio trovare un accordo con gli americani.
È interessante notare che nel 1946 Albert Einstein disse che a suo parere le bombe atomiche furono usate per accelerare la fine della guerra, prima dell’attacco di Stalin e aggiunse anche che, secondo lui, Roosevelt non avrebbe mai autorizzato il loro uso. Il Giappone per forza di cose destinato a essere un loro alleato come lo era stato durante la prima guerra mondiale.
Il Giappone da mesi era alla ricerca d’una via d’uscita. Il rifiuto giapponese di resa derivava dalla dichiarazione di Roosevelt a Casablanca del gennaio 1943 di una resa “senza condizioni” che suonava bene con il suo elettorato in patria, ma che non significava nulla. Tali parole sorpresero Churchill quando gliele sentì pronunciare e quando poi vennero raccolte dalla stampa. Ma Roosevelt non le intendeva in senso letterale. Il significato delle parole di Roosevelt era che erano risoluti a vincere a tutti i costi. Il problema fu che egli morì poco dopo e il suo successore, Truman, fu costretto a seguire quella via, alla lettera.
Per il Giappone sarebbe stato sufficiente un accordo che lasciasse l’imperatore sul trono di crisantemo – come alla fine accadde – e che alzasse la bandiera bianca. Questa opinione è stata condivisa da tutti gli uomini del team di Truman tranne uno, il più potente e influente, il Segretario di Stato James (Jimmy) Byrnes – un uomo complesso e diabolico, che potrebbe essere un perfetto caso di studio per uno psicoanalista. Byrne era un uomo pieno d’odio, di ambizioni non realizzate, egoista e che disprezzava Truman per aver assunto la posizione di Presidente, che credeva destinata a sé stesso.
È un fatto storico che Churchill, MacArthur, Leahy, Grew, Eisenhower, Nimitz, Stimson e molti altri stavano premendo su Truman – almeno dal maggio 1945 – per includere la ‘clausola dell’imperatore’ nelle aperture di pace da presentare al governo giapponese, ma a causa dell’influenza negativa di Byrne, questo non fu possibile. L’irresoluto Truman, incapace di pensare diversamente dal suo segretario di Stato, Jimmy Byrnes, propose un ultimatum al Giappone il 26 luglio 1945 nel quale ancora una volta mancava la clausola di salvaguardia dell’imperatore. Il governo giapponese, dopo averne discusso, si rifiutò di rispondere. Il primo ministro giapponese Kantaro Suzuki usò un termine che è ancora famoso negli ambienti diplomatici, ovvero offrì un ‘mokusatu’ che significa ‘rispondere con il silenzio’.
Il generale Eisenhower s’oppose all’uso della atomica e più tardi scrisse nelle sue memorie: “Non era necessario colpirli con quella cosa orribile”.
Il capo di stato maggiore del presidente Truman, ammiraglio William Leahy, ha scritto: “L’uso di questa arma barbara a Hiroshima e Nagasaki non è stato di alcuna utilità materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi.”
Un famoso “falco”, il generale Curtis LeMay dichiarò poco dopo il loro utilizzo: “La guerra sarebbe finita in due settimane senza l’ingresso dei russi e senza la bomba atomica…la bomba atomica non ebbe niente a che vedere con la fine della guerra.”
L’ammiraglio Chester W. Nimitz dichiarò pubblicamente, due mesi dopo Nagasaki: “I giapponesi, infatti, avevano già chiesto la pace… La bomba atomica non ebbe alcun ruolo decisivo, da un punto di vista puramente militare.”
Anche l’ammiraglio William F. Halsey dichiarò pubblicamente: “La prima bomba atomica fu un esperimento inutile… [gli scienziati] possedevano questo giocattolo e volevano provarlo.”
Chiudiamo qui con le cupe parole di Willard H. Reeves, un cappellano della marina americana.
“Quella sera ci siamo incontrati tranquillamente per cena. Sapevamo ben prima del lancio della bomba che il nemico era sconfitto e stava cercando la pace. C’era tristezza nell’aria per il fatto che Hiroshima era stata distrutta per niente. Alla fine un ufficiale spezzò il silenzio: “Perché?” era tutto quello che poteva dire… Quando tornai a casa, dopo la guerra e raccontavo la mia storia, la gente mi guardava sconcertata. Tutti erano stati convinti dalla stampa e dalle dichiarazioni rilasciate da persone del governo che il lancio delle due bombe era stato necessario per porre fine alla guerra.”

Angelo Paratico

 

 

Uscito su “La nostra Storia” di Dino Messina, Corriere della Sera, il 9 AGOSTO 2018

Another fake Leonardo da Vinci? Possibly not…

A small tile bearing the image of the Archangel Gabriel is, according to some art experts in Rome, the oldest surviving work made by Leonardo da Vinci. He did it when he was 17 and it is the only one bearing his signature. Except for a sketch with a view of the Valdinievole on paper, kept at the Uffizi Museum in Florence and drawn when he was 20, there is nothing else signed.

Prof. Ernesto Solari thinks that it a self-portrait of Leonardo and, we have to admit that, its likeliness with the David by Verrocchio are indeed impressive. Leonardo shows here a strong oriental look, with thin eyebrows, low cheeks. These are traits which not necessarily derives from his mother being an Oriental slave – as we have argued – but that was a typical mark of the old Sienese school of painting, which was often used for the representation of  sacred images. This is clearly visible in Giotto and Simone Martini

Solari’s claim was dismissed out of hand by Leonardo’s expert Martin Kemp, who told to the Guardian newspaper: “The chance of its being by Leonardo is less than zero. The silly season for Leonardo never closes.” But Kempt, like the late Carlo Pedretti, is very strong on documents but has little eyes for art. Both of them did several mistakes authenticating works which were then proven false.

The tile was presented encased in a glass at a press conference in Rome by Prof Ernesto Solari, who has written extensively on the Renaissance genius, there was also Ivana Bonfantin, a handwriting expert, who is sure that the small handwriting scratched under the glaze were drawn by Leonardo’s heavenly hand.

There are signatures et inscriptions all over it including a sequence of numbers and Leonardo’s signature back to front in his mirror-writing with a coded message translated as: “I, Leonardo da Vinci, born in 1452, represented myself as the Archangel Gabriel in 1471.”

According to Prof. Solari extensive scientific dating tests, including thermoluminescence (TL), bear out the 15th century date of the tile, which is owned by an aristocratic family in Ravello.

He further adds that the tile was fired in the pottery kiln of Leonardo’s paternal grandparents. This we think unlikely considering that they could not fire pieces of such beauty, but only very basic ones.

Should we conclude that it is a XIX copy? I am afraid we cannot do it. How to explain the positive TL test? Since it shows a firing around the date indicated, then, it should really be a Leonardo da Vinci work. Being a glazed tile it is not possible to use an old tile, then glaze it and have it refired, otherwise the TL test will not respond.

Our conclusioni is that if the TL test is really positive then it can only be a Leonardo Da Vinci.

 

Eugenio Zanoni Volpicelli, un grande napoletano in Cina.

Ecco un libro che ogni italiano diretto in Cina per lavoro o per diporto dovrebbe portare in valigia!

Eric Salerno, scrittore, giornalista ha finalmente svelato al pubblico il genio di Eugenio Zanoni Volpicelli. Infatti, con la casa editrice il Saggiatore ha pubblicato: “Dante in Cina. La rocambolesca storia della Commedia nell’Estremo Oriente”.

Eugenio Felice Maria Zanoni Hind Volpicelli (Napoli, 1853 – Nagasaki, 1936) fu console di Hong Kong e Macao dal 1899 al 1919, oltre che brillante saggista e linguista di fama internazionale. Parlava correttamente una quindicina di lingue: arabo, persiano, mandarino, cantonese, sciangaiese, russo, coreano, giapponese, tedesco, inglese (la sua lingua materna) e francese. Scrisse pochissimo in italiano e forse per questa ragione in Italia non lo conosce nessuno. Fu un carattere misterioso e proteiforme, vegetariano e salutista, un po’ spia, un po’ spirito libero, ma soprattutto amante di Dante Alighieri – ecco spiegato il titolo del libro! – che promosse la conoscenza della Commedia in Oriente.
Fu per molti anni un indispensabile punto di riferimento per tutti quegli italiani che viaggiavano in estremo Oriente.
Partì per la Cina nel 1881 come interprete, lavorando a contatto con il leggendario Sir Robert Hart, il responsabile dei porti e delle dogane cinesi e poi partecipò alle discussioni fra la Cina e la Francia, stando dalla parte dei cinesi, per risolvere con un trattato la guerra per il controllo del Tonchino e di Formosa. S’aspettava la Legione d’Onore dai francesi, ma questi gli diedero solo una pacca sulle spalle, mentre dai grati cinesi ebbe la medaglia del “Doppio Drago” che la pronipote ancora conserva. Riuscì poi a entrare nel servizio diplomatico italiano e andò a fare il console a Hong Kong e Macao con la moglie Iside Minetti, una bellissima donna, figlia della scultrice milanese Adelaide Pandiani. La signora Volpicelli ebbe certamente di che annoiarsi a Hong Kong, dove oltretutto non riuscì a portare a termine varie gravidanze. La colonia inglese non era certo quel posto brillante e ricco che è oggi, scrisse il Volpicelli: “La colonia italiana di Hong Kong è assai ristretta, non contando che 63 persone, delle quali 30 maschi e 33 femmine. Fra i primi sono da notare 2 professori di musica, 5 impiegati di Case Commerciali (di cui 2 italiane), 2 ufficiali di marina mercantile, e i rimanenti piccoli commercianti e figli di famiglia. Le donne sono, per la maggior parte, religiose appartenenti all’Ordine delle Suore Canossiane”. Unica coppia che frequentavano era quella del palermitano Giuseppe Domenico Musso, fornitore di attrezzature marine e che era stato in precedenza console onorario d’Italia.

Morì a Nagasaki nel 1936 dopo un breve malattia, vi fu cremato e sepolto in una semplice tomba, con scritto sulla lapide il nome, il titolo di Commendatore. Nove anni dopo la sua morte, a cinquecento metri di distanza, il 9 agosto 1945 esplose la seconda bomba atomica americana, che la danneggiò gravemente, ma un anonimo benefattore la fece restaurare. Purtroppo tutte le sue carte andarono misteriosamente perdute e non ritornarono in Italia, e anche alla Farnesina il suo fascicolo è sparito. Ci restano i suoi libri, stampati a Londra e a Shanghai, usando spesso il nom de plume di Vladimir, che mantengono una loro validità storica, a dimostrazione del fatto che le sue ricerche furono sempre ben documentate e originali.

My new job, my new life

After 40 years going around the world and 35 years in Hong Kong, I have decided to return back to Italy. I bought a small publishing company in Bologna which was set up in 2006 and then  I moved it to the historic center of Verona, close to Castelvecchio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ferito a Turbigo nel 1859, ministro della guerra e golpista mancato, il gen. Boulanger

Il generale Georges Ernest Jean-Marie Boulanger fu molto popolare in Francia. Nato il 29 aprile 1837, morì suicida a 54 anni, il 30 settembre 1891.

Il suo soprannome fu “generale vendetta” ed ebbe una vita assai movimentata. Le sue fortune iniziarono con una palla austriaca presa in petto a Turbigo, zona Arbusta, ancora giovane tenente del I reggimento Tirailleurs Algerini, il 3 giugno 1859. La ferita gli valse una medaglia della Legion d’Onore per il coraggio dimostrato. Poi servì la Francia in Indocina, durante la guerra franco-prussiana e in Tunisia.

Fu immensamente popolare per via della sua retorica infuocata, a tal punto che si temette una sua presa del potere violenta nel gennaio 1889. Promosse un forte movimento nazionalista, che fu chiamato “revanchisme” un termine ancora usato in Francia, che ebbe molta presa sul popolino, sui cattolici tradizionalisti e sui nostalgici della monarchia. Inoltre promosse una vigorosa campagna politica per vendicarsi della Prussia di Bismark e della sconfitta subita a Sedan nel 1870, fu anche ministro della guerra e deputato.

Dovettero cambiare la legge elettorale per impedirgli di fare il pieno alle elezioni del settembre 1889, infatti le perse e dopo la sconfitta elettorale, quando si seppe delle sue trame golpiste, per sfuggire a un ordine d’arresto fuggì a Londra e poi in Belgio. Caduto in disgrazia ed esiliato, si suicidò in un cimitero di Bruxelles, romanticamente sparandosi una pallottola in testa sulla tomba della donna amata, Madame de Bonnemains (née Marguerite Crouzet) che, malata di tisi come la Violetta della Traviata, era morta fra le sue braccia due mesi prima.

I marxisti videro nel movimento di boulangisti da lui diretto una forma di proto-fascismo, ma secondo altri sarebbe in realtà un fenomeno tipico della sinistra radicale. Insomma, le idee restano piuttosto confuse! Ma il futuro primo ministro Clemenceau che aveva le idee sempre chiare, quando seppe del suo suicidio, commentò dicendo che: “E’ morto com’è sempre vissuto, da sotto-tenente”.
Boulanger aveva avuto una visione di gloria militare quando fu ferito a Turbigo, vedendo in lontananza il campanile di Robecchetto, come Napoleone sul ponte d’Arcole, ma non ebbe il genio del côrso per trasformare il fantasma dell’impero che gli era apparso,  in una realtà.

Madame de Bonnemains

Romeo Bevilacqua (1908-1958). Un futurista dimenticato.

Ecco un bel quadro preso a Roma due settimane fa. Era in una libreria antiquaria vicina a Montecitorio e veniva indicato come opera di un “artista sconosciuto”.  Stava in una angolo, coperto di polvere, dove lo avevo visto 4 anni fa, sempre nello stesso posto, ma a quel tempo non mi ero deciso a prenderlo. Ora fa bella mostra di se’ nel mio studio.

E’ un olio su tela di grandi dimensioni e rappresenta il volto di una donna, risale ai primi anni ’30.

Ho poi scoperto che si tratta di un’opera di Romeo Bevilacqua (1908-1958), e qui sotto trascrivo una sua breve biografia.

 

Pittore, disegnatore, decoratore e tecnico della ceramica Romeo Bevilacqua, fratello del pittore e ceramista Arimondo, nasce a Firenze il 30 marzo del 1908.
Nel 1919 si trasferisce ad Albisola dove sin da piccolissimo comincia a prendere confidenza con l’argilla.
Appena diciassettenne diviene direttore artistico della manifattura albisolese “
Landa” di proprietà dell’industriale Ernesto Baccino e contemporaneamente segue i corsi di disegno all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova.
Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta apre un piccolo studio privato denominato “
Ars” ad Albisola Capo.
Poco più che ventenne entra a lavorare nella manifattura ceramica albisolese la “
Fenice” di proprietà di Manlio Trucco di cui diverrà, dal 1933 al 1936, direttore artistico.
Nella seconda metà degli anni Trenta, chiamato da 
Tullio e Torido Mazzotti, inizia la sua collaborazione con la “M.G.A.” e, attratto dall’atmosfera modernista che si respira all’epoca nelle manifatture albisolesi, inizia a produrre opere di grande personalità ed estro che espone, insieme ad altri futuristi a varie edizione delle Triennali d’Arte di Milano.
Per la “Mazzotti” realizza opere sia nel tradizionale stile antico Savona che lavori di piccola plastica ornamentale, spesso a carattere caricaturiale, inoltre realizza, su disegni di
Prampolini e Tato alcuni pannelli di piastrelle ceramiche.
Per la “M.G.A.” lavora per oltre dieci anni in un clima di massima libertà creativa realizzando ceramiche futuriste e opere umoristiche e caricaturiali che espone in una mostra personale di grande successo.
Nel 1933 è presente con alcune ceramiche alla I Mostra Nazionale Futurista di Roma e alla Mostra dei Prodotti Artigiani della I Settimana Albisolese.

Nel 1934 partecipa alla Prima Mostra di Plastica Murale di Edilizia Fascista organizzata a Genova da FilliaEnrico Prampolini e De Filippis con la supervisione di Filippo Tommaso Marinetti.
Negli anni tra le due guerre collabora con la manifattura della famiglia Mazzotti e, saltuariamente, con la “
Alba Docilia” di Adolfo Rossellorealizzando lavori che spaziano dal futurismo agli stili tradizionali e antichi.
Dal 1944 torna a lavorare in proprio alla “Ars”.
Negli anni successivi alla seconda guerra collabora assiduamente con la manifattura “
I.A.M.A.” di Giuseppe Giacchino.

R. Bevilacqua, 1929
R. Bevilacqua, 1929


Nel 1953 espone alla Fiera Artigiana di Vicenza una grande anfora dal titolo “Giudizio Universale” nella quale raffigura Leonardo da Vinci nell’atto di separare gli artisti reprobi, seguaci del cubismo e dell’astrattismo, dai seguaci della tradizione.
Muore a Savona il 22 marzo 1958.
Alcuni suoi lavori sono oggi conservati nel Museo Mazzotti di Albisola.

 

 

 

 

 

Il mio nuovo lavoro da editore

 

Saluti a tutti,

Dopo 40 anni in giro per il mondo sono tornato in Italia a lavorare, scegliendo il settore che  più amo: i libri e la scrittura

Eccomi qui! Ho da poco rilevato una casa editrice di Bologna, la Gingko Editore (www.gingkoedizioni.it) che pubblica libri da 13 anni e ho spostato la sua sede a Verona, nel centro storico della città, a due passi da Castelvecchio.

La nostra sede è in una vecchia fabbrica di statue in gesso.