Marisa Benini, la più amata libraia di Verona

La libreria Catullo di Verona (oggi Libraccio) in via Roma, era conosciuta in tutta Italia per i bei libri che vi si vendevano e soprattutto per la “Marisona”, un vero calcolatore elettronico vivente.

 

Marisa oggi
Assieme al suo compagno, Bruno Ghelfi, ricordava titoli e personaggi senza mai sbagliare un colpo. Facile alla battuta colta e alla confidenza, ti faceva subito sentire a casa. Reduce da una pesante caduta da una scala nel suo negozio e dalla perdita di Bruno – che seguiva soprattutto le mostre di quadri che organizzavano nel loro scantinato – anni fa decise di cedere l’attività.
Marisa ieri
Nello scorso mese di gennaio ha compiuto 90 anni, ma è ancora lucida e attiva come negli anni della sua gioventù. Gode di buona salute, salvo un problema alla gamba ma legge libri senza sosta e dai giornali che passa ritaglia tutti gli articoli che pensa siano di interesse per qualcuno.
Due mesi fa aveva trovato un mio libro su Leonardo da Vinci, uscito nel 2019, in una libreria nella quale era passata e si era ricordata di me incaricando la nipote di rintracciarmi.
L’ho rivista qualche giorno fa, dopo dieci anni di assenza e come sempre mi ha regalato tanti ricordi, che in lei sgorgano come una fonte dal suolo, e uno in particolare mi ha colpito.
Prestò un manoscritto di Albertini, il vecchio direttore del Corriere della Sera, a un suo cliente abituale, il Primo ministro Giovanni Spadolini e questo non glielo restituì più, nonostante lo avesse pregato di riportarlo.
Nella sua libreria sono passati Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Giovanni Comisso, Carlo Bernari, Eugenio Ragni, Alfonzo Gatto, Paolo Volponi, Carlo Cassola, Indro Montanelli, Piero Chiara, Giuseppe Berto, Giorgio Saviane, Alberto Bevilacqua, Roberto Gervaso, Jean Pierre Jouvet, Gino Colombo, Mario Pomilio, Melo Freni, Vincenzo Consolo, Aldo Busi, Tonuti Spagnol, Silvio Pozzani, Arnaldo Ederle, Franco Casati ed altri. Non si contano i pittori con le loro mostre, che gestiva Bruno, fratello del noto gallerista Giorgio Ghelfi e nipote del vescovo Fogolla, trucidato in Cina dai Boxers nel 1900.
Le libraie come Marisa, che leggeva sempre prima di consigliare un cliente, sono ormai in via di estinzione, sostituite da commessi senz’anima che non leggono nulla e da Amazon, e dai suoi algoritmi. Non progresso ma regresso.

L’importanza del fattore C. nella Storia e nel Costume

Esiste una larga parte del nostro corpo, comune ai due sessi, della quale si parla spesso con discrezione misto a imbarazzo, oppure la si usa come invettiva, o termine di paragone, attribuendogli sia significati positivi che negativi. Stiamo parlando del lato B, del sedere…del culo. Questo nome fa la sua comparsa anche nella Divina Commedia della quale tutti parlano quest’anno, ma che pochi hanno letto.

Prima del libro di Samuel Ghelli “Questioni di Culo. Guida Ragionata all’uso di un vecchio tabù nel linguaggio figurato” pubblicato da Gingko di Verona, non esisteva nulla di sistematico nell’uso e abuso di questa parola. Si tratta di una silloge di modi di dire che nella lingua italiana si costruiscono attorno a questa parola. Il numero di espressioni nella lingua corrente è davvero imponente, stiamo parlando infatti di un libro di 253 pagine, diviso in capitoli tematici e ricco di un indici dei nomi e di una bibliografia. Ogni espressione è corredata di varianti regionali e vien discussa la  derivazione, infatti l’autore, Samuel Ghelli, è un giovane docente di lingua e letteratura italiana presso alla City University di New York. Egli, dunque, viene da un paese in cui l’espressione “ass” culo è già stata sdoganata, ma il “range” dell’uso americano è assai misero. Non hanno la fantasia che possediamo noi italiani.

Diamo qui un estratto del solo Capitolo 18, sui 35 totali, dedicato ad “Allegria, felicità, euforia, stravaganza”.

“Aver visto il culo a Caterina”

SIGN:  mostrare insolita euforia; passare da uno stato di apatia ad improvvisa allegria. La locuzione vuole specialmente sottolineare quello stato di inconsueto godimento e inaspettata beatitudine che talvolta si legge nel volto e nei gesti di chi conosciamo invece come carattere cupo e affatto incline a manifestazioni di giubilo (“Hai visto Giovanni oggi? Irriconoscibile, tutto un sorriso. Pare abbia visto il culo a Caterina”). L’espressione è assolutamente d’origine fiorentina. Infatti la ragazza chiamata in causa non è una Caterina qualunque, ma la “duchessina” nata a Firenze da Lorenzo II dei Medici (“il Magnifico Merda” come lo chiamavano i fiorentini per rimarcare la differenza con l’illustre predecessore) che andata in sposa a Enrico d’ Orléans fu poi regina di Francia. All’origine del modo di dire che la ritrae con il culo in bella mostra pare esserci una bizzarra usanza in voga a quei tempi fra personaggi di certo lignaggio: trascorrere la prima notte di nozze alla presenza di qualche autorevole testimone. All’incontro amoroso dei giovani sposi si narra abbia infatti assistito un nutrito numero di cortigiani ed un posto d’onore sia stato addirittura riservato al papa Clemente VII che, per ragioni di stato, voleva assicurarsi che di fatto il matrimonio venisse consumato. I due ragazzi sapevano cosa fare e lo hanno fatto a dovere, consapevoli di offrire un gran bello spettacolo con piena soddisfazione dei guardoni di turno ai quali non poteva che tornare almeno il buonumore.

“Essere fuori come un culo”

SIGN: essere stravaganti; mostrarsi particolarmente su di giri. L’espressione indica una persona dal comportamento piuttosto balzano e può essere impiegata tanto per definire un’effervescenza di spirito che fa parte del bagaglio genetico di un individuo (“Simpatica, ma… è fuori come un culo”), quanto per alludere ad una euforia legata all’uso di droghe e alcol (“L’ho visto ieri sera ed era fuori come un culo”). Oggi è facile reperirla un po’ ovunque in rete e, seppure non trovi menzione nei dizionari ufficiali, è perfino indicata ad uso e consumo degli stranieri che studiano la nostra lingua nell’audace volumetto Hide this Italian book, pubblicato per la prima volta dalla Berlitz nel 2005.  La locuzione, che fa parte esclusivamente del gergo giovanile, è costruita sul modello di formule simili e precedenti quali “essere fuori come una campana”, “….come un balcone”, “…come un cartello” a cui aggiunge solo un pizzico di volgarità. Anche nella circostanza ci troviamo così di fronte ad una semplice e semplicistica rielaborazione di modi di dire preesistenti da parte di certi ragazzi ancora in età scolare che nella parola culo, nonostante il libertinaggio di costumi e di ben altro linguaggio a cui sono avvezzi (non di tutti, per carità!), dimostrano di trovare ancora una fonte preziosa di trasgressione. E la cosa un po’ sorprende.

“La camicia non gli tocca il culo”

SIGN: essere così euforici da perdere il controllo. Il detto ha davvero origini lontane e gloriose. Merita pertanto di essere ricordato anche se forse ultimamente è un po’ caduto in disuso. Lo registrano già Boccaccio (Giorn. IV, Nov. 2) e il Sacchetti (Nov. 123), e a partire dalla terza edizione lo accoglie persino il Vocabolario della Crusca fra le sue espressioni da consegnare alla storia.  Ma da dove nasce l’associazione fra il proverbiale indissolubile binomio culo-camicia e l’idea del ridicolo? La cronaca del tempo e la memoria di antichi costumi ci aiutano a comprendere chiaramente la logica che sottintende all’accostamento indicato e quindi a svelare il significato figurato dell’espressione. Bisogna ricordare infatti che almeno fino a tutto il Cinquecento era uso comune portare abbondanti camicioni a diretto contatto con le nudità del sedere e che di conseguenza poteva accadere che movimenti scomposti del corpo finissero per scoprire proprio ciò che l’indumento avrebbe invece dovuto celare. A stare alla testimonianza dei celebri autori sopra nominati, un’esuberante, incontrollata e quindi biasimevole allegria era all’origine di questa imbarazzante esperienza in cui a nudo erano messe le rotondità delle natiche e alla berlina il loro titolare. In fondo esiste un altro detto in italiano, forse meno autorevole (il Lippi non è il Boccaccio) ma sicuramente più esplicito per i nostri orecchi, a conferma dell’associazione fra un eccesso di giubilo e un disordine nell’assetto: “non stare più nei propri panni dalla gioia” (Malmantile).

“Pisciare dal culo”

SIGN: farsela addosso dalle risate

La locuzione è linguisticamente interessante e in parte sorprendente. A prima vista sembrerebbe infatti riprodurre nel significato le espressioni scatologiche che qualificano un improvviso spavento, identificando naturalmente con la piscia non altro che la merda liquefatta. Eppure, come ci dice David Jaccod che si è occupato del linguaggio delle chat, l’espressione non è costruita per analogia su formule simili che associano il culo e la cacca alla paura, ma su tutt’altro modo di dire che chiama in causa direttamente l’urina in quanto tale per alludere al buon umore e alla risata, vale a dire “pisciarsi addosso dal ridere”. In questo modo, secondo Jaccod, gli autori della rete dimostrano di non accontentarsi delle frasi fatte ma, di fronte a espressioni consunte di cui si è oramai smarrito l’originale valore interdetto (nessuno infatti si scompone più a dire o sentir dire “farsela sotto dalle risate”), compiono uno sforzo attivo per ottenere qualcosa di nuovo che possa ancora colpire e divertire. Il culo in questo caso è quindi messo in gioco per dare nuova forma ad un significato preesistente. Che poi lo si sorprenda anche specializzato nella minzione a dire il vero non stupisce molto visto che lo sappiamo multifunzionale e capace di ben più difficili ed articolate mansioni.

“Ridere il culo”

SIGN: godere delle disgrazie altrui

Necessario innanzi tutto chiarire la costruzione: il culo è qui soggetto posposto al verbo, quindi è lui direttamente, non altri, a sghignazzare delle sventure del prossimo. Siamo di fronte all’ennesima personificazione del nostro posteriore che si fa protagonista della scena riducendo il suo portatore, colui al quale il culo ride (“Mi ride il culo che Giovanni non possa andare in vacanza”), a semplice appendice.  C’è di più! In questo caso il nostro sedere dimostra non semplicemente di essere corpo, ma anche di avere un’anima. Il riso infatti non è provocato da una sensazione fisica, ma da un’emozione pura. La spontanea e improvvisa allegria che contrae i muscoli in una smorfia di piacere e fa emettere suoni vivaci e soddisfatti è frutto di un godimento tutto platonico che penetra lo spirito e non la carne. Che poi il culo si bei dell’infelicità altrui è cosa poco nobile ed anche piuttosto grezza, ma anche questo rientra nella sua fenomenale natura.

“Toccare il culo con un dito”

SIGN: essere al massimo della felicità

La presente locuzione è suggerita la prima volta da Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia (1963) dove una banda di compagnoni si diverte ad elencare una serie di frasi contenenti la parola “cielo” immaginando mentalmente di sostituirla con culo. Il gioco sarebbe forse finito lì se lo scrittore non ci avesse preso gusto, riproponendo qualche anno più tardi in Super Eliogabalo (1969) più o meno lo stesso divertissement, ma in maniera più scoperta: “Bella la vita in tempi interessanti!… Quando grande è la confusione sotto il culo… Il culo stellato sopra di te!… Culo e mar… Culi bigi… Culi a pecorelle… Apriti cui!… La manna dal cui!… A noi si schiude il cu?… Ma per l’amor del culo!… Son cose che non stanno né in culo né in terra… Anche se vi pare toccare il culo con un dito!” Qui si chiude la lista, in un crescendo che dalla bassa cagnara innalza il culo fino a renderlo oggetto sommo del desiderio umano, come il cielo appunto, con tutte le sue intangibili bellezze che sanno regalarci impareggiabili felicità.

Il lodevole intento dell’autore, che ha compiuto una encomiabile ricerca, durata anni, è certamente di tipo accademico, ma proprio per questo motivo è difficile non piegarsi in due dalle risa, a causa di certe definizioni, che ci riportano ai bei tempi delle nostre scuole medie, quando venivamo colti dalla ferale e infettiva ridarella, che faceva imbestialire i nostri cari professori.

 

Angelo Paratico

 

Questioni di Culo

Un libro uscito nel 1976 e non più ristampato, ora è disponibile su Amazon.

L’Anonimo Nero che lo pubblicò nel lontano 1976 aveva del coraggio da vendere, come pure l’anonima casa editrice. Questo libro ormai introvabile non ha il numero di ISBN ma solo l’indirizzo della tipografia. E’ un libello più che un libro.

Tutti i celebri personaggi che vengono passati in rassegna, devoti e fidati  fascisti durante il ventennio, erano ancora in posizioni apicali di potere nel 1976 e dunque ben in grado di reagire con violenza al disvelamento dei propri trascorsi.

Giulio Andreotti, Michelangelo Antonioni, Domenico Bartoli, Arrigo Benedetti, Rosario Bentivegna, Carlo Bernari, Libero Bigiaretti, Giacinto Bosco, Paolo Bufalini, Felice Chilanti, Danilo De’ Cocci, Galvano Della Volpe, Antigono Donati, Amintore Fanfani, Mario Ferrari Aggradi, Massimo Franciosa, Fidia Gambetti, Alfonso Gatto, Giovanni Battista Gianquinto, Vittorio Gorresio, Luigi Gui, Renato Guttuso, Ugo Indrio, Pietro Ingrao, Davide Lajolo, Carlo Lizzani, Carlo Mazzarella, Milena Milani, Alberto Mondadori, Elsa Morante, Aldo Moro, Pietro Nenni, Ruggero Orlando, Ferruccio Parri, Pier Paolo Pasolini, Mariano Pintus, Luigi Preti, Giorgio Prosperi, Ludovico Quaroni Tullia Romagnoli Carettoni, Edilio Rusconi, Eugenio Scalfari, Giovanni Spadolini, Gaetano Stammati, Paolo Sylos Labini, Paolo Emilio Taviani, Arturo Tofanelli, Palmiro Togliatti, Marcello Venturoli, Benigno Zaccagnini, Cesare Zavattini erano tutti riusciti a passare indenni attraverso la guerra, che loro stessi avevano provocato (ciascuno per la sua parte) evocato e applaudito, ma poi si erano riciclati a  sinistra e al centro, dando spesso contro ai vecchi camerati e negando di esserlo mai stati.

Il loro problema fu che scrissero su giornali e riviste usando il proprio nome, per questo motivo la loro militanza fascista resta innegabile. Uno solo di questi personaggi è ancora vivo, Eugenio Scalfari. Tutti gli altri staranno cercando di imbrogliare San Pietro, ma non lo vediamo un compito facile o agevole.

In fondo tutti quanti avrebbero dovuto essere esclusi da cariche pubbliche nella Repubblica Italiana, in quanto profittatori del regime, ma le cose sono andate altrimenti, come ben sappiamo. E proprio per questo peccato originale stiamo ancora scontandone il prezzo

Il linguaggio usato dall’Anonimo Nero è sottilissimo e raffinato, usa il fioretto e non la spada, mette in contraddizione le loro stesse parole, rendendoli ridicoli. Per via del suo stile all’inglese crediamo che l’Anonimo Nero sia stato Nino Tripodi (1911-1988), nobile intellettuale, parlamentare e presidente del MSI. Abbiamo aggiunto alcune notte e fatto microscopiche correzioni, aggiungendo anche delle note sul fascistissimi Cesare Pavese, Giaime Pintor e all’ex presidente del Tribunale della Razza, poi diventato ministro e assistente di Togliatti, Gaetano Azzariti.

Questo è il link per acquistarlo su Amazon (prima che venga censurato)

Amazon.it: Il Paese dei Voltagabbana – Anonimo, Anonimo – Libri

 

 

Seconda Edizione della LA SINISTRA PSICOPATICA di Kerry Bolton

 

 

Una seconda edizione di questo libro, volto a provare che tutti i cosidetti padri nobili (e quelli meno nobili) del Socialismo soffrivano di turbe mentali, è stata stampata.

La nuova edizione è uscita su carta delle cartiere Fedrigoni di Verona, più leggera rispetto alla prima edizione, riducendo notevolmente il peso del libro. Sono state aggiunte delle alette, per rendere più stabile la copertina. Il prezzo rimane invariato, a 16 euro, che è molto buono  per un libro di 375 pagine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Demone, non Dio – Un libro che mostra, numeri alla mano, dove stiamo andando

Questo libro, scritto da un cittadino americano vicino al partito Repubblicano mostra, con dati e studi alla mano, in che direzione la nostre società si stanno evolvendo. Un futuro da schiavi decerebrati attende i nostri figli?

Le spire del Neoliberismo stanno soffocando la crescita e lo sviluppo delle nostre società. Stiamo annegando in un mare di melassa velenosa. L’autore di questo libro ha preferito l’anonimato per non essere fatto bersaglio di feroci critiche e di accuse. Non è un caso che questo libro sia stato proibito su Amazon, nella sua versione originaria in inglese.

La versione italiana è ancora disponibile, per ora, su Amazon e l’uscita in libreria è attesa per il mese di febbraio del 2021.

Amazon.it: Demone, Non Dio: Il Liberalismo e la distruzione dell’Occidente – Radius, Luca – Libri

 

 

 

A bizzarre idea for the 40 years for“Il Nome Della Rosa” by Umberto Eco.

 

It was published by Bompiani, in 1980. Umberto Eco was already famous in Italy, not as a novelist but as a linguist, an ancient book collector, and a clever satirist. I believe that the publisher did not expect much from this first novel when he gave them the draft. Perhaps even Eco did not expect much, perhaps he just wanted to write a treatise on “how to write a successful light novel?”. Then he thought why not write one? It was a good idea: It sold millions of copies all over the world, but afterward Eco was unable to replicate the same formula. Later, he came up with some very long, convoluted, and boring novels. Perhaps it was because he was trying to elevate the general level of the story, thus making it more for intellectuals than for the Voghera’s Housewife, to use Alberto Arbasino great characterization.

 

To commemorate the 40 years anniversary a group of bibliophiles, with Simone Berni at their head, has come up with the eccentric idea to reprint this book, putting all the words in alphabetical order, chapter by chapter.

Who will read such a book? No one, no one with a sane mind will read the 172.425 composing the book. But the publishers are planning to print only 40 copies for bibliophiles, who, as we all know, are insane people, I am one of them.

This form of a book is called “aventeformadilibro” that is “havingformofabook”.

The bernesque idea of Berni is to create a rarity and make fun of commemorations, just like the futurists were doing before the last war. Filippo Tommaso Marinetti would approve it, Eco? Ehm…I am not sure.

 

Esce “Della il nome rosa” di Eco Umberto: un’edizione alfabetica!

The same book on Emperor Nero, but with a new cover and title

This book was written by Girolamo Cardano (1501-1577?). The original in Latin was first published in Basel as Neronis Encomium in 1562  by the printer Henric Petri. The first English edition was issued in 2012 as Nero. An Exemplary Life in Hong Kong by Inkstone Books, in a limited edition of 200 copies. The translation from Latin to English is due to Angelo Paratico.

A new trade edition was published in 2019 by Gingko Edizioni of Verona, Italy, and it is available in Amazon in format kindle and POD (Print on Demand). Here is the link:

https://www.amazon.com/gp/product/B07X1Z4RD4?pf_rd_r=Z7V4EV1EY279AGDWQCNJ&pf_rd_p=6fc81c8c-2a38-41c6-a68a-f78c79e7253f

It is the same book, with a few necessary amendments, and provided with a jollier title and cover,  as Girolamo Cardano  Emperor Nero: Son of Promise, Child of Hope.

This book has been quoted by Joshua Levine on the Smithsonian Magazine for his deep and extensive review of the book written by British historian John F. Drinkwater Nero. Emperor and Court Cambridge University Press, 2019.

https://www.smithsonianmag.com/history/new-nicer-nero-history-roman-emperor-180975776/

 

L’AVVENTURA D’UN ITALIANO A PECHINO, IN MONGOLIA E A MACAO

 

 

 

Una recensione al mio libro “UNA FEROCE COMPASSIONE”  scritta da  Ambrogio Bianchi e pubblicata sul Corriere della Sera.

 

Il genocidio dei mongoli è poco conosciuto, eppure centinaia di migliaia d’innocenti vennero trucidati dai bolscevichi russi, affiancati dai loro complici mongoli. Ciò avvenne a partire dalla morte della massima autorità religiosa e politica del Paese, il Bogd Khan, conosciuto come il Budda Vivente, avvenuta il 17 aprile 1924. L’ultimo libro di Angelo Paratico, intitolato “Una Feroce Compassione” e pubblicato dall’editore Gingko di Verona ripercorre quegli avvenimenti, intrecciandoli con la vicenda di un ufficiale italiano che partecipò alla nostra spedizione armata, a Pechino, del 1900, stabilendosi poi a Macao e a Hong Kong.

La narrazione inizia con l’intervento del Barone Pazzo, l’austriaco Roman von Ungern-Sternberg (1886-1921) che, a capo di un piccolo esercito personale, composto essenzialmente da russi bianchi e di altre nazionalità, il 4 febbraio 1921 occupò Urga, la capitale della Mongolia, massacrandovi la guarnigione cinese. Nativo di Graz, in Austria, Unger-Sternberg condivideva alcuni tratti del suo carattere con il suo più celebre connazionale, Adolf Hitler. Credeva di essere la reincarnazione di Jamsaran, il dio tibetano della guerra. Per eliminarlo, alcune unità dell’esercito sovietico invasero la Mongolia e presero Urga il 6 luglio 1921. Il Barone Pazzo tentò di ritirarsi in Tibet, ma fu catturato e poi fucilato, il 15 settembre 1921. Fu grazie al principio della eterogenesi dei fini, ovvero grazie all’intervento del Barone Pazzo e della successiva invasione sovietica per eliminarlo, che la Mongolia oggi non fa parte della Repubblica Popolare Cinese. Questa resta una grossa perdita territoriale per la Cina, considerando che ha una superficie cinque volte maggiore dell’Italia e una popolazione di soli tre milioni e trecentomila abitanti, con un sottosuolo ricchissimo di minerali.

Il Bogd Khan era nato in Tibet, e fin dall’infanzia era stato riconosciuto come una reincarnazione dei suoi predecessori e posto sul trono della Mongolia nel 1911, quando i mongoli conquistarono l’indipendenza dalla Cina. Dopo che il Barone Pazzo venne fucilato, i bolscevichi accordarono solenni garanzie d’indipendenza alla Mongolia, promettendo di rispettare gli accordi che avevano sottoscritto a Kiakhta, ma quasi subito cominciarono a frapporre ostacoli tra il Budda vivente e i suoi sudditi. Dopo essersi sbarazzati del Bogd Khan, che forse avvelenarono, i bolscevichi diedero inizio al genocidio mongolo, radendo al suolo più di cinquecento monasteri, bruciando antiche biblioteche dedicate allo studio del pensiero buddista, fucilando migliaia di lama, distruggendo preziose opere d’arte sacra. Fu in quell’occasione che il vessillo spirituale di Gengis Khan, noto come Khara Sulde – un tridente d’acciaio, con degli anelli d’argento che portavano intrecciata la criniera nera del suo cavallo da guerra – scomparve per sempre dal monastero di Shankh a Ovorkhangai Aimag, nella Mongolia occidentale. Gli antichi mongoli, prima di abbracciare il buddismo tibetano, erano degli animisti e credevano che in quel tridente risiedesse l’anima di Gengis Khan e che il suo possesso garantisse il controllo del mondo intero. Anche Heinrich Himmler cercò di entrane in possesso, seguendo le indicazioni ricevute da Sven Hedin, il famoso esploratore svedese e ammiratore di Hitler e del nazismo. Questa è una leggenda che ricorda quella che circonda la lancia di Longino, conservata a Vienna e che fu sottratta da Hitler durante l’Anschluss del 1938.

I sovietici temevano la rinascita dello spirito d’indipendenza mongolo e portarono a compimento delle feroci purghe, anche di quei mongoli comunisti che non credevano abbastanza zelanti nel voler fare tabula rasa del passato e delle tradizioni. Solo quelle del 1937 portarono alla morte circa trentamila persone. La Mongolia si trasformò in uno stato che ricorda il libro “1984” di Orwell, o l’occupazione della Cambogia da parte dei Khmer Rossi, raggiungendo livelli di psicosi mai visti in precedenza. Basti come esempio ciò che accadde nel 1962, a Tomor-ochir, vicepresidente del Consiglio dei ministri mongolo, che incautamente approvò l’emissione di una serie di francobolli per commemorare gli ottocento anni dalla nascita di Gengis Khan e la costruzione di un piccolo monumento a lui dedicato. Questo causò una sanguinosa epurazione di accademici  e storici che avevano appoggiato quel piano. Lo stesso Primo ministro fu improvvisamente destituito e mandato a lavorare in una fabbrica, come accadde a Dubcek in Cecoslovacchia. Un giorno lo trovarono morto, con la testa spaccata da un colpo d’ascia, ma i suoi assassini non vennero mai trovati.

Dopo l’invasione giapponese della Manciuria nel 1931, anche il Giappone mise gli occhi sulla Mongolia, invadendola nel 1939, ma vennero pesantemente battuti. Si dice che  anche loro avessero formato un plotone di storici in divisa, incaricati di trovare il famoso tridente d’acciaio di Gengis Khan e poi portarlo a Tokyo.

 

Ambrogio Bianchi

 

 

 

 

Owens vs Hitler

1936 Le Olimpiadi di Hitler

l giochi olimpici del 1936 restano fra i più controversi di tutta la storia olimpica, eppure oggi se ne parla, soprattutto, per ricordare la mancata stretta di mano fra Adolf Hitler e James C. Owens, conosciuto come Jesse Owens.

Spesso si ricorda quell’episodio indicando anche che Hitler lasciò lo stadio in anticipo proprio per non volere stringere la mano a un vincitore di colore. E di medaglie d’oro Owens ne vinse ben quattro, dunque per quattro volte Hitler abbandonò il podio in anticipo?

Eppure, questa pare essere una fake news, dato che vi furono vari testimoni oculari che sostennero che la stretta di mano ci fu. Non si capisce, dunque, perché questa erronea narrazione debba persistere, come se non bastassero ben altri episodi della vita di Hitler per condannarne la memoria. Dunque che bisogno c’è di aggiungere delle bugie alla sua storia, non basta forse la verità?

Hitler strinse la mano e sorrise a Owens. Pare addirittura che gli diede una propria fotografia con dedica autografa, secondo il giornalista sportivo Siegfried Mischner, il quale disse in televisione: “La foto fra Hitler e Owens venne scattata dietro alle quinte del podio d’onore e quindi non fu diffusa dalla stampa ufficiale. Ma io ho visto Hitler stringere la mano a Owens.”

Owens disse sempre la verità ma non venne creduto e a un certo punto ritenne prudente starsene zitto. Per verificare i fatti basta prendersi la briga di andare a leggere i giornali americani della fine del 1936. Owens affermò d’essere stato trattato meglio in Germania che negli Stati Uniti, dove i neri restavano sottoposti a segregazione e dove vigevano leggi razziali che, ironia della sorte, furono usate dai nazisti come falsariga per attuare le proprie politiche razziali contro agli ebrei (James Q. Whitman, “Hitler’s American model. The United States and the making of Nazi Race Law”, Princeton University Press, 2017). Ricordiamo che i neri ebbero pieni diritti di voto negli Stati Uniti solo nel 1965.

Anche l’asso della marina britannica e pilota collaudatore, Eric Melrose “Winkle” Brown  (1919-2016), affermò in televisione che vide quella stretta di mano, e il video con questa sua affermazione è visibile su YouTube. Basta digitare il suo nome e controllare questo documentario in cui mostra il suo album di foto personali, incluse quelle della sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino.

Jesse Owens nacque il 12 settembre 1913 a Oakville, in Alabama, ma poco tempo dopo la sua famiglia emigrò nell’Ohio, portandosi dietro i loro nove bambini. Morì nel 1980, all’età di 66 anni e, come avvenne spesso durante la sua vita, anche l’occasione della sua morte fu sfruttata dalle principali reti televisive e dai media del mondo per divulgare le vecchie inesattezze che avevano sempre raccontato. In realtà, Owens fu acclamato dai berlinesi, con lo stesso entusiasmo riservato agli atleti tedeschi. Lui stesso disse che, in un’occasione, mentre era allo stadio, arrivò Hitler: “Quando passai davanti al Cancelliere, egli s’alzò, facendo un cenno di saluto nei miei confronti e io gli restituii il saluto.”

Il presidente Roosevelt, invece, si rifiutò d’incontrarlo una volta rientrato in patria e dunque mai gli strinse la mano. Solo nel 1955 il presidente Dwight D. Eisenhower riconobbe tardivamente i suoi successi, nominandolo “Ambasciatore dello Sport”.

Adolf Hitler fu razzista nei confronti degli ebrei ma non nutriva animosità nei confronti di gialli, neri, latini  e arabi salve le solite prevenzioni condivise in tutta Europa. Un biografo americano di Owens scrisse: “Tutti gli spettatori tedeschi hanno risposto con calore al giovane Owens …Né la pioggia, né il freddo, hanno fatto calare la folla sotto ai 100.000 spettatori durante le finali pomeridiane. L’hanno guardato e applaudito a ogni sua mossa. Non abituati a vedere degli atleti neri, sono stati rapidamente conquistati dal suo atletismo dominante e dal suo atteggiamento amichevole. Nel Villaggio Olimpico, allo stadio e per le strade di Berlino, hanno chiesto a gran voce di toccarlo, di avere il suo autografo, di scattargli una foto”.

Owens disse: “Dopo essere tornato a casa con le mie quattro medaglie dalle Olimpiadi del 1936 mi parve sempre più evidente che tutti mi avrebbero dato delle grandi pacche sulle spalle, e avrebbero voluto stringermi la mano o farmi salire nella loro suite. Ma nessuno mi avrebbe mai offerto un lavoro.”

Nonostante il suo grande successo a Berlino, egli ebbe una vita assai difficile. Fu espulso dalla American Amateur Athletics Union perché aveva utilizzato la sua fama a livello mondiale per un piccolo profitto personale, prima d’una tournée all’estero. Alla fine, si ridusse a diventare una sorta d’attore da circo per sostenere la propria famiglia, misurandosi con un’auto, una moto, con cani e cavalli. Svolse lavori come bidello e benzinaio e osservò amaramente: “Non si possono mangiare le mie quattro medaglie d’oro”.

Franklin D. Roosevelt non si congratulò mai con Owens, né lo invitò [e nessun altro atleta afroamericano] alla Casa Bianca dopo le Olimpiadi di Berlino. Per questo Owens disse che: “Hitler non mi ha snobbato – è stato FDR che mi ha snobbato!”.

Un dettaglio che dimostra la mancanza di sentimenti razzisti nei confronti dei neri lo si può notare dal magnifico episodio dell’amicizia fra Luz Long e Jesse Owens. Furono i consigli di Long che fecero vincere l’oro a Owens nel salto in lungo e condannarono lui all’argento. Immaginate tutti gli insulti che gli avrebbero rivolto i tedeschi per averlo fatto vincere, se avessero odiato i neri, eppure la sportività di Long fu lodata, non criticata, perché questo fatto venne visto come un gesto di grande cavalleria.

I due restarono amici e si scambiarono lettere, fin quando Long mori il 14 luglio 1943 a Niscemi, in Sicilia, in circostanze mai chiarite (qualcuno disse che fu baionettato nel suo letto d’ospedale) combattendo contro agli Alleati nella Piana di Gela. Luz Long riposa ancora lì, in un sacrario mantenuto a spese della Germania.

 

Movimenti Occulti e Sovversivi

Il nuovo ordine mondiale descritto in un nostro libro. Viganò avverte Trump!

Movimenti Occulti e SovversiviL’elogio di Trump a Viganò, il vescovo che vuole le dimissioni del Papa, per una lettera su virus e Floyd

«Leggetelo tutti»: il Tweet del presidente Usa all’ex nunzio che considera l’emergenza Covid e le proteste per George Floyd un complotto dei «figli delle tenebre» per instaurare «un Nuovo Ordine Mondiale»

«Così onorato dalla lettera incredibile dell’arcivescovo Viganò per me. Spero che ognuno, religioso o no, la legga!».

Questo è il tweet postato nella notte da Donald Trump per lodare l’ex Nunzio pontificio negli USA, Carlo Maria Viganò — ora in pensione che già nel 2018 chiese le dimissioni di Francesco e nel frattempo lo ha accusato, tra le altre cose, di essere «dalla parte del Nemico», cioè Satana, e guidare con un «falso magistero» una Chiesa che vuole essere «braccio spirituale del Nuovo Ordine Mondiale e fautrice della Religione Universale» per rendere concreto «il piano della Massoneria e la preparazione dell’avvento dell’Anticristo».

«Signor Presidente, stiamo assistendo in questi mesi al formarsi di due schieramenti che definirei biblici: i figli della luce e i figli delle tenebre».

La sua tesi è che l’ ondata di proteste dopo la morte di George Floyd abbia mostrato che nella società convivono «due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana», ovvero «la stirpe della Donna e la stirpe del Serpente». A proposito delle manifestazioni «Black Lives Matter», l’arcivescovo scrive: «Pare che i figli delle tenebre — che identifichiamo facilmente con quel deep state al quale Ella saggiamente si oppone e che ferocemente le muove guerra anche in questi giorni — abbiano voluto scoprire le proprie carte, per così dire, mostrando ormai i propri piani».

La teoria della cospirazione risale all’emergenza Covid, definita da lui «una colossale operazione d’ingegneria sociale» nella quale «vi sono persone che hanno deciso le sorti dell’umanità, arrogandosi il diritto di agire contro la volontà dei cittadini e dei loro rappresentanti nei governi delle Nazioni». Secondo Viganò «è di tutta evidenza che il ricorso alle proteste di piazza è strumentale agli scopi di chi vorrebbe veder eletto, alle prossime presidenziali, una persona che incarni gli scopi del deep state e che di esso sia espressione fedele e convinta». Perciò «non stupirà apprendere, tra qualche mese, che dietro gli atti vandalici e le violenze si nascondono ancora una volta coloro che, nella dissoluzione dell’ordine sociale, sperano di costruire un mondo senza libertà: Solve et coagula, insegna l’adagio massonico».

L’arcivescovo ne ha anche per la Chiesa fatta di preti pedofili radicati nella macchina vaticana: «Come vi è un deep state, così vi è anche una deep Church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio».

Martedì, dopo la dura repressione contro i manifestanti intorno alla Casa Bianca, Trump si era fatto fotografare e filmare con la moglie davanti alla statua di Giovanni Paolo II nel Santuario nazionale di Washington dedicato a Wojtyla e costruito dai Cavalieri di Colombo, potente e ricchissima organizzazione cattolica di stampo conservatore. L’arcivescovo di Washington Wilton D. Gregory, primo pastore afroamericano nella storia della capitale americana, nominato da Francesco l’anno scorso, aveva reagito con durezza: «Trovo sconcertante e riprovevole che qualsiasi istituzione cattolica accetti di essere manipolata e che di essa si faccia cattivo uso in maniera da violare i nostri principi religiosi, che invece ci chiamano a difendere i diritti di tutte le persone, anche di quelle con le quali possiamo non essere d’accordo». Di lì a poco, Viganò aveva definito Gregory un «falso pastore».

Così Viganò scrive nella lettera a Trump: «È sconcertante che vi siano vescovi – come quelli che ho recentemente denunciato – che, con le loro parole, danno prova di essere schierati sul fronte opposto. Essi sono asserviti al deep state, al mondialismo, al pensiero unico, al Nuovo Ordine Mondiale».

Un appello di Viganò dai toni analoghi — l’emergenza Covid vista come un «pretesto» per «ledere i diritti inalienabili dei cittadini» —un mese fa è stato pubblicato con le firme del cardinale Gerhard Ludwig Müller (ex prefetto della Dottrina della Fede) e Joseph Zen (vescovo emerito di Hong Kong, il più tenace oppositore della resa del Vaticano nei confronti della Cina) e anche del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, già al centro delle polemiche per il libro scritto «a quattro mani» con Benedetto XVI, che ha poi ritirato il sostegno.

Consigliamo a tutti i lettori interessati di leggere il libro di Kerry Bolton, recentemente pubblicato in italiano, nel quale viene sostenuta la tesi esposta da Viganò, con dati e circostanze storiche.