Owens vs Hitler

1936 Le Olimpiadi di Hitler

l giochi olimpici del 1936 restano fra i più controversi di tutta la storia olimpica, eppure oggi se ne parla, soprattutto, per ricordare la mancata stretta di mano fra Adolf Hitler e James C. Owens, conosciuto come Jesse Owens.

Spesso si ricorda quell’episodio indicando anche che Hitler lasciò lo stadio in anticipo proprio per non volere stringere la mano a un vincitore di colore. E di medaglie d’oro Owens ne vinse ben quattro, dunque per quattro volte Hitler abbandonò il podio in anticipo?

Eppure, questa pare essere una fake news, dato che vi furono vari testimoni oculari che sostennero che la stretta di mano ci fu. Non si capisce, dunque, perché questa erronea narrazione debba persistere, come se non bastassero ben altri episodi della vita di Hitler per condannarne la memoria. Dunque che bisogno c’è di aggiungere delle bugie alla sua storia, non basta forse la verità?

Hitler strinse la mano e sorrise a Owens. Pare addirittura che gli diede una propria fotografia con dedica autografa, secondo il giornalista sportivo Siegfried Mischner, il quale disse in televisione: “La foto fra Hitler e Owens venne scattata dietro alle quinte del podio d’onore e quindi non fu diffusa dalla stampa ufficiale. Ma io ho visto Hitler stringere la mano a Owens.”

Owens disse sempre la verità ma non venne creduto e a un certo punto ritenne prudente starsene zitto. Per verificare i fatti basta prendersi la briga di andare a leggere i giornali americani della fine del 1936. Owens affermò d’essere stato trattato meglio in Germania che negli Stati Uniti, dove i neri restavano sottoposti a segregazione e dove vigevano leggi razziali che, ironia della sorte, furono usate dai nazisti come falsariga per attuare le proprie politiche razziali contro agli ebrei (James Q. Whitman, “Hitler’s American model. The United States and the making of Nazi Race Law”, Princeton University Press, 2017). Ricordiamo che i neri ebbero pieni diritti di voto negli Stati Uniti solo nel 1965.

Anche l’asso della marina britannica e pilota collaudatore, Eric Melrose “Winkle” Brown  (1919-2016), affermò in televisione che vide quella stretta di mano, e il video con questa sua affermazione è visibile su YouTube. Basta digitare il suo nome e controllare questo documentario in cui mostra il suo album di foto personali, incluse quelle della sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino.

Jesse Owens nacque il 12 settembre 1913 a Oakville, in Alabama, ma poco tempo dopo la sua famiglia emigrò nell’Ohio, portandosi dietro i loro nove bambini. Morì nel 1980, all’età di 66 anni e, come avvenne spesso durante la sua vita, anche l’occasione della sua morte fu sfruttata dalle principali reti televisive e dai media del mondo per divulgare le vecchie inesattezze che avevano sempre raccontato. In realtà, Owens fu acclamato dai berlinesi, con lo stesso entusiasmo riservato agli atleti tedeschi. Lui stesso disse che, in un’occasione, mentre era allo stadio, arrivò Hitler: “Quando passai davanti al Cancelliere, egli s’alzò, facendo un cenno di saluto nei miei confronti e io gli restituii il saluto.”

Il presidente Roosevelt, invece, si rifiutò d’incontrarlo una volta rientrato in patria e dunque mai gli strinse la mano. Solo nel 1955 il presidente Dwight D. Eisenhower riconobbe tardivamente i suoi successi, nominandolo “Ambasciatore dello Sport”.

Adolf Hitler fu razzista nei confronti degli ebrei ma non nutriva animosità nei confronti di gialli, neri, latini  e arabi salve le solite prevenzioni condivise in tutta Europa. Un biografo americano di Owens scrisse: “Tutti gli spettatori tedeschi hanno risposto con calore al giovane Owens …Né la pioggia, né il freddo, hanno fatto calare la folla sotto ai 100.000 spettatori durante le finali pomeridiane. L’hanno guardato e applaudito a ogni sua mossa. Non abituati a vedere degli atleti neri, sono stati rapidamente conquistati dal suo atletismo dominante e dal suo atteggiamento amichevole. Nel Villaggio Olimpico, allo stadio e per le strade di Berlino, hanno chiesto a gran voce di toccarlo, di avere il suo autografo, di scattargli una foto”.

Owens disse: “Dopo essere tornato a casa con le mie quattro medaglie dalle Olimpiadi del 1936 mi parve sempre più evidente che tutti mi avrebbero dato delle grandi pacche sulle spalle, e avrebbero voluto stringermi la mano o farmi salire nella loro suite. Ma nessuno mi avrebbe mai offerto un lavoro.”

Nonostante il suo grande successo a Berlino, egli ebbe una vita assai difficile. Fu espulso dalla American Amateur Athletics Union perché aveva utilizzato la sua fama a livello mondiale per un piccolo profitto personale, prima d’una tournée all’estero. Alla fine, si ridusse a diventare una sorta d’attore da circo per sostenere la propria famiglia, misurandosi con un’auto, una moto, con cani e cavalli. Svolse lavori come bidello e benzinaio e osservò amaramente: “Non si possono mangiare le mie quattro medaglie d’oro”.

Franklin D. Roosevelt non si congratulò mai con Owens, né lo invitò [e nessun altro atleta afroamericano] alla Casa Bianca dopo le Olimpiadi di Berlino. Per questo Owens disse che: “Hitler non mi ha snobbato – è stato FDR che mi ha snobbato!”.

Un dettaglio che dimostra la mancanza di sentimenti razzisti nei confronti dei neri lo si può notare dal magnifico episodio dell’amicizia fra Luz Long e Jesse Owens. Furono i consigli di Long che fecero vincere l’oro a Owens e condannarono lui all’argento. Immaginate tutti gli insulti che gli avrebbero rivolto i tedeschi per averlo fatto vincere, se avessero odiato i neri. Eppure mai nessuno lo insultò, anzi questo fatto venne visto come un gesto di grande cavalleria.

I due restarono amici e si scambiarono lettere, fin quando Long mori il 14 luglio 1943 a Niscemi, in Sicilia, in circostanze mai chiarite combattendo contro agli Alleati nella Piana di Gela. Luz Long riposa ancora lì, in un sacrario mantenuto a spese della Germania.

 

Movimenti Occulti e Sovversivi

Il nuovo ordine mondiale descritto in un nostro libro. Viganò avverte Trump!

Movimenti Occulti e SovversiviL’elogio di Trump a Viganò, il vescovo che vuole le dimissioni del Papa, per una lettera su virus e Floyd

«Leggetelo tutti»: il Tweet del presidente Usa all’ex nunzio che considera l’emergenza Covid e le proteste per George Floyd un complotto dei «figli delle tenebre» per instaurare «un Nuovo Ordine Mondiale»

«Così onorato dalla lettera incredibile dell’arcivescovo Viganò per me. Spero che ognuno, religioso o no, la legga!».

Questo è il tweet postato nella notte da Donald Trump per lodare l’ex Nunzio pontificio negli USA, Carlo Maria Viganò — ora in pensione che già nel 2018 chiese le dimissioni di Francesco e nel frattempo lo ha accusato, tra le altre cose, di essere «dalla parte del Nemico», cioè Satana, e guidare con un «falso magistero» una Chiesa che vuole essere «braccio spirituale del Nuovo Ordine Mondiale e fautrice della Religione Universale» per rendere concreto «il piano della Massoneria e la preparazione dell’avvento dell’Anticristo».

«Signor Presidente, stiamo assistendo in questi mesi al formarsi di due schieramenti che definirei biblici: i figli della luce e i figli delle tenebre».

La sua tesi è che l’ ondata di proteste dopo la morte di George Floyd abbia mostrato che nella società convivono «due realtà contrapposte, eterne nemiche come eternamente nemici sono Dio e Satana», ovvero «la stirpe della Donna e la stirpe del Serpente». A proposito delle manifestazioni «Black Lives Matter», l’arcivescovo scrive: «Pare che i figli delle tenebre — che identifichiamo facilmente con quel deep state al quale Ella saggiamente si oppone e che ferocemente le muove guerra anche in questi giorni — abbiano voluto scoprire le proprie carte, per così dire, mostrando ormai i propri piani».

La teoria della cospirazione risale all’emergenza Covid, definita da lui «una colossale operazione d’ingegneria sociale» nella quale «vi sono persone che hanno deciso le sorti dell’umanità, arrogandosi il diritto di agire contro la volontà dei cittadini e dei loro rappresentanti nei governi delle Nazioni». Secondo Viganò «è di tutta evidenza che il ricorso alle proteste di piazza è strumentale agli scopi di chi vorrebbe veder eletto, alle prossime presidenziali, una persona che incarni gli scopi del deep state e che di esso sia espressione fedele e convinta». Perciò «non stupirà apprendere, tra qualche mese, che dietro gli atti vandalici e le violenze si nascondono ancora una volta coloro che, nella dissoluzione dell’ordine sociale, sperano di costruire un mondo senza libertà: Solve et coagula, insegna l’adagio massonico».

L’arcivescovo ne ha anche per la Chiesa fatta di preti pedofili radicati nella macchina vaticana: «Come vi è un deep state, così vi è anche una deep Church che tradisce i propri doveri e rinnega i propri impegni dinanzi a Dio».

Martedì, dopo la dura repressione contro i manifestanti intorno alla Casa Bianca, Trump si era fatto fotografare e filmare con la moglie davanti alla statua di Giovanni Paolo II nel Santuario nazionale di Washington dedicato a Wojtyla e costruito dai Cavalieri di Colombo, potente e ricchissima organizzazione cattolica di stampo conservatore. L’arcivescovo di Washington Wilton D. Gregory, primo pastore afroamericano nella storia della capitale americana, nominato da Francesco l’anno scorso, aveva reagito con durezza: «Trovo sconcertante e riprovevole che qualsiasi istituzione cattolica accetti di essere manipolata e che di essa si faccia cattivo uso in maniera da violare i nostri principi religiosi, che invece ci chiamano a difendere i diritti di tutte le persone, anche di quelle con le quali possiamo non essere d’accordo». Di lì a poco, Viganò aveva definito Gregory un «falso pastore».

Così Viganò scrive nella lettera a Trump: «È sconcertante che vi siano vescovi – come quelli che ho recentemente denunciato – che, con le loro parole, danno prova di essere schierati sul fronte opposto. Essi sono asserviti al deep state, al mondialismo, al pensiero unico, al Nuovo Ordine Mondiale».

Un appello di Viganò dai toni analoghi — l’emergenza Covid vista come un «pretesto» per «ledere i diritti inalienabili dei cittadini» —un mese fa è stato pubblicato con le firme del cardinale Gerhard Ludwig Müller (ex prefetto della Dottrina della Fede) e Joseph Zen (vescovo emerito di Hong Kong, il più tenace oppositore della resa del Vaticano nei confronti della Cina) e anche del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, già al centro delle polemiche per il libro scritto «a quattro mani» con Benedetto XVI, che ha poi ritirato il sostegno.

Consigliamo a tutti i lettori interessati di leggere il libro di Kerry Bolton, recentemente pubblicato in italiano, nel quale viene sostenuta la tesi esposta da Viganò, con dati e circostanze storiche.

Esce PREDICHE NEL DESERTO. Il meglio di Paolo Barnard (2008-2013)

 

 

Potete già trovare nelle migliori librerie il libro Prediche nel Deserto. Il Meglio di Paolo Barnard (2008-2013) Gingko Edizioni, Verona, 384 pagine, ISBN 978-88-31229-15-9 Euro 19.

Ed è già disponibile anche in  ebook:

https://www.youcanprint.it/filosofia-politica/prediche-nel-deserto-il-meglio-di-paolo-barnard-2008-2013-9788831679794.html

Si tratta di una raccolta di articoli profetici scritti da Barnard a partire dalla fine del 2008 sino al 2013. Barnard è un grande filosofo radicale, polemista e un amicus veritas.

Paolo Barnard nei suoi articoli spazia in settori vitali della economia, sia a livello micro che a livello macro; dell’Europa unita e dell’Euro; della guerra in Medio Oriente, di Israele e della Palestina, scrivendo sempre con grande coraggio, con coerenza e senza mai concedere nulla a nessuno.

Pochi scrittori possono vantare virtù simili alle sue nel panorama giornalistico e filosofico italiano.

 

 

Presto in edicola il libro di Kerry Bolton dedicato ai Movimenti Occulti & Sovversivi

 

 

“È la Massoneria che comanda, che ha la forza di andare avanti e sviluppare la nostra economia. Questo è ormai documentato, attraverso numerose indagini, che Cosa Nostra e la Ndrangheta sono cresciute proprio grazie alla Massoneria.”
Federico Cafiero De Raho, Procuratore Nazionale Antimafia, 25 gennaio 2020.

 

 

 

Preambolo 

Le “cospirazioni occulte”, comprese le congetture sull’influenza degli Illuminati nel XVIII secolo, eccitano l’immaginazione popolare, in particolare con il proliferare di varie teorie su Internet, dopo l’attacco del 9/11. Queste teorie vengono spesso considerate seguendo una prospettiva religiosa, o un focus su una varietà di teorie fatte in casa, come gli extra terrestri rettiliani, i collegamenti Nazi-UFO-Bush o la famiglia reale britannica, il Vaticano, l’Opus Dei, il Priorato di Sion, gli ebrei, i banchieri e chiunque altro, con una gran confusione di combinazioni e di elementi. Gli interessi commerciali, che ci si aspetterebbe da un punto di vista ‘cospiratorio’, siano parte del disegno, stanno comunque approfittando di questo interesse, con film come ‘National Treasure’ e libri come la serie di volumi ‘Cospirazione’ pubblicati da Collins & Brown, e i best seller di Dan Brown.

Questo libro cerca di esporre questi argomenti facendo uso di una metodologia scientifica, combinata con la prospettiva della Tradizione e della Contro-Tradizione. L’attenzione è qui incentrata su una ‘guerra spirituale’ o ‘occulta’, con l’enfasi sulla corrente esoterica primaria degli ultimi secoli, da cui molti altri culti cospirativi sono poi emersi: la Massoneria.

A ciò si aggiungono le difficoltà di affrontare questo argomento, ossia ciò che i Tradizionalisti Perenni descrivono come ‘Contro-Tradizione’ e ‘Anti-Tradizione’, siano in realtà delle “contraffazioni” della Tradizione, e – come le contraffazioni in generale – sono quindi difficili da riconoscere dall’articolo genuino. Nella Bibbia si viene messi in guardia dal sorgere di ‘falsi profeti’ e del ‘Anticristo’. Questo ‘Anticristo’ sembrerebbe compiere molti miracoli e verrebbe considerato come il Cristo risorto, per fondare un nuovo governo mondiale.

La profezia cristiana non è troppo lontana da ciò che accade oggi con i ‘falsi profeti’, ‘guru’ e ‘messia’ che proclamano una ‘nuova era’ di pace, gioia e unità per tutta l’umanità, sotto a una particolare autorità centralizzata.
Un’altra apparente anomalia è che molte di queste società occulte siano in prima linea nel promuovere il razionalismo e lo scientismo, usando il linguaggio, i rituali e i simboli dell’occulto, mentre proclamano la propria opposizione a tutte le religioni e a tutte le superstizioni. Da una prospettiva tradizionalista, questi ‘razionalisti’ in abiti mistici sono gli ‘Anti-Tradizionalisti’ che portano avanti il lavoro della ‘Contro-Tradizione’. Questo è un dibattito in cui il razionalismo e il materialismo vengono usati come armi per distruggere tutte le Fedi che rappresentano una barriera a ciò che alcuni hanno chiamato gli ‘Adepti Neri’ che mirano a imporre la propria autorità sul mondo e a fondare la propria religione sulle rovine delle vecchie credenze. Quindi le dottrine razionalistiche, ateistiche, materialiste e comuniste sono un mezzo per un fine e non il fine.

Ciò che deve essere sottolineato fin dall’inizio è che a noi non importa se VOI credete in tale metafisica, o se la considerate un’assurdità assoluta e una superstizione primitiva. Ciò che conta è che esse esistono – e sono esistite per secoli – coloro che si considerano Adepti al servizio di quelli che spesso vengono chiamati ‘Maestri Nascosti’, questi credono di essere stati prescelti per inaugurare una nuova forma di governo e, in ultima analisi, un nuovo tipo di umanità.

Kerry Bolton

 

In Edicola il 20 marzo 2020.

Kerry Bolton Movimenti Occulti e Sovversivi. Tradizione e Contro-Tradizione nella Lotta per il Controllo del Potere Mondiale, Gingko Edizioni, Verona, 19 euro. Isbn 9788831229098

 

Historians are revaluating Emperor Nero’s lagacy, but a book by Cardano did it 450 years ago.

An old newspaper clip, inside a secondhand book by Seneca that
I bought on a stall, falls on the floor like a butterfly. It is an article
from the Washington Post, the date is June 30, 1981. The title of this
small clip that reproduces an Associated Press dispatch is ‘The Ghoul
Pool’. It says:

About 30 professors at the political science faculty of the Catholic
University of America were asked to name the worst villains in
history. Within the top ten appears emperor Nero, with such
motivation: ‘Among his deeds were the setting afire of Rome so that
he could build a city more aesthetically pleasing . . . the sparking of several civil wars and
the squandering of much of the army’s salaries for his foolish delights.’

Alas! The Hollywood style reading of history was still widespread in 1981, even among academics.

As a matter of fact, all such charges are untrue, and historically unfounded, as the reading of any modern-day biography of the great Roman emperor could easily prove.

It was Girolamo Cardano who demonstrated this 450 years ago, and he did it just by reading between the lines of the works of those partial historians. The figure of Nero described by Cardano could be compared, using today’s standards, to that of a Labour politician, perhaps, even a socialist, who got bad-mouthed by the Tory party of his day.

Napoleon, with his analytical capacity, could see that Nero was loved by the people
because he never burdened the poor, but oppressed the great.
Nero was not in Rome when the great fire started and, after
rushing back, did all in his power to help relieve the sufferings of the
homeless citizens affected, offering shelter in his own gardens and in
the buildings of the Campus Martius. It is not true that he accused
the Christians of the fire, and had thousands of them executed, as
we read in Tacitus and Suetonius, simply because there were very few
Christians around. The first author to speak about the Christians
being singled out as arsonists was Tertullian, writing at the end of
the second century. Probably, as Stephen Dando-Collins acutely
notes, the texts of Tacitus and Suetonius were corrupted by medieval
monks in their scriptorium. Christians were not the victims, but
followers of the Egyptian goddess Isis, who were infamous for using altars with fire during their ceremonies. This could explain also why when they were executed animal skins were put on them as a mockery, for followers of that cult worshipped animals (hence also Tacitus’ definition of them as possessed by an insane ‘hatred against mankind’.) In fact, there are no known Christian martyrs of that period, except Peter and Paul, who were executed not in connection with the fire, but later, at the time of great rebellion in Judea.
One of Nero’s alleged crimes was the murder of his adopted brother, Britannicus, who dropped dead during a banquet. We should note
that in antiquity there were no poisons which could kill in a matter of seconds. It is well documented that Britannicus was epileptic, and
a seizure could have caused an airways obstruction resulting in suffocation and turning his face blue, as it was reported by the
historian.

Nero’s reign had been one of the most peaceful in Roman history; civil wars were common before him, and after his death. He
did not squander the treasury, but increased the revenue of the state, putting also a large part of his personal wealth into the public coffers.
Italian historian Mario Attilio Levi was one of the first to critically re-examine his reign. Tacitus, Suetonius, Dio Cassius, the two Pliny,
Plutarch, and even Josephus, treated Nero not a historical figure, but like an object of horror, a buffoon, transforming hearsay into
facts. Nevertheless they were all connected with the senatorial class and with the Flavian emperors: Vespasian, Titus and Domitian, who
were motivated to bolster their own shaky legitimacy to rule by pouring scorn over their predecessors.
Ettore Paratore, another illustrious Italian Latinist, concurs on this point, admitting that those historians reduced the golden age of
the Roman Empire, corresponding with the rule of the JulioClaudian dynasty, into a sequence of murders, orgies and follies.

Here is the link to buy it in POD or KINDLE in Amazon:

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Stalin. Il Napoleone Russo

 


Tratto da un articolo di Jurij Belov, Pravda, 20-23 dicembre 2019. Pubblicato sul giornale l’Aurora.

“Il mondo del capitale fu inorridito quando vide che due geni rivoluzionari russi stavano trasformando il “Manifesto comunista” di K. Marx e F. Engels da possibilità teorica in pratica della costruzione di una nuova società. Questo orrore perseguita il mondo borghese fino ai nostri giorni. Da qui l’odio selvaggio del capitale e di tutti i suoi servi verso Lenin e Stalin. Qualsiasi abominio è buono solo per diffamare, denigrarli presso la mente dei popoli. Il capitale ha al suo servizio non solo la gigantesca industria di bugie, calunnie e falsificazioni, ma anche il filisteismo russo. Il piccolo borghese, come scrisse Gorkij, si distingue per “il desiderio non solo di sminuire un uomo eccezionale al livello della propria comprensione, ma anche di cercare di calpestarlo, in questa terra appiccicosa e tossica che hanno creato, chiamata “vita di tutti i giorni”. L’intero esercito piccolo-borghese, dagli accademici liberali ai filistei khrushjoviti vicino a te, attaccarono freneticamente la memoria popolare di Stalin. E con quale risultato? Il numero di operazioni speciali intraprese contro questa memoria negli ultimi 66 anni, dal 1953, è inimmaginabile. Ma, come mostrano recenti sondaggi, nella mente di generazioni di padri e figli, Stalin vince sempre.”

Articolo completo qui: http://aurorasito.altervista.org/?p=9944

 

 

Grazie a Chiara Salvini per aver ricordato il genio di Lauro Galzigna

 

 

ANGELO PARATICO, grazie a ! IN RICORDO E CONOSCENZA DI UNO SCIENZIATO ASSAI VARIEGATO :: LAURO GALZIGNA — prima parte

Nella mia biografia di Leonardo Da Vinci (credo la più bizzarra mai scritta, pur essendo documentata) ho anteposto tre citazioni prese da tre uomini geniali, molto diversi fra di loro, eppure uniti da una profonda percezione di certe realtà. Due sono celebri e celebrati e uno, italiano, negletto e dimenticato.

 

 

 

 

 

 

 

Hilarion Capucci, l’arcivescovo di Gerusalemme che armò l’OLP

Quando morì, a Roma, il 1° gennaio 2017, in pochi ricordarono l’arcivescovo di Gerusalemme, Hilarion Capucci. Nato il 2 marzo 1925, nella città siriana di Aleppo, il suo nome di battesimo fu George Capucci. Suo padre, Bashir, morì quando aveva solo cinque anni. Sua madre, Chafika, divenuta vedova a venticinque, fu costretta a crescerlo da sola con i due fratelli. Capucci è una figura ancora ricordata con grande nostalgia dai libanesi e con un enorme rispetto in tutto il mondo arabo, mentre per gli israeliani fu un terrorista. Ora la casa editrice veronese Gingko pubblica le sue memorie, intitolate “Nel Nome di Dio” che restarono chiuse in un cassetto, a partire dagli anni Settanta, a causa della proibizione da parte del Vaticano di pubblicarle.
Nel 1974, Israele accusò l’arcivescovo cattolico greco-melchita, Hilarion Capucci e titolare dell’arcieparchia di Gerusalemme, di avvalersi della sua immunità diplomatica per contrabbandare armi per i fedayn palestinesi in Cisgiordania e per il suo amico Yasser Arafat. Questa accusa fu accettata da Capucci, ma sostenne che i veri terroristi erano gli israeliani e si fece condannare a 12 anni di carcere duro. Ne scontò solo tre, senza cedimenti e, grazie all’intercessione di Papa Paolo VI presso al presidente israeliano Ephraim Katzir, contro alla sua volontà, venne rilasciato. Poco dopo la scarcerazione e il trasferimento a Roma, Capucci fu raggiunto da due suoi vecchi amici, i giornalisti libanesi Sarkis Abu Zeid e Antoine Francis, i quali gli chiesero di collaborare alla stesura di una biografia, che avrebbe raccontato le sue eccezionali imprese e il suo grande coraggio. Capucci accettò e, in una serie di interviste registrate nel 1979 presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, ripercorse con dovizia di particolari le vicende salienti della sua vita e il calvario patito da prigioniero nelle prigioni israeliane. L’arcivescovo di Gerusalemme raccontò in un modo estremamente franco le proprie esperienze. Con modestia e senza spirito di rivalsa, condivise con i due giornalisti tanto le sue frustrazioni quanto i suoi successi. Raccontò i fatti il più obiettivamente possibile. L’unica condizione che pose fu che gli intervistatori gli consentissero di visionare il manoscritto prima della pubblicazione, cosa che di fatto avvenne. Verso la fine del 1979, una casa editrice francese accettò di pubblicare il libro con il titolo “L’Archevêque Revolutionnaire”. Poco prima della sua pubblicazione, tuttavia, Capucci cambiò idea e chiese ai due giornalisti di sospendere l’uscita, adducendo non meglio precisate motivazioni che esulavano “dalla sua volontà”.
Gli israeliani lo avevano rilasciato a patto che non mettesse mai più piede a Gerusalemme e in altri paesi arabi e non facesse dichiarazioni a loro contrarie, ma Capucci continuò senza paura il suo attivismo e dopo aver partecipato a una riunione del Consiglio Nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina tenutasi a Damasco nel 1979, la sua fama esplose in tutto il mondo. Si recò nei punti più caldi del pianeta per offrire i propri servigi. Il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran e sequestrarono più di cinquanta cittadini americani, dall’Incaricato d’affari ai membri più giovani dello staff. Tennero in ostaggio i diplomatici statunitensi per 444 giorni. Durante la crisi, Capucci si recò a far visita più volte agli ostaggi e operò da intermediario per negoziare un accordo per il loro rilascio, il quale poi andò in fumo solo all’ultimo istante a causa di una fuga di notizie diffuse dalla stampa francese. Tuttavia, riuscì a ottenere il rilascio dei cadaveri dei soldati americani che erano rimasti uccisi in seguito del fallito tentativo di salvataggio dei diplomatici. Per quel suo prezioso intervento, Cappucci ricevette una lettera di ringraziamento da parte del presidente americano Ronald Reagan. Le buone relazioni di Capucci con i leader arabi gli davano un netto vantaggio su qualunque altro mediatore. Nel 1985, grazie all’aiuto dei siriani, ottenne il rilascio di un ostaggio francese tenuto prigioniero a Tripoli, in Libia. L’anno seguente si presentò a Parigi per offrire il proprio aiuto dopo una serie di attentati dinamitardi portati a segno da un gruppo di estrema sinistra, chiamato Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi e mediorientali. Georges Ibrahim Abdallah, presunto leader della guerriglia libanese, era tra i prigionieri di cui il gruppo terroristico chiedeva il rilascio. A Capucci venne concesso di far visita ad Abdallah in carcere, nel tentativo di indurre il gruppo a porre fine alla violenta campagna di sangue. L’arcivescovo fu l’unica persona che le autorità francesi autorizzarono a entrare in contatto con Abdallah. Nel 1990, Capucci si recò a Baghdad per intercedere per il rilascio di sessantotto italiani. Gli italiani erano tra le centinaia di occidentali a cui il governo di Saddam Hussein aveva impedito di lasciare l’Iraq, in seguito dell’invasione del Kuwait di quell’anno. L’arcivescovo fu tra i pochi politici, personaggi pubblici di spicco e pacificatori a cui Saddam permise di entrare nel Paese. Gli stretti contatti di Capucci con gli alti funzionari dell’Iraq assediato diedero i loro frutti nel 2000, quando egli guidò una delegazione anti-sanzioni in Iraq. Affiancato da un gruppo di religiosi e di intellettuali italiani, Capucci si recò a Baghdad dalla Siria con un volo umanitario autorizzato dal Comitato per le Sanzioni delle Nazioni Unite.
Capucci criticò aspramente i Bush, padre e figlio, per l’aggressione all’Iraq, dicendo: “Mandare bombardieri a distruggere un intero Paese e seminare la morte in mezzo a un popolo già in agonia, in nome di Dio, è la più grande offesa commessa contro Gesù Cristo, e la più terribile maledizione lanciata contro la Pace e l’Amore di Cristo. Questo perché la Pace, per noi cristiani, è una Persona: la Persona di Cristo. Gesù Cristo è la vittoria della pace e dell’amore. L’insopportabile visione del popolo iracheno sofferente è Cristo sulla croce. Ma vi è qualcosa di ancora più grave: i giovani allevati sotto le sanzioni in un paese distrutto dalle bombe hanno menti soffocate dall’odio, non hanno più nulla da perdere, e sono pronti a ogni tipo di vendetta. In un Paese arabo dove l’armonia reciproca tra cristiani e musulmani è stata un modello, le bombe vengono piazzate nelle chiese e decine di migliaia di cristiani fuggono all’estero. E a essere rapiti sono persino i bambini dei cristiani iracheni. Prima dell’invasione dell’Iraq, la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani era un esempio. Ora è stato sostituito da un incubo. La guerra contro l’Iraq ha mandato in fumo anni di dialogo con l’Islam, ha fornito nuovi pretesti agli estremisti islamici e ha alimentato la discordia tra il mondo arabo e l’Occidente.”
La previsione di Capucci, secondo cui la distruzione dell’Iraq avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora, si avverò in Siria. Temendo il peggio per la sua patria, Capucci respinse come infondate e controproducenti le rivendicazioni occidentali contro Bashar al-Assad, e compì ogni sforzo per far conoscere una verità documentata. L’impatto della guerra sull’unità e sul delicato tessuto sociale del Paese, nonché le sue ripercussioni sui rapporti tra musulmani e cristiani e sul destino del cristianesimo nella regione, erano tornate di nuovo a tormentarlo, così la sua risposta fu tipica del suo carattere: fece la spola tra Roma e Damasco per offrire il suo sostegno morale, partecipò a manifestazioni pubbliche contro alla guerra, apparve in televisione e su altri media, e incontrò i capi di Stato per scongiurare la guerra o per fare pressione affinché il conflitto si risolvesse.
A Gerusalemme, Capucci aveva trasportato munizioni e armi, anche i due razzi Katjuša che furono ritrovati nei boschi antistanti al King David Hotel, al tempo dell’incontro del Segretario di Stato americano Henry Kissinger con i governanti di Israele. I due razzi non erano partiti a causa di un errore tecnico. I giovani arabi che avrebbero dovuto prepararli al lancio li avevano posizionati in un’area boschiva di fronte all’hotel, puntandone uno verso il Muro del Pianto. Senonché, li avevano installati troppo in fretta e, prima di concludere il lavoro, avendo scorto un uomo che giungeva nella loro direzione sul dorso di un mulo, avevano accelerato ancora di più le manovre per dileguarsi in fretta. Se Kissinger fosse saltato in aria, questo avrebbe certamente cambiato le cose su vari teatri mondiali e creato un immenso imbarazzo a Israele.
Ecco cosa Capucci racconta di quell’episodio: “Gli israeliani, dopo aver scoperto le due valigie di pelle che contenevano i razzi me le portarono e mi chiesero: ‘Le riconosce?’. Avrei potuto negare ogni coinvolgimento, ma dissi: ‘Sì, le riconosco’. E infatti, avevo introdotto clandestinamente i Katjuša a Gerusalemme, ma nutrivo sentimenti contrastanti in merito, durante l’interrogatorio. Da un lato, ero spinto dal Vaticano a negare ogni accusa contro di me. Dall’altro, mi chiedevo: perché mai dovrei negare queste accuse visto che non mi sento in colpa? Quello che ho fatto è un diritto sancito da tutte le leggi, specialmente quelle ecclesiastiche. È il diritto all’autodifesa. Pertanto, non negai quello che avevo fatto perché lo consideravo un mio dovere. Del resto, non avevo piazzato dei missili negli uffici di El Al Airlines a Parigi o a Monaco di Baviera, ma a Gerusalemme, all’interno del territorio che Israele aveva usurpato. Considero ancora oggi la mia azione quale un diritto giustificato e un’azione legittima, destinata all’autodifesa… e allora ritenni di non dover rinnegare le mie idee.”
Pochi giorni dopo la sua morte, la Siria volle premiare la sua costante lealtà. E il 7 febbraio 2017, onorò la sua memoria con una messa commemorativa al Patriarcato cattolico-melchita della “Nostra Signora della Dormizione”, a Damasco. Il ministro di Stato per gli affari presidenziali, Mansour Azzam, partecipò alla messa, su direttiva del presidente Bashar al-Assad.

Angelo Paratico

 

Cangrande, Dante e il ruolo delle Stelle di Maurizio Brunelli

Cangrande I della Scala può ritenersi uno dei maggiori personaggi emergenti delle oligarchie medievali del Trecento italiano. Pur passando come una meteora attraverso le travagliate vicende di quel tempo, lasciò nei suoi contemporanei una grandissima impressione. Malgrado ciò la sua presenza nella nostra storiografia è marginale e si riduce a qualche saggio scritto da storici per altri storici; nella letteratura romantica assume spesso i contorni del favolistico, giocando su aneddoti talvolta privi di fondamento storico. Pensiamo inoltre che proprio un approccio troppo conformato alla “sacralità” del documento, negando in qualche caso qualsiasi valore alle fonti letterarie, abbia confinato l’interesse per questa figura in un ambito esclusivamente localistico. È un dato di fatto che Cangrande, nonostante alcuni studi anche recenti, risulti ancora pressoché sconosciuto fuori delle mura di Verona. Chi ha sentito parlare di lui lo deve quasi esclusivamente alla lettura delle terzine del XVII canto del Paradiso che Dante volle dedicargli. Non crediamo pertanto di esagerare dicendo che se non fosse per il sommo Poeta lo Scaligero sarebbe uno dei tanti personaggi che si perdono nella penombra del nostro Medioevo.
Con questo lavoro vogliamo perciò rendere giustizia alla fama di un condottiero le cui gesta venivano celebrate ancora in vita “de ipso multa cantabantur et merito …”, tanto dagli amici che dai suoi nemici; ad un principe machiavellico ante litteram che avrebbe dovuto riunire sotto uno stesso scettro l’Italia di quel tempo, afflitta dalle lotte di parte che logoravano le città, mettendole spesso una contro l’altra. Perché questa crediamo essere stata la vera ragione della sua fama. E la ragione per cui Dante Alighieri scelse Verona, “lo primo tuo rifugio, il primo ostello”.

 

 

Ma chi era Cangrande della Scala?

Cangrande I della Scala nacque nel 1291, con buona probabilità il 9 maggio, da Alberto e Verde da Salizzole. Era il terzogenito tra i figli maschi. Prima di lui veniva Bartolomeo (il gran Lombardo di dantesca memoria) e Alboino. Possiamo dire che è grazie alla sua opera che i Della Scala hanno potuto consolidare il loro potere governando, per un certo periodo, un vasto territorio e proiettare la loro fama fino ai nostri giorni. Cangrande era entrato nel mito già in vita e continuò a rimanervi per molto tempo. I suoi contemporanei narrano che di lui “si decantavano molte cose e meritatamente” (Sagacio della Gazata), che fosse “il più leale che vi sia da qui alla Francia e la cui fama di prodezze, magnanimità e cortesia si sparge per il mondo” (Anonimo XIV sec.); ed inoltre che fosse “il maggior tiranno e ‘l più possente e ricco che fosse in Lombardia da Azzolino di Romano infino allora, e chi dice di più” (Giovanni Villani), e “il comune rifugio e consolazione degli infelici” (Francesco Petrarca) o, ancora, “uno de’ più notabili e de’ più magnifichi signori che dallo imperadore Federigo II in qua si sapesse in Italia” (Giovanni Boccaccio). Ma, soprattutto, fu lui che ebbe l’onore di ospitare Dante Alighieri e di ricevere in segno di gratitudine la dedica del Paradiso, la cantica più importante della Commedia. In essa il Poeta gli riserva parole encomiastiche, forse come a nessun altro personaggio laico. E se oggi Cangrande viene ancora ricordato lo dobbiamo proprio all’esule fiorentino. Purtroppo i documenti degli archivi scaligeri andarono persi insieme a quelli del Comune in almeno due occasioni: nel 1354 con la congiura di Fregnano e nel 1387 con la caduta della Signoria e l’arrivo dei nuovi, provvisori padroni, i Visconti di Milano. La ricostruzione della vita di Cangrande, specialmente per quanto riguarda l’aspetto legato al suo carattere e ai suoi rapporti personali (elemento fondamentale per questo lavoro), dipende perciò da poche cronache a lui contemporanee (Albertino Mussato, Ferreto Ferreti, Guglielmo Cortusi) e da altre più tarde; queste seconde non sempre del tutto affidabili. Abbiamo qualche notizia dalle fonti letterarie che però non hanno goduto di molta attenzione da parte degli storici perché giudicate inattendibili per il loro valore intrinseco di omaggio cortigiano. E’ il caso per esempio di Ferreto Ferreti, un notaio e poeta vicentino vissuto a corte negli ultimi anni di vita dello Scaligero e autore, tra l’altro, di un poema in suo onore. Più attenzione è stata dedicata all’Alighieri ma la mancanza anche in questo caso di precisi riscontri documentali ha fatto sì che le celebri terzine del XVII canto del Paradiso o quanto contenuto nell’epistola XIII siano stati letti perlopiù come una lode encomiastica per l’ospitalità ricevuta, e gli accenni del Poeta alle magnificenze del suo protettore e alle sue incredibili azioni sembrano rimanere come sospese in un’aura di mistero sul loro reale significato. Solo qualche storico del Medioevo si è spinto ad ipotizzare l’esistenza di un “ambizioso” progetto politico.
Se però per quanto riguarda il poema di Ferreti facciamo la tara a taluni improbabili confronti del suo “eroe” con quelli della mitologia classica – diretta conseguenza del fervore preumanistico che animava questi poeti – e proviamo a dargli un po’ di credito, possiamo ricavare per esempio due importanti elementi intorno al concepimento e alla nascita dello Scaligero: una profezia e un oroscopo, che, se visti nell’ottica di quel tempo, ebbero sicuramente un ruolo determinante nel suo progetto politico, fornendogli quella spinta psicologica indispensabile alla sua realizzazione. Non dobbiamo infatti dimenticare che al tempo di Dante l’astrologia era considerata una scienza, insegnata nelle Università, e non vi era persona colta che non credesse all’influenza degli “astri” sul mondo fisico. Era prassi comune nelle famiglie dei potenti ricorrere agli astrologi quando si trattava di concepire un figlio. Dal racconto di Ferreti possiamo così dedurre che la nascita di Cangrande fosse particolarmente attesa e che la data del suo concepimento, proprio in ragione di un oroscopo, fosse stata programmata.
Dante conobbe il giovane Cangrande in occasione del suo primo soggiorno a Verona tra il 1303 e il 1304. Quanto avrebbe potuto conoscere di quel progetto, di quell’oroscopo e delle aspettative di quella famiglia? E in relazione all’influenza degli astri sulla sua nascita, in un’ottica di possibile “benedizione” da parte degli stessi, potrebbero essere interessanti i celebri versi “colui che impresso fue, nascendo, sì da questa stella forte (Marte)” [Paradiso, XVII, 76-77]. Si tratta solo di una scontata influenza marziana dovuta all’indiscussa fama di condottiero dello Scaligero o il Poeta volle riportare una sua precisa conoscenza astrologica? Magari affiorata in uno dei tanti confronti che avrà avuto in una città dove, come scrisse quel Manuel Giudeo, era facile discutere d’ogni cosa “…Quivi Astrologia con Filosofia e di Teologia udrai disputare…”. Peraltro dimostra qualche verso più innanzi di conoscerne l’età e, quindi, l’anno di nascita “pur nov’anni son queste rote intorno di lui torte” (Paradiso, XVII, 80-81). Se è difficile poterlo affermare è lecito supporlo.
Al di là del fatto incontestabile della conquista della Marca Trevigiana avvenuta il 18 luglio 1329, in mancanza di precisi riscontri documentali non possiamo con assoluta certezza sapere quali siano state le vere intenzioni politiche dello Scaligero. La sua prematura morte, quattro giorni dopo aver coronato il suo sogno, non aiuta certo a svelarle. Ma pare lecito chiedersi: la sua azione si limitava a ricalcare le orme del tiranno Ezzelino III da Romano o voleva raggiungere obiettivi più ambiziosi, come la costituzione di un regno, abbracciando un territorio assai più vasto della Marca? Certo a saper cogliere i numerosi indizi che emergono dalla cronaca della sua breve ma straordinaria vita non risulta difficile credere che Cangrande abbia provato a realizzare un grande progetto politico.
Non sarebbe allora casuale la scelta di Dante (ma anche quella di altri illustri personaggi) di chiedere la sua ospitalità proprio nel momento in cui egli era solo al comando di Verona (e Vicenza), vicario imperiale e fortemente intenzionato a vincere, una ad una, tutte le città della Marca, avendo come principale obiettivo la più potente, Padova.
Sono dati di fatto che egli sia stato “il prediletto” dell’imperatore Enrico VII, che abbia avuto la nomina di capitano della Lega Ghibellina e che un suo avversario politico, il trevigiano Nicolò de’ Rossi, abbia previsto per lui ancor prima della caduta di Padova e Treviso la corona (“el sarà re d’Italia enançi un anno”) se la Fortuna fosse stata dalla sua parte; e non v’è dubbio che dietro la sua partecipazione a Milano per l’incoronazione di Ludovico il Bavaro a re dei Romani, dove si presentò con un esercito al seguito, vi fosse stata la concreta intenzione di assumere il potere di quella città approfittando dei contrasti all’interno della famiglia Visconti, con le immaginabili conseguenze che ne sarebbero derivate. E a raccontarcelo sono dei cronisti locali. Per non parlare di ciò che accadde poco dopo la sua morte, quando la sua eredità politica passò ai nipoti Mastino e Alberto. La notizia del Villani, secondo la quale, nel 1335, alla vigilia della tragica guerra di Mastino II contro la lega veneto-fiorentina, lo stato scaligero introitava dai territori soggetti ben 700 mila fiorini è una prova indiretta della capacità e, quindi, possibilità che Mastino volesse realizzare ciò che era già nella mente dello zio Cangrande. Quella rendita era in quel momento seconda solo a quella della corona di Francia: la prima potenza del mondo occidentale.
Possono essere illuminanti al riguardo anche due citazioni, quella di Scipione Ammirato che nelle sue Istorie fiorentine afferma: “né fu dubbio che egli (Mastino) facesse in quel medesimo tempo far una ricchissima corona d’oro e di pietre preziose per coronarsi prima re di Toscana (aveva da poco acquistato Lucca) et di Lombardia”; e la seconda, di maestro Antonio Marzagaia che visse negli ultimi tempi della signoria scaligera. Nel suo De Modernis Gestis, a proposito di Antonio della Scala, scrive: “le corone che i suoi avi avevano fatte fare per incoronarsi re di Lombardia, e che poi erano state poste a decorare immagini di Santi, egli le pose sulle vesti della sfarzosa moglie (Samaritana da Polenta)”.
La determinazione non mancava di certo a Cangrande, che disprezzava fatica e denaro (“in non curar d’argento né d’affanni”). Dante, finché visse, vide ed apprezzò alcune di quelle grandi cose (“magnalia vestra vidi et tetigi”). Di altre forse era stato messo a parte o ne intuì l’accadere se arrivò a dire che fossero persino “incredibili a quei che fier presente”. Potrebbe allora esserci stata tra i due personaggi un’identità di vedute su di un progetto da realizzarsi per il bene di un’Italia che era “di dolore ostello”? La discesa del nuovo imperatore Enrico VII poteva essere l’occasione propizia per un nuovo ordine di cose. Sicuramente, per incontrare il favore di Dante, quello di Cangrande doveva essere un progetto politico sensibilmente diverso da quello condotto da Ezzelino da Romano. E la sua azione di governo non dimostrava nei fatti di volersi caratterizzare per un esclusivo e dispotico controllo sui territori conquistati, come faceva la maggior parte dei suoi contemporanei; egli con una saggia politica della continuità riconosceva alle popolazioni sottomesse una certa autonomia delegando loro parte del potere. Allo stesso modo in cui operava l’imperatore con i suoi vicari. E furono ancora una volta persino due tra i suoi più irriducibili avversari a riconoscergli doti di saggezza e magnanimità (i padovani Albertino Mussato e Guglielmo Cortusi).
Forse allora non fu per caso che due illustri personaggi del tempo, Uguccione della Faggiola e Spinetta Malaspina, anche loro esuli, raggiunsero Dante a Verona. Forse anche loro, che come il Poeta e molti altri avevano riposto nel principe veronese la speranza di rientrare in patria, volevano sincerarsi che le ragioni della sua fama erano fondate: “Un tempo io ritenevo esageratamente superflua, in verità, la vostra rinomanza, troppo al di sopra delle imprese degli uomini d’oggi, quasi al di fuori della realtà dei fatti. In verità, per non restare sospeso in un’eccessiva incertezza, (…) mi son recato a Verona per controllare con i miei occhi ciò che avevo udito e lì ho visto le vostre grandi opere: le ho viste e, contemporaneamente, ne ho goduto i benefici; e allo stesso modo in cui, prima, sospettavo esagerato parte di quel che si diceva, dopo mi sono reso conto che le imprese in sé erano esorbitanti” [Dante, Epistola XIII a Cangrande]. E il marchese Malaspina gli avrebbe potuto un giorno portare “in dote” la sua terra, la Lunigiana, e con essa quello sbocco sul mar Tirreno che gli avrebbe probabilmente permesso di affrancarsi dalla politica monopolistica del sale attuata da Venezia. E l’eco del carattere etico di questo progetto politico si potrebbe ravvisare ancora nei versi di Dante: “le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che i suoi nimici non ne potran tener le lingue mute”, fino a dire che “per lui fia trasmutata molta gente cambiando condizion ricchi e mendici”.
Ed allora Dante quando affermava che “l’imperatore ovunque impera ma non ovunque regna” (Monarchia) forse pensava che potesse essere proprio Cangrande quel genere di principe illuminato che invocava per l’Italia. E chissà che quella sua ricerca di un “volgare illustre”, un comune linguaggio italiano, non fosse iniziata proprio durante la prima esperienza a Verona (1303-1304), quando egli conobbe il giovane e promettente Cangrande e gli anni in cui la critica dantesca assegna l’inizio del suo trattato De Vulgari Eloquentia. Il ritorno dell’esule fiorentino a Verona nel 1312 (come propone la critica più accreditata) potrebbe dunque aver significato l’implicito sostegno alla politica dello Scaligero che ora, per il suo ruolo di neoeletto vicario imperiale, avrebbe legittimamente potuto aspirare alla guida di un possibile stato italico. Uno stato per cui Dante, insieme alla sua realizzazione politica, auspicava una lingua comune.
Ed allora, per entrare direttamente nel merito del presente saggio, è plausibile che quell’insolito coraggio, che in qualche caso sconfinava nella temerarietà, e quella risolutezza derivassero a Cangrande anche dalla consapevolezza di essere una sorta di “uomo della Provvidenza”, un predestinato dalle stelle. E in un tempo in cui l’astrologia era scienza ciò poteva rappresentare una spinta non trascurabile alla sua azione politica. Dimostrò inoltre sul campo di possedere quel carisma che ogni vero leader deve avere. E persino la revisione degli Statuti comunali del 1327, insieme a quella delle Arti del 1319, sembrano concorrere alla tesi di un grande progetto. La riorganizzazione economica, amministrativa e giuridica del territorio, con una particolare attenzione all’edilizia, porterebbero a confermare la necessità (e l’urgenza) di essere pronti al raggiungimento di un obiettivo giudicato imminente.
Con queste premesse andrebbe, a parer nostro, rivalutato il senso del lungo soggiorno veronese di Dante, vedendolo non unicamente dettato da scopi politici ma leggendolo anche alla luce di precisi riscontri astrologici. E perché no, considerandolo un sodalizio caratterizzato da un convinto, profondo legame di stima ed affetto reciproco. Possono al riguardo essere illuminanti alcune parole contenute nella dedica del Paradiso: (…) Il mio affetto ardente e sincero non mi permette di passare sotto silenzio anche il fatto che in questo scambio di doni può sembrare che si attribuisca più importanza all’omaggio e alla fama che al signore; invece apparirà evidente, se si farà sufficientemente attenzione, che ho espresso, con la sua dedica, il presagio che la gloria del vostro nome si diffonderà: e ciò di proposito”. E sottolineando il valore dell’amicizia: “E se si volge lo sguardo all’amicizia, quella vera e “per sé” …, aggiunge Dante: “… non c’è alcuna presunzione nel propormi come devotissimo e anche amico. E siccome stimo la vostra amicizia come un tesoro preziosissimo, desidero coltivarla con diligenza previdente e cura sollecita. Non dimentichiamo che il Poeta aveva 26 anni più di Cangrande e, quindi, poteva essergli padre; ed inoltre che la sua discendenza si è estinta a Verona.
Con questo lavoro abbiamo voluto dunque approfondire la ricerca di quello che riteniamo essere stato il principale aspetto motivazionale dell’azione di Cangrande: la predestinazione ad un’impresa scritta in un oroscopo. Troverebbe così giustificazione, a parer nostro, sia la straordinaria determinazione del principe veronese (“in non curar d’argento né d’affanni”) nel perseguire il suo obiettivo d’espansione territoriale sia la particolare attesa da parte dei suoi genitori (ma non mancava anche presso i suoi contemporanei) del figlio-artefice di questo progetto. Vogliamo però fin d’ora sottolineare che per comprendere la valenza del nostro assunto dobbiamo compiere lo sforzo di provare ad entrare nella mente di chi viveva più di settecento anni fa. In primo luogo credere nell’Astrologia, perché nessuna persona colta al tempo di Dante ne metteva in discussione l’autorità. In altre parole, ragionando in termini positivistici, non ci si dovrebbe chiedere quale valore abbia oggi l’Astrologia, soprattutto in considerazione del fatto che il sistema scientifico di riferimento è completamente mutato, ma quale valore davano ad essa gli uomini del Medioevo. Se saremo stati sufficientemente convincenti, potremo dire di aver compiuto un altro passo per dare a questo personaggio una più degna collocazione sulla scena politica italiana del primo Trecento.

Maurizio Brunelli

 

I TIRANNI CI VOGLIONO TOGLIERE I CONTANTI. Il libro di Víctor Gómez-Enríquez

Il Governo italiano pare intenzionato a continuare la propria guerra contro al CONTANTE. Inoltre, tutta la stampa nazionale li asseconda in questa follia.

La scorsa settimana avevo assistito a un dibattito fra Vittorio Sgarbi e Jacopo Fo, il primo contrario e il secondo favorevole a questa proposta. Mi pareva incredibile constatare che un “libertario” come Jacopo Fo non si renda conto che quello che gli vengono sottratte, con il contante, sono due cose molto importanti: la Libertà e la Dignità.

Avrei voluto chiedergli: “Se un giorno il Grande Fratello ti cercherà per assassinarti, tu, in fuga in una metropoli, che cosa vorresti avere in tasca, una carta di credito o delle sterline d’oro? Senza contante uno potrebbe essere condannato a morire per fame e sete, basta che qualcuno proibisca ogni suo acquisto”.

Questo libro di Víctor Gómez-Enríquez, intitolato LA TIRANNIA NASCOSTA NEI NOSTRI SOLDI. Ciò che la maggior parte degli economisti non sanno e pochi desiderano rivelare edito da Gingko segue questa linea di pensiero. Sarà in libreria fra un paio di settimane.

So quel che tutti dicono, si tratta della lotta all’evasione e alla criminalità. Ma in realtà la lotta all’evasione e alla criminalità paiono essere problemi marginali per i politici che propugnano la scomparsa del contante, altrimenti stanzierebbero più soldi per la Guardia di Finanza, per la Polizia e i Carabinieri, cosa che si guardano dal fare. In realtà la spinta a eliminare il contante è frutto della retrospinta sui loro deretani esercitata da  lobby finanziarie e bancarie.
Ecco ciò che scrive Víctor Gómez-Enríquez nel suo libro:

Poiché le banche centrali non hanno altra scelta se non quella di continuare a imporre tassi di interesse negativi, l’unica opzione logica è quella di vietare il contante e costringere i consumatori a tenere i propri soldi all’interno del sistema bancario. Questa è la vera ragione per vietare denaro contante. Nell’articolo di Thorstein Polleit intitolato Cash Banned, Freedom Gone vengono discusse alcune delle conseguenze negative del divieto del contante. Per esempio: “Se lo stato vieta il denaro contante, tutte le transazioni devono essere eseguite elettronicamente. Affinché lo Stato possa vedere chi compra e che cosa, dove e quando viaggia ecc. e poi lo controlla come uno zombie, questo è lo stato servile che ci sta venendo incontro. Il cittadino diventa così completamente trasparente e la sua privacy finanziaria viene persa. Ma anche la prospettiva che un cittadino possa essere spiato in qualsiasi momento è una violazione del suo diritto alla libertà”.

Vediamo di mettere in chiaro alcuni punti, che mi sembrano assai importanti.

1. In una società senza contante l’evasione continuerà a fiorire, truccando bilanci, con società fittizie, corrompendo funzionari e uomini politici, con fatture false che finiranno all’incasso, con clonazioni di bancomat e carte di credito. Le cose peggioreranno solo per le persone oneste, noi, la stragrande maggioranza.

2. Le lobby finanziarie mirano, eliminando il contante, a incrementare i propri profitti, amministrando tutta la burocrazia elettronica che girerebbe intorno al denaro elettronico e potrebbero essere agevolati nel mantenere tassi d’interesse negativi. In pratica chi presta soldi alla banca dovrà pagargli degli interessi, non viceversa. In tali situazioni ognuno di noi si difenderà tenendo i soldi sotto al materasso, ecco dunque il loro obiettivo svelato: eliminare il contante ex lege. L’ammontare di contante detenuto dagli italiani (sui conti correnti e nelle cassette di sicurezza) è enorme e dunque la tentazione da parte del potere politico di appropriarsene (basterebbe il 10%) è fortissima.

3. La disciplina del Bail-In, che è legge in Italia dal 2016, grazie a Renzi e Padoan, prevede che le banche debbano essere salvate dagli azionisti, obbligazionisti e correntisti. Il caso della Banca Etruria ha mostrato a tutti che ci può succedere. Senza contante non appena i correntisti sentiranno puzza di marcio non potranno più correre a ritirare i propri risparmi, potranno solo pregare che vada tutto bene. Se tutti i soldi sui conti correnti potranno essere congelati, i soldi potranno essere facilmente sequestrati dai governanti di turno. Ricordiamoci di ciò che fece Giuliano Amato, nel luglio 1992, dopo che Soros face saltare una banca, a Londra.

4. La sfrontatezza di chi ci vuole togliere i risparmi, affidandoli a volti anonimi che potranno farne ciò che vogliono, ha dell’incredibile. Ricordiamo l’Art.47 della nostra Costituzione che sancisce: “La tutela del risparmio IN TUTTE LE SUE FORME…”

5. Senza il contante saremo tutti ridotti a degli schiavi. Un algoritmo conoscerà tutto di noi, cosa spendiamo, dove andiamo, i nostri gusti e le nostre fobie.

6. Nel caso che degli hacker sottraggano denaro alla nostra banca, chi pagherà? La banca, oppure il costo verrà scaricato su chi ha depositato? Credo che sarà la seconda opzione, anche se in maniera nascosta, oppure se il furto sarà stato enorme, la banca fallirà e grazie al Bail-In, oltre a perdere i nostri soldi saremo chiamati a risponderne. Diranno che avremmo dovuto meglio vigilare sui sistemi di protezione adottati dalla nostra banca.

Chiudiamo ricordando che, sotto ai regimi dispotici, di sinistra e di destra, molta gente si è potuta salvare solo perché teneva contante da parte.