Grazie a Chiara Salvini per aver ricordato il genio di Lauro Galzigna

 

 

ANGELO PARATICO, grazie a ! IN RICORDO E CONOSCENZA DI UNO SCIENZIATO ASSAI VARIEGATO :: LAURO GALZIGNA — prima parte

Nella mia biografia di Leonardo Da Vinci (credo la più bizzarra mai scritta, pur essendo documentata) ho anteposto tre citazioni prese da tre uomini geniali, molto diversi fra di loro, eppure uniti da una profonda percezione di certe realtà. Due sono celebri e celebrati e uno, italiano, negletto e dimenticato.

 

 

 

 

 

 

 

Hilarion Capucci, l’arcivescovo di Gerusalemme che armò l’OLP

Quando morì, a Roma, il 1° gennaio 2017, in pochi ricordarono l’arcivescovo di Gerusalemme, Hilarion Capucci. Nato il 2 marzo 1925, nella città siriana di Aleppo, il suo nome di battesimo fu George Capucci. Suo padre, Bashir, morì quando aveva solo cinque anni. Sua madre, Chafika, divenuta vedova a venticinque, fu costretta a crescerlo da sola con i due fratelli. Capucci è una figura ancora ricordata con grande nostalgia dai libanesi e con un enorme rispetto in tutto il mondo arabo, mentre per gli israeliani fu un terrorista. Ora la casa editrice veronese Gingko pubblica le sue memorie, intitolate “Nel Nome di Dio” che restarono chiuse in un cassetto, a partire dagli anni Settanta, a causa della proibizione da parte del Vaticano di pubblicarle.
Nel 1974, Israele accusò l’arcivescovo cattolico greco-melchita, Hilarion Capucci e titolare dell’arcieparchia di Gerusalemme, di avvalersi della sua immunità diplomatica per contrabbandare armi per i fedayn palestinesi in Cisgiordania e per il suo amico Yasser Arafat. Questa accusa fu accettata da Capucci, ma sostenne che i veri terroristi erano gli israeliani e si fece condannare a 12 anni di carcere duro. Ne scontò solo tre, senza cedimenti e, grazie all’intercessione di Papa Paolo VI presso al presidente israeliano Ephraim Katzir, contro alla sua volontà, venne rilasciato. Poco dopo la scarcerazione e il trasferimento a Roma, Capucci fu raggiunto da due suoi vecchi amici, i giornalisti libanesi Sarkis Abu Zeid e Antoine Francis, i quali gli chiesero di collaborare alla stesura di una biografia, che avrebbe raccontato le sue eccezionali imprese e il suo grande coraggio. Capucci accettò e, in una serie di interviste registrate nel 1979 presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, ripercorse con dovizia di particolari le vicende salienti della sua vita e il calvario patito da prigioniero nelle prigioni israeliane. L’arcivescovo di Gerusalemme raccontò in un modo estremamente franco le proprie esperienze. Con modestia e senza spirito di rivalsa, condivise con i due giornalisti tanto le sue frustrazioni quanto i suoi successi. Raccontò i fatti il più obiettivamente possibile. L’unica condizione che pose fu che gli intervistatori gli consentissero di visionare il manoscritto prima della pubblicazione, cosa che di fatto avvenne. Verso la fine del 1979, una casa editrice francese accettò di pubblicare il libro con il titolo “L’Archevêque Revolutionnaire”. Poco prima della sua pubblicazione, tuttavia, Capucci cambiò idea e chiese ai due giornalisti di sospendere l’uscita, adducendo non meglio precisate motivazioni che esulavano “dalla sua volontà”.
Gli israeliani lo avevano rilasciato a patto che non mettesse mai più piede a Gerusalemme e in altri paesi arabi e non facesse dichiarazioni a loro contrarie, ma Capucci continuò senza paura il suo attivismo e dopo aver partecipato a una riunione del Consiglio Nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina tenutasi a Damasco nel 1979, la sua fama esplose in tutto il mondo. Si recò nei punti più caldi del pianeta per offrire i propri servigi. Il 4 novembre 1979, gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran e sequestrarono più di cinquanta cittadini americani, dall’Incaricato d’affari ai membri più giovani dello staff. Tennero in ostaggio i diplomatici statunitensi per 444 giorni. Durante la crisi, Capucci si recò a far visita più volte agli ostaggi e operò da intermediario per negoziare un accordo per il loro rilascio, il quale poi andò in fumo solo all’ultimo istante a causa di una fuga di notizie diffuse dalla stampa francese. Tuttavia, riuscì a ottenere il rilascio dei cadaveri dei soldati americani che erano rimasti uccisi in seguito del fallito tentativo di salvataggio dei diplomatici. Per quel suo prezioso intervento, Cappucci ricevette una lettera di ringraziamento da parte del presidente americano Ronald Reagan. Le buone relazioni di Capucci con i leader arabi gli davano un netto vantaggio su qualunque altro mediatore. Nel 1985, grazie all’aiuto dei siriani, ottenne il rilascio di un ostaggio francese tenuto prigioniero a Tripoli, in Libia. L’anno seguente si presentò a Parigi per offrire il proprio aiuto dopo una serie di attentati dinamitardi portati a segno da un gruppo di estrema sinistra, chiamato Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi e mediorientali. Georges Ibrahim Abdallah, presunto leader della guerriglia libanese, era tra i prigionieri di cui il gruppo terroristico chiedeva il rilascio. A Capucci venne concesso di far visita ad Abdallah in carcere, nel tentativo di indurre il gruppo a porre fine alla violenta campagna di sangue. L’arcivescovo fu l’unica persona che le autorità francesi autorizzarono a entrare in contatto con Abdallah. Nel 1990, Capucci si recò a Baghdad per intercedere per il rilascio di sessantotto italiani. Gli italiani erano tra le centinaia di occidentali a cui il governo di Saddam Hussein aveva impedito di lasciare l’Iraq, in seguito dell’invasione del Kuwait di quell’anno. L’arcivescovo fu tra i pochi politici, personaggi pubblici di spicco e pacificatori a cui Saddam permise di entrare nel Paese. Gli stretti contatti di Capucci con gli alti funzionari dell’Iraq assediato diedero i loro frutti nel 2000, quando egli guidò una delegazione anti-sanzioni in Iraq. Affiancato da un gruppo di religiosi e di intellettuali italiani, Capucci si recò a Baghdad dalla Siria con un volo umanitario autorizzato dal Comitato per le Sanzioni delle Nazioni Unite.
Capucci criticò aspramente i Bush, padre e figlio, per l’aggressione all’Iraq, dicendo: “Mandare bombardieri a distruggere un intero Paese e seminare la morte in mezzo a un popolo già in agonia, in nome di Dio, è la più grande offesa commessa contro Gesù Cristo, e la più terribile maledizione lanciata contro la Pace e l’Amore di Cristo. Questo perché la Pace, per noi cristiani, è una Persona: la Persona di Cristo. Gesù Cristo è la vittoria della pace e dell’amore. L’insopportabile visione del popolo iracheno sofferente è Cristo sulla croce. Ma vi è qualcosa di ancora più grave: i giovani allevati sotto le sanzioni in un paese distrutto dalle bombe hanno menti soffocate dall’odio, non hanno più nulla da perdere, e sono pronti a ogni tipo di vendetta. In un Paese arabo dove l’armonia reciproca tra cristiani e musulmani è stata un modello, le bombe vengono piazzate nelle chiese e decine di migliaia di cristiani fuggono all’estero. E a essere rapiti sono persino i bambini dei cristiani iracheni. Prima dell’invasione dell’Iraq, la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani era un esempio. Ora è stato sostituito da un incubo. La guerra contro l’Iraq ha mandato in fumo anni di dialogo con l’Islam, ha fornito nuovi pretesti agli estremisti islamici e ha alimentato la discordia tra il mondo arabo e l’Occidente.”
La previsione di Capucci, secondo cui la distruzione dell’Iraq avrebbe scoperchiato un vaso di Pandora, si avverò in Siria. Temendo il peggio per la sua patria, Capucci respinse come infondate e controproducenti le rivendicazioni occidentali contro Bashar al-Assad, e compì ogni sforzo per far conoscere una verità documentata. L’impatto della guerra sull’unità e sul delicato tessuto sociale del Paese, nonché le sue ripercussioni sui rapporti tra musulmani e cristiani e sul destino del cristianesimo nella regione, erano tornate di nuovo a tormentarlo, così la sua risposta fu tipica del suo carattere: fece la spola tra Roma e Damasco per offrire il suo sostegno morale, partecipò a manifestazioni pubbliche contro alla guerra, apparve in televisione e su altri media, e incontrò i capi di Stato per scongiurare la guerra o per fare pressione affinché il conflitto si risolvesse.
A Gerusalemme, Capucci aveva trasportato munizioni e armi, anche i due razzi Katjuša che furono ritrovati nei boschi antistanti al King David Hotel, al tempo dell’incontro del Segretario di Stato americano Henry Kissinger con i governanti di Israele. I due razzi non erano partiti a causa di un errore tecnico. I giovani arabi che avrebbero dovuto prepararli al lancio li avevano posizionati in un’area boschiva di fronte all’hotel, puntandone uno verso il Muro del Pianto. Senonché, li avevano installati troppo in fretta e, prima di concludere il lavoro, avendo scorto un uomo che giungeva nella loro direzione sul dorso di un mulo, avevano accelerato ancora di più le manovre per dileguarsi in fretta. Se Kissinger fosse saltato in aria, questo avrebbe certamente cambiato le cose su vari teatri mondiali e creato un immenso imbarazzo a Israele.
Ecco cosa Capucci racconta di quell’episodio: “Gli israeliani, dopo aver scoperto le due valigie di pelle che contenevano i razzi me le portarono e mi chiesero: ‘Le riconosce?’. Avrei potuto negare ogni coinvolgimento, ma dissi: ‘Sì, le riconosco’. E infatti, avevo introdotto clandestinamente i Katjuša a Gerusalemme, ma nutrivo sentimenti contrastanti in merito, durante l’interrogatorio. Da un lato, ero spinto dal Vaticano a negare ogni accusa contro di me. Dall’altro, mi chiedevo: perché mai dovrei negare queste accuse visto che non mi sento in colpa? Quello che ho fatto è un diritto sancito da tutte le leggi, specialmente quelle ecclesiastiche. È il diritto all’autodifesa. Pertanto, non negai quello che avevo fatto perché lo consideravo un mio dovere. Del resto, non avevo piazzato dei missili negli uffici di El Al Airlines a Parigi o a Monaco di Baviera, ma a Gerusalemme, all’interno del territorio che Israele aveva usurpato. Considero ancora oggi la mia azione quale un diritto giustificato e un’azione legittima, destinata all’autodifesa… e allora ritenni di non dover rinnegare le mie idee.”
Pochi giorni dopo la sua morte, la Siria volle premiare la sua costante lealtà. E il 7 febbraio 2017, onorò la sua memoria con una messa commemorativa al Patriarcato cattolico-melchita della “Nostra Signora della Dormizione”, a Damasco. Il ministro di Stato per gli affari presidenziali, Mansour Azzam, partecipò alla messa, su direttiva del presidente Bashar al-Assad.

Angelo Paratico

 

Cangrande, Dante e il ruolo delle Stelle di Maurizio Brunelli

Cangrande I della Scala può ritenersi uno dei maggiori personaggi emergenti delle oligarchie medievali del Trecento italiano. Pur passando come una meteora attraverso le travagliate vicende di quel tempo, lasciò nei suoi contemporanei una grandissima impressione. Malgrado ciò la sua presenza nella nostra storiografia è marginale e si riduce a qualche saggio scritto da storici per altri storici; nella letteratura romantica assume spesso i contorni del favolistico, giocando su aneddoti talvolta privi di fondamento storico. Pensiamo inoltre che proprio un approccio troppo conformato alla “sacralità” del documento, negando in qualche caso qualsiasi valore alle fonti letterarie, abbia confinato l’interesse per questa figura in un ambito esclusivamente localistico. È un dato di fatto che Cangrande, nonostante alcuni studi anche recenti, risulti ancora pressoché sconosciuto fuori delle mura di Verona. Chi ha sentito parlare di lui lo deve quasi esclusivamente alla lettura delle terzine del XVII canto del Paradiso che Dante volle dedicargli. Non crediamo pertanto di esagerare dicendo che se non fosse per il sommo Poeta lo Scaligero sarebbe uno dei tanti personaggi che si perdono nella penombra del nostro Medioevo.
Con questo lavoro vogliamo perciò rendere giustizia alla fama di un condottiero le cui gesta venivano celebrate ancora in vita “de ipso multa cantabantur et merito …”, tanto dagli amici che dai suoi nemici; ad un principe machiavellico ante litteram che avrebbe dovuto riunire sotto uno stesso scettro l’Italia di quel tempo, afflitta dalle lotte di parte che logoravano le città, mettendole spesso una contro l’altra. Perché questa crediamo essere stata la vera ragione della sua fama. E la ragione per cui Dante Alighieri scelse Verona, “lo primo tuo rifugio, il primo ostello”.

 

 

Ma chi era Cangrande della Scala?

Cangrande I della Scala nacque nel 1291, con buona probabilità il 9 maggio, da Alberto e Verde da Salizzole. Era il terzogenito tra i figli maschi. Prima di lui veniva Bartolomeo (il gran Lombardo di dantesca memoria) e Alboino. Possiamo dire che è grazie alla sua opera che i Della Scala hanno potuto consolidare il loro potere governando, per un certo periodo, un vasto territorio e proiettare la loro fama fino ai nostri giorni. Cangrande era entrato nel mito già in vita e continuò a rimanervi per molto tempo. I suoi contemporanei narrano che di lui “si decantavano molte cose e meritatamente” (Sagacio della Gazata), che fosse “il più leale che vi sia da qui alla Francia e la cui fama di prodezze, magnanimità e cortesia si sparge per il mondo” (Anonimo XIV sec.); ed inoltre che fosse “il maggior tiranno e ‘l più possente e ricco che fosse in Lombardia da Azzolino di Romano infino allora, e chi dice di più” (Giovanni Villani), e “il comune rifugio e consolazione degli infelici” (Francesco Petrarca) o, ancora, “uno de’ più notabili e de’ più magnifichi signori che dallo imperadore Federigo II in qua si sapesse in Italia” (Giovanni Boccaccio). Ma, soprattutto, fu lui che ebbe l’onore di ospitare Dante Alighieri e di ricevere in segno di gratitudine la dedica del Paradiso, la cantica più importante della Commedia. In essa il Poeta gli riserva parole encomiastiche, forse come a nessun altro personaggio laico. E se oggi Cangrande viene ancora ricordato lo dobbiamo proprio all’esule fiorentino. Purtroppo i documenti degli archivi scaligeri andarono persi insieme a quelli del Comune in almeno due occasioni: nel 1354 con la congiura di Fregnano e nel 1387 con la caduta della Signoria e l’arrivo dei nuovi, provvisori padroni, i Visconti di Milano. La ricostruzione della vita di Cangrande, specialmente per quanto riguarda l’aspetto legato al suo carattere e ai suoi rapporti personali (elemento fondamentale per questo lavoro), dipende perciò da poche cronache a lui contemporanee (Albertino Mussato, Ferreto Ferreti, Guglielmo Cortusi) e da altre più tarde; queste seconde non sempre del tutto affidabili. Abbiamo qualche notizia dalle fonti letterarie che però non hanno goduto di molta attenzione da parte degli storici perché giudicate inattendibili per il loro valore intrinseco di omaggio cortigiano. E’ il caso per esempio di Ferreto Ferreti, un notaio e poeta vicentino vissuto a corte negli ultimi anni di vita dello Scaligero e autore, tra l’altro, di un poema in suo onore. Più attenzione è stata dedicata all’Alighieri ma la mancanza anche in questo caso di precisi riscontri documentali ha fatto sì che le celebri terzine del XVII canto del Paradiso o quanto contenuto nell’epistola XIII siano stati letti perlopiù come una lode encomiastica per l’ospitalità ricevuta, e gli accenni del Poeta alle magnificenze del suo protettore e alle sue incredibili azioni sembrano rimanere come sospese in un’aura di mistero sul loro reale significato. Solo qualche storico del Medioevo si è spinto ad ipotizzare l’esistenza di un “ambizioso” progetto politico.
Se però per quanto riguarda il poema di Ferreti facciamo la tara a taluni improbabili confronti del suo “eroe” con quelli della mitologia classica – diretta conseguenza del fervore preumanistico che animava questi poeti – e proviamo a dargli un po’ di credito, possiamo ricavare per esempio due importanti elementi intorno al concepimento e alla nascita dello Scaligero: una profezia e un oroscopo, che, se visti nell’ottica di quel tempo, ebbero sicuramente un ruolo determinante nel suo progetto politico, fornendogli quella spinta psicologica indispensabile alla sua realizzazione. Non dobbiamo infatti dimenticare che al tempo di Dante l’astrologia era considerata una scienza, insegnata nelle Università, e non vi era persona colta che non credesse all’influenza degli “astri” sul mondo fisico. Era prassi comune nelle famiglie dei potenti ricorrere agli astrologi quando si trattava di concepire un figlio. Dal racconto di Ferreti possiamo così dedurre che la nascita di Cangrande fosse particolarmente attesa e che la data del suo concepimento, proprio in ragione di un oroscopo, fosse stata programmata.
Dante conobbe il giovane Cangrande in occasione del suo primo soggiorno a Verona tra il 1303 e il 1304. Quanto avrebbe potuto conoscere di quel progetto, di quell’oroscopo e delle aspettative di quella famiglia? E in relazione all’influenza degli astri sulla sua nascita, in un’ottica di possibile “benedizione” da parte degli stessi, potrebbero essere interessanti i celebri versi “colui che impresso fue, nascendo, sì da questa stella forte (Marte)” [Paradiso, XVII, 76-77]. Si tratta solo di una scontata influenza marziana dovuta all’indiscussa fama di condottiero dello Scaligero o il Poeta volle riportare una sua precisa conoscenza astrologica? Magari affiorata in uno dei tanti confronti che avrà avuto in una città dove, come scrisse quel Manuel Giudeo, era facile discutere d’ogni cosa “…Quivi Astrologia con Filosofia e di Teologia udrai disputare…”. Peraltro dimostra qualche verso più innanzi di conoscerne l’età e, quindi, l’anno di nascita “pur nov’anni son queste rote intorno di lui torte” (Paradiso, XVII, 80-81). Se è difficile poterlo affermare è lecito supporlo.
Al di là del fatto incontestabile della conquista della Marca Trevigiana avvenuta il 18 luglio 1329, in mancanza di precisi riscontri documentali non possiamo con assoluta certezza sapere quali siano state le vere intenzioni politiche dello Scaligero. La sua prematura morte, quattro giorni dopo aver coronato il suo sogno, non aiuta certo a svelarle. Ma pare lecito chiedersi: la sua azione si limitava a ricalcare le orme del tiranno Ezzelino III da Romano o voleva raggiungere obiettivi più ambiziosi, come la costituzione di un regno, abbracciando un territorio assai più vasto della Marca? Certo a saper cogliere i numerosi indizi che emergono dalla cronaca della sua breve ma straordinaria vita non risulta difficile credere che Cangrande abbia provato a realizzare un grande progetto politico.
Non sarebbe allora casuale la scelta di Dante (ma anche quella di altri illustri personaggi) di chiedere la sua ospitalità proprio nel momento in cui egli era solo al comando di Verona (e Vicenza), vicario imperiale e fortemente intenzionato a vincere, una ad una, tutte le città della Marca, avendo come principale obiettivo la più potente, Padova.
Sono dati di fatto che egli sia stato “il prediletto” dell’imperatore Enrico VII, che abbia avuto la nomina di capitano della Lega Ghibellina e che un suo avversario politico, il trevigiano Nicolò de’ Rossi, abbia previsto per lui ancor prima della caduta di Padova e Treviso la corona (“el sarà re d’Italia enançi un anno”) se la Fortuna fosse stata dalla sua parte; e non v’è dubbio che dietro la sua partecipazione a Milano per l’incoronazione di Ludovico il Bavaro a re dei Romani, dove si presentò con un esercito al seguito, vi fosse stata la concreta intenzione di assumere il potere di quella città approfittando dei contrasti all’interno della famiglia Visconti, con le immaginabili conseguenze che ne sarebbero derivate. E a raccontarcelo sono dei cronisti locali. Per non parlare di ciò che accadde poco dopo la sua morte, quando la sua eredità politica passò ai nipoti Mastino e Alberto. La notizia del Villani, secondo la quale, nel 1335, alla vigilia della tragica guerra di Mastino II contro la lega veneto-fiorentina, lo stato scaligero introitava dai territori soggetti ben 700 mila fiorini è una prova indiretta della capacità e, quindi, possibilità che Mastino volesse realizzare ciò che era già nella mente dello zio Cangrande. Quella rendita era in quel momento seconda solo a quella della corona di Francia: la prima potenza del mondo occidentale.
Possono essere illuminanti al riguardo anche due citazioni, quella di Scipione Ammirato che nelle sue Istorie fiorentine afferma: “né fu dubbio che egli (Mastino) facesse in quel medesimo tempo far una ricchissima corona d’oro e di pietre preziose per coronarsi prima re di Toscana (aveva da poco acquistato Lucca) et di Lombardia”; e la seconda, di maestro Antonio Marzagaia che visse negli ultimi tempi della signoria scaligera. Nel suo De Modernis Gestis, a proposito di Antonio della Scala, scrive: “le corone che i suoi avi avevano fatte fare per incoronarsi re di Lombardia, e che poi erano state poste a decorare immagini di Santi, egli le pose sulle vesti della sfarzosa moglie (Samaritana da Polenta)”.
La determinazione non mancava di certo a Cangrande, che disprezzava fatica e denaro (“in non curar d’argento né d’affanni”). Dante, finché visse, vide ed apprezzò alcune di quelle grandi cose (“magnalia vestra vidi et tetigi”). Di altre forse era stato messo a parte o ne intuì l’accadere se arrivò a dire che fossero persino “incredibili a quei che fier presente”. Potrebbe allora esserci stata tra i due personaggi un’identità di vedute su di un progetto da realizzarsi per il bene di un’Italia che era “di dolore ostello”? La discesa del nuovo imperatore Enrico VII poteva essere l’occasione propizia per un nuovo ordine di cose. Sicuramente, per incontrare il favore di Dante, quello di Cangrande doveva essere un progetto politico sensibilmente diverso da quello condotto da Ezzelino da Romano. E la sua azione di governo non dimostrava nei fatti di volersi caratterizzare per un esclusivo e dispotico controllo sui territori conquistati, come faceva la maggior parte dei suoi contemporanei; egli con una saggia politica della continuità riconosceva alle popolazioni sottomesse una certa autonomia delegando loro parte del potere. Allo stesso modo in cui operava l’imperatore con i suoi vicari. E furono ancora una volta persino due tra i suoi più irriducibili avversari a riconoscergli doti di saggezza e magnanimità (i padovani Albertino Mussato e Guglielmo Cortusi).
Forse allora non fu per caso che due illustri personaggi del tempo, Uguccione della Faggiola e Spinetta Malaspina, anche loro esuli, raggiunsero Dante a Verona. Forse anche loro, che come il Poeta e molti altri avevano riposto nel principe veronese la speranza di rientrare in patria, volevano sincerarsi che le ragioni della sua fama erano fondate: “Un tempo io ritenevo esageratamente superflua, in verità, la vostra rinomanza, troppo al di sopra delle imprese degli uomini d’oggi, quasi al di fuori della realtà dei fatti. In verità, per non restare sospeso in un’eccessiva incertezza, (…) mi son recato a Verona per controllare con i miei occhi ciò che avevo udito e lì ho visto le vostre grandi opere: le ho viste e, contemporaneamente, ne ho goduto i benefici; e allo stesso modo in cui, prima, sospettavo esagerato parte di quel che si diceva, dopo mi sono reso conto che le imprese in sé erano esorbitanti” [Dante, Epistola XIII a Cangrande]. E il marchese Malaspina gli avrebbe potuto un giorno portare “in dote” la sua terra, la Lunigiana, e con essa quello sbocco sul mar Tirreno che gli avrebbe probabilmente permesso di affrancarsi dalla politica monopolistica del sale attuata da Venezia. E l’eco del carattere etico di questo progetto politico si potrebbe ravvisare ancora nei versi di Dante: “le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che i suoi nimici non ne potran tener le lingue mute”, fino a dire che “per lui fia trasmutata molta gente cambiando condizion ricchi e mendici”.
Ed allora Dante quando affermava che “l’imperatore ovunque impera ma non ovunque regna” (Monarchia) forse pensava che potesse essere proprio Cangrande quel genere di principe illuminato che invocava per l’Italia. E chissà che quella sua ricerca di un “volgare illustre”, un comune linguaggio italiano, non fosse iniziata proprio durante la prima esperienza a Verona (1303-1304), quando egli conobbe il giovane e promettente Cangrande e gli anni in cui la critica dantesca assegna l’inizio del suo trattato De Vulgari Eloquentia. Il ritorno dell’esule fiorentino a Verona nel 1312 (come propone la critica più accreditata) potrebbe dunque aver significato l’implicito sostegno alla politica dello Scaligero che ora, per il suo ruolo di neoeletto vicario imperiale, avrebbe legittimamente potuto aspirare alla guida di un possibile stato italico. Uno stato per cui Dante, insieme alla sua realizzazione politica, auspicava una lingua comune.
Ed allora, per entrare direttamente nel merito del presente saggio, è plausibile che quell’insolito coraggio, che in qualche caso sconfinava nella temerarietà, e quella risolutezza derivassero a Cangrande anche dalla consapevolezza di essere una sorta di “uomo della Provvidenza”, un predestinato dalle stelle. E in un tempo in cui l’astrologia era scienza ciò poteva rappresentare una spinta non trascurabile alla sua azione politica. Dimostrò inoltre sul campo di possedere quel carisma che ogni vero leader deve avere. E persino la revisione degli Statuti comunali del 1327, insieme a quella delle Arti del 1319, sembrano concorrere alla tesi di un grande progetto. La riorganizzazione economica, amministrativa e giuridica del territorio, con una particolare attenzione all’edilizia, porterebbero a confermare la necessità (e l’urgenza) di essere pronti al raggiungimento di un obiettivo giudicato imminente.
Con queste premesse andrebbe, a parer nostro, rivalutato il senso del lungo soggiorno veronese di Dante, vedendolo non unicamente dettato da scopi politici ma leggendolo anche alla luce di precisi riscontri astrologici. E perché no, considerandolo un sodalizio caratterizzato da un convinto, profondo legame di stima ed affetto reciproco. Possono al riguardo essere illuminanti alcune parole contenute nella dedica del Paradiso: (…) Il mio affetto ardente e sincero non mi permette di passare sotto silenzio anche il fatto che in questo scambio di doni può sembrare che si attribuisca più importanza all’omaggio e alla fama che al signore; invece apparirà evidente, se si farà sufficientemente attenzione, che ho espresso, con la sua dedica, il presagio che la gloria del vostro nome si diffonderà: e ciò di proposito”. E sottolineando il valore dell’amicizia: “E se si volge lo sguardo all’amicizia, quella vera e “per sé” …, aggiunge Dante: “… non c’è alcuna presunzione nel propormi come devotissimo e anche amico. E siccome stimo la vostra amicizia come un tesoro preziosissimo, desidero coltivarla con diligenza previdente e cura sollecita. Non dimentichiamo che il Poeta aveva 26 anni più di Cangrande e, quindi, poteva essergli padre; ed inoltre che la sua discendenza si è estinta a Verona.
Con questo lavoro abbiamo voluto dunque approfondire la ricerca di quello che riteniamo essere stato il principale aspetto motivazionale dell’azione di Cangrande: la predestinazione ad un’impresa scritta in un oroscopo. Troverebbe così giustificazione, a parer nostro, sia la straordinaria determinazione del principe veronese (“in non curar d’argento né d’affanni”) nel perseguire il suo obiettivo d’espansione territoriale sia la particolare attesa da parte dei suoi genitori (ma non mancava anche presso i suoi contemporanei) del figlio-artefice di questo progetto. Vogliamo però fin d’ora sottolineare che per comprendere la valenza del nostro assunto dobbiamo compiere lo sforzo di provare ad entrare nella mente di chi viveva più di settecento anni fa. In primo luogo credere nell’Astrologia, perché nessuna persona colta al tempo di Dante ne metteva in discussione l’autorità. In altre parole, ragionando in termini positivistici, non ci si dovrebbe chiedere quale valore abbia oggi l’Astrologia, soprattutto in considerazione del fatto che il sistema scientifico di riferimento è completamente mutato, ma quale valore davano ad essa gli uomini del Medioevo. Se saremo stati sufficientemente convincenti, potremo dire di aver compiuto un altro passo per dare a questo personaggio una più degna collocazione sulla scena politica italiana del primo Trecento.

Maurizio Brunelli

 

I TIRANNI CI VOGLIONO TOGLIERE I CONTANTI. Il libro di Víctor Gómez-Enríquez

Il Governo italiano pare intenzionato a continuare la propria guerra contro al CONTANTE. Inoltre, tutta la stampa nazionale li asseconda in questa follia.

La scorsa settimana avevo assistito a un dibattito fra Vittorio Sgarbi e Jacopo Fo, il primo contrario e il secondo favorevole a questa proposta. Mi pareva incredibile constatare che un “libertario” come Jacopo Fo non si renda conto che quello che gli vengono sottratte, con il contante, sono due cose molto importanti: la Libertà e la Dignità.

Avrei voluto chiedergli: “Se un giorno il Grande Fratello ti cercherà per assassinarti, tu, in fuga in una metropoli, che cosa vorresti avere in tasca, una carta di credito o delle sterline d’oro? Senza contante uno potrebbe essere condannato a morire per fame e sete, basta che qualcuno proibisca ogni suo acquisto”.

Questo libro di Víctor Gómez-Enríquez, intitolato LA TIRANNIA NASCOSTA NEI NOSTRI SOLDI. Ciò che la maggior parte degli economisti non sanno e pochi desiderano rivelare edito da Gingko segue questa linea di pensiero. Sarà in libreria fra un paio di settimane.

So quel che tutti dicono, si tratta della lotta all’evasione e alla criminalità. Ma in realtà la lotta all’evasione e alla criminalità paiono essere problemi marginali per i politici che propugnano la scomparsa del contante, altrimenti stanzierebbero più soldi per la Guardia di Finanza, per la Polizia e i Carabinieri, cosa che si guardano dal fare. In realtà la spinta a eliminare il contante è frutto della retrospinta sui loro deretani esercitata da  lobby finanziarie e bancarie.
Ecco ciò che scrive Víctor Gómez-Enríquez nel suo libro:

Poiché le banche centrali non hanno altra scelta se non quella di continuare a imporre tassi di interesse negativi, l’unica opzione logica è quella di vietare il contante e costringere i consumatori a tenere i propri soldi all’interno del sistema bancario. Questa è la vera ragione per vietare denaro contante. Nell’articolo di Thorstein Polleit intitolato Cash Banned, Freedom Gone vengono discusse alcune delle conseguenze negative del divieto del contante. Per esempio: “Se lo stato vieta il denaro contante, tutte le transazioni devono essere eseguite elettronicamente. Affinché lo Stato possa vedere chi compra e che cosa, dove e quando viaggia ecc. e poi lo controlla come uno zombie, questo è lo stato servile che ci sta venendo incontro. Il cittadino diventa così completamente trasparente e la sua privacy finanziaria viene persa. Ma anche la prospettiva che un cittadino possa essere spiato in qualsiasi momento è una violazione del suo diritto alla libertà”.

Vediamo di mettere in chiaro alcuni punti, che mi sembrano assai importanti.

1. In una società senza contante l’evasione continuerà a fiorire, truccando bilanci, con società fittizie, corrompendo funzionari e uomini politici, con fatture false che finiranno all’incasso, con clonazioni di bancomat e carte di credito. Le cose peggioreranno solo per le persone oneste, noi, la stragrande maggioranza.

2. Le lobby finanziarie mirano, eliminando il contante, a incrementare i propri profitti, amministrando tutta la burocrazia elettronica che girerebbe intorno al denaro elettronico e potrebbero essere agevolati nel mantenere tassi d’interesse negativi. In pratica chi presta soldi alla banca dovrà pagargli degli interessi, non viceversa. In tali situazioni ognuno di noi si difenderà tenendo i soldi sotto al materasso, ecco dunque il loro obiettivo svelato: eliminare il contante ex lege. L’ammontare di contante detenuto dagli italiani (sui conti correnti e nelle cassette di sicurezza) è enorme e dunque la tentazione da parte del potere politico di appropriarsene (basterebbe il 10%) è fortissima.

3. La disciplina del Bail-In, che è legge in Italia dal 2016, grazie a Renzi e Padoan, prevede che le banche debbano essere salvate dagli azionisti, obbligazionisti e correntisti. Il caso della Banca Etruria ha mostrato a tutti che ci può succedere. Senza contante non appena i correntisti sentiranno puzza di marcio non potranno più correre a ritirare i propri risparmi, potranno solo pregare che vada tutto bene. Se tutti i soldi sui conti correnti potranno essere congelati, i soldi potranno essere facilmente sequestrati dai governanti di turno. Ricordiamoci di ciò che fece Giuliano Amato, nel luglio 1992, dopo che Soros face saltare una banca, a Londra.

4. La sfrontatezza di chi ci vuole togliere i risparmi, affidandoli a volti anonimi che potranno farne ciò che vogliono, ha dell’incredibile. Ricordiamo l’Art.47 della nostra Costituzione che sancisce: “La tutela del risparmio IN TUTTE LE SUE FORME…”

5. Senza il contante saremo tutti ridotti a degli schiavi. Un algoritmo conoscerà tutto di noi, cosa spendiamo, dove andiamo, i nostri gusti e le nostre fobie.

6. Nel caso che degli hacker sottraggano denaro alla nostra banca, chi pagherà? La banca, oppure il costo verrà scaricato su chi ha depositato? Credo che sarà la seconda opzione, anche se in maniera nascosta, oppure se il furto sarà stato enorme, la banca fallirà e grazie al Bail-In, oltre a perdere i nostri soldi saremo chiamati a risponderne. Diranno che avremmo dovuto meglio vigilare sui sistemi di protezione adottati dalla nostra banca.

Chiudiamo ricordando che, sotto ai regimi dispotici, di sinistra e di destra, molta gente si è potuta salvare solo perché teneva contante da parte.

 

 

 

 

Oswald Mosley. ULTIME PAROLE. PAGINE SPARSE, 1970-1980.

Dopo la sua autobiografia LA MIA VITA uscita nel mese di maggio 2019, la Gingko Edizioni sta per lanciare ULTIME PAROLE. PAGINE SPARSE 1970-1980, una serie di saggi e di articoli pubblicati nell’ultimo decennio della vita del grande statista inglese. Oswald Mosley (1896-1980) è stato il politico più controverso e diffamato del ventesimo secolo. Molti credono che sia stato anche il più grande pensatore della sua età, e fu certamente il miglior oratore della sua generazione, anche superiore al suo cugino e collega, Winston Churchill.

Dopo aver prestato servizio nel Royal Flying Corps nella Prima Guerra Mondiale, entrò in parlamento determinato a garantire buoni posti di lavoro e case dignitose per tutti i combattenti. Divenne ministro del governo laburista con una responsabilità particolare per la fine della disoccupazione. Quando quel governo si rifiutò di agire, egli si dimise formando prima l’Union Movement e poi l’Unione Britannica dei Fascisti. In quest’ultima ha elaborato politiche per creare piena occupazione attraverso un Corporate State britannico e un governo più efficace attraverso un Occupational Franchise.

Mosley fu uno dei pochi uomini politici a opporsi alla Seconda guerra mondiale, con la sua politica di “Pace con onore, manteniamo l’impero intatto e il popolo britannico al sicuro”. Per aver parlato contro quella guerra, che sarebbe costata 60 milioni di vite umane, Mosley e più di 1000 dei suoi seguaci furono imprigionati senza accuse o processi nel 1940.

Dopo la guerra Mosley formò l’Union Movement con una nuova politica di “Europa Nazione”. Il suo concetto di un’Europa unita era anni luce avanti rispetto al pensiero contemporaneo sull’unità europea e la sua versione è ancora considerata da molti di gran lunga superiore all’Unione europea di oggi.

Nell’ultimo decennio della sua vita, Mosley ha prodotto la serie di fogli di lavoro contenuti in questo libro. In questi testi straordinari ha combinato l’intelletto con l’esperienza, rivolgendo la sua attenzione ai problemi della recessione, delle banche irresponsabili, dell’immigrazione di massa, dello sfruttamento dei popoli del Terzo Mondo come manodopera a basso costo, dell’aumento globale dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia e dei continui conflitti armati in tutto il mondo.

Se i problemi sembrano familiari, le soluzioni di Mosley contenute in questi fogli certamente non lo parranno.

Traduzione e introduzione di Cristiano Ruzzi (già autore di un libro su Oswald Mosley “Fascismo Britannico e Nuova Europa”).

The Only Man Dressing for Dinner. Giuseppe Salvago Raggi at the Siege of the Legations

Minister Salvago Raggi as Governor of Eritrea in 1910

Only one chapter of Salvago Raggi’s memoirs is presented here. Specifically, the one related to his service in China, just before and after the famous Siege of the Legations.
Countless articles, books and memories were published on this tragic episode, often using tones which are unpalatable to modern readers, full as they were of chauvinism and racism. For this reason, the sincerity of this detached diplomat is indeed refreshing.
Salvago Raggi’s pages are full of wit and possess historical relevance, shedding light on some hitherto unknown historic details. After the telegraph lines were cut, in July 1900, a sort of media frenzy took over the world, and false news began to spread, like the rumor that all the people locked inside the Legations quarters had been massacred by the Boxers. The first obituary of the murder of Giuseppe Salvago Raggi and his family, appeared in Italy on 22 July 1900 on the popular illustrated magazine Illustrazione Italiana and in Italian churches prayers were offered for their souls. Thank to him we know the details of the German Minister’s death and some unpalatable facts about the looting of the Imperial Palace, begun by the wives of the Western diplomats, no one excluded…

 

The emotions created all over the world by the Siege of the Legations ran so deep that even after the horrors of WWII, in 1963, Hollywood managed to release a blockbuster movie basing on this subject. The film’s title was The 55 days of Peking starring Charlton Heston, Ava Gardner and David Niven.

The memoirs of Giuseppe Salvago Raggi were first published in 1968, as an appendix to the book of Glauco Licata Notabili della Terza Italia,  a second time in 2011, as an independent volume under the title of Ambasciatore del Re. Memorie di un Diplomatico dell’Italia Liberale with a Presentation by Francesco Perfetti.

Credit is due to Camilla Salvago Raggi, Giuseppe’s beloved granddaughter and a writer in her own right, who spent her youthful years together with her formidable grandfather. She has lovingly preserved his written pages, which are soon going to be moved for safekeeping into the Library of the Senate in Rome.

Giuseppe Salvago Raggi The Only Man Dressing for Dinner Gingko Edizioni Isbn: 9788831229036 euro 12.

New Book Announcement: “The Only Man Dressing for Dinner: Beijing 1900” by Giuseppe Salvago Raggi

San Marino sta affondando grazie all’Euro e alla BCE

Prendiamo spunto dall’ottimo articolo di  Simona Pletto, uscito su ”Libero Quotidiano” in cui s’illustra la disastrosa crisi finanziaria di San Marino, la più antica repubblica del mondo. 33.000 abitanti e una superficie di 61 km2. Molti negozi hanno chiuso e addirittura ci sono sanmarinesi che non riescono a tirare a fine mese. I loro governanti non sono riusciti a contenere la crisi e non riescono bene a comprendere come questa abbia potuto colpirli con tanta virulenza.

“Anche sul Titano è finita la pacchia. In un anno il debito pubblico di San Marino è triplicato. La più vecchia Repubblica al mondo non è mai stata così in crisi. Negli ultimi tre anni sono saltate due banche, Asset Banca e recentemente Banca Cis. Il debito pubblico è passato da 262 milioni a 888. La popolazione teme che non ci siano i fondi per pagare le pensioni. Un incubo per uno Stato di soli 33mila abitanti. Questo tracollo è dovuto in parte alla copertura delle perdite della Cassa di Risparmio di San Marino, la banca dello Stato, che non è banca centrale.
L’ ultima relazione della Commissione di Controllo della finanza pubblica, parla di «quadro molto preoccupante, con il degrado trasversale della posizione economica, finanziaria e patrimoniale che segna il decadimento del conto finanziario registrando un disavanzo di oltre cinque volte superiore a quello registrato negli esercizi pregressi e mantenutosi sostanzialmente stabile sin dal 2013. Il bilancio e il livello del debito pubblico sono altamente incerti, poiché dipendono dai costi finali della ricapitalizzazione delle banche».

MONTE TITANO – SAN MARINO
Il totale attivo del sistema bancario è passato da 11,5 miliardi di euro del 2008 a 4,6 miliardi a dicembre 2018 (-60%), a fronte del dimezzamento del numero di operatori da 12 agli attuali 5.
La mancanza di lavoro, una separazione o un divorzio, affitti e mutui difficili da pagare. Sono queste, oggi, le principali cause di povertà nella piccola Repubblica. Il dato emerge da una ricerca del 2018, a cura di Orietta Ceccoli Orlandoni. Un report che ha come campione i numeri della Sums e della Caritas. Uno dei risultati che lo studio restituisce, è il numero di famiglie in difficoltà sul Titano: circa 300 non riescono a coprire le spese mensili (sugli oltre 14.200 nuclei totali). Analizzando il campione Sums, si nota che il 67,7% di chi si trova in difficoltà è sanmarinese. Stiamo comunque parlando di cittadini o residenti.”

A parte gli errori commessi da certi uomini politici locali, questa ci pare la prova provata che l’Euro non funziona e pensiamo che San Marino potrebbe essere molto più ricca della Svizzera, se adotterà una semplice contromisura. Deve uscire dal sistema Euro e poi ricominciare a stampare i propri soldi, tramite la propria Banca di Stato, non creando soldi senza coperture e a debito, come fa la Federal Reserve e tante altre banche centrali.

I sanmarinesi hanno sempre protetto la propria indipendenza, anche a fronte di allettanti offerte territoriali da Napoleone Bonaparte. Dunque è una tragedia che ora abbiano ceduto la propria sovranità monetaria a Bruxelles.

In cambio di che poi? Miseria e rovina.

Questo tema verrà trattato in un nostro libro di prossima pubblicazione.

 

 

 

Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle

I fiorentini vogliono scippare Dante a Verona

FCangrande, Dante e il ruolo delle stelleirenze pensa di essere finalmente riuscita nell’intento di riportare, almeno temporaneamente, le spoglie mortali di Dante Alighieri nella città che gli diede i natali. Questo, secondo quanto scrive il quotidiano la Nazione, avverrebbe nel 2021, in occasione dei sette secoli dalla sua morte avvenuta, casualmente,  a Ravenna.

Ci chiediamo se Dante sarebbe contento di tornare a Firenze e pensiamo che la sua sdegnata risposta sarebbe del tipo: “Se proprio debbo uscire da questo sepolcro, vorrei tornare alla ospitale Verona, non alla città che ingiustamente mi tolse la roba, mi condannò all’esilio e, se mi avessero acciuffato, di morire abbruciato!”

I fiorentini ci stanno provano da vari secoli ad avere le sue spoglie. Già dalla fine del ‘400 cominciarono a reclamarle, ma gli andò male, perché i frati francescani di Ravenna nascosero le sue spoglie, a dispetto del fatto che Michelangelo aveva fatto pressioni su papa Leone X, figlio di Lorenzo de Medici. Il papa, proprio cinque secoli fa, nel 1519, ordinò di prelevare le ossa del poeta da Ravenna e di portarle a Firenze. Ma i fraticelli lo beffarono…

Sulla stampa circolano articoli che darebbero Firenze e Ravenna come i principali centri per le celebrazioni dantesche del 2021; questi giornalisti peccano di grossa ignoranza, dato che la città che più contò nella sua vita fu proprio Verona.

Il libro che abbiamo appena pubblicato, frutto di trent’anni di ricerche fatte dallo storico veronese Maurizio Brunelli e intitolato Cangrande, Dante e il Ruolo delle Stelle  illumina il nobile sodalizio che era esistito fra Cangrande della Scala e Dante Alighieri, uniti dalla passione per l’astrologia, la politica e le grandi imprese. Questo spiega perché il figlio di Dante e i suoi discendenti mai più tornarono a Firenze, dagli ingrati fiorentini, che, tardivamente resisi conto del marchiano errore commesso, li avrebbe accolti a braccia aperte.

In conclusione, pensiamo che le spoglie di Dante debbano restare a Ravenna e, semmai, il sindaco di Verona potrebbe chiedere di averle per un paio di mesi qui a Verona e porle vicine al sepolcro di Cangrande della Scala, signore di Verona e amico fraterno del Sommo Poeta. Immaginiamo le due grandi ombre gioire e abbracciarsi, dopo sette secoli di separazione.

 

 

L’Amico Giusto di Marco Cesari

Si dice che in Italia molti scrivono e pochi leggono, nel caso di Marco Cesari, del quale parliamo oggi, è certamente vero il contrario: legge moltissimo e sul suo blog, intitolato Pensiero Profondo 42, si trovano le recensioni di migliaia di libri, film e fumetti. Le sue sono tutte recensioni caratterizzate da una notevole franchezza e da una visione geniale, non banale, delle cose.

Il suo primo romanzo, appena pubblicato,  s’intitola L’Amico Giusto è risultato vincitore del concorso RTL102.5 e Mursia ed è ora nelle librerie. Lo abbiamo letto con grande piacere, notando la sua precisione sintattica, la sensibilità e la maestria narrativa. I protagonisti sono due ragazzi italiani, Luca e Mattia, uno introverso,  che passa il tempo ad arrovellarsi sulla propria immagine e sulle proprie supposte deficienze e l’altro un vincitore nato, sicuro del fatto proprio eppure amabile. Ricorda una moderna versione di Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. I due  s’incontrano da ragazzini e poi proseguono il loro percorso di vita insieme, sino alla maturità, condividendo l’amore per la stessa ragazza.

Cesari, nato nel 1982 a Botticino (BS), ha del talento e questo lo si nota con chiarezza. Speriamo che questo suo romanzo sia solo il primo di una lunga serie di bei libri. La vita familiare e lavorativa non gli consentono una full immersion nelle lettere ma questo potrà rivelarsi un vantaggio, perché bisogna vivere fra la gente per poter scrivere per la gente ed è pericolo vivere per scrivere, alla Guido Morselli.

Non vorremmo ora banalizzare la sua opera, ma questo libro potrebbe essere la trama di un bel film  e terminiamo in stile cesariano, augurandogli ‘mucha mierda’  come si fa fra cantanti lirici e impresari (l0 sterco dei cavalli fuori dai teatri era sinonimo di grande successo dell’opera).

Marco Cesari L’Amico Giusto Mursia, 2019 Euro 17 (ISBN 9788842561163)

 

Angelo Paratico

Sir Oswald Mosley. Le Fake News sono antiche quanto l’uomo

Questo articolo è uscito il 21 MAGGIO 2019  sul blog di Dino Messina, La Nostra Storia, Corriere della Sera.  Vi si racconta uno dei sorprendenti aneddoti relativi alla vita di Sir Oswald Mosley (1896-1980); uno degli uomini più grandi del XX secolo, ma anche uno dei più diffamati, da una stampa anglosassone asservita al denaro e manovrata da uomini politici meschini e ciechi.  La sua autobiografia LA MIA VITA si trova ora in libreria, è una lettura interessante e istruttiva, perfetta per gli ozi estivi, per sognare e per stimolare la propria mente. Il suo principale messaggio è: LE FAKE NEWS SONO ANTICHE QUANTO L’UOMO.

Il 31 agosto 1923 alcune navi italiane bombardarono l’isola greca di Corfù e sbarcarono 10.000 soldati coperti da aerei che mitragliavano a bassa quota. Il bombardamento durò una quindicina di minuti e uccise 16 civili, ferendone 30. Si sparse la voce che anche dei cittadini britannici fossero fra le vittime e questo provocò grande indignazione. Mussolini disse che Corfù era stata per secoli veneziana e dunque ora era italiana. Quel bombardamento fu il culmine d’una crisi che risaliva al trattato di Londra, prima della Grande Guerra e apparteneva al tema della “vittoria tradita” che fece seguito al Trattato di Versailles. La diplomazia italiana e quella britannica vennero prese in contropiede da quel colpo di testa di Mussolini, ma nessuno reagì. Eppure Mussolini rischiò moltissimo, più di quanto immaginò e uno dei parlamentari inglesi più attivi nel volergli dare una lezione fu Sir Oswald Mosley, oggi considerato, a torto, il Mussolini inglese.
Oswald Mosley (1896-1980) entrò nel Parlamento inglese molto giovane, subito dopo essere tornato dalla Prima Guerra mondiale, dove aveva combattuto nell’aria e nelle trincee, a Ypres e a Loos. Nelle sue memorie, che stanno per uscire presso Gingko editore di Verona, troviamo molte notizie inedite e curiose. Fu un ufficiale di cavalleria a 18 anni, nello stesso corpo dei 600 che avevano caricato a Balaclava, durante la guerra di Crimea e racconta come la maggior preoccupazione sua e dei suoi commilitoni era di non riuscire ad arrivare abbastanza in fretta al fronte, per partecipare alla guerra. Giunti in Francia furono fatti smontare e finirono nelle trincee, dove morirono quasi tutti. Mosley si salvò perché s’offrì volontario come osservatore, dietro al pilota, sugli aerei di tela e legno che volavano sopra alle trincee tedesche. Con una gamba fuori uso entrò in politica nel 1918 con l’idea di porre fine a tutte le guerre e di offrire degli alloggi e un lavoro decente ai reduci. Per promuovere la pace in Europa s’impegnò molto nella Lega delle Nazioni, volendo creare un’Europa unita fondata sulla pace, il rispetto e la solidarietà fra le nazioni. Questa restò la sua costante missione, la sua stella polare, sino al giorno della sua morte.

Torniamo a Corfù. Siamo nel 1923 e Sir Oswald Mosley era già un parlamentare rispettato e temuto per via delle sue qualità retoriche e per la sua grande capacità di lavoro. Aveva da poco sposato Cimmie Curzon, la bella figlia del Viceré dell’India, Lord Curzon, nonché ministro degli Esteri della Gran Bretagna.
Ecco cosa racconta nelle sue memorie a proposito del nuovo primo ministro italiano, Benito Mussolini “La Lega fu infine distrutta, a tutti gli effetti, nel 1923 da Mussolini, che aveva un pericoloso surplus di qualità così carenti negli altri statisti. Ricordo che allora fece un discorso rabbioso e molto offensivo, nel senso che aveva trionfato come un autista ubriaco, non per la sua abilità, ma perché tutti i guidatori sobri s’erano preoccupati di togliersi di mezzo. Infatti, il suo bellicoso enunciato copriva il ritiro dei sostenitori pusillanimi della Lega. Io ero stato tutto per l’azione, e così a rendergli giustizia è stato anche Lord Robert Cecil. Non so se Mussolini fosse stato a conoscenza di queste cose, all’epoca, anche se seguiva abbastanza da vicino i dibattiti in altri paesi, ma probabilmente non era a conoscenza dell’azione che volevo intraprendere, e non ne abbiamo mai discusso quando lo conobbi, successivamente.”
Mosley, assieme al suo capo partito, Lord Cecil, si mosse per un intervento, prima diplomatico e finanziario e poi se necessario armato, della Lega contro all’Italia. Infatti, precisa che: “Mussolini si prese un grosso rischio, quando non aveva il potere di far saltare in aria un castello di carte. La fece franca perché chi aveva il potere difettava di coraggio. Mussolini bombardò l’isola di Corfù e uccise un certo numero di persone protette dalla bandiera britannica. A quel tempo Lord Robert Cecil era a una riunione della Società delle Nazioni, a Ginevra, il signor Baldwin, primo ministro, era ad Aix-les-Bains durante la sua consueta vacanza per prendere le acque, e io ero alla mia consueta vacanza, a Venezia, per godere della bassa stagione. La scena veneziana fu in qualche modo influenzata dall’atmosfera generale, perché alcuni festosi giovani con le camicie nere nuotarono sino a uno yacht inglese e gli misero una bomba, che causò danni considerevoli, ma per fortuna non ferì nessuno degli occupanti. Non è questo il luogo per far rivivere l’origine del litigio – allora sapevo poco e m’importava meno di Mussolini, delle sue camicie nere o del fascismo – ma devo ricordare che a me, giovane M.P. inglese la condotta del leader italiano e dei suoi sostenitori appariva un oltraggio. Questo era il momento, se mai ce ne fu uno, di far applicare l’articolo 16 a Ginevra e di stabilire una volta per tutte l’autorità della Lega…Mussolini era salito al potere solo di recente e non aveva forze armate adeguate, le sue finanze erano deboli e la lira vacillava. Se fosse stato applicato l’articolo 16, probabilmente non sarebbe stato necessario fare di più che assicurare il ritorno dei suoi ambasciatori dal Paese di ogni membro della Lega, il che avrebbe subito causato il crollo della moneta italiana.”
Gli sforzi energici di Mosley e Cecil si scontrarono con il pacifismo a tutti i costi di Baldwin che non voleva scocciature, infatti: “Lord Cecil decise subito di recarsi ad Aix-les-Bains, mentre io rimanevo a Ginevra. Stava per chiedere a Baldwin l’autorizzazione per far scattare l’articolo 16. Ma tornò indietro, assai scoraggiato. Aveva trovato la figura pietosa del leader conservatore compiaciuto e immerso in acque termali, mostrando scarso interesse per gli eventi internazionali. Più del solito, la flebile fiamma di quello spirito aveva tremato alla notizia che la gente sotto alla bandiera britannica era stata uccisa da quello che ci sembrava un atto di pirateria internazionale. Baldwin diede a Cecil l’incredibile risposta che doveva usare il proprio giudizio a Ginevra e fare quello che riteneva opportuno. Ma il Primo Ministro britannico non avrebbe preso alcuna decisione e non si assumeva alcuna responsabilità.”
Lord Cecil, che non aveva gli attributi del suo antenato, il fedele servitore della regina Elisabetta I, e non ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità di quel passo e Mussolini la fece franca. Se fosse intervenuta la Lega in quel momento, verosimilmente, sarebbe stata la fine per Mussolini e per il fascismo in Italia. La conclusione finale di Mosley circa questo episodio è amara, ricordando il pasticcio fatto da Chamberlain nel 1939: “Erano riluttanti a stabilire l’autorità della Lega con un atto di fredda volontà, fortificati dal tranquillo calcolo che avevano ogni prospettiva di vittoria, e il loro avversario non ne aveva alcuna. Eppure, uomini di questo tipo nel 1939, in una condizione di forte emotività, furono disposti a rischiare il proprio Paese, l’Impero, la vita dell’Europa e della civiltà mondiale, quando con ogni freddo calcolo tutte le probabilità erano contrarie. Hanno perso l’occasione quando era facile, e l’hanno accettata quando era disperata; ma a che costo! Sentimenti morali forti sono certamente necessari per una grande azione, ma dovrebbero essere sempre esercitati con realismo.”

Angelo Paratico