“Storia dell’asservimento del genere umano all’usura” il libro di Mitford Goodson. Recensione di Tim Sunic

Nella coscienza popolare europea, il denaro viene tradizionalmente associato a qualcosa di sporco, di criminale, qualcosa di non degno dell’uomo europeo, qualcosa che, si dice, solo gli stranieri e gli alieni lontani possono assaporare e concretizzare ai massimi livelli. Dall’antichità alla post-modernità sono stati scritti innumerevoli libri sullo sporco denaro e l’oro maledetto. Si pensi all’antico re greco Creso, all’oro maledetto di Mida, o alla strage di massa nella saga medievale dei Nibelunghi, la cui storia ruota attorno all’oro nascosto nel Reno e alla sofferenza da esso causata.

Come Stephen Goodson ci ricorda nel suo libro, né l’ossessione per il denaro astratto, né la pratica dell’usura o l’idea dell’oro hanno perso molta della loro connotazione letale. Anzi, tante delle moderne transazioni commerciali e delle pratiche finanziarie illecite, mosse proprio dall’avidità per l’oro, sono diventate ancora più letali, minacciando questa volta non solo la sopravvivenza della civiltà occidentale, ma l’intera umanità.

Anzitutto bisogna chiarire che Goodson non è un adepto di teorie cospiratorie e neanche un autore contro gli ebrei la cui prosa fa spesso più male che bene a un lettore che voglia far luce sul tema del denaro fittizio e sui suoi artefici, che invece tanto fittizi non sono. A tal proposito, Goodson vanta ottime referenze sull’argomento da lui analizzato nel libro; è stato membro del Consiglio di Amministrazione della SARB (South African Reserve Bank) e vanta una lunga esperienza nel settore bancario o, per dirla meno moralisticamente, era un diretto osservatore del business dell’insider trading. Com’è possibile che nel nostro cosiddetto migliore dei mondi democratici, un mondo che vanta trasparenza e un sistema giudiziario indipendente, la maggioranza dei cittadini non abbia la benché minima idea di chi sono gli azionisti delle principali banche centrali, come la Federal Reserve negli Stati Uniti e molte altre banche sparse per il mondo? Goodson dimostra come in realtà la celebre Federal Reserve non abbia niente a che fare con i beni dello stato o con il significato di democrazia negli Stati Uniti, ma rappresenti invece una società anonima, un’associazione a delinquere di potenti motori e agitatori finanziari. Non è certo un caso se dallo scoppio della cosiddetta bolla immobiliare degli Stati Uniti, nel 2008, nessuno dei principali banchieri, che sia della Goldman Sachs o della JP Morgan, è stato chiamato in causa per aver stampato denaro falso o concesso prestiti surreali. Come per dire, una mano lava l’altra.

Nel libro di Goodson traspare una profonda conoscenza della situazione socio-politica dell’antica Roma, dell’Inghilterra di Cromwell e della Germania di Weimar. Pertanto, quest’opera non può essere considerata l’ennesimo noioso tassello nel mosaico della ridicola letteratura cospiratoria e antisemita, come invece succede spesso con i testi di molti estremisti di destra. È proprio la narrazione imparziale di Goodson, ben inserita nei diversi contesti storici, a rendere il libro non solo un saggio informativo e colto, ma anche una lettura piacevole per un principiante desideroso si saperne di più sul mistero che ruota attorno al denaro.

Da sempre l’usura sembra essere al centro di guerre e disordini sociali. Gli antichi Romani sperimentarono più volte i suoi effetti negativi, che alla fine condussero alla caduta di Roma. Goodson descrive le riforme economiche e sociali di Cesare, tra cui l’introduzione del primo sistema previdenziale, la cancellazione del canone di affitto per molti cittadini indigenti e il divieto di applicare ulteriori interessi agli interessi sul credito. L’Impero Romano prosperò rapidamente. Ciononostante, molti aristocratici non potevano tollerare la magnanimità di Cesare nei confronti dei poveri e decisero quindi di ucciderlo. Sembra che gli usurai, molti dei quali stranieri di origine ebraica, e i loro servili lacchè non ebrei siano stati la principale cinghia di trasmissione nello sviluppo della corruzione e nel declino della civiltà occidentale.

Simili cicli economici di alti e bassi si ritrovano nell’Inghilterra medievale durante la stesura e l’adozione della celebre Magna Carta, il cui primo obiettivo era cancellare le obbligazioni dei precedenti prestatori di denaro ebrei e abolire l’usura. In effetti, alcuni decenni dopo, nel 1290, all’adozione della Magna Carta fece seguito l’espulsione degli ebrei dal paese. Un lettore attento potrebbe giustamente chiedersi perché, nel corso dei secoli, così tanti autori classici, per non parlare dei comuni cittadini europei senza la dovuta preparazione, abbiano incolpato gli ebrei per qualunque crisi economica e sociale e perché gli stessi siano stati così spesso vittime di dure persecuzioni. Lontano dall’intraprendere discorsi di incitamento all’odio o di denigrazione, l’autore riporta in modo esatto l’enorme percentuale di ebrei attivi come prestatori di denaro, dettaglio questo che storicamente ha contribuito alla loro tragica sorte.

L’autore non scansa neanche il tema del potere di nuove idee politiche e teologiche, in particolare l’ascesa del primo calvinismo e la nascita di una nuova mentalità fra i politici e gli opinionisti europei e americani del XVI e XVII secolo. Gli insegnamenti di Calvino sulla predestinazione e l’importante modello di comportamento sociale da lui attribuito ai mercanti ebbero un forte impatto sulla vita politica europea e nell’America appena scoperta. Il mercante e l’usuraio divennero, per così dire, i nuovi modelli nell’alta politica e nella finanza, esempi da emulare, da usare come super-ego dai non ebrei. Questa emulazione degli ebrei attraverso il primo calvinismo e il puritanesimo si diffuse rapidamente, prima di tutto nell’America capitalista dei primi tempi e poi, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, nell’Europa continentale. Goodson osserva come Oliver Cromwell, il fanatico calvinista e rivoluzionario inglese del XVI secolo, si identificasse come un “prescelto” e non come un semplice Shabbat goy. Poco dopo la decapitazione di Carlo I, Cromwell diede un caloroso benvenuto agli ebrei riaprendo le porte dell’Inghilterra.

L’autore getta anche una luce interessante sul tenore di vita dei cittadini dell’Inghilterra tardo-medioevale, un paese in cui, per molti aspetti, la qualità della vita era superiore a quella delle nostre società moderne. Nel XIV e XV secolo, infatti, gli inglesi lavoravano meno di 14 settimane all’anno. Se valutiamo la felicità e la qualità della vita solo in base a quanti elettrodomestici o conti in banca disponiamo, non saremo mai in grado di comprendere il vero significato del termine. In molti casi, tuttavia, i cosiddetti secoli bui in Inghilterra e nell’Europa continentale sembravano molto più luminosi dei momenti difficili della nostra epoca buia. Buona parte dell’architettura religiosa di quell’epoca era l’espressione diretta della gioia popolare, dove la ricerca della trascendenza spirituale era molto più forte dell’effimera beatitudine del sistema moderno, in cui l’accumulo di denaro è diventato una nuova religione secolare.

Il momento peggiore arrivò più tardi. Nel 1694 fu fondata la Banca d’Inghilterra, sul cui modello vennero poi modellate tutte le banche centrali d’Europa e, più tardi, degli Stati Uniti. Poco dopo iniziò quella che gli accademici dei giorni nostri chiamano la “modernità”, che in realtà significava ridurre le persone in schiavitù. Ai grandi finanzieri inglesi non piaceva il fatto che le prime colonie americane emettessero la propria moneta e fossero ostili verso la Banca d’Inghilterra. Il tentativo degli inglesi di abolire la moneta statunitense fu anche la principale causa della rivoluzione americana. L’America del XIX secolo riuscì a prosperare in gran parte proprio perché non aveva una banca centrale. Non si deve dimenticare, come afferma l’autore, che lo slogan della campagna presidenziale di Andrew Jackson era “VOTATE ANDREW JACKSON – NIENTE BANCA” L’anno infausto per gli Stati Uniti, così come per il mondo intero, fu il 1913, quando fu istituita la Federal Reserve Bank, che indirettamente fece precipitare l’Occidente in due guerre mondiali e in generale il mondo intero in centinaia di guerre locali.

La situazione non era delle più semplici neanche per i cittadini americani. Sebbene molto invidiati in quanto parte di una superpotenza mondiale, dal 1919 al 2014 il debito nazionale statunitense ha subito un’impennata, da 2,6 miliardi a 17,5 trilioni di dollari. Nessuno vuole ammetterlo pubblicamente, ma la maggior parte dei cittadini americani e occidentali non vive a credito, ma piuttosto cresce e vegeta con i sistemi di pagamento rateali. L’ora del grande tracollo e la fine della razza bianca potrebbero essere dietro l’angolo.

L’autore descrive vari tipi di moneta fiat e diversi sistemi bancari, gli intrallazzi in altre parti d’Europa come pure la nascita della Russia bolscevica, largamente finanziata dai banchieri ebrei di New York. Il merito del libro è che Goodson non ha posizioni estreme sul mondo bancario, ma cerca sempre una via di mezzo. È lodevole che menzioni anche l’economista tedesco Gottfried Feder, uno dei critici più diretti dell’usura e degli interessi composti nella Germania di Weimar. Tuttavia, il problema quando si cita Feder è che questo famoso economista era da tempo affiliato con il nazionalsocialismo, cosa che indiscutibilmente può far nascere qualche sospetto e protesta anche fra i più spassionati lettori di questo testo. Come si può oggi, nel nostro ambiente accademico politicamente corretto, un ambiente che si autocensura, trarre qualcosa di positivo da uno dei primi studiosi nazionalsocialisti? Il nazionalsocialismo, oggi ufficialmente raffigurato come il simbolo del male assoluto, non può in nessun caso avere in sé qualcosa di buono, neppure in campi apolitici come lo sport o l’ecologia, figuriamoci nell’economia. Partendo dal suo studio sulle ingenti riparazioni di guerra che la Germania di Weimar dovette pagare alle potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, Feder era giunto alla conclusione che il pagamento degli interessi composti avrebbe impoverito i cittadini e portato alla disoccupazione di massa. Il suo insegnamento potrebbe essere messo in pratica ai giorni nostri, soprattutto per far fronte all’enorme debito di stato sovrano di tutti i paesi occidentali messi insieme.

In una nota un po’ meno pessimistica, Goodson ricorda la grande impresa del Nord Dakota, che grazie alla sua banca è diventato lo stato più dinamico e con il tasso di disoccupazione più basso degli Stati Uniti. Staremo a vedere in che modo supererà le crisi future. Finché il mondo accademico tradizionale e i media non si decideranno ad affrontare le cause principali del caos finanziario che ci attende, probabilmente gli Stati Uniti e i loro paesi satelliti in occidente salteranno da un disastro all’altro.

Tomislav Sunic

Autore di Homo Americanus: Child of the Postmodern Age

Zagabria, Croazia

 

Un libro da tenere in ogni casa italiana. L’Economia Spiegata Facile di Costantino Rover

Costantino Rover ha dato alle stampe il suo magnus opus economico al quale ha lavorato e ha studiato per 5 anni. S’intitola l’Economia Spiegata Facile ed è uscito da pochi giorni con la Gingko Edizioni di Verona.

Per quanto riguarda il suo titolo, i puristi della lingua se la mordano, perché l’ossimoro è intenzionale. Vuole significare che è un testo per il popolo e non per le élite, per i radical-chic che un tempo usavano il latinorum per confondere gli onesti e che oggi usano l’economia.

Costantino Rover ha lanciato ufficialmente il suo libro la sera del 7 dicembre 2018, a Verona, spiegando agli spettatori la genesi del suo originale testo e le sue intenzioni nel pubblicarlo. La sua spiegazione dev’essere stata assai convincente, perché tutte le copie disponibili durante quella serata sono state vendute!

Il libro è impreziosito da due introduzioni. Una scritta da Antonio Maria Rinaldi e l’altra da Nino Galloni, due economisti di vaglio che vediamo spesso apparire in dibattiti televisivi e partecipare a congressi e dibattiti.
Termini come spread, quantitive easing, il bazooka da Draghi ecc. vi appariranno improvvisamente chiari dopo aver letto questo testo, giacché la verità è sempre semplice. Costantino Rover, con grande destrezza, smonta tutti i concetti creduti complessi, ma in realtà lineari, sotto agli occhi dei lettori, giovandosi di immagini grafiche, fumetti e schizzi, oltre che citando le loro definizioni canoniche, riducendole però ai minimi termini, quasi che fossero dei congegni meccanici con ingranaggi e molle e che, una volta disposti sul tavolo pezzo per pezzo,  fan capire di che davvero si tratta.

Costantino Rover, al centro, con il microfono

Il libro comunica volutamente praticità e semplicità, vi predomina il colore giallo imperiale (che un tempo in Cina era riservato all’imperatore) simile a quello dei gilet jaunes francesi. Il suo formato, che ci ricorda i vecchi orari dei treni, lo rende facilmente consultabile e facile da tenere in borsa o in tasca durante un viaggio.

Questo è un libro da leggere con piacere e poi consultare quando vorremo avere un chiarimento o una conferma. L’autore polverizza molti dei mantra economici che sentiamo spesso citare in televisione e sui giornali da personaggi che, spesso, ci fanno sospettare che non sappiano bene di cosa stiano parlando, eppure li vediamo usare tali argomenti con protervia, come armi improprie per silenziare gli avversari. Molti di loro parlano come se stessero usando dei termini scientifici, ma in realtà l’economia è una lontana cugina della matematica, non è sua figlia e la dimostrazione di ciò consiste nel fatto che spesso gli economisti sbagliano. Se si trovano in alto, sbagliano di grosso, provocando guerre, crisi economiche epocali e rivoluzioni. Per questo motivo noi affermiamo con grande enfasi che tutti quegli autori che contribuiscono a  strappare il velo d’ipocrisia, che cela certi personaggi e organizzazioni finanziarie multinazionali, sono degli operatori di giustizia, di stabilità, di pace.

Il libro di Costantino Rover si muove in questa direzione.

Gingko pubblica PILOTA DI STUKA di Ulrich Rudel

 

Le memorie di Hans Ulrich Rudel furono un best seller per la casa editrice Longanesi dal 1961 al 1974 e poi la stampa venne sospesa.

Ora la Gingko di Verona, dopo aver acquistato i diritti di stampa da un editore inglese, ripropone questo avvincente libro, con una nuova traduzione in italiano.

Si legga questa recensione uscita sul Corriere della Sera:

Rudel: “L’Unione Sovietica si preparava ad attaccare l’Europa nel 1941”

Ciò che più affascinata del libro di Rudel è la sua ingenuità (una sorta di Forrest Gump!) e la sua enorme fortuna, che gli permise di ottenere grandi successi sul fronte russo.

Ecco un collage di filmati nei quali viene presentato in azione:

 

L’Europa ha il dovere di ricordare lo Zar – Intervista a Luciano Garibaldi

Articolo tratto da EuropaCristiana.com

A cento anni dall’assassinio dell’ultimo Zar di Russia Nicola II e della sua famiglia (la Zarina Alexandra e i loro cinque figli), ben poche iniziative si segnalano in Europa per ricordare quel terribile evento storico e condannare senza ripensamenti i suoi feroci autori. Eppure, quell’orrendo massacro avvenne anche perché nessuno Stato europeo (a cominciare dalla Gran Bretagna, i cui regnanti erano parenti stretti dei Romanov) intervenne con decisione a lanciare un ultimatum ai criminali assassini ispirantisi a Karl Marx e guidati da Lenin.

L’Europa li ha dimenticati, e noi, in quanto creatori ed autori di un sito dedicato all’Europa che sta riscuotendo sempre crescenti consensi, abbiamo il dovere di ricordarli. Lo facciamo tenendo tra le mani l’agile, avvincente, esaustivo volumetto dal titolo «Uccidete lo Zar! Lo sterminio dei Romanov», scritto dal giornalista e storico Luciano Garibaldi, collaboratore di «Europa Cristiana», per la Gingko editrice di Verona.

Come ha scritto nella prefazione lo storico e docente universitario Mattew Del Santo, «nei primi Anni ’80 i libri di testo di rado menzionavano il loro nome, preferendo termini impersonali come “zarismo”, “tirannia” e “autocrazia”. A cento anni dalla rivoluzione russa e dalla nascita dello Stato sovietico, perlomeno nel suo Paese natale, Nicola II è stato riabilitato, glorificato con la moglie e i figli come Santi e “Portatori di Passione” dalla Chiesa Ortodossa Russa».

In effetti, oggi, in chiese, santuari e cappelle, dal Baltico al Pacifico, le immagini dello Zar Nicola, della Zarina Aleksandra e dei loro figli guardano benignamente giù verso i fedeli. Ogni anno decine di migliaia di pellegrini viaggiano a Ekaterinburg per rendere omaggio e offrire le proprie preghiere allo Zar-martire.

Non così è in Occidente. «Considerato insicuro, debole, succube della moglie, ignorante del mondo moderno», scrive ancora Del Santo, «Nicola II resta per la gran parte della storiografia occidentale un’epitome della inettitudine tipica dei governanti non eletti democraticamente».

In realtà, la riabilitazione dei Romanov, in pieno svolgimento nella Russia di Putin, è un simbolo della risurrezione dell’antica visione della Russia ortodossa, la «Santa Russia» seppellita per settant’anni dall’ateismo comunista. Ne parliamo con Luciano Garibaldi, che allo sconvolgente evento di un secolo or sono ha dedicato la sua attenzione di storico.

Come ebbe inizio la crisi della monarchia in Russia?

Nel febbraio 1904 la Russia dichiarò guerra al Giappone. Gravissime furono le ripercussioni sulla situazione economica: crollo della produzione agricola, brusco aumento dei prezzi dei beni di consumo. La prima domenica di gennaio 1905, ben 150 mila persone in corteo di protesta a Pietroburgo marciarono verso il Palazzo d’Inverno, residenza dello Zar. Affrontati dall’esercito a fucilate, vi furono più di 200 morti e oltre 2000 feriti. Seguirono scioperi a Mosca e a Pietroburgo, contadini in rivolta nelle campagne e durissima reazione della polizia, che spinse le organizzazioni operaie a dar vita ai Soviet, i consigli eletti sui luoghi di lavoro, che guideranno il popolo alla rivoluzione per abbattere il potere dello Zar. La repressione più sanguinosa ebbe luogo a Odessa nel 2005, con il famoso episodio della Corazzata Potemkin. Di tutte quelle azioni violente, la propaganda anarchico-bolscevica attribuì la colpa alla Zarina Alexandra, che avrebbe ispirato il marito a ordinare il ristabilimento dell’ordine con qualsiasi mezzo. Del resto, fin dal giorno delle sue nozze con lo Zar Nicola (27 novembre 1894), allorché si era verificata la strage dei mugiki calpestati dalla folla, gli oppositori della monarchia avevano accusato la Zarina di «portare jella». Qualche anno dopo, un’altra, dura reazione alle provocazioni anarco-marxiste si ebbe dopo l’assassinio, a Kiew, ad opera di un anarchico, del primo ministro Stolypin: seguirono centinaia di condanne a morte in tutto il Paese.

 

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E come si arrivò all’abbattimento del potere degli Zar?

 

Nel fatale 1917, la situazione economica era aggravata dalla guerra contro gli Imperi Centrali. A marzo esplose, a Pietroburgo (che aveva cambiato nome, diventando Pietrogrado e abbandonando la parola di origine germanica «Burgo») la rivolta contro la guerra, la carenza di mezzi di sostentamento e lo spaventoso aumento del costo della vita, arrivato, in tre anni, alla soglia del più 700 per cento. Non fu che l’inizio di una serie di sommosse che videro in piazza, accanto a operai e disoccupati, anche soldati e marinai. La conseguenza fu che lo Zar abdicò a favore del fratello Mikail Alexandrovic il 2 marzo 1917 e si ritirò nella residenza di Zarskoje Zelo. Ma Mikail rinunciò al trono perché sapeva di non potersi fidare della «Duma» (il Parlamento creato dopo le rivolte del 1905). Qui ormai dominavano i bolscevichi, la corrente rivoluzionaria (contrapposta ai menscevichi) le cui parole d’ordine erano: no alla guerra, potere agli operai, morte allo Zar. L’idolo era Karl Marx, il capo era Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, appena rientrato dall’esilio a Zurigo, e le cui parole d’ordine erano: «Tutto il potere ai Soviet», «La terra ai contadini» e «Via dalla guerra!».

Come fece Lenin a conquistare il potere?

Il 25 ottobre 1917 riuscì a scalzare il capo del Governo Alexander Kerensky con un vero colpo di Stato che passerà alla storia con il nome di «Rivoluzione d’Ottobre», peraltro con l’appoggio di gran parte delle forze militari, spaccate in due: i «rossi», dalla parte di Lenin, e i «bianchi», che continuavano a battersi nel nome dello Zar, appoggiati da Francia, Gran Bretagna e dagli alleati della Triplice Intesa, fra i quali la Cecoslovacchia.

Che cosa accadde alla famiglia imperiale dopo la rinuncia al trono?

Dopo l’abdicazione al trono di Nicola II, la famiglia imperiale si era ritirata nel castello di Zarskoje Selo, negli Urali, illudendosi di venire dimenticata. Ma, dopo la rinuncia del fratello dello Zar Mikail Alexandrovic, la Russia divenne, di fatto, una repubblica. Il 14 agosto Kerenskj, eletto dalla Duma capo del governo, ordinò il trasferimento della famiglia imperiale a Tobolsk, in Siberia, perché nuovi, gravi disordini erano scoppiati a Pietrogrado e si temeva che i bolscevichi assaltassero il castello di Zarskoje Selo per fare scempio degli ex reali. A quel tempo, lo Zr aveva 49 anni, la Zarina 45, lo Zarévic 13, le Granduchesse Olga 21, Tatiana 20, Maria 18 e Anastasia 16.

Come si giunse al massacro della famiglia?

La data fatale è il 25 ottobre 1917 (secondo il calendario russo), ovvero il giorno in cui Lenin prende il potere a Pietrogrado con il golpe portato a termine al Soviet, dove i bolscevichi, pur essendo minoranza, riescono ad impossessarsi della presidenza e fanno poi attaccare il Palazzo d’Inverno dall’incrociatore «Aurora» e da bande armate di soldati con la stella rossa appuntata sui berretti. Mentre la “Rivoluzione d’ottobre” divampa e si estende a Mosca, con migliaia di vittime, giunge a Tobolsk un inviato di Lenin con l’ordine del Sov.Nar.Kom (Comitato Nazionale dei Soviet) di trasferire la famiglia imperiale a Ekaterinburg, negli Urali, dove i sovrani e il loro piccolo seguito vengono rinchiusi nella casa Ipatiev, requisita dai bolscevichi. Per lo Zar e la sua famiglia, a Ekaterinburg incomincia la prigionia più dura ed umiliante che si possa immaginare. Non vi sono più soldati a far la guardia, ma operai delle locali fabbriche. Non più ufficiali, ma «commissari del popolo» e agenti della Ceka, la polizia segreta che uccide gli anticomunisti col colpo alla nuca. I libri che lo Zar stava leggendo vengono gettati dalla finestra. Le Granduchesse sono obbligate a fare i loro bisogni dinnanzi agli sguardi lerci degli operai. I pasti si riducono a due misere razioni giornaliere di pane nero e erbe cotte. Difficile immaginare qualcosa di più avvilente e di più umiliante delle angherie cui fu sottoposta quella povera famiglia nella casa Ipatiev.

Nel frattempo, con il passare delle settimane, Ekaterinburg era finita assediata dalle truppe antibolsceviche, che continuavano ad opporsi alla presa del potere di Lenin, e sottoposta a continui cannoneggiamenti. Da un momento all’altro avrebbero potuto occuparla e liberare lo Zar.

Un rischio che non si poteva certo correre. Da qui la decisione di uccidere non solo lo Zar, ma tutta la famiglia imperiale. Ottenuto il nulla-osta da Lenin, via telegrafo, Jurovskj e il suo braccio destro Medvedev ordinano ai Romanov di scendere nei sotterranei (il podval) per non correre il rischio – questa la spiegazione – di finire sotto le cannonate dei «bianchi». Sono le 2 di notte del 17 luglio 1918. Lo Zar tiene Alessio in braccio. E’ seguìto dalla moglie Alexandra, dalle quattro figlie, dal medico Evgenj Botkin, dalla domestica Anna Demidova, dal domestico Aleksei Trupp, dal cuoco Ivan Karitonòv. Jurovskj legge la sentenza di morte e ha inizio la folle sparatoria. Al termine, alcuni corpi si muovono ancora, ricoperti di sangue: tra questi le Granduchesse che portavano corsetti imbottiti di pietre preziose, che avevano fatto da freno alle pallottole. Vengono tutte trafitte, e finite, a colpi di baionetta.

Che ne fu dei corpi delle vittime?

Alle 3 di notte, i cadaveri furono caricati su un furgone Fiat e portati nella vicina foresta di Koptiàki, cosparsi di acido solforico per evitare esalazioni e ricoperti con travi e fango. Da qui ebbe inizio una lunghissima odissea, che ho sintetizzato nel mio libro, e che si concluderà il 17 luglio 1998, esattamente vent’anni fa, con la decisione di Boris Eltsin di traslare i resti nella cattedrale di San Pietro e Paolo, a San Pietroburgo, dove sono sepolti tutti gli Zar, a partire da Pietro I il Grande.

Come era facile prevedere, la notizia della morte di Zar Nicola II, resa nota la mattina del 19 luglio dal quotidiano «Izvèstja», organo ufficiale del Governo di Lenin, (che – ovviamente – si guardò bene dal precisare che erano state assassinate anche le Granduchesse, il piccolo Zarévic e il personale di servizio), ebbe una negativa ripercussione sui «bianchi», che avevano continuato a combattere sostenuti dagli aiuti della Francia, della Gran Bretagna e dell’Armata cecoslovacca. Essi furono sconfitti definitivamente un anno dopo, nell’autunno 1919, dall’Armata Rossa con Trotzkj al comando.

Come fu possibile venire a conoscenza di tutti i particolari dell’orribile massacro?

Entrati a Ekaterinburg poco tempo dopo lo sterminio dei Romanov, i Bianchi affidarono le indagini sulla scomparsa della famiglia imperiale al magistrato Nikolai Sokolov. Sokolov svolse un enorme lavoro, interrogò centinaia di testimoni, poi riparò all’estero, dove scrisse un libro che raccoglieva i risultati della sua indagine. Libro che fu rigorosamente vietato in Russia per oltre mezzo secolo, finché vide la luce anche a Mosca nel 1991 per decisione di Boris Eltsin.

Come si è giunti al capovolgimento che vede la Russia odierna onorare la memoria dei Romanov?

La più spettacolare e significativa manifestazione del culto popolare verso i Romanov la si ebbe nell’agosto 2000 allorché, durante il Concilio dei Vescovi della Chiesa ortodossa russa, in corso nella cattedrale di Mosca dedicata a Cristo Salvatore, fu decisa all’unanimità la canonizzazione della famiglia sterminata il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg. Da quel giorno, milioni di credenti russo ortodossi venerano e pregano San Nicola II, Santa Alessandra, e i loro figli Sant’Alekseij, Sant’Anastasia, Santa Tatiana, Santa Maria e Santa Olga.

La canonizzazione dei Romanov era stata sollecitata dallo stesso Putin, riavvicinatosi alla fede nel ricordo del suo padre spirituale, l’archimandrita Tikhon del Monastero di Sretenskij, che in epoca sovietica era stato trasformato in commissariato di polizia, ma oggi, splendidamente restaurato, è tornato alla sua storica missione di fede per volontà di Putin.

Oltre che a Putin, a chi va dunque il merito di aver voluto il riscatto dei Romanov?

Dopo il crollo del muro di Berlino e l’inizio della fine del bolscevismo (1989), protagonisti del ritorno della Russia al rispetto e al culto dei Romanov furono Mikail Gorbaciov (presidente fino al dicembre ’91) e Boris Eltsin (presidente dal 1991). Esempio tipico: a Ekaterinburg, dove un tempo c’era Casa Ipatiev, teatro dello sterminio dei Romanov, oggi sorge il bellissimo «Tempio del Sangue Versato», realizzato negli Anni ’90 e méta di pellegrinaggi da tutta la Russia.


Articolo tratto da EuropaCristiana.com https://www.europacristiana.com/leuropa-ha-il-dovere-di-ricordare-lo-zar-intervista-a-luciano-garibaldi/