Cangrande, Dante e il ruolo delle stelle

I fiorentini vogliono scippare Dante a Verona

FCangrande, Dante e il ruolo delle stelleirenze pensa di essere finalmente riuscita nell’intento di riportare, almeno temporaneamente, le spoglie mortali di Dante Alighieri nella città che gli diede i natali. Questo, secondo quanto scrive il quotidiano la Nazione, avverrebbe nel 2021, in occasione dei sette secoli dalla sua morte avvenuta, casualmente,  a Ravenna.

Ci chiediamo se Dante sarebbe contento di tornare a Firenze e pensiamo che la sua sdegnata risposta sarebbe del tipo: “Se proprio debbo uscire da questo sepolcro, vorrei tornare alla ospitale Verona, non alla città che ingiustamente mi tolse la roba, mi condannò all’esilio e, se mi avessero acciuffato, di morire abbruciato!”

I fiorentini ci stanno provano da vari secoli ad avere le sue spoglie. Già dalla fine del ‘400 cominciarono a reclamarle, ma gli andò male, perché i frati francescani di Ravenna nascosero le sue spoglie, a dispetto del fatto che Michelangelo aveva fatto pressioni su papa Leone X, figlio di Lorenzo de Medici. Il papa, proprio cinque secoli fa, nel 1519, ordinò di prelevare le ossa del poeta da Ravenna e di portarle a Firenze. Ma i fraticelli lo beffarono…

Sulla stampa circolano articoli che darebbero Firenze e Ravenna come i principali centri per le celebrazioni dantesche del 2021; questi giornalisti peccano di grossa ignoranza, dato che la città che più contò nella sua vita fu proprio Verona.

Il libro che abbiamo appena pubblicato, frutto di trent’anni di ricerche fatte dallo storico veronese Maurizio Brunelli e intitolato Cangrande, Dante e il Ruolo delle Stelle  illumina il nobile sodalizio che era esistito fra Cangrande della Scala e Dante Alighieri, uniti dalla passione per l’astrologia, la politica e le grandi imprese. Questo spiega perché il figlio di Dante e i suoi discendenti mai più tornarono a Firenze, dagli ingrati fiorentini, che, tardivamente resisi conto del marchiano errore commesso, li avrebbe accolti a braccia aperte.

In conclusione, pensiamo che le spoglie di Dante debbano restare a Ravenna e, semmai, il sindaco di Verona potrebbe chiedere di averle per un paio di mesi qui a Verona e porle vicine al sepolcro di Cangrande della Scala, signore di Verona e amico fraterno del Sommo Poeta. Immaginiamo le due grandi ombre gioire e abbracciarsi, dopo sette secoli di separazione.

 

 

L’Amico Giusto di Marco Cesari

Si dice che in Italia molti scrivono e pochi leggono, nel caso di Marco Cesari, del quale parliamo oggi, è certamente vero il contrario: legge moltissimo e sul suo blog, intitolato Pensiero Profondo 42, si trovano le recensioni di migliaia di libri, film e fumetti. Le sue sono tutte recensioni caratterizzate da una notevole franchezza e da una visione geniale, non banale, delle cose.

Il suo primo romanzo, appena pubblicato,  s’intitola L’Amico Giusto è risultato vincitore del concorso RTL102.5 e Mursia ed è ora nelle librerie. Lo abbiamo letto con grande piacere, notando la sua precisione sintattica, la sensibilità e la maestria narrativa. I protagonisti sono due ragazzi italiani, Luca e Mattia, uno introverso,  che passa il tempo ad arrovellarsi sulla propria immagine e sulle proprie supposte deficienze e l’altro un vincitore nato, sicuro del fatto proprio eppure amabile. Ricorda una moderna versione di Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse. I due  s’incontrano da ragazzini e poi proseguono il loro percorso di vita insieme, sino alla maturità, condividendo l’amore per la stessa ragazza.

Cesari, nato nel 1982 a Botticino (BS), ha del talento e questo lo si nota con chiarezza. Speriamo che questo suo romanzo sia solo il primo di una lunga serie di bei libri. La vita familiare e lavorativa non gli consentono una full immersion nelle lettere ma questo potrà rivelarsi un vantaggio, perché bisogna vivere fra la gente per poter scrivere per la gente ed è pericolo vivere per scrivere, alla Guido Morselli.

Non vorremmo ora banalizzare la sua opera, ma questo libro potrebbe essere la trama di un bel film  e terminiamo in stile cesariano, augurandogli ‘mucha mierda’  come si fa fra cantanti lirici e impresari (l0 sterco dei cavalli fuori dai teatri era sinonimo di grande successo dell’opera).

Marco Cesari L’Amico Giusto Mursia, 2019 Euro 17 (ISBN 9788842561163)

 

Angelo Paratico

Sir Oswald Mosley. Le Fake News sono antiche quanto l’uomo

Questo articolo è uscito il 21 MAGGIO 2019  sul blog di Dino Messina, La Nostra Storia, Corriere della Sera.  Vi si racconta uno dei sorprendenti aneddoti relativi alla vita di Sir Oswald Mosley (1896-1980); uno degli uomini più grandi del XX secolo, ma anche uno dei più diffamati, da una stampa anglosassone asservita al denaro e manovrata da uomini politici meschini e ciechi.  La sua autobiografia LA MIA VITA si trova ora in libreria, è una lettura interessante e istruttiva, perfetta per gli ozi estivi, per sognare e per stimolare la propria mente. Il suo principale messaggio è: LE FAKE NEWS SONO ANTICHE QUANTO L’UOMO.

Il 31 agosto 1923 alcune navi italiane bombardarono l’isola greca di Corfù e sbarcarono 10.000 soldati coperti da aerei che mitragliavano a bassa quota. Il bombardamento durò una quindicina di minuti e uccise 16 civili, ferendone 30. Si sparse la voce che anche dei cittadini britannici fossero fra le vittime e questo provocò grande indignazione. Mussolini disse che Corfù era stata per secoli veneziana e dunque ora era italiana. Quel bombardamento fu il culmine d’una crisi che risaliva al trattato di Londra, prima della Grande Guerra e apparteneva al tema della “vittoria tradita” che fece seguito al Trattato di Versailles. La diplomazia italiana e quella britannica vennero prese in contropiede da quel colpo di testa di Mussolini, ma nessuno reagì. Eppure Mussolini rischiò moltissimo, più di quanto immaginò e uno dei parlamentari inglesi più attivi nel volergli dare una lezione fu Sir Oswald Mosley, oggi considerato, a torto, il Mussolini inglese.
Oswald Mosley (1896-1980) entrò nel Parlamento inglese molto giovane, subito dopo essere tornato dalla Prima Guerra mondiale, dove aveva combattuto nell’aria e nelle trincee, a Ypres e a Loos. Nelle sue memorie, che stanno per uscire presso Gingko editore di Verona, troviamo molte notizie inedite e curiose. Fu un ufficiale di cavalleria a 18 anni, nello stesso corpo dei 600 che avevano caricato a Balaclava, durante la guerra di Crimea e racconta come la maggior preoccupazione sua e dei suoi commilitoni era di non riuscire ad arrivare abbastanza in fretta al fronte, per partecipare alla guerra. Giunti in Francia furono fatti smontare e finirono nelle trincee, dove morirono quasi tutti. Mosley si salvò perché s’offrì volontario come osservatore, dietro al pilota, sugli aerei di tela e legno che volavano sopra alle trincee tedesche. Con una gamba fuori uso entrò in politica nel 1918 con l’idea di porre fine a tutte le guerre e di offrire degli alloggi e un lavoro decente ai reduci. Per promuovere la pace in Europa s’impegnò molto nella Lega delle Nazioni, volendo creare un’Europa unita fondata sulla pace, il rispetto e la solidarietà fra le nazioni. Questa restò la sua costante missione, la sua stella polare, sino al giorno della sua morte.

Torniamo a Corfù. Siamo nel 1923 e Sir Oswald Mosley era già un parlamentare rispettato e temuto per via delle sue qualità retoriche e per la sua grande capacità di lavoro. Aveva da poco sposato Cimmie Curzon, la bella figlia del Viceré dell’India, Lord Curzon, nonché ministro degli Esteri della Gran Bretagna.
Ecco cosa racconta nelle sue memorie a proposito del nuovo primo ministro italiano, Benito Mussolini “La Lega fu infine distrutta, a tutti gli effetti, nel 1923 da Mussolini, che aveva un pericoloso surplus di qualità così carenti negli altri statisti. Ricordo che allora fece un discorso rabbioso e molto offensivo, nel senso che aveva trionfato come un autista ubriaco, non per la sua abilità, ma perché tutti i guidatori sobri s’erano preoccupati di togliersi di mezzo. Infatti, il suo bellicoso enunciato copriva il ritiro dei sostenitori pusillanimi della Lega. Io ero stato tutto per l’azione, e così a rendergli giustizia è stato anche Lord Robert Cecil. Non so se Mussolini fosse stato a conoscenza di queste cose, all’epoca, anche se seguiva abbastanza da vicino i dibattiti in altri paesi, ma probabilmente non era a conoscenza dell’azione che volevo intraprendere, e non ne abbiamo mai discusso quando lo conobbi, successivamente.”
Mosley, assieme al suo capo partito, Lord Cecil, si mosse per un intervento, prima diplomatico e finanziario e poi se necessario armato, della Lega contro all’Italia. Infatti, precisa che: “Mussolini si prese un grosso rischio, quando non aveva il potere di far saltare in aria un castello di carte. La fece franca perché chi aveva il potere difettava di coraggio. Mussolini bombardò l’isola di Corfù e uccise un certo numero di persone protette dalla bandiera britannica. A quel tempo Lord Robert Cecil era a una riunione della Società delle Nazioni, a Ginevra, il signor Baldwin, primo ministro, era ad Aix-les-Bains durante la sua consueta vacanza per prendere le acque, e io ero alla mia consueta vacanza, a Venezia, per godere della bassa stagione. La scena veneziana fu in qualche modo influenzata dall’atmosfera generale, perché alcuni festosi giovani con le camicie nere nuotarono sino a uno yacht inglese e gli misero una bomba, che causò danni considerevoli, ma per fortuna non ferì nessuno degli occupanti. Non è questo il luogo per far rivivere l’origine del litigio – allora sapevo poco e m’importava meno di Mussolini, delle sue camicie nere o del fascismo – ma devo ricordare che a me, giovane M.P. inglese la condotta del leader italiano e dei suoi sostenitori appariva un oltraggio. Questo era il momento, se mai ce ne fu uno, di far applicare l’articolo 16 a Ginevra e di stabilire una volta per tutte l’autorità della Lega…Mussolini era salito al potere solo di recente e non aveva forze armate adeguate, le sue finanze erano deboli e la lira vacillava. Se fosse stato applicato l’articolo 16, probabilmente non sarebbe stato necessario fare di più che assicurare il ritorno dei suoi ambasciatori dal Paese di ogni membro della Lega, il che avrebbe subito causato il crollo della moneta italiana.”
Gli sforzi energici di Mosley e Cecil si scontrarono con il pacifismo a tutti i costi di Baldwin che non voleva scocciature, infatti: “Lord Cecil decise subito di recarsi ad Aix-les-Bains, mentre io rimanevo a Ginevra. Stava per chiedere a Baldwin l’autorizzazione per far scattare l’articolo 16. Ma tornò indietro, assai scoraggiato. Aveva trovato la figura pietosa del leader conservatore compiaciuto e immerso in acque termali, mostrando scarso interesse per gli eventi internazionali. Più del solito, la flebile fiamma di quello spirito aveva tremato alla notizia che la gente sotto alla bandiera britannica era stata uccisa da quello che ci sembrava un atto di pirateria internazionale. Baldwin diede a Cecil l’incredibile risposta che doveva usare il proprio giudizio a Ginevra e fare quello che riteneva opportuno. Ma il Primo Ministro britannico non avrebbe preso alcuna decisione e non si assumeva alcuna responsabilità.”
Lord Cecil, che non aveva gli attributi del suo antenato, il fedele servitore della regina Elisabetta I, e non ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità di quel passo e Mussolini la fece franca. Se fosse intervenuta la Lega in quel momento, verosimilmente, sarebbe stata la fine per Mussolini e per il fascismo in Italia. La conclusione finale di Mosley circa questo episodio è amara, ricordando il pasticcio fatto da Chamberlain nel 1939: “Erano riluttanti a stabilire l’autorità della Lega con un atto di fredda volontà, fortificati dal tranquillo calcolo che avevano ogni prospettiva di vittoria, e il loro avversario non ne aveva alcuna. Eppure, uomini di questo tipo nel 1939, in una condizione di forte emotività, furono disposti a rischiare il proprio Paese, l’Impero, la vita dell’Europa e della civiltà mondiale, quando con ogni freddo calcolo tutte le probabilità erano contrarie. Hanno perso l’occasione quando era facile, e l’hanno accettata quando era disperata; ma a che costo! Sentimenti morali forti sono certamente necessari per una grande azione, ma dovrebbero essere sempre esercitati con realismo.”

Angelo Paratico

La Premessa al mio libro su Leonardo Da Vinci, definito ‘psicotico e figlio di una schiava’

La storia non può essere interpretata esclusivamente analizzando fatti e documenti. Gli storici devono seguire indizi, ricordi e impressioni, poiché talora le prove non esistono, oppure, se esistono, sono distorte e confuse. Quando si studiano la vita e le opere di Leonardo Da Vinci questo problema si fa particolarmente acuto, giacché, nonostante tutti gli sforzi compiuti da grandi storici, la sua vita resta un enigma. Forse, nuovi documenti emergeranno in futuro, mettendo alla prova ipotesi oggi ritenute credibili e sicure, ma allo stato attuale delle cose si può affermare che conosciamo più dettagli biografici di tanti artisti rinascimentali, tutto sommato minori, che non del grande Leonardo. Sappiamo che Leonardo Da Vinci nacque il 15 aprile 1452, a Vinci, in Toscana, da genitori non legati da vincolo matrimoniale: la sua fu dunque una nascita accidentale, il risultato d’un furtivo amplesso fra ser Piero d’Antonio Da Vinci (1426- 1504) — un rampante notaio della Repubblica Fiorentina — e una misteriosa Caterina (1427/34-1494). Questa ragazza non poteva sperare di diventare la sua legittima sposa, poiché ser Piero fu un professionista ambizioso, con forti aspirazioni al successo materiale e all’acquisizione di clienti nel competitivo mondo finanziario e mercantile fiorentino. Uno dei requisiti indispensabili per salire la scala sociale era lo sposarsi bene e, per rimediare al faux pas compiuto con una ragazza priva di mezzi, ser Piero agì da sensale nei confronti della sua vittima, dopo il parto, offrendola in sposa a uno dei suoi aiutanti: Antonio di Piero del Vaccha d’Andrea Buti, soprannominato l’Accattabriga: un nomignolo che, ieri come oggi, indica una persona facilmente irritabile e prepotente. Caterina continuò a vivere a Vinci, dopo che vi era stata portata da Firenze per darvi alla luce Leonardo, badando al suo nuovo marito e ai cinque figli che successivamente la coppia mise al mondo. Non si ha ragione di dubitare che Leonardo fu in quotidiano contatto con sua madre, benché alcuni biografi, senza averne le prove, accettano l’immagine romantica di un bambino strappato al seno materno subito dopo lo svezzamento e affidato da ser Piero alla sua legittima moglie, Albiera, impalmata a Firenze. Nulla sappiamo della gioventù di Leonardo: dove la trascorse e con chi, e nulla conosciamo della sua educazione e dei suoi maestri, se mai ne ebbe, poiché egli si definì un omo sanza lettere. Sappiamo soltanto che fu impiegato nella bottega di Andrea di Michele di Francesco Cione, detto il Verrocchio (1435-1488) a Firenze, ma ciò accadde quando Leonardo aveva già diciotto anni — infatti, a diciassette anni, appare ancora in una dichiarazione dei redditi3 presentata da suo padre — e quando il suo enorme talento artistico s’era già manifestato. È dunque ragionevole ipotizzare che Leonardo trascorse la propria gioventù a Vinci, vicino alla madre e al padre adottivo, non distante dalla chiesa di San Pantaleo, alla periferia del paese, a Campo Zeppi, anziché a Firenze, dove suo padre perseguiva la propria carriera legale.

Leonardo, figlio illegittimo di ser Piero e di Caterina, deve aver cercato disperatamente quell’accettazione sociale che gli mancava, dopo aver realizzato che la sua posizione non sarebbe mai stata legalizzata. Il motivo per cui non sarebbe mai stato pienamente integrato nella famiglia dei Da Vinci, a differenza di molti altri illegittimi, deve essere dipeso dallo stato sociale di sua madre, una schiava straniera. Anche fra le classi dominanti l’essere nati illegittimi, in quei tempi, non era un fatto raro o straordinario. Tuttavia, nel caso di Leonardo, si avverte la presenza di qualcosa di peggiore, che può solo essere messo in relazione con lo stato sociale di sua madre. Forse, fu proprio questo che gettò un’ombra oscura su tutta la sua esistenza anche se, sfortunatamente, ne sappiamo assai poco, visto che egli fu un uomo assai riservato, che mai abbassò la guardia nei suoi scritti per rivelare questo suo peccato originale. Meditando sulla figura di Caterina, lo storico Edmondo Solmi (1874-1912) scrisse: “Sembra quasi che la natura, dopo aver prodotto il miracolo, abbia voluto coprire d’un velo impenetrabile il luogo e l’essere umano, che sono stati strumento al miracoloso effetto.” Sigmund Freud fu il primo a proporre un’interpretazione del carattere di Leonardo Da Vinci basata sull’influenza emotiva esercitata da sua madre, presentando la sua intuizione in un libro intitolato Un ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci. Sin dalla sua pubblicazione, avvenuta nel 1910, il libro di Freud si è dimostrato sorprendentemente corretto su molti punti, una volta che i diversi tasselli dell’enigma leonardesco, come in un puzzle, vanno trovando il proprio posto. Questa geniale operetta di Freud verrà spesso citata nelle pagine seguenti. Dunque, cosa si nasconde dietro la riluttanza di Leonardo nel rivelarci il proprio retaggio familiare? Si ha motivo di pensare che la sua reticenza e la sua cautela siano dovute all’esotica etnia della madre. Questo sarà il leitmotiv del nostro libro, in contrasto con le tante biografie già pubblicate, le quali, pur essendo continuamente riscritte, non tentano affatto di far luce su di lei. La conclusione che si raggiunge è che Caterina, la madre di Leonardo, fu una schiava domestica cinese o tartara: ovvero una donna che, quasi per osmosi, fu in grado di trasmettere al sensibilissimo figlio una piccola parte della propria cultura etnica. Questo, tutto sommato, può essere stato il segreto più oscuro di Leonardo: egli non fu solo il figlio illegittimo di ser Piero, ma fu anche il figlio di una schiava domestica con radici orientali. Per suffragare la nostra ipotesi, taglieremo con il rasoio di Occam il corpus delle opere di Leonardo, compiendo controlli incrociati sugli scarsi riferimenti biografici a nostra disposizione e utilizzando i documenti emersi nel corso degli anni dagli archivi. Caterina dev’essere stata solo una bambina quando fu catturata da cavalieri mongoli e gettata in schiavitù, ma, ciò nonostante, è possibile che alcune ombre del suo paese perduto siano rimaste impresse nella sua mente. I tratti orientali del volto di Caterina non furono ricordati a Vinci perché — contrariamente a quanto si pensa oggi — in quell’epoca in Toscana gli schiavi orientali erano assai comuni, come scrissero gli storici Zanelli, Livi e Cibrario.
Gran parte di essi venivano chiamati tartari un termine generico usato per indicare varie tribù estremo-orientali poste sotto al dominio mongolo, cinesi compresi. George H. Edgell scrisse: “Poiché entrarono a migliaia, essi furono rapidamente assorbiti nella popolazione indigena, ma il ceppo mongolo potrebbe non essere stato raro nelle case e per le strade della Toscana”. Ginevra Datini, l’amatissima figlia del mercante tardomedievale Francesco Datini (1335-1410), nacque da una schiava domestica tartara, chiamata Lucia, che serviva in casa sua. Questa straordinaria scoperta non sarebbe mai avvenuta senza il ritrovamento fortuito, avvenuto nel diciannovesimo secolo, di un vero e proprio tesoro di lettere e di documenti che erano stati nascosti all’interno di una nicchia in un muro di Palazzo Datini, a Prato. 150.000 lettere, 500 registri dei conti, 300 contratti societari, 400 contratti di assicurazione, migliaia di polizze di cambio e di assegni. Tale ritrovamento ha mutato la nostra visione del tardo Medioevo europeo ma, sfortunatamente, non abbiamo ritrovato nulla di lontanamente paragonabile per Leonardo Da Vinci e la sua famiglia. Questo libro presenta una serie di documenti sulle origini di Caterina e sulla possibile influenza emotiva da lei esercitata sul proprio primogenito, offrendo sia prove concrete che deduzioni logiche che spiegano perché Leonardo Da Vinci ci appare più come un letterato cinese della dinastia cinese dei Ming che uno dei vanagloriosi caratteri del nostro Rinascimento, come Michelangelo Buonarroti, Benvenuto Cellini e Pietro Aretino. Verrà esaminato il Leonardo Da Vinci uomo, presentando ciò che potrebbe essere il suo più intimo segreto, ovvero — come Sigmund Freud distintamente sospettò — l’enigma di sua madre, Caterina, e l’influenza pressoché inesistente di un padre come ser Piero, con il quale Leonardo ebbe scarsi contatti e che, alla fine, disprezzò. Leonardo soffriva di disortografia — un disturbo neurologico comune in bambini in età scolare, caratterizzato dall’incapacità di apprendere l’ortografia e che è associabile alla dislessia, spesso causata da problemi emotivi e affettivi. Come ebbe a scrivere un grande pensatore come Lauro Galzigna (1933-2014): Nella comunità umana sono considerati geni gli individui di ingegno superiore, capaci di grandi scoperte ricordate dalla posterità…Vedere ciò che è nascosto ai comuni mortali può essere infatti un premio o una punizione riservata a chi è uscito dalla normalità per addentrarsi, più o meno profondamente, nei sentieri della follia…La pittura in generale è una pratica a cui concorrono perizia artigianale, attività percettiva e capacità di elaborarne i risultati con i contributi della memoria e dell’inconscio. Essa si basa sulla manipolazione di immagini contenenti significati e valori occulti esplicitati secondo un simbolismo e con colori simili o diversi dai colori della natura… In fondo, l’opera di un genio si può considerare speculare al delirio di un folle, in quanto entrambe esprimono una sorta di acting out che origina dal rapporto dei due individui in questione con il mondo. Dunque, il grande Leonardo fu certamente uno psicotico, forse a causa di forti traumi subiti in gioventù e la sua vita fu una costante lotta per trascendere il proprio passato, fu un narcisista dalla personalità divisa che si poneva degli obiettivi intrinsecamente irraggiungibili che alimentarono la sua inestinguibile insoddisfazione. Fu questo che gli consentì di salire sopra a vette mai prima esplorate, ma, una volta giunto alla loro sommità, non vi trova alcun appagamento alle proprie turbe interiori, perché dietro a ogni vetta ne sorge una più alta, che lo costringe a riprendere l’ascesa.

Angelo Paratico

L’Arte della Traduzione secondo Nabokov

1963. Vladimir e Vera Nabokov.

Si possono distinguere tre diversi gradi di malvagità nel bizzarro mondo della trasmigrazione verbale. Il primo, di minore importanza, comprende gli errori ovvi dovuti a ignoranza o a conoscenza ingannevole. Si tratta di semplice fragilità umana e sono quindi giustificabili. Il successivo passo verso l’Inferno lo compie il traduttore che tralascia intenzionalmente parole o passi che non si preoccupa di comprendere o che potrebbero apparire oscuri oppure osceni a un pubblico di cui non si è fatto che un’idea approssimativa; accetta senza il minimo scrupolo l’espressione vacua del suo dizionario; o sottomette l’erudizione all’eleganza: è pronto a saperne meno del suo autore ma allo stesso tempo pensa di saperne di più. Il terzo, nonché il peggior grado di turpitudine, lo si raggiunge quando un capolavoro viene appiattito e levigato, ignobilmente abbellito, per adeguarsi alle opinioni e ai pregiudizi di un determinato pubblico. Questo è un crimine, da punire con la gogna come veniva fatto con i falsari ai tempi delle scarpe con le fibbie.
[…]
Possiamo quindi dedurre i requisiti che il traduttore deve possedere per essere in grado di produrre una versione ideale di un capolavoro straniero. Prima di tutto deve avere lo stesso talento, o, quanto meno, lo stesso tipo di talento dell’autore che ha scelto. In questo, ma soltanto in questo, Baudelaire e Poe o Joukovsky e Shiller furono dei compagni di giochi ideali. In secondo luogo, deve conoscere a fondo le due nazioni e le due lingue e sapere perfettamente tutti i dettagli relativi allo stile e alle tecniche del suo autore; deve inoltre essere consapevole del contesto sociale delle parole, dei loro usi, della loro storia e di come vengono associate nel periodo. Quanto detto ci porta al terzo punto: oltre ad avere talento ed essere preparato, il traduttore deve possedere il dono del mimetismo ed essere in grado di recitare, per così dire, la parte dell’autore impersonando i suoi vizi stilistici e di linguaggio, i suoi modi e il suo pensiero, con il massimo grado di verosimiglianza.

 

– Dal saggio di Nabokov del 1941 «The Art of Translation».

Un grande libro “socialista” pubblicato dalla Gingko di Verona

Il grande socialismo non è di destra, né di sinistra ma appartiene piuttosto all’umanesimo, e questo libro del socialista Upton Sinclair lo dimostra con chiarezza.

Upton Sinclair (20 settembre 1878 – 25 novembre 1968), scrittore americano, premio Pulitzer, pubblicò quasi cento libri di vario genere. Raggiunse una straordinaria popolarità agli inizi del ’900 con il romanzo “The Jungle” (da noi tradotto e pubblicato con il titolo di La Selva Oscura) pubblicandolo per la prima volta a puntate su una rivista socialista, dopo che sei editori americani l’ebbero rifiutato. Un consulente presso l’editore Macmillan dichiarò: «Sconsiglio senza esitazioni e senza riserve la pubblicazione di questo libro, feroce e pieno d’orrori. Con tutta evidenza la sua ispirazione non è il desiderio d’aiutare i poveri, quanto l’odio incondizionato verso i ricchi».

Nel 1904, Upton Sinclair, ricevette un anticipo di cinquecento dollari dal giornale socialista Appeal to Reason per indagare sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati a Chicago. Questi articoli, originariamente usciti su quel giornale, furono poi pubblicati in forma di libro nel 1906. Lo scopo di Sinclair era di svelare il trattamento disumano degli operai (e degli animali) e di accelerare il cambiamento verso una forma più umana l’industria americana. Le sue descrizioni molto impressionanti (nauseanti) dell’industria del confezionamento della carne portarono poi alla ratifica del Pure Food and Drug Act. Il rapporto diretto fra il romanzo e la legislazione di riferimento lo rende uno dei libri più influenti di tutta la storia americana.

La Selva Oscura segue le esperienze d’una famiglia lituana (ma potrebbe essere italiana o irlandese) che arriva negli Stati Uniti agli inizi del 1900 in cerca di fortuna. Giungono a Chicago pieni d’ottimismo, trovando lavoro in una fabbrica per il confezionamento della carne. Un desiderio apparentemente innocente e pratico di possedere una propria casa dà la stura a una catena di eventi che porterà alla loro rovina. Circondati da uomini d’affari e politici crudeli, senza scrupoli e di aguzzini, questa famiglia non può far fronte alle proprie spese mensili. Capitolo dopo capitolo Sinclair narra gli estremi a cui devono spingersi per guadagnare abbastanza soldi per sopravvivere, e la costante perdita della loro dignità. Dopo tre anni di lotta, la maggior parte degli adulti sono morti o rovinati, e i bambini sono per strada invece che a scuola. La Selva Oscura è spesso utilizzata nelle classi di storia americana che studiano l’era del progresso e la sua letteratura. Il movimento progressista fu il primo grande movimento di riforma dell’America industriale del XX secolo.

 

La Selva Oscura di Upton Sinclair

Leonardo Da Vinci svela l’identità della Gioconda

 

Si sono versati fiumi d’inchiostro per cercare di stabilire chi davvero sia e rappresenti il quadro noto come la Gioconda (o Monna Lisa) massimo tesoro del Louvre di Parigi. Possiamo oggi rivelare la soluzione di questo secolare enigma. E come possiamo essere così certi della nostra tesi? Semplice, ce lo dice lo stesso Leonardo da Vinci, pur essendo morto cinque secoli or sono, il 2 maggio 1519, ad Amboise in Francia.
Il chierico molfettano Antonio de Beatis tenne un diario durante il suo grande tour europeo, iniziato il 9 maggio 1517, in compagnia del proprio superiore, il cardinale Luigi d’Aragona, un bastardo di sangue reale. I due rientrarono a Roma nel gennaio 1518 dopo avere incontrato teste coronate e artisti in mezza Europa. Nel 1873 il diario di De Beatis stava ancora dimenticato su di uno scaffale della biblioteca Vittorio Emanuele di Napoli, dove fu notato da Ludwig von Pastor (1854-1925) il quale, intuendo la sua grande importanza storica, ne pubblicò una prima edizione critica nel 1905, facendo una collazione dei manoscritti originali. In quest’opera troviamo, meraviglia fra le meraviglie, il rapporto dell’incontro dei due pellegrini con Leonardo Da Vinci, ad Amboise.
Era il 10 ottobre 1517 e i due viaggiatori sedettero con Leonardo Da Vinci, dentro al suo studio, e diligentemente il De Beatis annotò le parole pronunciate da Messer Lunardo Vinci fiorentino… pictore in la età nostra eccellent.mo” il quale disse quanto segue al cardinal d’Aragona, circa i tre quadri che vedevano appesi:

“…mostrò a s. Ill.ma tre quatri, uno di certa dona fiorentina facta di naturale ad istanza del quondam ma.co Jiuliano de Medici. L’altro di San Joane Giovanni Bat.ta giouane et uno de la Madona et del Figliolo che stan posti in grembo di S.ta Anna tucti perfettissimi, e ben vero che da lui per esserli uenuta certa paralisi dextra, non se ne può expectare più cosa buona. Ha ben facto un creato Milanese che lavora assai bene, et benché il p.to M. Lunardo non possa colorir con quella dolceza che solea, pur serve ad far disegni et insegnare ad altri. Questo gentil’omo ha composta de notomia tanto particularmente con la demostrazione de la pictura sí de membri come de muscoli, nervi, vene, giunture, d’intestini tanto di corpi de homini come de done, de modo non è mai facta anchora da altra persona. Il che abbiamo visto oculatamente et già lui ne dixe haver facta notomia de più de XXX corpi tra masculi et femine de ogni età. Ha anche composto la natura de l’acque, le diverse machine et altre cose, secondo ha riferito lui, infinità di volumi et tucti in lingua volgare, quali se vengono in luce saranno proficui et molto dilettevoli.”

La donna fiorentina alla quale accenna è certamente il dipinto da noi oggi conosciuto come la Gioconda. E tutti i critici, fin qui, in quel “quondam magnifico Giuliano” hanno visto il suo defunto patrono, Giuliano de’ Medici, Duca di Nemour, ultimo figlio di Lorenzo il Magnifico. Ma costui aveva passato quasi tutta la propria esistenza fuori di Firenze, non conosceva Monna Lisa del Giocondo né altre dame fiorentine. Nessuno prima aveva pensato che quella di Leonardo fosse un’allusione a suo zio, quel Giuliano de’ Medici morto durante la congiura dei Pazzi nel 1478.
Ma come possiamo essere sicuri che quando Leonardo Da Vinci dice al cardinale d’Aragona e ad Antonio De Beatis che il ritratto che stavano ammirando rappresentava una certa donna fiorentina fatta di naturale, “ad istantia del quondam ma.co Iuliano de Medici” stesse alludendo a Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours? E se invece stesse alludendo a Giuliano de’ Medici, il fratello di Lorenzo de’ Medici? In tal caso la fiorentinità della dama sarebbe rispettata. Questa interpretazione cambierebbe tutti gli scenari a noi conosciuti, aprendone dei nuovi, ancora inesplorati.
Giuliano morì la domenica del 26 aprile 1478, mentre assisteva alla messa nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, trafitto da diciannove colpi di spada inferti da Franceschino Pazzi e da Bernardo di Bandino Baroncelli? Lisa Gherardini del Giocondo e Pacifica Brandani (un’amante urbinate di Giuliano, Duca di Nemours), non erano ancora nate quando Giuliano moriva e, dunque, chi potrebbe mai essere questa donna o per meglio dire la prima modella per questo quadro?

Giuliano de’ Medici, Duca di Nemours

Esattamente un mese dopo l’assassinio di Giuliano, il 26 maggio 1478, nacque un suo figlio naturale, che il giorno successivo fu battezzato con il nome di Giulio de’ Medici, alla presenza di Antonio da Sangallo, un amico del defunto padre, il quale seguiva le istruzioni di Lorenzo de’ Medici. La madre che lo aveva dato alla luce, a causa di complicazioni rese l’anima al Creatore. Il neonato venne subito accolto in famiglia ed educato insieme ai figli di Lorenzo. Nel 1523 Giulio de’ Medici verrà eletto papa con il nome di Clemente VII e il Machiavelli gli dedicherà le sue Istorie Fiorentine.

Giuliano de’ Medici, dipinto da Sandro Botticelli, fratello di Lorenzo il Magnifico

Chi fu la madre di Giulio, che morì nel darlo alla luce? Si dice sia stata la cortigiana Fioretta Gorini (1453-1478), della quale nulla conosciamo. Può essere che quando Giuliano seppe che la sua amante era in dolce attesa chiese al giovane Leonardo di dipingere il suo ritratto? Oppure fu Lorenzo che gli chiese di dipingerla, subito dopo la morte di entrambi i genitori? Quest’ultima parrebbe essere la versione più probabile, poiché utilizzò uno specchio per seguire le proporzioni del proprio viso, come è stato già dimostrato qualche decennio fa da Lillian Schwartz.
Un ulteriore indizio che c’induce a muovere indietro nel tempo l’origine della Gioconda è che fu dipinta su di una tavola di pioppo, mentre i dipinti successivi alla venuta di Leonardo a Milano furono dipinti su legno di noce. Inoltre, il primo paesaggio datato di Leonardo, uno schizzo datato e firmato del 5 agosto 1473, potrebbe essere stato utilizzato per lo sfondo della Gioconda.
La domanda che ci facciamo ora è la seguente: l’epiteto di Magnifico fu usato solo per Lorenzo de’ Medici e per suo figlio, Giuliano, Duca di Nemours, una volta divenuto signore di Firenze, oppure fu forse usato anche per Giuliano, il fratello di Lorenzo? Certamente fu utilizzato anche per il fratello di Lorenzo, tant’è che possediamo “Le Stanze de Messer Angelo Poliziano” cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano di Pietro de’ Medici, un poemetto in ottave, rimasto incompiuto e composto da Angelo Poliziano (1454-1494). Fu pubblicato per la prima volta nel 1484 e poi nel 1498 da Aldo Manuzio.
Dunque, Leonardo Da Vinci si riferiva a Giuliano senior e non a suo nipote, Giuliano, Duca di Nemours, parlando ai due visitatori napoletani. Ne consegue che la Gioconda potrebbe essere stata iniziata venticinque anni prima del 1503/4/5, non durante la sua seconda permanenza a Firenze, come tutti credono seguendo la narrazione del Vasari, che pure mai vide la Gioconda.
Il Louvre potrebbe eseguire un test al carbonio per stabilire una più corretta datazione della tavola di legno su cui si trova la Gioconda. Il margine d’errore per questo genere di test è molto ampio ma, forse, analizzando un piccolo frammento ligneo prelevato dal retro della tavola si potrebbero ottenere risultati, certo approssimati, ma per lo meno indicativi sull’anno della effettiva preparazione della tavola e dei colori aventi una base organica. Potremmo così giungere a tre datazioni: se 1478, avremmo Fioretta Gorini; se 1503, Monna Lisa del Giocondo; se 1513, Pacifica Brandani.
Restiamo comunque convinti che la Gioconda — non importa quale fu la modella o la committenza — venne a rappresentare per Leonardo l’immagine onirica della propria madre, Caterina, la schiava di Vinci, come acutamente intuì Sigmund Freud. Leonardo la dipinse a intermittenza durante tutta la sua esistenza, sino alla fine, per mantenerla viva accanto a sé.

Angelo Paratico

 

Angelo Paratico Leonardo Da Vinci. Lo psicotico figlio d’una schiava Gingko Editore, 2019

1936 Le Olimpiadi di Hitler

Anche un grande manager Italo-Tedesco come Giuseppe Vita ripete inesattezze su Berlino 1936

Giuseppe Vita è un grande manager, un uomo onesto e intelligente.

Lei ha conosciuto cancellieri, presidenti, leader di tutta l’Europa. Chi sono quelli che l’hanno impressionata di più?
«Una persona eccezionale era Helmut Schmidt, nessuno come lui conosceva il mondo, la Cina per esempio. La sua curiosità intellettuale era straordinaria. Oppure Richard von Weiszaecker, figura gigantesca nella Germania del Dopoguerra, suo padre era stato diplomatico sotto il nazismo, da ragazzino vide Jesse Owens trionfare alle Olimpiadi di Berlino umiliando Hitler. Fu il presidente della Repubblica che per primo disse ai tedeschi che il giorno in cui finì la Seconda Guerra Mondiale fu quello della liberazione non della sconfitta».

In realtà Hitler strinse la mano a Jerry Owens, ed esistono testimoni al di sopra di ogni sospetto che l’hanno affermato.

Ecco l’intervista completa presa dal Correiere della Sera del 14 aprile 2019:

https://www.corriere.it/cronache/19_aprile_13/90-interni-10-interni-personcorriere-web-sezioni-bb54c958-5e1b-11e9-89db-a8646a3a5dc3.shtml

 

Gli consigliamo la lettura del libro che abbiamo appena pubblicato:

 

1936 Le Olimpiadi di Hitler